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Full text of "Studi e Documenti di Storia e Diritto, 1900"

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STUDI E DOCUMENTI 



DI 



STORIA E DIRITTO/^irs 



t 1 



PUBBLICAZIONE PERIODICA 

DELL'ACCADEMIA DI CONFERENZE STORICO-GIURIDICHE 



ANNO XXI. — 1900. 






ROMA 

TIPOGRAFIA POLIGLOTTA 

DELLA S. C. DE PROF. FIDE 

1900 

" Pira in imi Ir 






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University of Toronto 



http://www.archive.org/details/studiedocumentid21acca 



LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 
NELL' ODIERNA GIURISPRUDENZA. 



La storia del diritto, e quella del diritto romano in ispecie, 
non vanta origini remote, e bisogna venire molto giìi, fino agli 
ultimi anni del secolo scorso e agli inizi di questo, per trovare 
le prime trattazioni storiche, che possano meritare tal nome. 
Nò il fenomeno deve molto maravigliare , quantunque si sappia 
che, dallo stupendo risorgimento degli studi giuridici in Bologna, 
fino all'epoca indicata, il diritto romano fu, può dirsi senza in- 
terruzione, sebbene non universalmente, diritto positivo , e una 
pleiade di valorosissimi giureconsulti colle loro opere ne porta- 
rono lo studio ad altezze veramente meravigliose. 

La ragione intima di questo fatto, in apparenza strano, deve 
ricercarsi a mio parere esclusivamente nelF idea che del diritto 
si ebbe in tutto questo lunghissimo periodo di tempo. Le scuole 
filosofiche che vennero mano mano succedendosi nei secoli pas- 
sati hanno sempre concepito il diritto come qualche cosa di astratto 
e indipendente dalla società nella quale si esplica e si svolge. 
Le basi di tali sistemi filosofici erano costituite da idee fisse e 
prestabilite dalla speculazione, specie di cristallizzazioni ideolo- 
giche di principi assoluti ed eterni di giustizia, validi in ogni 
tempo e in ogni luogo, concezioni ipostatiche e del tutto subiet- 
tive, che facevano del diritto una vuota entelechia priva di base 
positiva e reale. 

Posto ciò si comprende benissimo come dalla scolastica teo- 
logica sillogizzante , dal razionalismo cartesiano e dalla metafi- 
sica astratta delle varie edizioni del ius natiirae non si potesse 
avere un' esatta concezione di storia del diritto. Storia significa 
evoluzione , successione di forme e di tipi, leggi che tale suc- 
cessione governano. E per quelle scuole il diritto non evolveva, 



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LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 
NELL' ODIERNA GIURISPRUDENZA. 



La storia del diritto, e quella del diritto romano in ispecie, 
non vanta origini remote, e bisogna venire molto giù, fino agli 
ultimi anni del secolo scorso e agli inizi di questo, per trovare 
le prime trattazioni storiche, che possano meritare tal nome. 
Nò il fenomeno deve molto maravigliare , quantunque si sappia 
che, dallo stupendo risorgimento degli studi giuridici in Bologna, 
fino all'epoca indicata, il diritto romano fu, può dirsi senza in- 
terruzione, sebbene non universalmente, diritto positivo , e una 
pleiade di valorosissimi giureconsulti colle loro opere ne porta- 
rono lo studio ad altezze veramente meravigliose. 

La ragione intima di questo fatto, in apparenza strano, deve 
ricercarsi a mio parere esclusivamente nel!' idea che del diritto 
si ebbe in tutto questo lunghissimo periodo di tempo. Le scuole 
filosofiche che vennero mano mano succedendosi nei secoli pas- 
sati hanno sempre concepito il diritto come qualche cosa di astratto 
e indipendente dalla società nella quale si esplica e si svolge. 
Le basi di tali sistemi filosofici erano costituite da idee fisse e 
prestabilite dalla speculazione, specie di cristallizzazioni ideolo- 
giche di principi assoluti ed eterni di giustizia, validi in ogni 
tempo e in ogni luogo, concezioni ipostatiche e del tutto subiet- 
tive, che facevano del diritto una vuota entelechia priva di base 
positiva e reale. 

Posto ciò si comprende benissimo come dalla scolastica teo- 
logica sillogizzante , dal razionalismo cartesiano e dalla metafi- 
sica astratta delle varie edizioni del ius naturae non si potesse 
avere un' esatta concezione di storia del diritto. Storia significa 
evoluzione , successione di forme e di tipi, leggi che tale suc- 
cessione governano. E per quelle scuole il diritto non evolveva, 



4 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

non si modificava : era una categoria logica eterna ed immobile, 
si trovava nella natura entità quiescente ed increata ^ 

In simile stato di cose la sola forma primigenia ed embrio- 
nale di storia del diritto poteva esser costituita dalle antiquita- 
tes iuris, raccolte silenti di istituti e leggi antiche, aridi cata- 
loghi di usi e consuetudini giuridiche, la cui funzione unica era 
quella di fornire una pesante e inutile erudizione, o tutt'al piii 
la riprova delle concezioni ideologiche, in quanto mostravano la 
distanza intercedente tra la perfezione degli archetipi ideali del 
diritto e le deformità del diritto storico. 

Questo stato di cose durò fino agli inizi del secolo nostro. 
E il rinnovamento venne dalla Germania. Nella frenesia di tutto 
codificare e tutto inquadrare negli schemi teorici di una legge 
scritta ed eguale per tutti, portato questo del memorando cata- 
clisma sociale dell' 89, sorse anche in Germania il desiderio po- 
tente di un codice nazionale, a somiglianza di quello che Napo- 
leone avea dato alla Francia e imposto anche a parecchi stati 
tedeschi ^, e Maria Teresa all'Austria. 

Guerre vittoriose avevano assicurato alla Germania l' in- 
dipendenza dall'oppressione politica e legislativa francese e una 
schiera di giuristi alto gridava reclamando un codice tedesco, che 
cementasse ancor meglio il recente acquisto della libertà. Thi- 
baut, professore in Heidelberg, scrisse un famoso opuscolo dal 
titolo Ueber die Nothwendigkeit eines alUjemeinen burgerlichen 
Rechts fùr Deutschland — sulla necessità di un diritto civile 
generale per la Germania — sostenendo , tra 1' altro , che tale 
diritto civile dovea dal legislatore plasmarsi ed uniformarsi ai 
supremi dettami della ragione e della filosofia , codificando il 
diritto nazionale tedesco ed eliminando il diritto romano vi- 
gente ^. 



* Una sloria netta ed ordinata della successione delle varie concezioni del diritto 
dovute alle diverse scuole filosofiche può vedersi nell' opera del Carle , La vita del di- 
ritto nei suoi rapporti colla vita sociale. 2* ediz. Torino 1891. 

* Su questo punto si cfr. lo scritto del Savigny, Vom Bernf ecc. (citalo nel testo alla 
pag. seg.) a pag. 57 della 3" ed. tedesca (Heidelberg 1840) e pag. 165 dell' ediz. ital. del 
Tedeschi citato apprtsso, e Stobbe, Geschichte der deutschen Rechtsquellen, Braunschweig 
voi. II pag. 481 e segg. 

^ Questo scritto del Thibaut si pubblicò la prima volta in Heidelberg nel 1814. L' edi- 
zione migliore è la 3* del 1840. 



NELL ODIERNA GIURISPRUDENZA 



Carlo Federico di Savigny appena ventiquattrenne, profes- 
sore a Berlino, pubblicò nello stesso anno, il 1814, un altro opu- 
scolo in risposta a quello del Thibaut , dal titolo Vom Beruf 
unsrer Zeit far Gesetzgebung und Rechtswissenschaftj sulla voca- 
zione del nostro tempo per la legislazione e la scienza del diritto. 

Erano due uomini a fronte che incarnavano due opposte 
tendenze. Da un lato il Thibaut imbevuto dei principi della ve- 
tusta scuola metafisica, che inalberava il vessillo del diritto na- 
turale ; dall'altro il Savigny colla mente esercitata nello studio 
positivo e profondo del diritto di Roma, campione della scuola 
che poi si disse storica, il cui programma fondamentale era ap- 
punto costituito dall'opuscolo citato ^ 

Il nuovo verbo che mirava a sconvolgere dalle fondamenta 
le costruzioni metafìsiche di tanti secoli, proclamava sicuro e co- 
sciente che il diritto non è un prodotto della ragione , né una 



' Il programma savignyano si trova in uno stato quasi direi potenziale, più che 
embrionale, nella recensione che egli fece al « Lehrbuch der Geschichte des ròmischen 
Rechts » del maestro suo Gustav Hugo, pubblicata nella Allgemeine Literar-Zeitung del- 
l'anno 1806 nr. 231 e 252, 20 e 21 ottobre, pag. 129 e segg., 144 e segg., riprodotta nei 
Vermischle Schriften, voi. V pag. 1-36, e tradotta in italiano dal Turchiarulo nei Ra- 
gionamenti storici di diritto del Prof. F. C. Savigny, Napoli 1852 pan. I,pag. 74-95. 
L' opuscolo Vom Beruf ecc. cit. si trova tradotto in italiano nella Biblioteca giuridica teo- 
rico-pratica pubblicata a cura dell' avv. Frangesco Tedeschi, voi. I pag. 97-202, Verona, 
libreria della Minerva 1857. Accenni complementari e più precisi si hanno nella prefa- 
zione che il Savigny scrisse alla Zeitschrift fur geschichtliche fìechtswissenschaft, dal ti- 
tolo « Ueber den Zweck der Zeitschrift ecc. » voi. I, anno 1815, pag. 1-17, ripubblicata 
nei Verni. Schriften voi. I pag. 105-126 e compresa nella raccolta citata del Turchiarulo 
part. Ili pag. 63-73, e nella recensione al libro di Th. Goenner « Ueber Gesetzgebung 
und Rechtswissenschaft in unserer Zeit » , pubblicata nel voi. I pag. 373 e segg. della cit. 
Zeitschrift, riprodotta nel voi. V pag. 115-172 dei Verm. Schriften, e tradotta dal Tur- 
chiarulo nella cit. race, parte III, pag. 104-135. Nella introduzione che il Savigny scrisse 
al I volume del suo monumentale « System ecc. » pag. X-L, composta nel settembre del 
1839 si ha una specie di ricapitolazione del pensiero del grande Autore, e si possono fa- 
cilmente rilevare le fasi integrative che si succedettero dal 1806 in poi. Per più ampie 
notizie su questa lotta di scuole, che costituisce il ganglio interessantissimo e capitale della 
moderna scienza giuridica tedesca, attorno a cui si aggira una ricchissima letteratura, ol- 
tre ai trattati generali di storia del diritto, quali quelli del Brunner, dello Stobbe, dello 
Stintzing ecc. si confrontino particolarmente, Bluntsculi, Die neueren Rechtschulen der 
deutschen Juristen, 2'' ediz. Zùrich 1862 (la 1^ è del 1839); L. Ennecerus F. G. von Sa- 
vigny und die Richtung der neureren Rechtswissenschaft, Marburg 1879; Bieneu, Streil 
der hislorischen und philos. Schule nelle Abhandlungen aus d. Gebiet d. Rechtsgeschichte 
1848 pag. 3 e segg; Gierke, Naturrecht und deutsches Recht (Rede), Frankfurt 1883: 
Brkker, Ueber den Streit der historische und philosophische Rechtsschule (Rede), Heidel- 
berg. 1886: Pampaloni, Il futuro codice civile germanico e il diritto romano (Discorso 
inaugurale) Siena 1888 pag. 24 e segg. 



6 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

nozione assoluta di fede , né un'idea sovrana , indipendente dal 
tempo e dallo spazio, tiranna del passato e del presente ; ma un 
prodotto sociale, come l'economia, l'arte, la religione, la lingua, 
che erompe spontaneo dalla coscienza del popolo in cui si natura 
e a cui si adatta mirabilmente, e che si modifica e si trasforma 
coll'evolversi della società da cui scaturisce: un prodotto quindi 
instabile e vario a seconda i tempi e i popoli , e in uno stesso 
popolo nei diversi periodi della sua storia. 

Tale modo di vedere, ognun s'accorge, portava con sé come 
legittima ed ineluttabile conseguenza, un diverso metodo di studio 
e di apprezzamento. Data la nuova concezione genetica e dina- 
mica del fenomeno giuridico il metodo speculativo dei metafisici, 
buoni a costruire colla logica pura sistemi di diritto eterni ed 
immutabili, a disegnare l'archetipo ideale del diritto di un po- 
polo , e a cogliere soltanto con critica negativa le diff*ormità 

— per loro inesplicabili — che invece quello esistente nella 
realtà presentava, fu sostituito dal metodo storico che s'imper- 
nia e sustanzia nell' osservazione obbiettiva dei fatti, che studia 
il diritto non in sé, ma in relazione ad una data epoca e a un 
dato popolo, legato strettamente senza soluzione di continuità al 
suo passato, di cui rappresenta il conseguente storico necessario 
ed ineluttabile. 

Il programma del Savigny in principio raccolto solo da pochi, 
sebbene con entusiasmo, divenne dopo vivissima e non breve lotta ^ 

— quando cioè se ne conobbe l'assoluta intrinseca bontà consi- 
stente nel metodo — il programma di qualunque studio giuri- 
dico non solo, ma di tutte quante le discipline sociali ^. E qui 

• Sulla Iona si veda il niagistraie discorso del Pampalom cit. nella nota precedente 
e per notizie più particolari e minute, gli autori indicali nella nota 1 della mia prolusione 
ad un corso libero di istituzioni di diritto romano dal titolo : L' importanza odierna del 
diritto romano e il suo metodo di studio e d' insegnamento^ che lessi nell' Università di Pisa 
il 12 Novembre 1899. 

* Sull'influenza esercitala dalla scuola storica si veda lo scritto geniale del Bruci, 
I romanisti della scuola storica e la sociologia contemporanea, inserito nel Circolo Giu- 
ridico, voi. XIV pag. 151-167, e 1' altro magistrale del Vanni, I giuristi della scuola sto- 
rica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia scientifica, pubblicalo nella 
Rivista di filosofia scientifica/ voi IV pag. 693-721 (1884-8o). Si confrontino poi gli altri 
scrini di questo insigne filosofo del diritto, di un' utilità veramente capitala per uno stu- 
dioso del diritto romano e della sua storia, e in particolar modo: Il problema della filo- 
sofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostri, Verona 1890; 
Gli studi di Henrv Summer Maine e le dottrine della filosofia del diritto, Verona 1892. 



NELL ODIERNA GIURISPRUDENZA 



basta addurre l'esempio della più importante fra esse, l'economia 
politica, che, lasciati da parte gli empirici apoftegmi del Gour- 
nay e del Say formulanti leggi fisse ed immutabili, ripete dalla 
scuola storica, per l'opera di Guglielmo Roscher e Carlo Kniess, 
la sua rigenerazione ^ 

Un alito di vita nuova soffiò sulle mute raccolte di istituti 
e leggi antiche, sugli aridi cataloghi degli usi e delle consue- 
tudini sparite, e così quel diritto fossile si rianimò, scosse la 
massa inerte delle antiquitates iuris sotto di cui giacca sepolto, 
ed apparve come cosa vivente. 

La storia del diritto incomincia. 

Studiato infatti con tal metodo il diritto antico, attraverso 
le minute indagini che investigano tutta la ricca varietà delle 
sue forme, rivive nel rievocato ambiente che lo produsse e di 
cui riporta come la moneta il suo conio, l'impronta indelebile. 
Le forme giuridiche presenti si ricollegano alle forme primi- 
genie per tramite d' ininterrotte modificazioni e trasformazioni. 
Le forme di governo attuali ritrovano la loro logica spiegazione 
nelle forme precedenti. Il diritto vigente insomma, sia privato 
che pubblico, si riattacca tenacemente al passato, si giustifica, 
afferma la sua esistenza naturale , non artificiosa ed arbitraria. 
La storia del diritto così intesa si accinge a diventare scienza. 
Ho detto si accinge j, poiché non mi sembra che con ciò possa 
senz'altro aspirare a quel titolo. 

Qualche cosa le manca ancora, che la scuola storica non 
le diede. Non basta infatti seguire e sorprendere il processo di 
sviluppo del diritto, di studiare cioè come questo si svolga nella 
serie molteplice e progressiva delle forme, che va assumendo nelle 
fixsi diverse del suo divenire : ci vuole qualche cosa d'altro e di 



Il sistema elico-giuridico di Hebel Spencer, studio premesso alla traduzione italiana della 
lusticc dello SPENCEn, Città di Castello 1893. 

' Chi abbozzò i tratti caralleristici del metodo storico nell' economia politica fu Gu- 
glielmo Roscher in un breve scritto pubblicato nel 1843, che da Carlo Kniess nel 1853 
furono ridotti a programma in un suo scritto dal titolo: Die politische Oekonomie voni 
Standpunkte der geschichtlichen Methode, Braunschweig , di cui la 2^ ediz. con impor- 
tanti appendici è uscita a Berlino, 1881-83. Tra i fondatori di questa nuova scuola, seb- 
bene in seconda linea, può collocarsi Bruno Hildebrand, creatore dei lahrbwcher fiir Na- 
tionaloekonomie und Statistik, e autore di un libro incompleto dal litolo Die Nalional- 
oekouomie der Gegenwart und Zukunft, I voi. Frankfurt a. M. 1848. 



8 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

pili interessante : la conoscenza dell' origine del diritto e delle 
sue relazioni con la totalità dei prodotti sociali. 

Ora la scuola storica, per motivi che non occorre qui de- 
terminare, lasciò nell'ombra assoluta tali punti capitali del suo 
programma, se pur non è più esatto il dire che le sue dot- 
trine non ne permettevano lo sviluppo. La coscienza giuridica 
del popolo, il Volksgeist e il Volksbewusstein, che il Savigny 
chiama l'officina dove si elabora il diritto in una agli altri pro- 
dotti della società, quali la lingua, la scienza, l'arte, la morale, 
l'economia, è una concezione puramente astratta e quasi ,miste- 
riosa, la cui determinazione non è possibile ad aversi secondo lo 
stesso Savigny. Né basta dall'altra parte l'aver, sia pure netta- 
mente, intraveduto ciò che lo Spencer ha oggi dimostrato in modo 
stupendo, il consenso cioè delle funzioni \ per dare una nozione 
chiara del divenire del diritto e per rendere la sua storia una 
vera scienza. 

Posto ciò il compito che s'imponeva come necessità impel- 
lente agli storici odierni era quello di completare le lacune la- 
sciate in eredità dalla grande scuola tedesca. Era infatti asso- 
luto il bisogno di ricercare quali fossero questi fattori della co- 
scienza giuridica nazionale, di determinare positivamente quali 
rapporti intercedessero tra il fenomeno sociale che si chiama di- 
ritto e tutti gli altri scaturenti dal seno del popolo. E tale com- 
pito, fissato il metodo di ricerca, si è quasi completamente rag- 
giunto. Il misterioso crogiolo in cui si elabora il diritto fu il- 
luminato, proiettandovi la luce vivissima dei risultati positivi 
porti dall' esame acuto e geniale del diritto comparato, sia antico 
che moderno ^, e dalla sociologia. 



* H. Spencer, Principi di Sociologia, trad. cilat. di Salandra, nella Biblioteca del- 
l'Economista Ser. I, voi. VITI, cap. V, §§ 234 e 255. 

* Sono di capitale importanza gli studi in proposito di Summer Maine anche pel ro- 
manista. Essi sono tradotti tutti in francese; ne cito le edizioni in questa lingua. L'an- 
cient droit considéré dans ses rapports avec l'hisloire de la société primitive el avec les 
idées modernes, Londra 1861. Paris 1874 (trad. Courcelle Seneuil); Études sur l'histoire 
du droit, Paris 1889. In questo volume il traduttore db Kerallain vi comprese articoli e 
conferenze del Maine scritti e tenute dal- 1871 al 1887; P^tudes sur l'hisloire des institu- 
tions primitives, Londra 1875. Paris 1880 (irad. Durieu de Leyritz); Éiudes sur l'ancien 
droit et la coutume primitive, Londra 1883, Paris 1884 (trad. db Kerallain) - Nel 1878 si 
cominciò a pubblicare a Stuttgart sotto la direzione del Bernhoeft e del Cohn, a cui si 
aggiunse dopo il 3*" voi. J. Kohler, una rivista dal titolo Zeitschrift fiir vergleichende 



nell' odierna giurisprudenza 9 

Si osservò come i varii e molteplici prodotti sociali che 
coesistono col giuridico sono né più né meno tante forze che 
premono da ogni lato sul diritto, il quale, come succede nel mondo 
fisico, é appunto sotto certi aspetti la componente di queste forze 
sociali, e varia di configurazione concreta e di direzione col va- 
riare di tali forze. Si sentì il bisogno di far seguire al processo 
di analisi di uno soltanto dei fenomeni sociali - il giuridico - 
un altro processo di sintesi che integrasse e rettificasse i risul- 
tati della precedente analisi e li spiegasse, completandoli, né più 
né meno di quello che fanno il fisico e il chimico, i quali nello 
studiare i fenomeni, obbietto della loro scienza, ne determinano 
prima l'individualità, isolandoli dal resto dei fenomeni e scom- 
ponendoli nei loro elementi, e dopo averne fissati i caratteri dif- 
ferenziali li mettono in relazione coU'ambiente per determinarne 
la causa originaria e le leggi a cui sottostanno. E coU'applicare 
un tal metodo si scoprì che tra il diritto e l'arte, la religione, 
l'economia, la storia, la costituzione politica, la lingua di un 
dato popolo in un dato momento vi é una reciproca interdipen- 
denza, un legame così intimo da rendersi impossibile una no- 
zione esauriente e completa di quello senza tener conto dell'in- 
fluenza di tutti questi altri fattori. La scuola savignyana si era 
arrestata dinnanzi a tale problema così basilare per ogni storico 
del diritto. Oggi invece non vi é più alcuno che lo trascuri ; 
che anzi si tende spiccatamente ad esagerare in tale processo 
integrativo l'interdipendenza tra il fenomeno giuridico e gli altri 
fenomeni sociali. Vi é specialmente una scuola che trova la sua 
origine in quell'audace teoria dell'evoluzione economica formu- 
lata da Carlo Marx, e che potrebbe ben chiamarsi del materia- 

Rechtswissenschaft, il cui programma scritto dal Bei-.nhoeft si trova nel voi. I, pag. 1-58 
(Ueber Zweck u. Mittel d. vergleich. Rechtswissenchafi) e fu poi riassunto ed integralo dal 
KoBHLER, nel voi. V, pag. 321-334 (Rechtsgeschichte u. Rechtsenlwickelung) e in un la- 
voro pubblicato a Wijrzburg nel 1885, dove allora insegnava, dal titolo Das Rechi als 
Kulturerscheinung, Einleitung in die vergleichende Rechtswissenschaft. Chi ha contribuito 
poderosamente alla nuova scienza è stato Albert Hermann Post coi suoi notevolissimi 
lavori, di cui cito il primo e l'ultimo: Bausteino fijr cine allgemeine Rechtswissenscbaft 
auf vergleichende-chronologischer Basis, Oldenburg 1880-81; Grundriss der ethnologischen 
lurisprudenz, voi. 2. 1894. Importanti contributi hanno posto B. W. Leist,- Graeco-itali- 
sche Riichlsgeschichle, Iena 1884 (e su di esso Cogliolo, noli' Archivio Giuridico voi. 54, 
pag. 504-520); Alt-arisches ius gentium, Iena 18S9; Alt-arisches ius civile. Iena 1892; 
Dareste, Etudes d'hisloire de droit, Paris 1889. 



10 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

lismo giuridico, la quale proclama il fattore economico preesi- 
stente, preeminente, causale rispetto al diritto ^ Non è questo 
né il momento né il luogo opportuno per discutere e criticare 
tali teorie, semplici differenziazioni delle altre del materialismo 
storico, che presentano in fondo un difetto analogo a quello rim- 
proverato poco fa alla scuola storica, e che in Italia hanno tro- 
vato un formidabile campione nel Loria ^. Dirò solo che il fe- 



• K. Marx, ziir Kritik der politischen Oekonomie, Berlin 1839, Prefazione. La sua 
idea fu poi sviluppala da molli altri. 

* Nelle sue molleplici e geniali opere: La rendita fondiaria e la sua elisione na- 
turale, Milano, 1550; La legge di popolazione e il sistema sociale, Siena 1882; La teoria 
economica della cosliluzione politica, Torino 1886; Analisi della proprietà capitalistica, 
Torino 1889 voi. 2. Il Oraziani ne segui il concetto nel suo Fondamento economico del 
dirillo, Siena 1884. L' intima dipendenza del fenomeno giuridico dall' economico è slato sem- 
pre avvertilo. Cfr. Arnold, Rechi und Wirthschafl nach geschiehtliche Ansicht, 1863. Come 
però il sislema che fa del diritto una espressione dell' economia fosse esagerato e inesalto 
per comprendere l' evoluzione giuridica aveva scritto H. Dankwardt, Nationaloekonomie 
und lurisprudenz, Rostock 1837-59 e Nationaloekonomiche-civilistische Studien, Leipzig 
Heidelberg 1862-1869. La prefazione di quest' ultimo lavoro è del Roscheu. 11 Gossa, In- 
troduzione allo studio dell'economia polii, pag. 40, Milano 1892, S'' ediz. lo chiama «in- 
gegnoso, ma temerario commentatore di alcuni frammenti del diritto romano » che com- 
mise « gravi errori di storia colle sue arrischiale ed erronee interpretazioni puramente 
e prevalentemente economiche di cerli istituti civili». L'illustre e compianto economista 
però non conosce la seconda categoria di scritti del Dankwardt, la cui lettura gli avrebbe 
fallo modificare il giudizio così severo. Notevoli lavori che discutono le relazioni tra l'eco- 
nomia politica e il diritto sono quelli del Rivet, Des rapports du droit et de la législation 
avec l'economie politique, Paris 1864; A. Jourdan, Des rapports entre le droit et l'economie 
polilique, Paris 1884, e A. Bechaux, Le droit el les fails économiques, Paris 1889. L'esage- 
razione in cui si è caduti studiando tali rapporti è stata in favore dell' economia. Si con- 
frontino le bellissime osservazioni critiche mosse a questo materialismo storico e giuri- 
dico del Vanni nei suoi magistrali scritti: Prime linee di un programma crilico di socio- 
logia, Perugia 1888, cap. V; Il Problema ecc. cil. pag. 41-44; e, specialmente, La funzione 
pratica della filosofia del diritto considerala in sé e in rapporto al socialismo contempo- 
raneo, Bologna 1894; e le altre non mono perentorie del Petrone, La filosofia politica 
contemporanea, Trani 1892 passim, e Contributo all' analisi dei caratteri difTorenziali del 
diritto, inserito nella Rivista ital. per le scienze giuridiche, voi. XXII, fase. II-III, cap. 3". 
Si veda anche Miraglia, I presupposti dell'economia politica, 1887. Una brillante carica 
si trova pure in uno scritto di un mio carissimo cugino, magistrato , Giovanni Baviera, 
Diritto ed economia, nel Circolo giuridico voi. XXXVI, pag. 169-178. La nota più giusta 
nella discussione è slata portata dal Ricca-Salkrno in un suo scritto dal titolo II diritto 
nella evoluzione economica della società, inserito nel voi. II, pag. 165-175 della rivista 
La scienza del diritto privato. Il chinro professore sostiene, e giustamente, che in ogni 
caso deve parlarsi di prevalenza e non di esclusiva efficacia del fattore economico sugli 
altri fattori determinanti la costituzione sociale; e che tal prevalenza non si riscontra sem- 
pre in ogni .tempo uguale, ma è diversa nei varii periodi della storia. Non mi pare però 
debba aderirsi a quanto l' illustre Maestro sostiene scrivendo che « 1' efiìcacia mtMlesima 
che ora spelta al diritto nella costituzione della società, spettava prima alla morale e spet- 
terà poi all' economia » e che « l' elemento giuridico, che ha tolto il predominio all' etico 



nell'odierna giurisprudenza 11 

nomeno economico esercita influenza preponderante nella forma- 
zione e nella direzione del diritto in quanto però lo si consideri, 
sorreggendo e completando il concetto ulpianeo [lib. II Instit. 
fr. 41 D. I, 3] un suo 2^^^esiipposto e non l' oggetto, e che in- 
teso così e nei giusti limiti tale influsso ne spiega stupendamente 
molta parte del suo divenire. Il compianto nostro Guido Padel- 
letti ce ne lasciò un esempio in quel suo Manuale di storia del 
diritto romano^ scritto con la genialità dell' artista e il rigore 
dello scienziato, che fu l'ultima delle opere che la tisi inesora- 
bile gli permise di completare, ed in cui egli lumeggiò in modo 
stupendo, e fin oggi io credo insuperato, l' influenza che 1' eco- 
nomia ebbe sullo sviluppo del diritto pubblico e privato di Roma. 
Applicando questo metodo, istituti e leggi di cui ignoravasi la 
ragion d' essere , ricevettero , messi in armonia cogli elementi 
di civiltà dell'epoca, la loro naturale esplicazione. Principi giu- 
ridici giudicati irrazionali, apparvero come sopravvivenze atro- 
fiche di organi e funzioni sviluppatesi naturalmente in pili re- 
mote circostanze, radicatisi profondamente nella coscienza giu- 
ridica collettiva e poi paralizzati dalla forza di nuovi principi. 
E perchè tali considerazioni generali acquistino maggior valore 
còlla riprova dei fatti, citerò alcuni esempi ricavati dalla storia 
del diritto di Roma, il solo da cui si possono trarre con miglior 
certezza, data la sua evoluzione tredici volte secolare, e la sua 
conoscenza più perfetta in confronto ad altri diritti storici. L'ar- 
caica distinzione di res mancipi e nec mancipi, il periodo sacer- 
dotale del diritto, la schiavitù e la sua trasformazione, il colo- 
mato, sono istituzioni che staccate e studiate a sé nella loro 

nei rapporti sociali, sarà alla sua volta detronizzato da quello economico » (pag. 167). 
Che la costiluzione giuridica può esser costretta ad assumere una direzione diversa sotto 
l'influenza di mutate esigenze economiche è senz'altro da ammettersi: ma «un detroniz- 
zamento » quale prevede il chiaro prof, è assolutamente inconcepibile. Anche quando si 
sarà in un' epoca in cui « alla conservazione delle forze produttive diviene indispensabile 
una trasformazione cosifalla, che valga a ricongiungere in materia p;ìi diretta ed adeguata 
il prodotto al lavoro, il compenso ai sacrifici dell' attività economica » e « il problema 
della distribuzione più equa appare connesso intimamente con quello della produzione più 
elTicace » cosicché « è allora inevitabile, necessaria la competenza dell' economia politica » 
(pag. 173), il predominio nella soluzione di tale problema non può appartenere ad altri 
che ai giuristi, a cui s'Htanto spetta tradurre in sistema giuridico quanto gli economisti 
andranno dettando in proposito. L'economista indichm-à quale il nuovo stato di fallo che 
impone un mutamento nella norma giuridica regolatrice, ma tale norma sarà sempre data 
dal giurista, il presupposto della cui attività in simile caso sarà l' attività dell' economista. 



12 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

struttura non dicono nulla e non possono interpretarsi che fal- 
samente, concependo animali che non sono mai esistiti, come 
il bovigus dell' Huschke, o ricorrendo a delle idee fantastiche e 
artificiose. E s'intende forse meglio oggi il perchè delle due norme 
positive vigenti riguardanti la responsabilità dell'erede ultra vires 
hereditarias e la sua successione nella buona o mala fede del 
defunto ? Si ricorre a formule trascendentali che predicano tras- 
fusione di personalità, rappresentanza od altro che possa spie- 
gare il funzionamento intimo della successione ereditaria e il 
come quelle due norme oggi vi si ricollegano. Formule astratte 
come dogmi di fede cercano di riprodurne il recondito significato, 
facendoci assistere a dei veri misteri eleusini. È la sola storia 
del diritto che di tali due norme positive, sancite in alcuni co- 
dici moderni, può darci la vera spiegazione : è soltanto essa che 
seguendo il metodo accennato può svelarci l'intimo processo della 
successione ereditaria. 

Spetta a un romanista italiano il merito d' aver cristalliz- 
zato in una netta concezione tutta l'evoluzione storica di tale 
istituto da altri vagamente e fugacemente avvertita : il Bon- 
fante ^ Partendo dallo studio della prisca famiglia romana, 
e della funzione eminentemente politica che essa esercitava nel- 
l'antica civitas , osservando il modo con cui avveniva la suc- 
cessione del paterfamilias in questo organismo primitivo, e ap- 
poggiandosi su scarsi, ma certi indizii delle fonti , venne alla 
conclusione che il testamento e l'hereditas servivano nei primi 
tempi a trasmettere, non già come oggi, il patrimonio in occa- 
sione di morte, ma piuttosto la sovranità familiare, se cosi vuol 
chiamarsi. Era la manus e la potestas su tutti i membri della 
familia di cui il defunto investiva l'istituito heres. Il patrimonio 
poteva esserci e non esserci, e se nel primo caso si avea una succes- 
sione patrimoniale ciò avveniva in via subordinata e conseguenziale 

' In due suoi scritti : L' origine dell' iiereditas e dei legala nel diritto successorio 
romano. A proposito della regola « nemo prò parie lestalus prò parte inlestatus decedere 
potest » ; L' eredità e il suo rapporto coi legati, inseriti nel Ballettino dell' Istituto di 
diritto romano, voi. IV, pag. 97-144 e voi. VI, pag. 151-201. Il Costa- in due lavori, La 
famiglia da Adriano ai Severi, Bologna 1892, e Sopra le natura giuridica della sostitu- 
zione pupillare {Bullettino deU'Istit. di dir. rom. voi. VI, pag. 245-332) ha poi dimostrato 
come la trasformazione della familia e dell' hereditas abbia avuto luogo nel periodo tra 
Adriano e i Severi. 



nell'odierna giurisprudenza 13 

alla successione nella manus e nella potestas. Le fonti stanno là 
coll'inconcussa autorità del fatto a confermare questa costruzione. 
Presso i Romani infatti si poteva avere un hereditas sine ullo cor- 
pore, senza cioè un briciolo di patrimonio, mentre d'altra parte il 
patrimonio poteva benissimo esistere ed essere erogato in legati a 
persone anche estranee alla familia. E ci vollero ben centocinquanta 
anni e tre leggi — la Furia, la Voconia e la Falcidia — per 
giungere al risultato che al povero erede toccasse qualcosa del 
patrimonio e non soltanto i pesi dell'eredità. Poiché solo oneri 
trasmetteva all' inizio 1' hereditas romana : da un canto i sacra 
domestica, dall'altro i debiti del defunto, che si dovevano pagar 
tutti e ultra vires hereditarias , dall' istituito erede a mezzo di 
un testamento, che consisteva appunto in questa scelta — caput 
et fmidamentam totius testamenti. Coi sacra e gli onera pas- 
sava pure la bona o mala fides del defunto, cosa che come ognun 
vede , è assolutamente incompatibile con un puro trapasso pa- 
trimoniale , come non lo sono le altre particolarità accennate. 
Ma a poco a poco la forza operosa che tutto affatica rompe il 
vincolo agnatizio, trasforma la prisca familia romana e con essa 
il primitivo concetto dell 'hereditas e del testamento. L'elemento 
accessorio ed eventuale del trapasso del patrimonio all' istituito 
heres, sol perchè tale, diventa la funzione precipua: e con tal 
mutamento si modificano tutte quelle disposizioni che avrebbero 
impedito la nuova funzione. E si modificano lentamente , neu- 
tralizzandone a poco a poco l' efficacia con eccezioni e rimedii 
caratteristici. Le tre leggi accennate impongono al defunto di 
lasciar qualche cosa del suo patrimonio all'erede, in modo quasi 
direi negativo, riducendo i legati disposti. La responsabilità ultra 
vires sussiste , ma vien però paralizzata col beneficium absti- 
nendi per l'erede suus et necessarius, col beneficium separationis 
per lo schiavo heres necessarius, col ius deliberandi, e finalmente 
col beneficium inventarli di Giustiniano, che le dà il colpo di 
grazia. Ciò non ostante, quantunque l' hereditas abbia assunto 
una funzione nettamente patrimoniale, il principio della respon- 
sabilità ultra vires e l'altro della successione nella buona o mala 
fede del defunto — compatibili si noti, con l'antica funzione — 
persistono come vestigia del passato. Persistono, e attraverso il 
diritto canonico, che li spiritualizza con nuove idee, giungono 



14 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

al nostro; e i moderni codici li conservano e l'imbalsamano 
nei loro articoli, mentre una falange di scrittori si incarica di 
resuscitarli alla vita della scienza, spirandovi dentro le costru- 
zioni dogmatiche e metafìsiche della rappresentanza del defunto, 
della successione nella sua posizione giuridica — nell'universum 
ius — d'altri principi non meno artificiosi, con cui si crede 
spiegare il perchè l'erede è obbligato a pagare i debiti tutti del 
suo autore , anche quando il patrimonio lasciato è insufficiente 
a coprirli, e il perchè debba godere o esser nociuto dalla mala o 
buona fede di quello. E la cosa più strana è che mentre i codici 
si trascinano dietro tale caput mprtuum di un passato irrevo- 
cabile, se ne annulla poi praticamente l'efficacia col beneficium 
inventarli e colla renunzia dell'eredità. Ho detto i codici, ma 
alludevo a quelli fatti a base del napoleonico, come il nostro, 
poiché alcuni, frutto di tempi piìi recenti e opera di legislatori 
più colti e più imbevuti dei principi della storia han tagliato 
del tutto fuori in modo più o meno decisivo tale illimitata 
responsabilità dell' erede ultra vires. E cito il codice Sassone 
(§ 2328-2329), il Prussiano (§ 414), il Messicano (art. 3503 
§ 3568), le leggi inglesi e americane, e, per certi riguardi, 
il recente codice germanico. 

Dopo questo esempio luminoso che ho addotto a provare 
quali risultati può dare la storia del diritto trattata col metodo 
esposto è evidente che essa, concepita in tal modo, merita sen- 
z'altro il titolo di scienza , nonostante le affermazioni in con- 
trario che da qualcuno, anche recentemente, si sian fatte ^ 

Se per scienza deve intendersi la nozione esatta di una ca- 
tegoria di fenomeni nella loro concreta esplicazione ; il loro pas- 
sato, il loro presente, le forme intermedie che essi hanno assunto 



' Sulla capacità delle discipline storiche in genere a diventar scienza, tra quelli che 
si pronunziano in senso contrario si veda in special modo : A. Schopenhauer, Die Welt als 
Wille und Vorstellung, Bd. I § 53 e Bd. II, Ergànz zu Dritter Buch, Kap. XXXVIII; 
G. RUEMELiN, Ueber Gesetze der Geschichte nei Reden und Aufsàlze, N. F. Tubingen 1881 
pag. 118-148. Tra i favorevoli cito per tutti Summer Maine, Études sur l'histoire du droit 
pag. 675 e segg. Osservazioni utili si riscontrano nel libro di N. Marselli, La scienza 
della storia, Torino 1885 2'' ed. pag. 341-349 e nella Prolusione del prof. G. M. Colomba 
al suo corso di Storia antica, letta nella R. Università di Palermo (1892) dal titolo Sto- 
ria e metodo storico, pag. 4 e seg. 



nell'odierna giurisprudenza 15 

in modo che si possa stabilire il nesso di causa e di effetto tra 
ciò che è e ciò che fu, e la relazione costante tra l'ambiente e 
il fenomeno che si produce , da potersi fissare cioè delle leggi 
universalmente valide e costanti — obbietto della scienza — io 
non vedo come alla disciplina che studia il fenomeno giuridico 
nel modo fin qui indicato possa negarsi tale qualità. A me sembra 
che coloro i quali gliela contestano non abbian posto il problema 
nei suoi veri termini, ed abbiano troppo leggermente dimenticato 
che il concetto di scienza non è assoluto, ma relativo. Perchè 
una disciplina che ha per obbiettivo lo studio dei fenomeni so- 
ciali possa dirsi scientifica, io credo debba unicamente soddisfare 
ad una condizione necessaria ; che cioè tali fenomeni o fatti so- 
ciali siano suscettibili di uno studio e di una classificazione la 
quale obbedisca perfettamente a principi supremi e a leggi evo- 
lutive determinate e universali per la loro efiicacia. Perchè, se 
altro si richiede, scienza a tutto rigore non può chiamarsi che la 
sola matematica, colle sue discipline derivate e, forse forse è da 
temersi che la filosofia generale e le particolari ne resterebbero 
escluse. Solo quella infatti può dare un sistema di verità e di 
principi generali , indipendenti e dal tempo e dallo spazio. Il 
concetto di scienza, ripeto, è e deve essere sempre relativo. Una 
formula dell' algebra analitica che cristallizza nel suo seno una 
legge astronomica o di termodinamica rimarrà eterna e non su- 
scettibile di variazione ad esprimere quei dati rapporti: la teoria 
dell'evoluzione che segna la suprema conquista della filosofia mo- 
derna può invece domani integrarsi e trasformarsi. 

Il problema quindi che si esamina deve esser posto entro 
quei limiti in cui io l'ho costretto, fuori dei quali non può aver 
soluzione. E ne vien logica la seguente domanda : è suscettibile 
il diritto nelle sue molteplici esplicazioni di una trattazione 
storica che si uniformi a principi supremi ed universali, che esso 
è cioè un fenomeno storico, un fatto relativo ed evolutivo, che 
ha una funzione relativa di tutela sociale, e che può essere formu- 
lato in una proposizione generale questo suo processo organico di 
formazione e di sviluppo ? 

Dalla risposta a simile domanda dipende la risposta all'al- 
tra sul carattere di scienza o meno della storia del diritto. E 
siccome nessuno al giorno d'oggi può esservi che neghi una ve- 



16 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

rità di così assiomatica evidenza e che contesti si possano sco- 
prire e fissare con quel metodo delle leggi generali e di uni- 
versale efficacia che governano il nascere e il divenire del fe- 
nomeno giuridico, così la soluzione del problema non può esser 
dubbia. Tale carattere scientifico la storia del diritto lo ha as- 
sunto ai giorni nostri. Scienza infatti non era prima di Hugo 
e Savigny per l'idea metafisica che si ebbe del diritto: scienza 
non fu, a tutto rigore, secondo la concezione della scuola sto- 
rica, poiché a questa mancò la nozione esatta dell'origine e del 
fondamento del diritto e della sua intima interdipendenza coi 
varii prodotti sociali. Ma oggi che col sussidio della giurispru- 
denza comparata, divenuta dopo i lavori immortali del Summer 
Maine strumento indispensabile e poderóso di ricerca, di un isti- 
tuto giuridico si può disegnare con precisione sufficiente il pro- 
cesso organico di sviluppo , e si può fissare coli' esperienza che 
discende sicura da una distesa immensa di fatti e di osservazioni 
la legge evolutiva, collegandolo con tutte quante le molteplici 
forme del diritto coesistenti in una data epoca, ed assurgendo 
così ad una vasta concezione organica e perfettamente sistema- 
tica, oggi, ripeto, il negare a tale disciplina storica il carattere 
di scienza è a mio parere o una ingenuità o una audacia. 

Premesso tutto quanto son venuto qui dicendo , quale è la 
funzione della storia del diritto nell'odierna giurisprudenza ? 

Ho limitato così il campo della ricerca, poiché non si può 
colpir quella in tutta la sua interezza in poche parole, e d'altra 
parte ne sarebbe alterato lo scopo di questo mio breve scritto. 

E prima di tutto occorre stabilire il significato in cui ado- 
pero le parole « funzione » e « giurisprudenza », per eliminare i 
possibili equivoci, e rendere più trasparente la visione dei miei 
concetti. Poiché per giurisprudenza suolsi comunemente indicare, 
presso di noi, il complesso delle decisioni dei tribunali. Io invece 
assumo la parola giurisprudenza nel significato romano : e roma- 
namente « iurisprudentia est insti atque iniusti scientia », e com- 
prende e la nostra giurisprudenza e la scienza del diritto. 

L'idea prima del concetto di funzione è tratta dalle scienze 
biologiche. Essa sta a indicare il genere d'attività d'un organo, 
cioè il suo effetto principale ed essenziale , in altri termini lo 



nell' odierna giurisprudenza 17 

scopo della sua esistenza. Un egual significato conserva traspor- 
tata nel campo giuridico. Si dice infatti che ogni istituto di di- 
ritto ha una funzione determinata, per indicare il suo genere 
d'attività speciale e più chiaramente gli effetti che tende a rag- 
giungere come conseguenza necessaria ed immediata dell' esser 
suo. In senso perfettamente identico assumo la parola funzione 
riguardo alla storia del diritto. Si tratta quindi determinare, 
considerandolo quasi un organo, lo scopo e gli effetti che in con- 
formità a questo scopo deve o dovrebbe essa produrre nella mo- 
derna giurisprudenza. 

E senz'altro affermo fin d'ora che ad essa oggigiorno è as- 
segnata una funzione ieratica di guida e di controllo. 

Io so bene che questa affermazione urta contro l'idea di al- 
cuni scrittori, i quali negano una funzione pratica alle scienze 
storiche e perfino alla filosofia ^ Ma che tale concetto non ri- 
sponda al vero non è chi non vegga, specie trattandosi nel caso 
nostro della storia del diritto, di una scienza cioè che studia il 
formarsi e l'evolvere di quel fenomeno sociale che è relativo ap- 
punto alle norme di condotta. Che anzi io non esito ad affer- 
mare come nel campo della giurisprudenza la funzione che la 
storia del diritto può avere è unicamente pratica. L'arte per l'arte 
è un concetto, che, ancora quando avesse un contenuto per sé 

' Si veda la confutazione perentoria e netta di questa idea riguardo alla filosofìa 
del diritto fatta dal Vanni nel Problema cit. § XIII e nella prolusione al suo corso letta 
nella gloriosa università bolognese, La funzione pratica della filosofia del diritto ecc. cit. 
11 CoLUMBA è uno di quelli che nega recisamente una pratica utilità allo studio delle 
scienze storiche (pag. 19 della cit. prolusione). Per lui « lo scienziato cerca la verità per se 

stessa, non pei vantaggi che ne possono derivare fine della scienza deve essere la 

scienza. Può essere che lo scienziato trovi una verità dalla quale si tragga un' applicazione 

utile ma egU non l'ha cercata per questo». Certamente la forma ha tradito l'idea del 

chiaro professore. La maggiore o minore immediatezza dell' utilità pratica di una scienza 
non deve far negare a quest' ultima ogni sua funzione pratica. E se nelle discipline sto- 
riche il nesso di causa e di effetto (l'effetto sarebbe in questo caso 1' utilità pratica) non 
è facilmente e nettamente visibile a colpo d'occhio, né si manifesta immediato, ciò non 
implica che esso non esista. E d' altra parie la maggiore o minore influenza che le ri- 
cerche dirette di uno scienziato possono avere nella pratica non debbono far dimenti- 
care che ciò è effetto della gran legge economica della divisione del lavoro, la quale, se 
non permette che tulli in egual misura concorrano ad avere una funzione pratica, non 
esclude però che ognuno abbia un' influenza certa ed immediata nel formare, mi si passi 
r imagine troppo realistica, il bilancio preventivo della vita individuale e sociale, e che 
ognuno colla sua scienza concorra al raggiuugimento del fine supremo del miglior adat- 
tamento all' ambiente. La frase di Cicerone « historia est magistra vitae » ha un valore 
profondo e, in ultima analisi, veramente materiale. 

3 



18 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

stesso solido e concreto, non può menomamente trasportarsi in 
questo campo. Il puro studio del fenomeno giuridico che s' ar- 
resta a ricostruirne le singole forme da esso assunte mano a 
mano naturandosi in principi ed istituti positivi, non può essere 
lo scopo ultimo della ricerca storica, né può costituire il non 
plus ultra delle leggendarie colonne d'Ercole. 

E, d' altra parte, tale idea, per poco che si accogliesse, im- 
plicherebbe la distruzione dell' intero metodo inaugurato dalla 
scuola Savignyana, che oggigiorno costituisce un assioma, sul 
quale tutte quante le scienze giuridiche e sociali hanno super- 
bamente elevato i loro edifizì. Se questa scuola per bocca del 
suo fondatore stabilì che il diritto esistente è la forma ultima 
assunta dal diritto preesistente, e che quindi riesce impossibile 
intender questo al di fuori di tale intimo rapporto di connes- 
sione, e se è pur vero ed incontrastabile che di ogni fenomeno 
sociale che evolve nel tempo solo la storia può darci l'esperienza 
della sua realtà, appare chiarissimo che una disciplina la quale 
studia secondo i criteri di già indicati quel prodotto sociale che 
racchiude in sé le più alte funzioni di tutela e di garanzia, e 
rende per ciò stesso possibile 1' esistenza organica della compa- 
gine sociale, non può non avere che una funzione essenzialmente 
pratica. Ricercare se e come un istituto di diritto fu, significa 
indagare se e come quel dato complesso di norme di condotta si 
esplicò e raggiunse il suo scopo, se tale scopo fu sempre rag- 
giunto mediante l'identico istituto, o se al contrario esso do- 
vette modificarsi, perfezionarsi o del tutto sparire, non potendo 
per la sua speciale struttura adattarsi alle nuove funzioni re- 
clamate dalle nuove circostanze sociali. 

Io non son punto proclive a vedere o a ideare per ogni 
dove finalità prossime o remote : ma sarei un positivista cieco 
e uno studioso del diritto al rovescio se qui ripudiassi il pro- 
blema del dover essere. Il diritto è e diviene: e diviene per- 
chè diviene anche la società che lo produce e mutano con essa 
quantitativamente e qualitativamente le esigenze dei bisogni pra- 
tici della vita. E tali esigenze non possono in alcun modo venir 
soddisfatte senza l' ausilio della storia del diritto , soltanto la 
quale può scientificamente dirci se e come le norme di condotta 
esistenti regolano la vita attuale, quali dei nuovi bisogni della 



nell' odierna giurisprudenza 19 

società ne rimangono esclusi, quali è utile soddisfare e quali i 
mezzi air uopo piii idonei. 

Ecco la meta suprema del diritto : ecco la funzione emi- 
nentemente sociale del suo massimo cultore , il giureconsulto : 
ecco il compito accennato di guida e di controllo della storia 
del diritto. 

Che tali concetti avesse in proposito la scuola Savignyana 
non è lecito affermare ; ciò anzi sarebbe non corrispondente al 
vero. Infatti, quantunque essa abbia nettamente chiarita la distin- 
zione tra il (pu(Tt; e il vó[j.o;, tra il diritto e la legge che lo formula, 
in quanto l' una può a volte non rispecchiare fedelmente nei suoi 
precetti positivi le norme che l'altro, quale emanazione della vita 
sociale, esige; quantunque ripeto la scuola storica abbia rilevato 
la possibilità di tale discordia tra il diritto sancito dal legislatore 
e quello voluto dalla necessità della vita pratica - concezione 
questa che a qualcuno sembrò un residuo delle precedenti teorie 
metafìsiche - pure essa escluse recisamente che la formazione del 
diritto potesse essere direttamente influenzata da un intervento 
estraneo, sia esso lo Stato o il giureconsulto. Ciò discende dal- 
l' idea trascendentale che il Savigny si era formato della sorgente 
del diritto e della perfetta rispondenza tra questo e la sua causa. 
Il Volksgeist savignyano infatti, cioè la coscienza nazionale del 
popolo, quale officina oscura in cui si elabora e da cui erompe 
il diritto, che i giureconsulti aiutano a intuire e a formulare e 
lo Stato sancisce in precetti legislativi, esclude logicamente qua- 
lunque concorso estraneo nella formazione di quello, e la possibi- 
lità di una incongruenza tra la causa e l' effetto. Come tale 
idea però, fosse inesatta ed erronea non occorre fermarsi molto 
a dimostrare. L' osservazione dei fatti e una lunga esperienza 
hanno provato che qualunque prodotto sociale non è sempre in 
rapporto costante coi fattori che lo generarono e che tale di- 
scordia tra la ,causa e 1' effetto si riscontra esattamente e net- 
tamente nel fenomeno giuridico. Anche qui tale prodotto co- 
sciente del Volksgeist savignyano reagisce su questo e, differen- 
ziandosene, continua indipendente ed autonomo la sua vita. Ne 
siano prova quelle due norme positive odierne della responsabi- 
lità ultra vires hereditarias pei debiti del defunto e della succes- 



20 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

sic nella sua buona o mala fìdes che, necessarie e indispensabili 
alla funzione primitiva dell' eredità romana, hanno perduto oggi 
la loro ragione d' essere, vivendo solo per forza d' inerzia. An- 
che il diritto è soggetto alla rielaborazione della società mede- 
sima che lo ha coscientemente prodotto, e che su se stessa poi 
ripiegandosi con sopravvenuto lavoro riflesso, può giungere a 
mezzo dello Stato e dei giureconsulti e nei modi più svariati, 
fino a mutarne radicalmente l' indirizzo, imprimendogli una di- 
rezione dirò così artificiale, piìi o meno consona ai bisogni della 
vita che divengono da oggetto immediato del diritto un vero pre- 
supposto di puro fatto. Il cosidetto « cler Herren eigenen Geist » 
che il Goethe contrapponeva al Volks geist savignyano, può oggi de- 
cisamente sostituirlo per ciò che riguarda il nostro argomento. Poi- 
ché nella classe sociale dei sacerdotes del diritto, per adoperare 
la frase ulpianea - dei giuristi cioè - formatasi nel seno stesso 
del popolo per ineluttabile necessità di cose, deve oggigiorno ri- 
cercarsi la massima parte della vaporosa coscienza giuridica del 
Savigny. E avvenuto infatti, per così dire con linguaggio mi- 
litare, uno spostamento di concentrazione, né più né meno come 
in biologia avviene per le funzioni organiche, che difi'use agli al- 
bori della vita in tutta la materia vivente, vanno mano mano 
localeggiandosi in prevalenza in organi determinati e speciali. 
Tale fenomeno, la cui interpretazione storica é però ben diversa, 
può nettamente avvertirsi in Roma dove i x^ontifices prima, i iuris 
auctores poi, erano i depositarli unici del diritto, e dove a far sor- 
gere la pretura con ufficio puramente giudiziario a sé, dovette 
forse contribuirvi parecchio tale concentrazione, o differenziazione 
che dir si voglia. 

Quale debba esser quindi la funzione della storia del di- 
ritto neir odierna giurisprudenza é facile fissare dopo quanto son 
venuto fin qui dicendo, e V avea mirabilmente intuito 1' autore 
nella massima coeca sine historia iiirispradentia. Essa serve 
di guida e di controllo al giureconsulto nell' esplicazione della 
sua attività. 

Sia che egli interpreti puramente la legge, sia che cogli 
aiuti poderosi della ricostruzione teorica soccorra la pratica 
incerta e vacillante e riconduca regole e principi sulla diritta 
via donde si erano dipartiti, sia che ispirandosi ai nuovi biso- 



nell' odierna giurisprudenza 21 

gni della società incarni in nuove regole le norme di condotta 
ad essi relative , dovrà ricorrere per non esser cieco all' occhio 
della storia. Se il fisico ha a sua disposizione V esperienza con 
cui riproduce artificialmente il fenomeno oggetto del suo studio, 
il giureconsulto nulla possiede tranne la storia, in cui il diritto 
si afferma nella sua realtà e può esser colpito. Se il chimico 
detta le leggi dei fenomeni capitalizzando il patrimonio delle 
esperienze acquistate, il giureconsulto non ha dove attingere le 
sue esperienze produttive e feconde se non nella storia del di- 
ritto, la vera ed unica coscienza della società, la cui funzione è 
a mio parere identica a quella esercitata dalla coscienza nel- 
r uomo. 

È la storia, e ad essa soltanto infatti che può guidare nel 
difìScile processo logico precedente l' applicazione della norma 
giuridica al rapporto concreto che attende d' esserne regolato. 
Essa r unica bussola che indichi sicura la via per scendere fino 
al caso particolare dalla regola astratta che cristallizza e for- 
mula nella semplicità logica di una massima , un universale , 
in cui r individualità dei piccoli casi si presenta obliterata ed 
erosa ^: essa che può indicare esattamente tutti i gradi del 
processo contrario di astrazione seguito dal legislatore nel det- 
tarla e fin dove la sua elasticità interpretativa permette di ri- 
durre sotto la sua sfera d' applicazione i rapporti concreti della 
vita. È la storia del diritto ed essa soltanto che può additare 
se e fin dove esiste discordia tra la legge dei codici e la vita 
sociale che mal si piega ad esser regolata da norme già impo- 
tenti a padroneggiare la cresciuta complessità delle manifesta- 
zioni ; discordia che comincia prima colla forma rudimentale di 
un malessere vago e difi'uso e assume poi mano a mano una ca- 
ratteristica speciale, divenendo in un dato momento crisi. E il 
giureconsulto, che deve curare il malessere e prevenire la crisi 
non ha altro rifugio che nella storia, specie del diritto romano, 
la vera, V unica clinica che può porgergli un capitale ricchis- 
simo di esperienze accumulate attraverso tredici secoli e può me- 
ravigliosamente sviluppargli quella potenza di previsione che 
deve essere la dote essenziale e precipua del legislatore, il re- 

' Si veda la intuitiva dimostrazione del modo con cui si forma la regola di diritto 
positivo in Petrone, Contributo ecc. cit. cap. II. 



22 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

quisito indispensabile della norma positiva ed astratta di con- 
dotta. È in esso che egli potrà seguire passo a passo, come i suoi 
colleghi dell'epoca, i iurìs auctores, interpretavano stupenda- 
mente i bisogni vari e molteplici e sempre modificantisi della 
vita, come ne sapevano cogliere il tratto caratteristico e ritro- 
vare con occhio sicuro la lacuna e le iniqaitates del diritto esi- 
stente, e colmarla e correggerle con arte finissima , sia esten- 
dendo la portata di un vecchio principio giuridico, sia specifi- 
cando, per COSI dire, un istituto, la cui funzione mal si adattava 
alle nuove condizioni di vita, sia creandone coi materiali del 
passato dei puovi più conformi alle mutate esigenze sociali. 

Che questi modelli insuperabili possano oggi imitarsi in 
tale loro opera feconda e benefica per me non deve esser dub- 
bio, nonostante numerose ed autorevoli opinioni contrarie in pro- 
posito, che restringono più o meno i limiti. di tale imitazione, 
trattandosi di interpretare regole positive, adducendo ragioni il 
cui valore, se ben si osserva, contiene molto di formale. L'odierno 
giureconsulto , si dice , dato l' attuale sistema di leggi scritte 
non possiede quella facoltà legislativa dei iuris auctores ro- 
mani, e quindi di fronte alla norma positiva non ci sono ini- 
quitates che valgono a impedirne l'efiìcacia: dura lexj sed lex. 
Tale motivazione enunciata in forma così assoluta non è del tutto 
esatta, né corrispondente al vero, sia pel modo troppo moderno 
con cui è concepita la facoltà legislativa del giureconsulto ro- 
mano, sia perchè si immagina poco esattamente 1' attuale posi- 
zione del giudice di fronte alla legge ^ La questione sarà am- 
piamente trattata altrove ^: qui dirò solo a titolo d'esempio co- 
me una sentenza che, a norma dell'art. 3 alinea P del nostro 
Codice civile, abbia deciso un rapporto concreto riferendosi ai 
principi generali del diritto, poiché nessuna norma vi era né 
tassativa né desumibile per analogia che vi potesse applicare, 
ha r identico valore di una decisione di un iuris auctor romano 
che decideva, guidato dalla ratio legis e dall' equità — del con- 
cetto del diritto cioè, inteso nell' essenza sua e nel suo scopo fi- 



' Di molla importanza al riguardo è Io scrino del Buelow, Geselz und Richteraml, 
Leipzig 1885. 

* In un lavoro di prossima pubblicazione sulla «Sentenza, i suoi presupposti e il 
suo valore giuridico e costituzionale > . 



nell' odierna giurisprudenza 23 

naie — un rapporto concreto. Né, d' altro canto, bisogna dimenti- 
care la realtà delle cose: nelle odierne codificazioni in massima 
parte, per non dire in tutta, è formale l' intervento dei grandi 
corpi legislativi dello Stato. Le leggi, i codici sono elaborate da 
persone tecniche, dai giureconsulti che nel formulare i loro pro- 
getti, neir avvertire e nell' interpretare le nuove manifestazioni 
della vita sociale, nel ricercare nuove e più idonee norme di con- 
dotta da impervi , che meglio ne assicurino la necessaria esi- 
stenza, possono benissimo seguire — guidati dall' occhio fido e 
sicuro della Storia — il modello romano. 

La stessa realtà delle cose poi s' incarica di smentire 1' as- 
soluto dogmatismo di quell' afiermazione fin qui combattuta. La 
giurisprudenza dei tribunali sotto l' influenza diretta del giurista, 
viva vox dei nuovi ideali giuridici dell' epoca nostra, ha dato 
esempi bellissimi, degni della grande figura di Papiniano e di 
Paolo, modificando e specificando i principi sanciti nei codici e 
innestandovene arditamente dei nuovi. Purtroppo questi esempi 
luminosi non sono forniti dalla giurisprudenza italiana, nella cui 
memoria pare si sia isterilito il ricordo glorioso e fecondo di an 
passato, rimasto capitale improduttivo. 

È la giurisprudenza belga, francese e tedesca a cui spetta 
r onore d' aver iniziato nella pratica , seguendo gli eccitamenti 
della teoria, l' applicazione del principio che la responsabilità 
civile può aversi senza colpa. I giureconsulti di queste na- 
zioni non hanno detto, equi ed intelligenti: dura lex, sed lex ; 
ma ispirandosi alla storia e alla finalità suprema del diritto 
del neminem laedere e del suum cuique tribuere, non rifugian- 
dosi all'ombra di un articolo o di un principio positivo, ricor- 
rendo ora a degli espedienti procedurali, ora costruendo teo- 
rie in gran parte erronee, da cui cavarne conseguenze feconde, a 
furia di finzioni giuridiche, sono pervenuti ad estendere meravi- 
gliosamente r elasticità interpetrativa del vecchio principio e a 
proclamare alto nelle loro sentenze che la colpa perchè ci sia 
responsabilità civile non è assolutamente necessaria ^ . E mentre 

• Su questo movimento giurisprudenziale si veda il bel libro dello Iossera.nd Louis, 
De la responsabilité du fait des choses inanimées, Paris 1897 e la mia recensione inserita 
neir Archivio Giuridico « Filippo Serafini » N. S. voi. I, pag. 364-7. Si confr. pure pel mo- 
vimento scientifico della nuova idea il lavoro del Salbilles R. Les accidents du travail 



24 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE 

qui in Italia i nostri tribunali davanti a casi bellissimi, e direi 
quasi tipici hanno o bravamente saltato a pie' pari la questione * 
indietreggiato spauriti di fronte al nuovo principio rivoluzio- 
nario e solo qualche coraggiosa manifestazione sporadica del 
principio sorge qua e là ^ , la Francia obbligando lo Stato 
a risarcire i danni a chi è stato vittima di un errore giudi- 
ziario, ha con la legge dell' 8 Giugno 1895 sancito legislati- 
vamente e nettamente il principio, fecondo rigeneratore delle in- 
dustrie e del commercio. 

Che di questi trionfi magna pars spetti alla Storia del diritto 
non è il caso di tacere, dato il tema di questo scritto. Quando 
il malessere vago e diffuso prodotto nella vita sociale da una 
norma che richiedeva in ogni caso la colpa perchè si avesse re- 
sponsabilità cominciò a incepparne le manifestazioni e a mostrare 
così la sua insufficienza, il giureconsulto si rivolse alla storia 
in cui soltanto potea vedere come tale norma si era trasmessa 
fino ai nostri giorni e quale il suo substratum. E 1' esperienza 
sagace non tardò a mostrargli quel fenomeno già più su accen- 
nato, a proposito di quelle due regole sul trapasso ereditario. 

In origine la riparazione dei danni aveva il carattere di pena; 
e pena privata che si prestava dall' offensore all' offeso e solo 
per sua richiesta, senza badare se vi fosse colpa : la distinzione 
tra responsabilità civile e penale mancava del tutto. In un pe- 



el la responsabilité civile. Essai d'une théorie obiective de la responsabilité délictuelle, 
Paris i897 e l' altro poderoso del Venezian, Danno e risarcimento di danni fuori dei con- 
tratti (fuori commercio). La letteratura tedesca sull' argomento è ricchissima. Mi limito a 
citare il lavoro dello Steinbach, Die Grùndsàtze des heutigen Rechtes ùber den Ersatz 
von Vermògensscbaden, Wien 1888; Mataja, Das Recht des Schadenersatzes von Hand- 
punkte der Nalionaloekonomie, Leipzig, 1888, Unger, Handeln auf eigonen Gefahr, 1883, 
e Handeln auf fremden Gefahr, 1894. Ampia e profonda trattazione su queste nuove teorie 
si trova nella magistrale opera del Chironi, La colpa nel diritto civile odierno. Colpa 
extracontrattuale, ed. 2*. 

' Si vedano le due sentenze delle Cassazioni di Roma e Torino in cui si condanna 
dalla prima e si assolve dalla seconda 1' ospizio che, affidando a nutrici sane dei bambini 
sifilitici, le avevano esposte all'infezione (dee. 24 Maggio 1897, Foro ital. 1897, I, 1187. 
confer. Corte Appello di Genova 21 Nov. 1896: dee. 7 Ottobre 1897. Foro ital. 1897, I, 
1211 e l'annotazione del Gabba alla prima nella Giurisprud. ital. 1997, 2, 61, e la critica 
ad entrambe del Venezian nell'Arc/i. Giuridico N. S. I, pag. 134-141. 

* Fin dal 1885 un chiaro magistrato sosteneva il principio della responsabilità senza 
colpa. V. Cosenza, Foro italiano voi. 15, pag. 785, e L'amministrazione della giustizia nel 
distretto di Palermo. Discorsi inaugurali dell'anno giuridico 1899 presso la corte d'appello 
di Palermo, p. 46. 



nell' odierna giurisprudenza 25 

riodo posteriore l' elemento subbiettivo della colpa fu rilevato, 
ma il carattere ]^enale del risarcimento dei danni rimase , ed è 
per questo che nell' hereditas romana primitiva non passa al- 
l' erede poiché in ][)oenam heres non sitccedit, mentre nel di- 
ritto germanico si trasmette , come il Salvioli ha luminosa- 
mente provato ^ Il diritto canonico fa passare agli eredi l'ob- 
bligo del risarcimento dei danni, aggravandoli anche delle pene 
dei defunti per salvar la loro anima : ma il risarcimento non 
vien però considerato quale pena. 

Distinzione la cui importanza restò infeconda nella legisla- 
zione statutaria, dove gli eredi sono tenuti a risarcire i danni 
commessi dal morto e pagare le pene pecuniarie a cui era stato 
condannato. E solo al nostro codice penale si deve la separazione 
netta e distinta di quelle due idee, che nell'art. 84 dichiara intras- 
missibile la multa e trasmissibile invece l'obbligo d' indennizzo. 
Quindi il concetto odierno di colpa è la sopravivenza di quel princi- 
pio originario che identificava pena ed indennizzo. Per un processo 
di obliterazione, o per meglio dire di erosione storica, processo 
assai ben noto a chi ha familiari le leggi evolutive del diritto, 
scomparve il carattere penale dell'indennizzo, ma ne sopravvisse 
il presupposto della pena, la colpa. I codici hanno accolto questo 
principio rachitico, e hanno sancito del pari, inconscientemente, 
il principio che logicamente l'annulla. Hanno infatti stabilito che 
l'obbligo del risarcimento dei danni cagionati per colpa del defunto 
sia pagato dagli eredi, che di colpa non ne hanno veruna ^ ! 

Ed a questo esempio io mi fermo, parendomi sufficiente- 
mente dimostrato il mio assunto sulla funzione pratica di guida 
e di controllo della storia del diritto nell' odierna giurisprudenza. 
È soltanto da lei che oggi il nostro diritto positivo, il quale in 
certi punti inchioda in un' immobilità veramente chinese la vita 
giuridica del popolo italiano, può venir vivificato. 

' La responsabilità dell'erede e della famiglia pei debiti del defimlo nella Rivista 
italiana per le scienze giuridiche, voi. II, pag. 5-47 (1886). 

* Si veda la bella prolusione di N. Coviello al suo corso di diritto civile nell'Ate- 
neo catanese, Responsabilità senza colpa nella Rivista italiana per le se. giur. voi. XXIII, 
pag. 188 e segg., e per tutto questo svolgimento storico il cap. II e III. Il suo concetto 
però, dualistico di responsabilità senza colpa accanto a quella per colpa, in quanto si lede 
il diritto altrui nell'esercizio del proprio, è slato criticato dal Venezian, Arch. Giuridico. 
N. S. voi. I, pag. 138, n. i, e non senza fondamento. 

4 



26 LA STORIA DEL DIRITTO E LA SUA FUNZIONE ECC. 

Si tengano pur presenti nell'applicazione pratica della legge 
positiva i canoni della grande scuola storica e il metodo dei 
giureconsulti romani, che felicemente un dotto pandettista, lustro 
e decoro dell' ateneo napoletano, il Padda, riscontra nell' aequi- 
tas vivificatrice del rigido ius civile Quiritium ^ E non si al- 
lontanino gli occhi specie dalla storia di questo diritto, che non 
è, come erroneamente suole credersi, archeologia e successione di 
forme e di tipi, ma diritto materiale ed anche diritto positivo 
che pulsa, si agita, freme di vita in molti articoli dei nostri co- 
dici, e fu ed è un coefficiente della gloria d' Italia. 

Alla storia del diritto dunque sempre e in ogni caso : fuori 
di essa non esiste esperienza, manca la bussola , regna 1' oscu- 
rità e r arbitrio si asside sovrano. In essa invece, come in un 
grande ed immenso tessuto connettivo, il presente si afferma fi- 
glio del passato, la teoria e la pratica cessano dall' aspra lotta 
da secoli lamentata, e in un connubio fecondo aprono alle cre- 
scenti manifestazioni della vita sociale nuove vie e nuovi sboc- 
chi. Purtroppo oggi tale vita sociale attraversa uno stato acu- 
tissimo di crisi a cui molti e da molte parti si sforzano nobil- 
mente di dar riparo. Ma è solo al giureconsulto che tale com- 
pito spetta esclusivamente ^: a lui che lasciando da banda i sug- 
gerimenti più meno utopistici delle più disparate ninfe Egerie 
chiederà luce e consiglio alle esperienze consolidate delle genera- 
zioni che furono , le uniche che secondo l' immagine del gran 
Lucrezio quasi cursores vitai lampada tradtmt. 

G. Baviera 



' Fadda, L' equità e il metodo nel concetto dei giureconsulti romani, Prolusione al 
corso di pandette letto nella R. Università di Macerata. 1881. 

" Su questa, dirò cosi, privativa si veda Vanni, La funzione pratica ecc. cil. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



Gap. I. 
Delle condizioni finanziano-ammitiistrative di Roma, 

Nei primi tempi di Roma « omnia manu Regis agehantur », 
quindi anche le tasse erano dai Re stabilite, e solo si può pensare 
a una qualche ingerenza da parte dei comizi. Cacciati che furono 
i Re, il loro potere si tripartisce fra il Senato, i magistrati, 
il popolo ; per il che torna difficile dire a chi precisamente ora 
spettasse il diritto di creare e regolare le imposte, tanto piti 
che le fonti ci parlano in vario modo. Questo però è certo che 
non toccò ai magistrati, neppure a quelli delle provincie, l'ideare 
né lo stabilire le imposte ; che anche ai censori spettò solo l'in- 
carico di appaltarle ; e che fu quindi il Senato sempre, almeno 
di nome, l'autorità piìi elevata per quanto concerneva la pub- 
blica economia ^ Perfino gli imperatori, i primi, non poterono 
levar nuove tasse, ma soltanto esercitare sulle già esistenti una 
suprema vigilanza e, tutt'al piii, modificarle ^. Frequentemente 
infatti essi le ridussero , più spesso ancora ne condonarono pa- 
gamenti arretrati, ma non mai si riconobbe loro il diritto di in- 
trodurne di nuove; tanto vero che Augusto per ciò fare dovette 
ricorrere alla minaccia di ristabilire un antico tributo, come 

' Mispoulet, Les institutions politiques des Romains (cap. VII): « .... Les altributions 
des censeurs sont inférieures, et subordonnées à celles de l'assemblée senatoriale. C'est le 
Sénat qui élablil le budget de l'État, en ce sens qu'il fixe l'impòt à percevoir et déter- 
mine les dépenses. Il ne paraìt pas cependant qu'il ait eu le droit de créer de nouveaux 
impòts : une loi était indispensable pour introduire une pareille innovation » . 

* Solo dopo Tiberio le questioni relative alle imposte sono regolate da editti im- 
periali anziché da senato-consulti. 



28 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

appresso meglio si vedrà. Al Senato insomma non venne mai 
meno, generalmente parlando, la preziosa prerogativa di votare 
le imposte e fissarne l'estensione. Va però da sé, che esso, corpo 
creato e rinnovato dall'imperatore, concedeva la propria appro- 
vazione, di solito, senza tante difiicoltà, ai progetti di senato- 
consulti, che lo stesso imperatore gli venia proponendo per mezzo 
dei consoli o de' suoi questori: onde Voratio prmcijjis si confon- 
deva generalmente con il senahis considtum che l'approvava. 
Dicendo che ai censori spettava , quanto alle imposte , lo 
ius locandiy già ci venne fatto di segnare una importantissima, 
forse la più importante, caratteristica delle finanze romane. In- 
fatti le imposte non si pagavano, come sembrerebbe ragionevole 
supporre , direttamente allo Stato (se non nei primi loro inizi 
ai questori), ma a persone -^mhlicmii- che da esso ne aveano com- 
prato l'incarico. Tali locationes^ che si incominciarono ad avere, 
secondo il Thibault, intorno al IIP sec. ab IT. e, duravano circa 
un quinquennio , sovente di meno (durante il Basso Impero tre 
anni), quanto cioè durava il lustrmn ^ Sul finire di questo pe- 
riodo di tempo, i censori - che dir si potrebbero, a cominciare 
almeno dal 311 di Roma (443 av. Cr.), i veri ministri 'delle 
finanze, del demanio e dei lavori pubblici - e, in mancanza di 
essi, i consoli, in presenza dei questori o dei prefetti dell'erario, 
presentavano al Senato il bilancio quinquennale delle rendite 
del tesoro del popolo ^. OoU'entrare poi in carica dei nuovi cen- 

' Questa parola sigQifica, come misura di tempo, generalmente un periodo di cinque 
anni, talora, invece, d'appena quattro (non sempre quindi tornava esatta l'espressione che 
il lustrum si facesse quinto quoque anno), la causa del quale fatto, se si crede col Momm- 
sen che il lustro sia stato in origine appunto di quattro anni, si potrà pure col Mommsen 
vedere nella tendenza inevitabile delle istituzioni, come la censura, a prolungare il tempo 
del proprio mandato, e, in questo caso, precisamente perchè gli appaltatori privati tro- 
vavano in generale il loro tornaconto nel protrarre la fine dei propri contratti delle pub- 
bliche imposte. Certo la maniera stravagante, con cui s'intercalava, nel calendario romano, 
il mese complementare - mensis intercalaris o mercedonius - oltre che ai pregiudizi, su- 
perstizioni, e alla tanto da Cicerone lamentata pontificum neglegentia, devesi, anche secondo 
espresse testimonianze degli antichi, ai vantaggi e agli inconvenienti che agli appaltatori 
delle imposte derivavano dalla maggiore o minore lunghezza dell'anno. 

* Il Marquardt pensa che un vero bilancio non si sia cominciato ad avere se non 
sotto Augusto; ma col Mommsen e altri crediamo che un bilancio quinquennale delle 
entrate ordinarie, specie appunto delle vectigalich abbia dovuto esserci anche ai tempi della 
Repubblica. L'esposizione di un regolare slato delle finanze col bilancio delle spese e del- 
l'entrale è cosa più che altro degli Siali moderni; che neanche in Atene non ebbe pro- 
babilmente mai luogo. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 29 

seri, i pubblicani, se volevano rinnovare l'appalto, e le condizioni 
d' esso non venivano da quelli mutate, sborsavano la somma del- 
l'altra volta ; in caso contrario, vale a dire che i pubblicani già 
in carica volessero ritirarsi, procedevasi, nel foro, dai censori, - a 
incominciare dalle idi di Marzo - a una nuova pubblica asta 
delle relative tasse, e l'appalto toccava, come è naturale, al mi- 
glior offerente ^ Tali contratti, conclusi che fossero, difficilmente, 
e solo ricorrendo al Senato , potevano sciogliersi o modificarsi. 
A questo modo di procedere apportarono gli ultimi ditta- 
tori e, ancor più, gli imperatori (coli' abrogare certe magistra- 
ture, collo spogliare altre di certi poteri, ecc.) ^ varie modifica- 
zioni ; così, ad esempio, dopo le guerre civili, l'incarico delle lo- 
cazioni non tocca sempre ai censori, ma, come dice Svetonio, 
Giulio Cesare j^xibUcis vectigalibus pecuUares servos praei^osuit; 
e da Nerone (Tacito, Annali XV, 75) tres consulares... vectiga- 
libus praepositi sunt. E probabile che anche il sistema dell'ap- 
palto dietro il versamento d'una data somma nell'erario sia stato, 
col tempo , addirittura sostituito da un altro, e precisamente da 
questo : le società dei pubblicani procedevano alla riscossione delle 
tasse per conto dello Stato ; quindi il reddito di esse passava nel 
tesoro suo, all' infuori soltanto d'una piccola parte che restava 
alla società come mercede. E diciamo coli' Hirschfeld probabile 
ciò, perchè il controllo attivo, in vista del quale troviamo alla 
testa dei vari uffici di riscossione funzionari imperiali di ceto 
equestre, e i posti subalterni occupati da liberti e schiavi pure 
imperiali, dimostra da parte dello Stato un interessamento alla 
riscossione assai maggiore di quello giustamente supponibile se- 
condo l'antico sistema. Si può ritenere insomma che a poco a 



' I censori tuttavia non erano tenuti ad appaltare le vectigalia proprio al miglior 
offerente; e infatti siamo informati (Livio XXXIX, 44) che una volta il Senato - pressato 
però da istanze dei pubblicani - annullò appalti di vectigalia, che pure erano stati con- 
chiusi summis pretiis, onde i censori .... omnia eadem paullum imminutis pretiis locave- 
runt. Però nella locazione dei dazi, se non veniva offerta una somma uguale a quella 
dell'appalto che scadeva, chiunque avesse da questo tratto alcun profitto, veniva costretto 
a riassumerlo allo stesso prezzo, e talora l'appalto d'essi veniva addirittura imposto come 
espiazione a chi s' era reso colpevole di qualche delitto. Persone invece assolutamente 
escluse dagh appalti erano i Senatori e i decurioni. 

* Pur sussistendo i nomi, la sostanza della cosa venia meno. Basti, a riprova di 
ciò, ricordare la frase di Cicerone, colla quale, per riassumere l'azione di Siila sul tri- 
bunato, dice questo « imago sine re » . 



30 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

poco si fece strada la convinzione che 1' appalto delle predette 
importanti sorgenti di ricchezza dello Stato era una cosa incom- 
patibile con una razionale amministrazione finanziaria ^ Ai tempi 
poi d'Adriano, certo, per dirla coirHirschfeld « die fìscalen Ein- 
nahmen werden einer scharferen Controle unterzogen, mit dem 
laxen und tràgen System der Verpachtung der kaiserlichen Re- 
venlien fast gànzlich gebrochen und directe Bewirthschaftung an 
die Stelle gesezt » ^. Resta però sempre che nel P secolo ciò non 
accadde, giacché si hanno sicure testimonianze del tempo di 
Traiano che in Roma e in Italia le tasse erano date in appalto 
a pubblicani, e non è quindi inverosimile che negli anni del 
Cesarismo abbiano vigilato sui pubblicani e sulle loro società, in 
Roma, ì praefecti aerarli militariSj nelle provincie, i procuratori 
provinciali ^ 

Le società doganiere dei pubblicani continuarono a ogni modo 
anche sotto il principato a essere di non poca importanza; ma 
non potrebbero certo più venir comparate con quelle potentissime e 
libere da ogni controllo dei tempi della repubblica, non foss' altro 
perchè non si composero più, nella maggior parte, che di sem- 
plici ricchi liberti, anziché di cavalieri, come per lo passato. 

Questa trasformazione dell'amministrazione finanziaria, cioè 
l'abbandono, almeno parziale, del sistema dell'appalto, ebbe delle 
gravi conseguenze. Senza dubbio si può riguardare come una ri- 
forma felice r introduzione di agenti di controllo incaricati di 
proteggere i contribuenti contro chi riscuoteva l'imposta ; ma si 
deve pur notare che la nuova organizzazione richiese un numero 
considerevole di funzionari che , naturalmente , bisognò pagare , 
ciò che trasse con sé di necessità un aumento nelle pubbliche 
spese '*. 

' Il sistema però dell'appalto controllato dai procuratori non cessò mai del tutto, 
che anzi sussistè fino agli ultimi tempi dell'impero (Bouché-Leclercq : Manuel des insli- 
tutions romaines). 

* Hirschfeld, Untersuchmgen auf dem Gebiete der ròm. Verwaltungsgeschkhte , 
p. 291, Anche il Mispoulet (op. cit. | 111): « Les Empereurs ont instilué de nombreux 
procurateurs chargés de les surveiller et de les coniróler, et, dans cerlains cas, de les 
remplacer ». 

* Può però anche darsi che questa sorveglianza l'abbiano esercitala i quattro que- 
stori (uno dei quali risiedeva a Ostia, un secondo a Gales, gli altri due sulle rive dell'A- 
driatico), che attendevano ad impedire l'esportazione delle merci vietate. 

* Per poco che si studi l'economia politica dei Romani, tosto si rileva nell'organiz- 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 31 

Si potrebbe però credere a tutta prima che questo modifi- 
cato stato di cose debba aver di molto migliorate le condizioni 
dei provinciali e, in genere, di chi pagava le tasse ; ma neppure 
si ebbe veramente tale vantaggio , che anche V amministrazione 
diretta per mezzo di impiegati imperiali , come quella che fu 
ancora di più assistita dalla legge, riuscì tutt' altro che scevra 
di rapacità ^ 

Nelle Provincie adunque chi d'ordinario si occupava, come 
magistrato, delle tasse erano i procuratori ^. Di solito venivano 
scelti tra' cavalieri, la qual circostanza, unita a quest'altra che 
i pubblicani, sempre durante la Repubblica e anche nei primi 
tempi dell'impero, furono pur cavalieri, ci farà comprendere piut- 
tosto bene lo spietato tiranneggiamento delle provincie che, specie 
negli ultimi tempi della Repubblica, con balzelli e soprusi ven- 
nero, anche dagli stessi governatori ^, addirittura emunte. 



zazione delle loro finanze, specie durante la repubblica, una grande semplicità, la quale forse 
più che dal non esservi allora eserciti permanenti, nò autorità civili salariate, nò pub- 
blica istruzione , derivava dal servirsi che faceva lo Stato del sistema d' appalto , per il 
quale a una gran parte della pubblica gestione egli non attendeva. E se, col crescere dei 
bisogni della città e dell'impero, anche l'amministrazione andò complicandosi, tuttavia non 
si complicò mai tanto come si potrebbe supporre secondo le esigenze moderne (Cfr. 
Madwig, Die Verfassung und Verwaltung des riim. Staates). 

' Fino a tanto che la riscossione dell' imposta fu affidata a pubblicani , i contri- 
buenti poterono ricorrere contro di essi alla giurisdizione di diritto comune; ma quando 
passò ai procuratori imperiali, a questi fu pure affidato l' incarico di giudicare nelle con- 
testazioni finanziarie; « de là il n'y est plus de juslice pour les coniribuables, car la ra- 

pacité du fise ne tarda pas à surpasser celle des publicains, et engendra une législa- 

tion nouvelle, toute de faveur, qui avait pour boul de protéger très énergiquement les 
droits du fise » . Mispoulet, l. e. 

• Dapprima costoro non fecero che sorvegliare le esazioni, in seguito ne furono 
direttamente incaricati. 

' « E anche tacendo di Fonteio e dell'austero repubblicano M. Bruto, che in avi- 
dità a nessuno la cedette, per parlare soltanto di un galantuomo, dell'amministratore dis- 
interessato e modello, non s'arricchì forse Cicerone islesso, nell'anno di sua amministra- 
zione, di 2,200,000 sesterzi, vale a dire , per gettare tale somma in moneta nostra, di 
440,000 fr.?» Circa questo giudizio, che non manca d'un certo qual sapore d'invettiva, 
del Desjardins (Géographie de la Caule Roraaine III, 11, 3) noi osserviamo che qui il 
geografo si serve probabilmente male di un dato vero; poiché sembra infatti che tutto 
quest'oro, di cui Cicerone stesso si dice ricco (vedi epist. ad Attico XI, 1), non rappre- 
senti già il frutto di alcun sopruso, sebbene il risparmio che seppe realizzare durante la 
sua amministrazione; cioè nuH'altro sia che la parte non spesa dell'appannaggio che lo 
Stato gli aveva assegnato, come a ogni altro amministratore di provincia; e che quindi 
tale somma che il Desjardins gli rinfaccia, ben lungi dall' intaccarne V integritas procin- 
cialis, anzi dimostri la sua parsimonia ed economia. 



32 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

A imitazione di Roma, anche nei municipi s' ebbero dei ma- 
gistrati supremi detti censori duoviri o quatuorviri qitìnquen- 
nales che, in sostanza, come quelli romani, procedevano all'ap- 
palto delle contribuzioni e dei lavori pubblici; e pure i decurioni 
cioè i membri del consiglio locale , attesero talvolta , come a 
tanti altri impegni, anche a quello delle tasse. Appositi cura- 
tores sorvegliavano. 

E veniamo ora a far cenno ^ delle casse o tesori di Roma 
antica. - In origine uno solo fu l'erario, e tale nel vero senso 
della parola. Esso si diceva aerarìum populi Romaìii, o Sena- 
tuSj e vi mette van capo tutti i gettiti delle imposte ; lo si chiamò 
anche sacrum, o sacrae largitiones ^. 

Coi Cesari s'ebbe una cassa imperiale che si disse il fiscus 
Caesaris o, secondo il linguaggio divenuto più tardi usuale, sem- 
plicemente il fiscus; esso era di proprietà privata del principe, 
e quindi veniva da lui posseduto e trasmesso in eredità come 
gli altri suoi beni privati. Malgrado il difetto di prove positive 
è cosa molto verosimile che lo alimentasse , fra 1' altro , anche 
una parte delle imposte date ad appalto; ad esempio, è quasi 
certo che vi veniva versato il gettito che dava nelle provincie 
imperiali la tassa portoria. E , pure secondo 1' Hirschfeld , non 
vi può assolutamente essere dubbio che il Fisco , nel corso del 
Cesarismo, non sia entrato al posto dell' erario anche per la ri- 
scossione di tutte le vectigalia. 

Potrebbe a tutta prima sembrare che, oltre questi due te- 
sori, Roma non debba averne avuti altri; ciò nondimeno una 
terza grande cassa noi conosciamo e cioè l' aerarìum militare. 
Fu questo fondato da Augusto che vi fece rifluire i redditi delle 
nuove e considerevoli tasse necessariamente dovute imporre an- 
che per la formazione di corpi di truppe richiesti dalla grande 



' Brevissimo, come lo vuole, oltre la solita ragione di spazio, anche il modesto 
scopo di tali nostre pagine, che è quello di render noto almeno nelle sue linee principali, 
anche ai semplici cultori e dilettanti di scienze economiche e storiche, quanto, su questo 
argomento delle imposte indirette dell'antica Roma, per tacere dell'eruditissimo Burmann, 
scrissero specialmente l'Hirschfeld (Untersuchungen auf dem Gebiete der ròmischen Ver- 
waltungsgeschichte), il Bachofen (Ausgewàhlte Lehren der ròm. Slaatsrecht) e il Cagnat 
(Elude hislorique sur les impòts indirectes). 

* Dell' aeramm sanctius si parlerà nel capitolo della Vicesima manumissionum. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 33 

guerra della Pannonia ^ Le somme che vi venian versate do- 
vevano servire anzitutto a ricompensare i veterani che uscivano 
dall'esercito; è però assai verosimile che, non essendovi stato 
in proposito controllo alcuno, i prefetti non abbiano fatto altro 
che tenere i fondi a loro affidati a disposizione deirautorità mi- 
litare cioè del principe, e quindi questo secondo tesoro centrale 
dell' impero non sia stato in sostanza che una succursale del 
fisco dell'imperatore ^. Così pure per Vaerarium Saturni - come 
si prese a chiamare quello ^opali Romani dopo la fondazione 
del militare- furono creati, ma qui da Nerone l'anno 56, due 
prefetti ; per il che, non dovendo questi rendere conto dell' am- 
ministrazione che all' imperatore, egli ebbe anche su questo te- 
soro centrale dell' impero un potere assoluto quasi come quello 
sul suo Fisco, e i redditi delle imposte, specie delle indirette, 
ne furono a poco a poco stornati. Tuttavia i prefetti dovettero 
pur sempre consultare il Senato prima di riscuotere dal tesoro 
somma alcuna; e per conseguenza la distinzione teorica dell'erario 
dal fisco continuò ancora per un lungo periodo, probabilmente 
fino a Diocleziano. 

Ma è omai tempo che ci domandiamo che gente fossero gli 
appaltatori delle pubbliche imposte ; perchè venisser detti, come 



• A proposito di questa cassa di guerra narra Dione (LII, 27 xróOsv ypr,[j.aTa xat è? 

TO'jTOi? xai è; rà aXXa ava>.a)07)aójj.cva l'aia'.; Èyw xai touto BiSa^o) elC.) clie Mecenate, avendo 

consiglialo Augusto di formare per la sicurezza dello Stato eserciti stabili, gli suggerì 
anche di procacciarsi il denaro a ciò necessario coli' introdurre nuove imposte delle quali 
afììdare la riscossione a un corpo speciale di impiegati da sé dipendenti. Augusto mise 
in pratica tutti questi consigli, ma per gli eserciti stanziali occorreva, oltre il pagamento 
immediato di servizio, quello di pensione; per lo passato i veterani erano slati ricompen- 
sati col distribuir loro delle terre, ma ora che s'era in tempi di pace e piìi non s'avea 
la risorsa dei bollini, occorreva provvedere per altra via. Pertanto Augusto - correva 
r anno 759 - fonda a tale scopo l' erario che disse miniale, cui assegna, qual dote, an- 
zitutto un capitale di un milione e settecento mila sesterzi, i redditi della vicesima here- 
ditatium e delle confische; cui più tardi aggiungerà quelli dell'imposta di manumissione 
e della ducentesima rerum vmalium. Di tale cassa (che è ricordata per l'ultima volta ai 
tempi di Elagabalo) affida l'amministrazione a dei prefetti che trae a sorte (suoi succes- 
sori li nominarono a libera scelta), e la cura della contabilità a liberti imperiali, come 
a sotto-impiegati. 

* Esempio questo, nel caso, di estorsione che partiva troppo dall'alto per non cor- 
rompere, fino agli ultimi gregari, tutta la gerarchia degli amministratori e tesorieri; tanto 
più che un vero controllo delle finanze legislativo e amministrativo mancava, e quello 
giudiziario era insufficiente. 



34 LE IMPOSTE INDIRETTE Di ROMA ANTICA 

abbiamo già riferito, publicani; se, per divenirlo, si richiede- 
vano condizioni speciali, ecc. ecc. 

In generale tutti coloro che riscuotevano qualche tassa ve- 
nivan detti puhlicmn; però col Burmann (De vectig. pop. Rom. 
cap. 9) s' ha a credere che i veri pubblicani fossero non già i con- 
ductores vectigalium, ma gli appaltatori : i redemptores operimi 
publicorum ^ Essi erano di solito dell'ordine equestre, non mai 
gente di bassa estrazione (almeno fino al F secolo dell' impero), 
come si sarebbe indotti a pensare per il seriore significato che la 
parola assunse ; che anzi Cicerone (prò Plancio, 9) li ebbe a dire 
€ florem ecpùtiim romanormUj ornamentum civitatis, firmanien- 
tum reipiiblicae >. Quasi si può dire che i cavalieri romani aves- 
sero per impiego tali appalti, giacché addirittura la maggior parte 
d'essi vi attendeva ; e ciò non solo ai tempi della repubblica, ma 
in quelli eziandio, dell' impero ^ ; fatto questo al quale si deve la 
profonda trasformazione dell'ordine equestre, poiché « mentre nei 
primi tempi i cavalieri , venendo dalle aziende agricole , dalla 
sana e semplice vita campagnuola si distinguevano per un at- 
taccamento alla probità, al valore, al buono e onesto vivere ci- 
vile, tostochè si diedero alla speculazione bancaria e gabellare 
completamente degenerarono. Quali pubblicani diedero infatti sì 
trista prova di sé, che, all' inizio dell' amministrazione provin- 
ciale, si rinunziò a sfruttare le miniere della Macedonia appunto 
per non introdurvi la peste dei pubblicani, che, dice Livio, dove 
entrava il pubblicano ivi i soci del popolo romano finivano di 



* Asconio, per verità, pare dica portitores (da portorium, una delle lasse) i pub- 
blicani; ma contro di lui stanno troppo esplicite testimonianze, tra cui importantissima 
la definizione che dei portitores dà Nonio : « qui portus obsidentes omnia sciscitantur, ut 
ex eo vedigal accipiant » e alcuni passi delle lettere di Cicerone (quello, ad esempio, della 
lettera al fratello Quinto; I, 1: Illa causa publicanorum quantam acerbitatem afferai sociis, 
intelleximus ex civibus, qui nuper in portoriis Italiae tollendis, non tam de portorio, quam 
de nonnullis iniuriis portitorum querebantur); dai quali risulla evidente che portitores non 
erano gli appaltatori, ma i servi loro, quelli cioè che proprio, materialmente, riscuotevano 
le tasse. 

* Da prima più specialmente come pubblicani, poi in veste di procuratori; che, dopo 
il regno di Adriano, più che far parie delle società dei pubblicani, costituiscono un corpo 
speciale nel quale l'imperatore sceglie i suoi procuratori, ed esse sono invece composte 
di ricchi affrancati che, appunto da tali procuratori, ricevono - ora che la censura più non 
esiste - gli appalti e sono sorvegliati. Così almeno si fece nel periodo imperiale fino al 
regno di Diocleziano, dai cui tempi in avanti che sia avvenuto del corpo dei procuratori, 
§ìk si fortemente organizzato, non sappiamo (Cagnat: Elude hislor. sur les imp. cap. 4). 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 35 

esser liberi. Col tempo però, pur restando i pubblicani quali 
erano, anzi divenendo peggiori, gli scrupoli dei Romani passa- 
rono, e i cavalieri, in veste di pubblicani e procuratori, si ser- 
virono delle Provincie per creare e sviluppare fino all'inverosi- 
mile la propria potenza economica e politica »\ Del resto, che 
il gran contingente degli appaltatori venisse dato dall' ordine 
equestre, non è a maravigliare; poiché essi, i cavalieri, costi- 
tuivano la classe ricca d'allora, e per gli appalti delle vec- 
tigalia occorreva appunto d'aver pronte forti somme, tanto che 
parecchi cavalieri doveano stringersi in società, perchè le forze 
d'uno solo di pochi, anche se ricchissimi, non erano sufficienti. 
Costituita che fosse una tale società, a ogni suo membro 
toccava una parte più o meno importante e retributiva a seconda 
del capitale da lui impiegato. Cosi alcuni esercitavano proprio 
l'appalto, cioè attendevano ad assoldare schiavi, liberi, ecc. cui 
assegnavano que' dati posti (stationes) dove esigere le tasse ; 
altri facevano da garanti (praedes) della società ai censori; ad 
altri invece spettava lo stringere i contratti; e così via. In 
ognuna si riconosceva un ' capo , ed esso venia detto manceps : 
v'erano inoltre i cosidetti magistri che risiedevano a Roma, 
donde inviavano nelle provincie messi (tahellarii)^ annunzi ai 
promagistri, ai soci e loro esecutori o dipendenti, e s'adopera- 
vano a sbrigare gli affari che la società avesse collo Stato. Di 
tali società d'appaltatori, fossero o no composte di cavalieri , e 
che perdurarono non solo per tutta l'età repubblicana, ma, come 
si disse, rimasero, in parte almeno, anche sotto gli imperatori, 
ricorre sovente menzione nelle Pandette ; e dalle notizie e ac- 
cenni che vi sono si ricava che esse , a differenza delle altre 
società, non scioglievansi per la morte d'uno dei membri, ma, 
come quelle ch'erano necessarie all' economico andamento dello 
Stato, continuavano a sussistere. In teoria la loro impresa impor- 
tava un rischio, perchè la somma dei pagamenti che non avevano 
luogo in modo diretto avrebbe potuto non compensare quella da 
loro sborsata per l'appalto, ma in pratica ne era allontanata fino 
la possibilità per le soperchierie, le violenze che essi commette- 



' Ciccotli: ti processo di Vene pag. 34 e seg. 



36 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

vano nella riscossione \ Per vero questi loro abusi avrebbero 
dovuto venir repressi dai governatori, ma, nel caso, la vendetta 
implacabile e sicura dei pubblicani, sorretti dall'ordine dei cava- 
lieri, di cui erano tanta parte e che per tanto tempo ebbe in 
mano i giudizi, non sarebbe mancata ^; cosicché generalmente i 
governatori ^ o per paura finivano per chiudere gli occhi sulle 
loro magagne, o per avidità anche se ne rendevano complici. 

Contro tanto sciagurato stato di cose non restava quindi ai 
provinciali che insorgere, e infatti piti e più volte protestarono 
e non sempre indarno. Disgraziatamente, si trovavano, per ciò 
fare, nella più sfavorevole condizione. Fuori della cittadinanza 
romana, mancava loro la capacità di poter proporre un'accusa, 
onde , a ottenere giustizia , altro modo non v' era per essi che 
denunziare al Senato i soprusi patiti, via lunga e assai incerta, 
ma nella quale, come unica, i provinciali si misero, e che portò 
poi a più regolari istituzioni e più speciali provvedimenti. Il 
Senato, in questi casi, come sembra, faceva un esame prelimi- 
nare delle accuse che venivano mosse, e quando le trovava fon- 
date, dava incarico ad un pretore di menare avanti il giudizio, 
mediante 1' opera di reciiperatores cavati dal Senato stesso. 
Vennero poi leggi speciali, per le quali i governatori poterono 
esser tratti in giudizio anche senza questo mezzo indiretto di 



' Un pubblicano galantuomo era l'araba fenice; tutti avrebbero dovuto esserlo, 
viceversa nessun Io era. Di qui che il padre di Vespasiano, avendo, rara eccezione, eser- 
citato tale ufficio di pubblicano senza frodi o estorsioni, ricevette grandissimi onori; di 
più gli si rizzarono addirittura statue portanti la scritta: KaXG? rsXwvrìaavTi (Suet., Ve- 
spas. ci). 

* Basti ricordare la condanna di P. Rutilio Rufo, integerrimo cittadino romano, 
che, non avendo voluto tenere il mestolo ai raggiri degli appaltatori, anzi essendosi loro 
opposto, fu da essi, scaduto il termine della sua magistratura, accusato, e dalle giurie 
condannato; fatto questo scandaloso che non potè non gettare un'assai sinistra luce sui 
tribunali romani com'erano allora composti, e far pensare a novelle riforme. 

* L' amministrazione delle Provincie non era , in ultima istanza , che una trasfor- 
mazione dell' occupazione militare. Infatti il governatore, come il capitano nell' esercito, 
raccoglieva in sé tutti i poteri e avea di più la facoltà di fare a sua posta la legge. Fu 
dapprima un pretore, poi un propretore o un proconsole; componevano il suo seguito : 
legati di un numero vario, ch'era determinato dal Senato secondo i bisogni, ma prescelti 
da lui, i quali lo aiutavano nell'amministrazione, un questore (il governatore della Sicilia 
ne avea due) che dovea avere il maneggio del denaro (perciò questi era il principale suo 

complice: « l'intimité entre le gouverneur et le questeur était proprement une com- 

plicité » : Desjardins, op. cit.), prefetti, littori, interpreti, ecc. ecc. e inoltre tutta la cohor^ 
amicorum. V. Ciccotti, 1. e. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 37 

dover prima ricorrere al Senato; così dicasi della lex Calpurnia 
(a. 149 avanti Gesù Cristo), che creò la giurisdizione apposita delle 
quaestiones perpetuae, della lex Acilia che fissò i dati perchè 
un giudizio pecuniarum repetmidarum potesse aver luogo , e 
della severissima lex Servilia, secondo la quale, dopo la con- 
danna del reo, il mal tolto si poteva perseguire non solo presso 
di lui, ma anche presso coloro ai quali era passato ; disposizioni 
però tutte che piìi che una radicale e salutare riforma del si- 
stema amministrativo, non apportarono che leggieri mitigamenti 
alla miserevole condizione de' provinciali, cosicché la via per ot- 
tenere giustizia rimase pur sempre lunga, dispendiosa e incerta. 

Ma per discorrere più davvicino delle contribuzioni indirette di 
Roma antica, osserviamo anzitutto, che i Romani non distinsero 
le imposte in dirette e indirette, ma in tributa e vectigalia; per- 
tanto noi, volendo portare il nostro studio sulle contribuzioni che 
colpivano non tanto la persona quanto la cosa - passi per il mo- 
mento il non troppo esatto principio che, del resto, è pur quello 
invocato dal Cagnat - dovremo però sempre ricordarci che la 
distinzione cui giungeremo sarà una distinzione ideale , fatta 
per nostro comodo, come quella che discenderà da criteri giuri- 
dici moderni, e non già esistente nell'antico diritto. Quanto ai 
nomi è evidente che quello di trihutum trova la sua prossima 
ragione etimologica nel verbo trihuere; il secondo in quello di 
rehere^ in quanto il primo vectigal si pagò per il trasporto delle 
merci (anche per il bestiame ai pascoli: vectigal alaharchiae), 
tassa che poi venne designata col nome di portar min - da portus, 
il luogo dove più generalmente si riscuoteva - per distinguerla 
dalle altre vectigalia che si vennero imponendo. 

Tributi furono le due forme principali d' imposizione che 
Roma usò colle provincie: la decuma e lo stipendiiim. La de- 
cuma consisteva nel pagamento in natura di un decimo di cia- 
scun prodotto del suolo, lo stipeìidium nel pagamento di una 
somma stabilmente fissata sulle norme delle antiche contribu- 
zioni. La decuma fu la forma di tributo della Sicilia ^ e del- 
l'Asia, lo stip)endium quella di tutte le restanti provincie. 

' Tutte le città della Sicilia ogni anno dovevano vendere al governatore della prò- 



38 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

Intorno la natura delle vectìgalia ci soccorre, fra le varie 
testimonianze, quella esplicita d' Ulpiano (Dig. lib. 50 tit. 16, 
fr. 17 § 1) : Publica vectigalid intelligere debemus, ex quibus ve- 
ctig.al fiscus capii; quale est rectigal portas vel venalium rerum., 
item salinarum et metallorum et pìcariarum. Anche ad esse, per 
dirla col Burmann, «•publica necessitas originem dedit », e quindi 
poche furono ne' primi tempi, ad esempio sotto i Re, pochi es- 
sendo i pubblici bisogni. Comunque è su di esse che noi dobbiamo 
rivolgere la nostra attenzione, poiché è precisamente nella cate- 
goria delle vectigalia che si comprèsero le imposte indirette ; per 
ben convincerci del quale fatto e rimuovere il pericolo, che cre- 
dendo di discorrere di cose, disputiamo di parole, tornerà certo 
opportuno mettere subito bene in chiaro che cosa intendiamo noi 
per imposte dirette e cosa per indirette. 

Dirette, e ci atteniamo a definizioni di autorevoli economisti, 
sono quelle che colpiscono certi fatti permanenti, periodicamente 
constatati, e che sono riscosse per mezzo di ruoli nominativi ; 
indirette sono quelle che, invece d'essere stabilite direttamente 
e nominalmente sulle persone, colpiscono, in generale, oggetti di 
consumo o di servizio, e non sono quindi che indirettamente pa- 
gate da quegli che suole consumare le cose , compire certi atti 
usare delle comodità colpite dall'imposta. 

Ora, colla scorta di questo criterio, avvalendoci, cioè, di 
esso come di pietra di paragone , noi troviamo , esaminando le 
contribuzioni di Roma antica, avere anch' essa avute varie im- 
poste indirette, delle quali quattro importantissime: il già ac- 
cennato portorium, la vicesima libertatis , la vicesima heredita- 
tium e la centesiìna rerum venalium. 

Abbiamo già notato che i Romani non le designarono come 
indirette : e sta bene ; ma siccome tali esse furono in realtà, 

vincia per il mantenimento suo e del seguito, un decimo del raccolto del frumento - /Vm- 
mentum aestimatum - al prezzo che veniva da esso fissalo volta per volta (si usò poi col 
tempo riscuotere questa contribuzione in denari); alcune però di tali città dovevano anche 
cedere a Roma gratuitamente un secondo decimo del raccolto - frumentum decumanum -, e 
vendergliene un terzo decimo - frumentum emptum - sempre, ogni anno, allo stesso milis- 
simo prezzo di tre sesterzi al moggio. Le città invece che non erano sottoposte alla contri- 
buzione del decumanum, e che trovavansi quindi da Roma favorite, dovevano però anch'esse 
venderle annualmente un decimo del frumentum, a un prezzo tuttavia" meno basso di 
quello usato colle altre - frumentum imperatum - e cioè a quattro sesterzi al moggio. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 39 

dovettero, ciononostante, offrire anche a Roma que' vantaggi che 
discendevano dalla natura loro, cioè d' essere riscosse in virtù 
di tariffe impersonali e venir pagate da ogni classe di persone, 
voglio dire la relativamente facile esazione , e un prodotto , se 
meno progressivo di quello delle dirette, però più sicuro. Esse 
infatti , appunto perchè indirette , colpirono non tanto la pro- 
prietà come la trasmissione della proprietà, il che le rendeva, 
almeno in apparenza, più sopportabili; appresso, erano contri- 
buzioni ordinarie, e, come tali, riscosse in maniera continua \ 
Invece l'antico tributo, quel tributo che legalmente non fu abo- 
lito mai, e che ad Augusto vedremo servire tanto bene di spau- 
racchio co' Senatori, era per natura sua intermittente, e infatti 
non lo si considerò mai che come una misura straordinaria ^. 
Che se noi assistiamo, a un dato punto della storia di Roma ^, 
come a una mutazione dell'indirizzo finanziario, al grande svi- 
luppo delle imposte indirette , gli è che , essendo la riscossione 
del tributo caduta da lunghi anni - per quanto durò il governo 
popolare - in disuso, sarebbe stato atto di poco accorta politica 
il ritornarvi : e quindi ancor più opportune riuscirono esse, benché 
s'intende, il principio, in virtù del quale erano imposte, fosse 
pur sempre quello del tributo : sovvenire ai pesi dello Stato. 

Ai Romani però , in causa probabilmente del barocco loro 
sistema d'appalto '*, le tasse indirette non tornarono tanto ac- 

' Anche oggi i governanti preferiscono imporre tasse indirette che non dirette, 
precisamente per queste loro qualità, e tanto più che esse, meglio delle altre imposte, 
nascondono agli occhi del pubblico la mano del fisco (perciò furono considerate nell'an- 
tichità come le sole compatibili coli' indipendenza dei cittadini), la qual cosa, come di 
leggieri si comprende, non è piccolo vantaggio, E invero per parlare de' tempi nostri, non 
sono pochi quelli che ignorano esistere una tassa di dogana sul caffè, sullo zucchero, ecc., 
che la sovratassa ferroviaria va interamente allo Stato - sia pure per le pensioni -; e po- 
chissimi sono coloro che nel pagare il droghiere san distinguere la parte che tocca in 
proprio al commerciante da quella che va al tesoro pubblico (Cfr. Leon Say et J. Chailley : 
N. dici, d'écon. politique). 

* Jullian: Les transformations politiques de l'Italie, p. 183. 

* Se la Repubblica potè spesso fare a meno del concorso dei cittadini, numerose 
essendo le sue vittorie e ricche le prede , collo stabilirsi dell' impero ben diversamente 
passarono le cose: i bisogni dello Stato divennero permanenti, donde la necessità di re- 
golari imposte. E se l'Italia da principio godette d'immunità finanziaria, questa andò a 
poco a poco scomparendo; però non d'un sol colpo tutta l'Italia fu obbligata a pagare le 
imposte, ma queste vi furono introdotte 1' una dopo l'altra, e mai nel medesimo tempo 
né da per tutto. 

* Può darsi che l'idea generalo dell'amministrazione delle imposte indirette secondo 
tale sistema sia venuta ai Romani da altri popoli presso i quali esso già si trovasse in 



40 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

cettevoli e vantaggiose ; e siccome, specie talune (ad esempio, la 
vicesima herecUtatium) , furono assai gravi, troviamo che, oltre 
ad esser comparse per le ultime, sono state, eccezion fatta per 
il portorio che oltrepassa perfin V impero , anche le prime a 
sparire. 

Gap. il 
Porto rimn. 

Si chiamarono portoria quelle tasse che si pagavano per 
il trasporto delle merci; e che noi, al giorno d'oggi, diremmo 
dazi di dogana ^ 

Non si può stabilire con certezza quando furono istituite ^; 
e se la congettura, che Anco Marzio, nell'aprire il porto d'Ostia, 
- se pure ciò non si ha a ritenere col Mommsen vana leggenda - 
abbia creata una tassa per le merci che colà capitavano , non 
manca di verosimiglianza, non è tuttavia a dire cosa certa; che 
anzi è molto probabile che in generale ne' primi tempi di Roma, 
essendo quasi nullo il suo commercio , neppure vi siano state 
tasse di trasporto ^ Comunque, esse incominciarono già sotto i Re, 



vigore, come ad esempio, dai Greci : tuttavia imporla notare che Roma, nel caso, lo adattò 
in tal modo alle proprie esigenze e bisogni che divenne propriamente e sostanzialmente 
romano e sembrò, non già che lo avesse preso da altre genti, ma che fosse una sua crea- 
zione originale (Gfr. 0. Carlowa: Ròm, Rechlsgeschichte). E, comunque, si deve riconoscere 
che dei due modi di riscuotere le imposte, quello della riscossione diretta per mezzo di im- 
piegati dello Stato esige una sapiente organizzazione dei diversi servizi e una minuta 
contabilità, e ha tuttavia sempre lo svantaggio di non permettere un giusto calcolo pre- 
ventivo delle contribuzioni; l'altro invece, quello dell'appalto delle tasse, riesce, è vero, 
generalmente più gravoso per i contribuenti, ma libera lo Stalo dalle cm-e della riscos- 
sione, e gli assicura, per un dato periodo di tempo, una costante entrata. 

' Sinonima di portorium fu l'espressione telonium; però, a vero dire, sembra che 
questa sia stata usata di preferenza a indicare il dazio che si pagava non alla frontiera 
doganale, ma sui ponti, strade, ecc. per le merci e per le persone; a indicare, cioè, quella 
forma di portorio che da noi si direbbe pedaggio, ma intorno la quale assai pochi sono i 
ragguagli che abbiamo. Nel caso avrà torlo il Thibault (Les douanes chez les Romains) 
d'affermare che ai Romani mancò affatto la distinzione tra dogana e pedaggio. 

* Prima che a Roma si trovano in Grecia; anche Atene ebbe infatti dei dazi, specie 

marittimi; 5:xaTrj, BjxaisuTrjpia , elxocjT-T, , ji:cVTr,xoaT^ , onde o:xaTÒJvat e SsaatEXóyoi gli ap- 
paltatori ed esattori loro; di più: la particolare tassa d'approdo o, meglio, d' ancoramento 
- èXXiiiiviov -, i cui relativi ÈXXi^jLsvuTai dipendevano essi pure dai TsXòJvat, gli appaltatori. 

* V'ha chi parla d' una specie di diritto d' asilo o tassa che i naviganli, che ripa- 
ravano nel porto, avrebbero pagato ai Romani; a noi però sembra che la mancanza di 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROxMA ANTICA 41 

che Plutarco narra averle Poplicola soppresse; e Livio lo con- 
ferma, però attribuendo «la misura al senato (II, 9 : portoriisque 
et tributo plebem liberatam) ^ Tale soppressione fu di poca du- 
rata; quando infatti i confini dell'impero romano si estesero, le 
portarla vennero ristabilite ^, e Gracco ve ne aggiunse di nuove ^. 
Così pure, a mano a mano che Roma venne sottomettendo po- 
poli, se questi già aveano portoria j, tanto meglio: essa, gene- 
ralmente ne avocava a sé il reddito ''; se non li avevano, essa 
li imponeva loro. Così fece perfino coi remoti Britanni, giac- 
ché Tacito nella vita d'Agricola (cap. 31) fa dire a Galgaco, 
che eccita i Caledoni contro i Romani, che essi, se verranno vinti, 
si troveranno in una condizione ancor piìi misera di quella dei 
Britanni, i quali, se non altro, colle tasse e coi redditi delle 

terre corporalmente si riscattavano: che « neque arì^a, aut 

ììietallaj, aut portus sunt, quibus exercendis reserremur > ^. 

Come già Publicola, anche Cecilio Metello, pretore (a. 60 
avanti Cristo) soppresse tutti 1 portorì d' Italia : cosa che Dione 
(XXXVII, 51) dice esser riuscita -rràatv àp£aTo?. Per altro Dione 

un vero commercio e d' una vera industria dovesse rendere tanto desiderabile a Roma 
l'aumento di forasticri che v'importassero merci, da non permettere che tosto si levasse 
sopra di loro contribuzione alcuna. 

' Torneremo su di questo passo a proposito d' una sua speciale interpretazione 
quando si tratterà del vectigal ansarti. 

* Livio XXXII, 7 (200 avanti Cristo) e XL, 51 (180 avanti Cristo) racconta che 
Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore imposero portoria et multa vectigalia. 

' Velieio II, 6: nova constituebat porteria. 

'* Vedi ad esempio, Livio XXXII, 7 : Censores, magna Inter se concordia, .... portoria 
venalicium Capuae Puteolisque, item castrorum portorium, fruendum locarunt. 

" Anche in tutti questi atti si può vedere l'influenza del - divide et impera -, giac- 
ché variavano secondo i popoli e le città. Alcune infatti (ad esempio Rodi, Marsigha, 
Ambracia, e in generale, le città federate) continuarono, Roma consenziente, a riscuotere 
le imposte a vantaggio del proprio erario: e in vero Livio narra (XXXVIII, 44) che fra 
le molle concessioni falle con un senato consulto a quelli d'Ambracia vi fu pur questa: 
portoria, quae vellent, terra marique caperent: soltanto si esigeva dai Romani l'immunità 
per sé e i propri alleali; che lo storico continua - dum eorum immunes Romani ac sodi 
latini nominis essent - Tali concessioni potevano però venir tolte, e allora gli introiti pas- 
savano nell'erario romano; cosi Appiano ci fa sapere che Siila tolse a certi popoli ap- 
punto il diritto del portorio. Così pure sotto il Basso Impero, per il crescere delle spese, 
gli imperatori avocarono a sé buona parte, i due terzi, dei redditi di tali dazi che prima 
ridondavano a intero vantaggio delle singole città. Alle porte stesse di Roma e sul mer- 
cato suo si riscuoterono dazi d'entrata o di vendita che vanno compresi nella denomina- 
zione generale di portoria: tali furono quello sui legumi, imposto da Caligola, e contro 
il quale tanto furiosamente insorse indignato il popolino, che glielo si dovette quasi su- 
bito levare: e il vectigal foricularii et ansarti promercalium di cui terremo parola in altro 
capitolo. 

6 



42 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

ci avverte che ciò ai senatori e agli ottimati non piacque punto; 
e Cicerone infatti ne scrisse stizzito ad Attico. Né noi sapremo 
dargli torto, dal momento che così veniva meno alla Repubblica 
non piccola entrata, in un tempo in cui le sole tasse delle provin- 
cia non la aiutavano a sufficienza ; naturale perciò che con Cesare 
e con gli imperatori venissero rimessi e mantenuti in vigore ^ 

Per verità, in seguito, anche Nerone pensò per un mo- 
mento di abolire, tranne la fondiaria, tutte le imposte, ma « im- 
petiim eius attinuere senatores j, dissolutionem imperli docendo, 
si fructuSj quibus respublica sustineretiir,, denunuerentur : qiiippe 
siihlatis portoriis , sequens ut tribatorimi abolitio ewposhdare- 
tur » (Tacito, XIII, 50) ; e Nerone quindi si limitò a toglier via 
solo le esazioni indebite ^. 

Pertinace, però, secondo ci narra Erodiano (II, 15), di nuovo 
veramente le soppresse, abolendo tutti i dazi introdotti dagli an- 
tichi imperatori sia nei porti che sulle vie dei fiumi e ai capi 
delle strade, e ciò per restituire alla mercatura l'antica libertà; 
in altre parole, per riattivare il commercio che, in causa delle 
pessime istituzioni dell'impero romano, trovavasi quasi al tutto 
estinto ^. — Ma allora, si obbietta, come va che Ulpiano , per 
dire d'un solo, ne parla come di esistenti? Il.Burmann, per ispie- 
gare la contraddizione, penserebbe che Pertinace abbia, per fa- 
vorire il popolo , fatto sì qualcosa, ma soltanto richiamate le 
prime disposizioni, e quindi abolite non le tasse, ma gli aumenti 
e aggravi che l'avarizia degli imperatori vi avea portato. Ma 
Erodiano, sembra a noi, parla troppo chiaro, troppo reciso {iOa\ 
T£ iràvra... xaTaXuo-a;), perchè si possa ammettere questa spie- 
gazione, e troviamo quindi più accettevole l'ipotesi che Perti- 



' Cesare li ristabilì per le merci straniere « Peregrinarum mercium portoria insti- 
iuit » (Svelonio, Caes. 43); e siccome questo erano piìi che altro di lusso , a ragione il 
Thibault, (op. cit. p. i7) rileva di tale disposizione lo scopo di concorrere con le leggi sun- 
tuarie alla repressione del lusso medesimo. 

* Neppure Galba possiamo persuaderci abbia davvero abolito i portoria, troppo 
essendo proficue tali tasse all'erario romano; piuttosto non saremmo lontani dal supporre 
che li abbia temporaneamente soppressi , e a ciò pensare saremmo forse indolii anche 
dalla scritta - Remissa quadragesima - che portano incisa quelle monete sulle quali tanto 
insistono, ma, ci pare, non a ragione, coloro che sostengono una vera e propria aboli- 
zione della tassa. (Di quanto incerto significalo siano però pur tali fonti numismatiche si 
vedrà in altro capitolo). 

' Bandi de Vesme: Des imposilions de la Caule cap. VI, n. 65, pag. 33 (ediz. italiana). 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 43 

nace abbia davvero aboliti i portorìa, ma dopo di lui, e il suo 
impero fu breve, siano stati tosto rimessi. 

Come indica la stessa etimologia della parola, le tasse por- 
terie si pagavano di solito nei porti romani sia d'Italia che delle 
Provincie; venivano però riscosse anche su strade tutt' altro che 
di confine e su certi ponti ^ — Ma, così enunciata, la cosa pec- 
cherebbe d'imprecisione: diremo pertanto che in tre principali 
posti venivano riscossi i portorìa: alla frontiera, sia dell'im- 
pero romano, sia di varie provincie riunite in distretto; all'en- 
trata di certe città; e su certe strade e ponti, a seconda delle 
quali località la tassa assumeva il nome di portorium mariti- 
mmn o portorium terrestre. 

Tutto ciò che serviva al commercio era sottoposto al por- 
torium; ne andava invece esente tutto ciò che serviva al diretto 
consumo (Livio XXXII, 7; Cod. lustin. IV, 61, 5) ^ Questo 
il principio fondamentale, regolatore di tale tassa; il quale, è 
d'uopo tosto avvertire, se torna facile ad enunciare, altrettanto 
difl5cile dovette riuscire a mettere in. pratica. Come, infatti, po- 
ter distinguere in certi casi se la merce che il viaggiatore por- 
tava con sé gli serviva di traffico o non piuttosto semplicemente 
per suo uso e consumo? Basta questa sola considerazione per 
farci pensare a un mondo di liti, sotterfugi, astuzie, prepotenze, 
e da parte dei gabellieri e da parte dei viandanti, d'entrambi 
essendo in giuoco gli interessi. Sta bene che v'erano anche norme 
speciali per giudicare della natura delle merci, ma è pur vero 
che esse un gran numero di volte si chiarirono insufficienti, e 



' Basterebbe ciò per non poterle più a rigore far corrispondere alle nostre tasse di 
dogana; s'aggiunga poi che mentre queste hanno anche l'intento di tutelare l'industria 
nazionale da una sfrenala concorrenza della straniera, tale scopo assolutamente mancava 
alle portoria, e nessun classico infalli ci fa cenno, per dirla col Cagnat, di polilica pro- 
tezionista: la qual cosa, del resto, non ci deve punto sorprendere, sapendo che all'Italia, 
come quella che era priva d' industrie, non avendo che la piccola, la casalinga, occorreva 
anzi che gli stranieri vi importassero i loro predoni. — Neppure i dazi degli antichi, cioè 
le tasse che si pagavano all'entrata di certe città, si possono uguagliare ai moderni, poi- 
ché questi colpiscono le merci che si consumano all'interno delle relative città; quelli, 
invece, anche le merci che solo vi transitavano. 

* Certi oggetti, a cominciare dal Ili secolo di Crislo, non poterono più uscire 
dall'impero romano; tali furono il sale, l'olio, il vino, le armi, il ferro, la cote, l'oro: pena 
la morte a chi tentasse passarli ai nemici. 



44 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

anzi contribuirono alle contestazioni. Così, ad esempio, essendo, 
quanto ai servi, prescritto che solo gli usuali fossero esenti dal- 
l'imposta \ eccoti i trafficanti di quelli di lusso a vestirti questi 
(gli eunuchi, le cortigiane), come loro famigliari, o a camuffar- 
teli da povero servitorame, appunto per non averne da pagare 
il portorio ^. — Ma passiamo in rassegna con ordine tali più 
importanti disposizioni. — Già dall'esempio addotto si rileva che, 
oltre a ciò che serviva al commercio, era in massima stabilito 
dover pagare il portorio anche gli oggetti tutti e le persone, 
che, fossero pure adibite all'uso privato del viaggiatore, erano 
però di lusso. Ne andavano tuttavia esenti quelle che gli amba- 
sciatori di popoli stranieri portavano da Roma alle loro sedi ;" e, 
si badi, diciamo da Roma, perchè doveano anch'essi pagare per 
tutto ciò che a Roma importassero dalla patria loro (Cod. lu- 
stin. lib. IV, 61, 5.). Inoltre erano immuni dal portorio le be- 
stie da soma, gli strumenti da viaggio, quelli, ad esempio, per 
aprir vie, e quelli che i contadini trasportassero, per la cultura 
dei loro fondi. Anche gli stessi generi che i mercanti non aveano 
venduto potevano ripassare- liberamente i porti, poiché se rifa- 
cevano la via, non era a scopo di commercio, ma anzi per man- 
cata vendita ; .però la cosa non era molto chiara, donde frequenti 
contestazioni fra i pubblicani che pretendevano d'esser pagati e 
i commercianti che sostenevano l'immunità della merce •^. 

Altra importante disposizione era che i viaggiatori, com- 
mercianti meno, dovessero dichiarare ai gabellieri tutto quello 
che portavano con sé, fossero merci soggette o no al portorio ^, 



* Vedi legge censoria della Sicilia nel Big. (lib. L, 16, 203) servos, quos quis domo 
ducei suo usu (nella quale espressione si compresero i soli schiavi veramente addetti alla 
persona del padrone, come camerieri, cuochi), prò his portorium ne dato. 

* Di solito si facevano passare quali cittadini romani imponendo loro la toga, gio- 
chello però questo alquanto pericoloso pei padroni, che talvolta accadeva che lo schiavo 
si pretendesse poi libero davvero. La vipera, si vede, mordeva il ciarlatano. 

' Eccesso di fiscalità che solo Giustiniano soppresse fu quello dell' a mortuo tribu- 
tum exigere; giacché il consenso del pontefice massimo, che pure occorreva per trasfe- 
rire un cadavere da un sepolcro a un altro, non ne esonerava il trasporto dalla tassa di 
pedaggio. 

* Dig. XXXIX, 4, 1. —Non bisogna disconoscere in questa prescrizione anche un 
intento non fiscale, ma favorevole a chi viaggiava, poiché, mancando un elenco preciso e 
completo degli oggetti che dovean pagare il portorio (quello steso dal giureconsulto Mar- 
ciano e che si trova nel Dig. tit. cit. 16 § 7 non è che l'enumerazione delle merci che Roma 
importava dall'Asia, o, secondo il Vigié, * Des douanes dans l' empire romain», fram- 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 45 

padronissimi però sempre questi ultimi di non fidarsi e di con- 
trollare il carico rovistando casse e fagotti (vedi Plutarco : Uipì 
uoXuTrpayfjLoo-ùvr];, VII); e che perfino il segreto postale non fosse 
da essi rispettato, Plauto, per dire d'uno solo, ce lo canta ar- 
gutamente e a chiare note nel Trinummus (III, 3, 64) : 

lam si obsignatas non feret, dici ìioc 'potesti 
Apud portitorem eas resignatas sìhi 
Inspectasque esse ^ 

Non staremo ora qui noi a volerci atteggiare a paladini di- 
fensori de' gabellieri di que' tempi : la cosa sarebbe abbastanza 
ridicola; tuttavia sarà bene avvertire che tali loro indiscrezioni 
trovano però una qualche attenuante nell'imprecisione delle norme 
finanziarie. Infatti, chi e in qual modo stabiliva in ogni singolo 
caso la tassa portoria che il viaggiatore dovea pagare? — Sem- 
pre, ovunque il portitor. Orbene: costui, che di solito era un 
povero schiavo o un servo, per applicare il canone daziario della 
quarantesima, ottava o altro, da Roma fissato ^, dovea pur co- 
noscere, e perciò esaminare piuttosto minutamente, quanto il 
viandante portava con so, e anche frugare lo stesso viandante ^ 
che, ad esempio, questi avrebbe potuto passar via fingendo di 
nulla avere, e in cambio le tasche sue esser ripiene di gioielli, 
pietre preziose, monili. Del resto, sappiasi, che contro gli esat- 



meato d'un rescritto imperiale circa i diritti dei delatori nelle contravvenzioni da essi pro- 
mosse), in buona fede il viaggiatore avrebbe potuto qualche volta dichiarare il carico suo 
immune, e poi il pubblicano , il portitor, scoprendovi della merce incriminata appioppar- 
gli una multa. Inoltre, per questa stessa disposizione, non essendovi più bisogno che il 
gabelliere interrogasse il viaggiatore, veniva, in gran parte, tolto anche il pericolo delle 
domande capziose, insidiose, che, quali trabocchetti, servivano a quello per far cadere in 
dichiarazioni men che esatte il malaccorto viandante, e cosi poterlo accusare di frode, 
donde multe, confìsche, o, per lo meno, componimenti che, per quanto amichevoli erano 
sempre a base di denaro. 

' Nei Menaechmi poi (I, 2, 6-9) troppo vivace quadretto ei porge della noiosa 
curiosila d'essi perchè rinunci a riportarlo: Rogitas quo ego eam? qtiam rem agam, quid 
negoti gerani ? — Quid petam, quid feram? Quid foris egerim ? — Portitorem domum duxi, ita 
omnem mihi. - Rem necesse loqui est, quidquid egi atque ago. 

* Ricordiamoci che la tariffa dei portoria veniva fissata dal Senato; solo a' tempi 
del basso impero spettò lo stabilirla all'imperatore, e, sotto i suoi ordini, al Comes sa- 
crarum largitionum, il ministro del tesoro. Cfr. Humbert: Essai sur les finances des 
Romains tom. I p. 371. 

' Non potea però mettere le mani addosso alle patrizie; Quintil. Declamat.: o-ma- 
tronam ne liceat attingere » . 



46 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROiMA ANTICA 

tori del dazio e i pubblicani fu dal pretore istituita l'azione com- 
missoria, per la quale, chi avesse tolto a forza oltre quanto era 
prescritto dalla legge, né l'avesse restituito, dentro l'anno era 
condannato nel doppio , dopo l'anno m simplum della somma 
estorta ingiustamente \ azione che si estingueva dopo il corso 
di cinque anni. Essa fu peraltro estesa anche verso i contrab- 
bandieri, ossia quelli che non palesassero le loro merci alle sta- 
zioni uffici del dazio, nel qual caso però, la pena era del qua- 
druplo anziché del doppio ^. 

Anche allora l' ignorantia iiiris non era motivo di scusa, e 
tutto ciò che il viaggiatore non avea dichiarato, ma i gabellieri 
trovavano, strillasse egli pure, veniva sequestrato; e, precisa- 
mente, a vantaggio del fìsco se l'imposta che s'era tentato fro- 
dare era di diritto dell'imperatore ed era riscossa da' suoi im- 
piegati; a vantaggio de' pubblicani se era ad appalto ^ A tale 
pena della confisca della merce nessuno sfuggiva, se non il mi- 
norenne e chi, essendo arrivato a persuadere i portitores che avea 
in buona fede denunziato inesattamente, pagasse l'imposta rad- 
doppiata. In ogni caso i pagamenti doveano venir fatti subito, e 
un commerciante non poteva quindi (tranne gravissime circo- 
stanze, come una tempesta che minacciasse sommergere il carico : 
vedasi Dig. XXXIX, 4, 16 § 8) scaricare le sue navi se non 
dopo aver sborsata la somma del dazio. 

L'esercito invece godeva di speciali privilegi. Infatti tutto 
ciò che serviva ad esso non pagava tassa alcuna ; e, curiosa, 
provocante quest'altra disposizione (che durò poi sempre), se i 
militari, nel denunciare ai gabellieri il loro bagaglio, come era 
obbligo di chiunque, quando trasportassero come privati merci 
per venderle ", mentivano, cioè lo dichiaravano composto uni- 
camente di oggetti esenti da portorio e invece non lo era, non 



* Ben sovente però rimaneva ai pubblicani una qualche scappatoia: vedasi Thi- 
bault, op. cil. pag. 163. 

* V'era anche un'azione per la quale i pubblicani poteano perseguire quanto era 
loro stato frodalo perfino presso gli eredi di chi li avea ingannati; pur questa azione era 
valevole solo nei cinque anni seguenti la frode. Cod. Just. IV. 61, 2. 

' Quintil., declam. 241 : Qmd qtiis per publicanos improfessum transtulerìl, commis- 
sum sit; e declam. 359: Quod quis professus non fuerit, perdat: cfr. Dig. XXXIX, 4, 16 § 5, 

^ Nel qual caso dovevano anch'essi pagare l'imposta. Vedasi Tacilo XIII: Militi- 
bus immunitas servaretur, nisi in iis quae veno exercerent. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 47 

erano puniti. Però, tranne questa sola distinzione, sullo scorcio 
dell'impero, neppure ai soldati si riconobbe una posizione di fa- 
vore ; dopo, cioè, il regno di Valentiniano furono anch'essi sot- 
toposti al pagamento del portorio come gli altri cittadini. 

Nessuno, adunque, tranne l'imperatore, si potea sottrarre 
a tale tassa ^ ; nemmeno gli stessi prefetti e governatori delle 
Provincie: ben inteso sempre che non si trattasse di cose usuali 
e serventi al diretto consumo •^. Tuttavia gli imperatori furono 
soliti concedere l'immunità a certe persone che si fossero rese 
benemerite del paese, e troviamo pure che alcuni imperatori 
avari, per raggranellar denaro, talora anche vendettero l'immu- 
nità dal portorio. Nerone, ad esempio, ne concesse varie di tali 
esenzioni; e Filostrato, nella vita di Polemone (1,25, 3) narra 
che Traiano concedette a questi di àTsÀf] iropsuo-Gat Biòl yi]^ xaì 
OaXàTT/];, privilegio che Adriano estese anche ai suoi discen- 
denti. — Inoltre Valentiniano, Valente, Costantino, le riconob- 
bero in tutto in parte ai navicularii ^, ai soldati della casa 
imperiale, ai veterani e, di questi, anche ai figli. 

E veniamo ora all'ammontare di tale imposta. 

Il canone di questa contribuzione variò, e non poco, secondo 
i tempi e secondo i luoghi ; il che non ci sorprenda avendo do- 
vuto essa adattarsi alle differenti e incerte condizioni (paci, 
guerre; il crescere e il diminuire del valore delle merci) degli 
uni e degli altri. Forse appunto per queste oscillazioni dell'im- 
posta gli antichi scrittori non si curarono di tramandarci ed 
esporcene per disteso le regole; tuttavia, tenendo conto delle 
allusioni e dei fuggevoli cenni che essi ci fecero, e, più ancora, 
facendo tesoro del copioso materiale epigrafico che la concerne 
(e ciò non va detto per i ^o\ì portar ia, ma in generale per tutte 



* Tutti gli oggetti, quindi, che appartenevano al fisco erano esenti dal portorio.- 
Cosi ne attestano il Dig. XXXIX, IV, 9 I 8: « Fiscus ab omnium vectigalium praestatimibus 
immunis est*; e il God. lust. IV, 61, 5. 

* Di qui che Cicerone abbia potuto inveire contro Verre anche per frodo di por- 
torio. — Solo i questori per le fiere che facevano venire a Roma per gli spettacoli non 
pagavano tale tassa. 

' Costoro quindi, trasportando il grano dalle provincie a Roma, poterono, in una 
con esso, trasportare per proprio conto, delle merci, senza doverne pagare il dazio. Vedi 
Vegezio, de re militari IV. 



48 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

le vectigaììa)^ si è riusciti a ricostruirne le norme almeno più 
importanti. Possiamo quindi dire che mentre in Italia, a partire 
dalla riforma di Cesare, pagarono il dazio solo le merci stra- 
niere, nelle provincie sempre lo pagarono tutte, tranne, s'intende, 
quelle dei Romani, che essi pretesero sempre e ovunque l'im- 
munità; che tale tassa, durante il Cesarismo fino a Vespasiano, 
in Italia, dovette consistere nel pagamento della quarantesima 
parte del valore della merce, dappoiché per tutto questo periodo 
la si trova ordinariamente detta quadragesima; solo a' tempi 
del basso impero esser salita all'unico canone del 12 e mezzo 
per cento, cioè all'ottava parte del valore delle merci importate 
esportate \ donde l'uso del vocabolo octava invece di quello 
di portorium; e ancora in questi la sua riscossione essere stata 
affidata a pubblicani per via d'aggiudicazione ^ 

Non è però a credere che da per tutto, cioè in ogni provin- 
cia dell'impero, vigessero le medesime regole che in Italia ^ Già 
abbiamo visto come il Senato da certe città non riscuoteva affatto 
il portorio, ma ne abbandonava il reddito al loro proprio erario; 
passiamo ora a trattare degli otto più notevoli distretti doganali, 
e vedremo che neanche per tutti questi uno solo era il dazio, 
vale a dire non il medesimo vigeva in ogni luogo. 

Di grande importanza politica ed economica fu la provincia 
della Sicilia. Non poche sono le allusioni che vi fecero gli an- 
tichi nei loro scritti, per la qual cosa discretamente bene cono- 
sciamo quali ne furono le condizioni; così, a proposito delle 
finanze, la lì* Verrina ne dice che, oltre ai vari tributi diretti 
che la gravavano, vi era pure quell'indiretto, che colpiva in ge- 
nere tutto quanto veniva esportato, senza distinzione della per- 
sona cui apparteneva. Era questo appunto la tassa portoria, che 
consisteva nel pagare, come dazio di esportazione la vicesima, 
cioè il cini^ue per cento del valore della merce "*. Sappiamo pure 

' Ciò è confermato da uaa legge di Graziano che trovasi inserita nel Cod. luslin. 
IV, 61. 7. 

* Unico portorio direttamente riscosso da funzionari imperiali fu la quadragesima 
Galliarum. Vedi Thibault, op. cit. pag. 134. 

* Neil' Italia le più importanti dogane furono quelle di Pozzuoli , Tergeste e 
Aquileia. 

* La maggior parte di ciò che Verre espilò in Sicilia non era destinata a rima- 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 49 

che i Siciliani stessi, per la legge di Gerone, potevano « à l'ex- 
clusion méme des citoyens romains, devenir adjudicateurs de 
leurs douanes » ^ 

Un' IP distretto era formato dalle provincie spagnuole. Esse 
trovavansi, rispetto alle altre, in buona condizione, giacché il 
dazio del loro portorio era il piìi tenue, ammontando solo al due 
per cento ; e ciò, molto probabilmente, perchè i prodotti della 
Spagna saranno stati di grande bisogno per Roma, e quindi tor- 
nava opportuno non caricarli di troppi aggravi ~. 

Ili: le GaHie (Narbonensis, Belgica, Liigthine^isis, VAqui- 
tmiia, le Alpes Cottiae e le Maritimae). Alla frontiera di questo 
si pagava il 2 e mezzo per cento del valore della merce, onde 
il nome alla tassa di quadragesima Galliarmn. Non la si ri- 
scosse però solo al <ìohfìne, ma anche all'interno, su vie, ponti, 
e all'entrata di certe città, come Nemausus, Cularo, Vienna. 
Notevoli uffici di dogana furono quelli di Arelata, di Tarnadae 
e di Turicuni; ma di tutti il piti importante fu quello di Lug- 
dunum; questo infatti fu la dogana, per così dire, centrale 
dell'intera amministrazione di tutta la Gallia e in esso risie- 
dette il ])rocurator quadragesimae. 

IV: la Bretagna. Di questa regione nulla sappiamo intorno 
le prescrizioni sue finanziarie; e per poco ignoreremmo perfino 
esservi stato riscosso il portorio a favore di Roma, se Tacito, 
nel passo già riferito della vita di Agricola, non vi facesse al- 
lusione. 

V: le Provincie della Mesta o Illìrico. E probabile che qui 
il diritto di dogana si pagasse alla frontiera d'ognuna delle pro- 
vincie (Pannonia, Dalmazia, Norico) e che la riunione di esse 
in un solo distretto non voglia significare altro che il canone 
daziario era il medesimo per tutte ; quale però sia stato di certo 



nervi, e doveva quindi pagare il portorio. Verre però volle esimersi dal pagamento di 
questi dritti, e provocò in tal modo dei dissensi tra lui e i pubblicani. Dal solo porto di 
Siracusa esportò in pochi mesi 400 anfore di miele, 50 letti per triclini, molti panni mal- 
tesi e una grande quantità di candelabri per il valore di un milione e duecento mila se- 
sterzi; cosicché la società daziaria di quel porto fu trulTata di 60,000 sesterzi (V. Giccolti : 
Proc. di Verre, p. il9). 

' Thibault: Les Douanes, cap. VII p. 118. 

* Vedansi ad esempio i n. 5064 e 5961 del Corpus inscriptionum latinarum II e il 
commento che loro fa seguire il Mommsen. 

7 



50 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

non si sa; è tuttavia probabile che anche qui s'abbia avuta h\ 
quadragesima K — Per questo distretto più che per nessun altro 
si ha sovente notizia di corpi di truppe disposte in guarnigione 
e scaglionate qua e là, specie lungo il Danubio, per proteggere 
i gabellieri e impedire il contrabbando. A Poetovio era la do- 
gana centrale, e quindi anche la residenza del procur. vectiij. 
Illyrici. 

VI: le proi'incie Asiatiche (Bitinia, Paflagonia, Ponto ^). 
Ciò che ora si è detto per quelle della Mesia, qui si afferma con 
certezza; ed è pur attestato da Svetonio nella vita di Vespasiano 
(cap. 1), che il tasso vi fu del due e mezzo per cento. L'Asia però, 
benché le regole sue fossero le stesse di quelle delle provincie, 
costituiva un distretto a parte, e quindi l'appalto del suo portorio 
non era compreso in quello della Bitinia ^. 

VII: r Africa, Quattro erano le imposte che gravavano su 
di questa provincia ^; però quali precisamente fossero non si sa. 
Di certo questo soltanto si può dire: che tra esse v'era il por- 
torio; che venivano date in appalto tutte quattro insieme; e a 
Rusicada e Zara esservi state le due dogane più importanti. — 
Della prima ci sono giunti molti piombi in forma di bottone, 
che probabilmente dovettero servire a contrassegnare le merci 
daziate; della seconda conosciamo invece qualcosa piìi; e, ad 
esempio, una sua lex portus o tariffa di dogana dell' anno 202 



* Marquardt, r'óm. Staatsverwaltung 2^ ed. II p. 273. 

* Contro l'opinione del Marquardt, generalmente accettata, secondo la quale la 
provincia del Ponto e della Bitinia sarebbe stata soUratta al Senato per opera di Adriano, 
vedasi nell'Hermes (a. 1896) l'articolo « Studi sulla storia dell' amministrazione romana », 
nel quale il Brandis sostiene che non Adriano, sibbene M. Aurelio - in seinen ersten Re- 
gierungsjahren Bilhynien dem Senat nalim iind in scine eigene Verwaltung iibergehen- 
liess -. E in generale a proposilo di questo distretto notiamo che ogni relazione commer- 
ciale tra r impero romano e la Persia era proibita, pena l' esilio perpetuo oltre la confisca 
di ciò che si tentava trasportare. Cod. lustin. IV, 63, 4. 

' Certo tale provincia fu quella che fornì a Roma la parte più rilevante e sicura 
delle pubbliche entrale, poicliè Cicerone, nel discorso sulla legge Manilla, dice fra 1' al- 
tro: «l'Asia è cosi ricca e cosi fertile che sorpassa e di molto tutti gli altri paesi ». An- 
che Plutarco, del resto (nella vita di Siila), testifica delle sterminate sue ricchezze, nar- 
rando che questa provincia, dopo essere stata da Mitridate per quattro anni emunta, fu 
pur quella che pagò a Siila 40,000 talenti d' argento e seppe creare le enormi fortune 
degli amici di Pompeo, quali un Murena, uno Scauro, un Gabinlo, un Demetrio, un Teo- 
fanto. 

* Vedi la frase: quatuor publica Africae, sovente nelle epigrafi significata dalle si- 
gle mi. P. AFR. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 51 

dopo Cristo, ci apprende che un cavallo pagava un denaro e 
mezzo, un bue mezzo denaro, nulla le pecore che si conducevano 
al mercato (unica traccia questa che si abbia nel mondo romano 
di libero transito) ecc., ci mostra insomma che i dritti doganali 
erano, almeno di quel tempo - inizi del III secolo di Cristo - e 
in tale posto, assai temperati K Assorgere però da questa sin- 
gola testimonianza a stabilire il tasso generale dell'Africa non 
è possibile, mancandoci assolutamente ogni altra notizia. 

Vili: l'Egitto. Questo paese, come si vede, costituiva un 
distretto a parte; non era cioè compreso in quello dell'Africa, 
come pure a tutta prima potrebbe supporsi. — L'organizzazione 
sua fiscale risaliva Ano al tempo de' Tolomei, e Roma nulla ebbe 
bisogno d' introdurvi, che già tutto (dogane, pedaggi, ecc.) vi 
era e ben sistemato ^; solo ne avocò a sé i redditi. Per tale 
regione passavano in Italia in grande quantità specialmente le 
merci di lusso. Plinio, infatti, stima che la sola importazione 
delle perle che tenevano la via d'Alessandria, oltrepassasse an- 
nualmente il valore di cento milioni di sesterzi. E invero solo 
tenendo conto di questo carattere del commercio egiziano pos- 
siamo comprendere in qualche modo il fortissimo dazio del quarto 
del valore degli oggetti, che si dovea pagare, a detta di Ar- 
riano, nel porto di Leuke Come (Arabia). È probabile che nelle 
altre stazioni e porti il canone sia stato meno , e di molto 
meno, gravoso : tuttavia ciò non si può categoricamente affer- 
mare, perchè nulla più noi sappiamo in proposito se non che a 
tutte le bocche del Nilo erano delle navi per riscuotere la tassa 
d'entrata ^ 

Abbiamo così terminato di passare in rassegna i più impor- 
tanti distretti portoriali di Roma. Tale esame ci ha dato occa- 

» Corpus Insci-, lat. Vili, 4508; e X, 6668, la quale ci offre esempio di una persona 
che fu proctir. quadrag. Galliarum e procur. IIII publicorum Africae. 

* Gli appaltatori, come quelli che di solito se non Romani vi erano Greci, venivano 
qui detti grecamente jiiaOcoral o £7:tTr,prjTat, e i loro dipendenti i3or,9oi. L' autorità militare 
li tutelava nelle riscossioni, - Modificazioni di rilievo Roma non ve ne fece se non il pro- 
lungamento dell' appalto che prima durava, pare, un anno solo. 

* Hirtius, De bello Alexandrino, XIII : « Erant omnibus ostiis Nili custodiae exigendi 
porlorii causa disposi lae » - A proposito dell' importanza finanziaria dell'Egitto vedasi an- 
che il giudizio complessivo di Strabene (XVII, 1), e tra i moderni, il Marquardt, rom.. 
Staatsverwaltung S** ed. II p. 274 segg., come per gli altri distretti. 



52 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

sione, di rilevare come l'imposta in discorso sia stata di canone 
varia assai , e ci ha pure mostrato in certe provinole speciali 
peculiarità, come, ad esenapio, pedaggi presso città non di con- 
fine, milizie tutelanti le stazioni portorie, e così via. — Dobbiamo 
però tosto in aggiunta avvertire un'altra cosa; e cioè che sem- 
pre in ogni distretto, avesse o meno all'interno suo pedaggi, la 
tassa si dovè pagare, oltreché all'entrata, anche all'uscita. — 
E veniamo ad un'altra delle imposte indicate, e precisamente a 
quella che in ordine di tempo ci si presenta come seconda. 



Gap. III. 
La Vicesima manumìssionum ^ 

Questa tassa consisteva nel pagare la ventesima parte del 
valore d' ogni schiavo che si liberava ; e per l'origine risale al 

console Gneo Manlio, il quale « legem novo exemplo in ca- 

stris, tributim, de vicesima eorum, qui manumitterentur, tulit » ^. 
Appartiene dunque all'anno 357 avanti Cristo, cioè al IV secolo 
dalla fondazione di Roma. 

Lo storico latino però ne crede vero autore il Senato, che 
si sarebbe servito del console come di semplice strumento ; alla 
quale supposizione è condotto dall'essere riuscita tale imposta di 
grande vantaggio all'erario. Noi, lasciando stare le congetture, 

' Altrimenti detta vicesima libertatis. 

* In castris, nel campo di Sutri; Livio, VII, 16. Il Pais, nella sua storia di Roma, 
facendo la critica alle leggi Licinie Sestie, tocca per incidenza anche della legge Manila 
vicesimae libertatis, a proposito della quale dice che la data, che comunemente le si as- 
segna, si trova in compagnia di altre assai discutibili, e merita perciò una fede meno 
cieca di quella che generalmente le si presta dai trattatisti del diritto romano. Egli, per 
parte sua, inclina a ritenerla posteriore del tradizionale a. 357, osservando fra l'altro che 
sebbene sia spiegabile, tenendo conto dei rapporti che v'erano fra Saturno, i «Saturnalia» 
e gli schiavi, che il ricavo della vices. libertatis costituisse V aerarium sanctius, e quindi 
che tale legge sia stala messa in rapporto colla fondazione del tempio di Saturno (che 
l'annalista Gelilo narra essere stato fondato appunto verso la metà del IV secolo); tutta- 
via, dice, si deve anche tener presente che pure i Valeri si vantarono di aver fondato 
l'erario di Saturno. — E perfino della città dubita il Pais, se cioè si deva ritenere Sutri 
il luogo ove si tenne il comizio che approvò la legge, o non piuttosto Satrico, città, nota 
egli, che pur altra volta fu scambiata colla prima. 

Le argomentazioni del Pais sono, senza dubbio, sagaci ; ma non ci sembrano a tal 
punto persuasive e convincenti da obbligarci proprio a rifiutare come errata la tradizione 
comune. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 53 

e quindi se sia molto o poco probabile che 1' abbiano stabilita i 
senatori, o non piuttosto sia stata ideata proprio dalla mente 
del console ^, notiamo che certo ebbe per iscopo di provvedere 
con abbondanti entrate alle tante spese dello Stato, e che non 
solo durò per tutto il periodo repubblicano, e in Italia rimase 
anche quando i portarla erano stati aboliti ^, ma durò eziandio 
sotto l'impero, che Dione Cassio (lib. LXXVII, 9 e LXXVIII, 12) 
ci narra averla Caracalla raddoppiata e Macrino restituita nella 
sua antica forma. Da questo tempo però in avanti ne vien meno 
ogni cenno ^, e sembra quindi che, al più tardi colla riforma finan- 
ziaria di Diocleziano, sia stata levata, e sostituita da imposte 
più rinumerative "*. 

Ma, comunque, si domanda : tale tassa chi dovea pagarla? 
il servo, il padrone, o tutt'e due ? Quest' ultima opinione è in- 
sostenibile, nessun testo convalidandola. Sta bene che la si po- 
trebbe trovare in certi casi giusta e ragionevole, cioè si potrebbe 
senza logica difficoltà pensare che tale imposta sia stata pagata, 
vuoi in parte uguali, vuoi proporzionate agli averi, da entrambo 
le persone, lo schiavo e il padrone, ma nulla più, perchè, come 
ripeto, non v'ha alcun autore che l'appoggi. La questione, tut- 
tavia, è pur sempre ben lungi dal presentarsi facile e chiara; 
giacché se da una parte si danno affermazioni recise di paga- 
menti di tale imposta fatti dai padroni, non sono meno peren- 
torie e categoriche le altre cìie affermano tasse di manumissione 
esser state pagate da servi ''. Arriano, ad esempio, nelle disser- 

' Il Willems (Le droit public romain) crede abbia avuto quesla contribuzione anche 
un intento suntuario, e precisamente quello di impedire il numeroso, continuo aumentare 
dei nuovi cittadini. In tale senso sospetta anche 1' Humbert. 

* Ci sovvenga di quel passo di Cicerone che già ebbi occasione di riportare : « Por- 

toriis sublalis, quod vecligal superest domesticum, praeter vicesimam? » (Ad Att. II, 16). 

Essa adunque dopo la soppressione dei pedaggi nel 60 era la sola imposta regolare che 
l'Italia pagava. 

* Per ciò, e fors'anche per una non troppo esatta interpretazione del là xaraSa- 
■/Oivia di Dione, v'ha chi sospetta che già lo stesso Macrino l'abbia addirittura abolita. 
Il Pauly (Ueal Encyclopàdie), ad esempio, dice appunto che Macrino « restituirle die vi- 
cesima oder oh sie ganz auf ». 

. * La stessa diminuzione delle grandi famiglie di schiavi, già incominciata nel II 
secolo, dovette del resto, di necessità aver fatto grandissimamente scemare l'antica im- 
portanza della vicesima; e in vero i procuratori di questa furono, nel trecento, di rango 
inferiore a quelli della lassa d' eredità, che appresso vedremo. 

* Non è esatto dunque 1' Humbert (in Daremberg: Dictionnaire des antiq. gr. et rom., 
s. V. aurum vicesimarium) quando dice che essa si dovea pagare, di regola, dai servi, e 



54 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

tazioni di Epitteto (lib. II, cap. I) dice che quando alcuno vuol 
manomettere un servo paga la vicesima; e invece altrove (lib. IV, 
cap. I), domandandosi il perchè del desiderio dello schiavo di ve- 
nir liberato, osserva scherzosamente : « forse perchè proprio ci 
trovi un gusto matto a pagare i vicesimarii? » Così in altri au- 
tori troviamo, e di frequente, accennato fra le prove di libera- 
lità di ricchi padroni l'aver questi regalato ai servi, che si ri- 
scattavano, la vicesima^ cioè averla pagata loro per essi ; il che 
indica chiaro che tale tassa doveanla pagare i servi ^ E allora? 
non si sarebbe tentato d' esclamare : e chi ci capisce niente ? 
Senonchè la questione non è forse tanto inesplicabile come può 
a tutta prima parere ; è vero che si presenta come un dilemma 
(o il servo o il padrone), contro una delle cui corna necessaria- 
mente si deva urtare, ma una distinzione, è prol)abile, ci tornerà 
opportuna. E invero : le manumissioni potevano accadere per mu- 
nificenza, per affetto riconoscente de' padroni, o pure per richiesta 
dei servi che si riscattassero co' risparmi fatti o coll'impegnarsi 
per servigi nell'avvenire ^; poteano cioè succedere per generosa 
iniziativa de' proprietari, e anche per espresso volere di chi era 
schiavo ^ Orbene: poiché diversi erano i moventi delle manu- 
missioni, non è naturale che ne siano pur state, a secondo i casi, 
diverse anche le rispettive norme giuridiche ? E non merita 

che era solo por spirito di munificenza se qualche volta la pagava il padrone ; e neppure 
ha ragione lo Hirschfeld (op. cit., p. 70 nota 1) che crede esser stata generalmente questa 
lassa pagata dai padroni. 

' V'ha chi crede (ma forse perchè traviato dal falso principio che di regola fosse il 
padrone che dovea pagare l'imposta) che talora il servo aiutasse il proprio signore, cioè, 
fattosi prestare da qualcuno del denaro, glielo desse, perchè gli pagasse la vicesima. In 
questo senso si volle spiegare il passo di Plauto; Uudens, alto V, scena III: Gripus: .... 
lam te ratus - Nanctum hominem quem defraudares: dandum huc argentum'st probum; - 
Id ego continuo huic dabo, adeo me ut hic emitlat manu. A noi però non pare sia qui 
necessaria una tale spiegazione, che ci sembra si possa intendere che Grifo faccia conio 
di passare a Demone semplicemente come somma o parte della somma per il proprio ri- 
scatto il talento che pretende da Labrace. 

' Si ricordino le frequenti promesse di assistere per tutta la vita, di rendere gli 
onori funebri, di allevare i figli, ecc. che gli schiavi facevano ai loro signori oltre il paga- 
mento; promesse e riscatti d'importanza cosi rilevante da venir spiegata solo tenendo 
conto di quella potente molla delle azioni umane che è l'intenso desiderio dell'uomo di 
sentirsi e potersi chiamar libero. Si ricordi poi d'altra parte che, come in Grecia s'aveano 
gli erani, casse pubbliche alle quali gli schiavi si potevano fornire di denaro onde riscat- 
tarsi, a Roma c'erano i lenoni che pure prestavano denaro. 

» Il merito di avere per il primo posta chiaramente questa distinzione , e aver 
quindi di conseguenza additala la giusta ipotesi che toglie ogni diffloollà, spalla a Naquet. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 55 

quindi di venir da chiunque accettata l' ipotesi che quando la 
liberazione dello schiavo avveniva per spontaneo volere del pa- 
drone (per munificenza, o gratitudine sua), questi non facesse 
la cosa a mezzo, ma, per quello stesso motivo che lo induceva 
alla manumissione anche pagasse l'imposta; e quando era invece 
lo schiavo che sborsandogli un riscatto da lui si comprava, esso 
dovesse pure pagare allo Stato la vicesima ? 

Si consultino i classici con questo criterio e nessuna diffi- 
coltà non si troverà pili, che dileguerà da ogni passo quel carat- 
tere contradditorio che tanto, a prima vista, colpisce e sconcerta. 

La definizione che della tassa in discorso abbiamo abbozzata 
potrebbe far supporre che assolutamente ogni qualvolta nell'im- 
pero romano alcuno dichiarava libero il servo suo, sempre l'im- 
posta venisse pagata. Invece ciò accadeva solo quando lo schiavo 
in una colla libertà veniva in possesso della cittadinanza ro- 
mana , almeno , della latina * ; e pertanto nessuna tassa si 
pagava nelle manumissioni di servi di jìerp(jrinì, appunto perchè 
in queste gli schiavi venivano dichiarati soltanto liberi di sé ^. 

Come indica lo stesso nome dell'imposta, il canone consi- 
steva nella ventesima parte del valore dello schiavo (ridicola 
l'opinione che tale canone consistesse nella ventesima (ìel cenno 
dello schiavo) , il cui apprezzamento o estimo - che , natural- 
mente, si faceva solo quando la manumissione era un atto di 
generosità del padrone, che, quando invece era lo schiavo che 

' Quest'ultima da parecchi autori non è ammessa; cosi ad esempio, 1' Humbert 
pensa appunto che la vicesima. si pagasse allora solo quando l' affrancamento conferiva 
allo schiavo la cittadinanza romana, e il Bureau crede che quegli schiavi , la cui manu- 
missione non avea loro accordala la completa libert;i, siano stati esenti dall'imposta, per 
il fatto stesso che i loro padroni ben li potevano ancora ridurre in servitù. Inutile av- 
vertire come questo autore sia qui poco esplicito; tuttavia, riflettendo noi che la manu- 
missione poteva avvenire in forma solenne - con la vindicatio in libertatem o con il census 
per testamenttim - e in forma non solenne, cioè per mezzo di una semplice dichiara- 
zione privata - inter amicos o per epistulam o per mensam, - siamo indotti a supporre 
ch'egli abbia voluto significare che gli schiavi non soggetti alla tassa siano stati quelli 
che venivano affrancati nella seconda forma, o, come la si diceva, con la manumissione 
minus insta. A noi però sembra che si deva comprendere anche il diritto latino, non fos- 
s'altro perchè altrimenti si capirebbe ben poco l'opportunità e l'utilità degli uffici di ri- 
scossione di questa vicesima nelle varie regioni e Provincie. 

* Solo un rescritto del principe poteva aggiungere anche a costoro la cittadinanza, 
la quale, se romana, comprendeva i cinque diritti: lus conubii, commercii, suffraga, pro- 
vocationis, e Viustum auxilium; se latina, solo i due del connubio e del commercio. 



56 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

si riscattava da sé, lo stesso prezzo di riscatto costituiva l'estimo - 
veniva fatto da coloro stessi che riscuotevano tale imposta ^ e 
dai quaestorcs aerani sanati Saturni ^. Questo calcolo però non 
riusciva sempre facile a farsi, onde, talora, aspre contestazioni 
che si portavano a decidere, come a supremo giudice, al j^raetor 
de Uberalibus causis. 

Che anche questa tassa, al pari delle altre vectigaìia, du- 
rante la repubblica sia stata appaltata a pubblicani, non è cosa 
che si possa mettere in dubbio ^ ; e non meno si può provare 
l'esistenza dell'appalto per il tempo de' Cesari , poiché tanto in 
Roma come in Italia, nelle provincie senatorie come nelle im- 
periali, si trovano prove, anche per tale epoca, dell'esistenza di 
appaltatori della '■ìcesima, ch'eran -detti vicensiimarii, o, alla greca 
£lx(0(7T(òvai % i quali nelle singole provincie ^ o, rispettiva- 

' Si ha quindi, sotto questo rapporto, analogia colla tassa porteria, della quale 
pure abbiamo visto il canone venire applicato e quindi calcolato , volta per volta e per 
ogni merce, dai portitores. 

' A spiegare l' ingerenza di questi è da avvertire che 1' oro - aurum vicesimarium - 
in cui d'ordinario si pagava tale tassa, in forma di verghe, si usò custodire, anche du- 
rante il Cesarismo , nell' erario della parte postica del tempio di Saturno (fece però an- 
ch'esso capo al fisco a cominciare dal li secolo dopo Gesù Cristo - Ilirschfeld, op. cit. p. 71). 
A questo fondo di riserva che, benché depositato in luogo sacro, non avea punto per 
iscopo di venir speso per opere religiose, attinsero il Senato, durante la seconda guerra 
punica, e Cesare per riparare in qualche modo ai danni della civile. Se poi tale tesoro 
venisse alimentato da altri redditi oltre che da quelli della tassa di libertà, noi non sap- 
piamo, essendo in proposito assolutamente privi di attendibili ragguagli. Il Pauly (Real 
Encycl. ediz. in corso di stampa) circa questo erario cosi si esprime: Oh und was fijr 
Quellen dem Aer. ausser dem aurum vicesmarium zu Gebote standen, vvird nichl gesagt; 
was Lucanus (IH) sagt, ist theilweise falsch und verlangt daher auch fin- den Resi Vorsicht. 

» Hirschfeld, 1. e. 

* Questa seconda denominazione non faccia sospettare che, come il portorium tro- 
vava il suo riscontro in una tassa della Grecia, anche la vices. libertatis sia esistita, prima 
che a Roma, nell'Eliade; giacché sembra che colà gli affrancamenti non fossero soggetti 
a nessuna vera e propria imposizione. Bene spesso invece s'incontrano prove, fra l'altro, 
appunto negli atti di atTrancamento dell'influenza che il mondo romano esercitò su quello 
greco; cosi, ad esempio, nell'atto che risale a epoca molto remota (per quanto assai po- 
steriore a quella di cui ora parliamo nel lavoro) e che fu ritrovato vicino alle rovine 
d'Hyampolis (vedi Bulletin de correspondance hellénique: 1894 fase. 1) la persona che 
affranca è una donna assistita da un uomo ; della quale circostanza (che torna strana 
perchè nella Grecia dei nord anche le donne potevano affrancare i loro schiavi senza bi- 
sogno di nessun xjptoc) va ricercato il motivo precisamente nell' influenza della legge 
romana che non riconosceva alla donna la personalità civile. Di questo atto è pur cosa 
degna di nota che gli Dei, davanti alle cui statue è pronunciata la dichiarazione dell'af- 
francamento, sono anche invocati come garanti e testimoni. Neppure Delfo, l'attivissimo 
focolare, per così dire, di manumissioni, ci offre nei numerosi suoi atti epigrafici traccia 
d'una qualche lassa di eredità. 

* Sembra, almeno le iscrizioni che si conoscono fanno cosi supporre , che per 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 57 

mente, nei distretti italici, riscuotevano l'imposta. Tuttavia la 
completa mancanza di impiegati imperiali nell'amministrazione 
di questa tassa non va oltre il tempo di Marco Aurelio, che, 
a incominciare dalla seconda metà del II secolo, mentre prima 
gli uffici di riscossione erano composti di schiavi privati o pub- 
blici ^ sotto gli ordini di pubblicani *, vi si trovano procura- 
tori, impiegati subalterni, schiavi imperiali, e uno speciale fiscus 
Ubertatis et pecuUorum, e si rende quindi molto verosimile l'i- 
potesi che in tali anni questa entrata sia passata dall'erario al 
fisco. Noi adunque vediamo qui chiaramente ^ per la prima volta 
subentrare all'appalto la diretta riscossione per conto dell'impe- 
ratore ^. Non foss'altro quindi che per questo fatto la vicesima 
Ubertatis avrebbe una speciale importanza; ma ad esso se ne 
aggiunge ancora un altro , ed è che tale imposta, come ben os- 
serva il Carlowa ^, segna addirittura un notevolissimo - Zeit- 
piinkt - nella storia delle finanze romane , in quanto coli' ap- 
partenere alle vectigalia dimostra come il concetto del vectigal 

questa lassa non si siano avute - fino a che all'appallo non sotlenlrò la diretta riscos- 
sione - le grandi distinzioni distrettuali come per il portorio e le altre imposte, ma sia 
stata riscossa separatamente, provincia per provincia, regione per regione. 

' Questi ultimi componevano 1' ufficio centrale di Roma; così almeno fa supporrò 
l'epigrafe n. 916 del voi. VI, G. I, L., qualora però innanzi all'espressione publid non si 
voglia sottintendere un sodi. 

* A titolo d' esempio riferisco qui la seguente epigrafe che riguarda appunto un 
publkanus della tassa in questione, e che spella alla Gallia Narbonese (G. I. L. XII, 2398) : 

CATISIVS PRIMVS 
PVBL XX LIBERTAT 

P G N 
AELIAE SATVRNINAE 
CONIVGI KARISSIMAE 

Si vedano poi i numeri 4681 del voi. IX del G. I. L. che ci offre, pur di questa vicesima, 
un viUcus : e il 5873 del voi, X che ci presenta, sempre di tale tassa, soci, servi e liberti. 
Un procurator - Marianus - è invece menzionato nell'iscrizione n. 249 voi. III. 

' Infatti è questa 1' opinione, per dire solo d'alcuni, oltreché dello Hirschfeld, an- 
che del Bouchè-Leclercq e del Pauly, dicendo questi nella sua Real Encyclopaedie ove 
parla di tale vicesima che « In der Kaiserzeil trai die dircele Erhebung an die Stelle der 
Verpachlung » , e quegli nel suo Manuale, che fino al III secolo di nostra era anche la 
vicesima manumissionum fu come le altre tasse appaltata a pubblicani sorvegliati da pro- 
curatori imperiali, ma in seguilo fu senza dubbio riscossa direttamente da questi ultimi. 

* Non si creda che questa sia stata la prima volta anche per Roma; poiché di 
questo tempo già altre imposte si riscuotevano dal fisco per mezzo di procuratori e li- 
berti imperiali; me di esse ancora non parliamo perchè istituite più tardi della vicesima 
manumissionum. 

» Ròmische Rechtsgeschichte II, p. 27. 

8 



58 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

fosse venuto di continuo allargandosi, sì da comprendere imposte 
che nulla aveauo a che vedere col suo valore primitivo. E, di 
grazia, che c'entra una manumissione col veliere^ Qual rapporto 
v'ha tra l'atto di generosità d'un padrone che emancipa il suo 
schiavo, il sudato riscatto d'un servo, col trasporto, col tran- 
sito d'una merce? Evidentemente nessuno; ma gli è che, sic- 
come ben si sapeva omai da Roma vectigalia nervos esse rei- 
l^uhlicae, siibsidia heìli, ornamenta ][)acis, si comprese pure fa- 
cilmente che, crescendo i bisogni dello Stato \ occorreva au- 
mentare il numero di tali imposte ; ed ecco il comizio di Sutri. 

Un dato prezioso ci permette di conoscere il reddito della 
rkesima libertatis ne' primi cento cinquant' anni ^ dalla sua crea- 
zione, notizia questa assai interessante e che è a lamentare non 
si possa avere su di altre imposte. 

Narra infatti Livio che l'anno di Roma 543, vale a dire 
il nono della seconda guerra punica , avendo parecchie colonie 
romane rifiutato il loro contributo d'uomini e denaro, i senatori, 
mancando d'ogni altra risorsa, tolsero, precisamente dall' aera- 
rium sanctms, l'oro che vi era depositato ^, cioè la somma di 
quattro mila libbre d' oro. 

Tale aurum che avea per iscopo di servire negli estremi 
bisogni, era, come già sappiamo, il vicesimarianiy ossia il pro- 
dotto della ventesima parte del prezzo degli schiavi affrancati ; 
per il che questa quantità d'oro ^ devesi riguardare come il 
frutto appunto della tassa di libertà durante i cento quaranta- 
cinque anni trascorsi dalla promulgazione della legge Manila 
che r aveva stabilita. E siccome il prezzo di riscatto d' ogni 
schiavo dovette essere di circa quattrocento cinquantasette fran- 
chi, e quindi di ventidue la tassa % possiamo calcolare che, nei 

* S' aggiunga, ciò che ci venne già fatto di notare, ciie per altra parte 1' esazione 
del tributo andava sempre più aumentando d' impopolarità. 

' Esattamente: cento quarantacinque. 

' Livio XKVII, 10: aurum vicesimarium, quod in sancliore aerarlo ad ultimos 

casus servabatur, premi placuit. Promta ad quatuor millia pondo auri». Devesi però av- 
vertire che il calcolo del Bureau avrebbe un valore molto relativo quando, pur dando 
all'ultimo ad il solito suo significato di firn a, non si volesse tuttavia inferirne che l'erario 
sia stalo addirittura per intiero vuotato. 

■^ Gettata in moneta nostra avrebbe rappresentato il valore di quattro milioni quat- 
trocento novantasei mila duecento franchi. 

' Considerazioni tutte stabilite su dati positivi di Polibio e di Tito Livio (Vedasi 
l'opera di Bureau de la Malie: Economie polilique des Romains). 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 59 

cento quarantacinque anni, duecento mila furono gli affranca- 
menti. 

Anche un' altra vicesima , e questa ancor più importante 
della or ora considerata, s' ebbe tra le imposte indirette di Roma; 
ma di essa nel seguente capitolo. 

(Continua) 

DoTT. Giuseppe Bonelli. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



PREFAZIONE 

Nel presente lavoro io mi proposi di trattare il più larga- 
mente e coscienziosamente eh' io potessi il tema del cristiane- 
simo di Boezio, dimostrando che egli fu cristiano non di nome 
solo, di professione esterna, ma di convinzione intima e pro- 
fonda. — Al Capo I il lettore vedrà come da un esame com- 
prensivo, meglio da una dimostrazione, quanto si poteva e do- 
veva larga, della tesi io sia stato condotto a toccare della que- 
stione (la chiamo così, perchè di fatto alcuni autorevoli scrittori 
tuttora ne discutono) : Boezio fu martire ? L' esame delle fonti 
condotto , com' ho fatto , senza nessuna idea preconcetta, potrà 
fornire , a chi volesse trattare del martirio di Boezio , buoni e 
sicuri elementi. E m'è parso che, anche a prescindere da questo 
vantaggio, fosse utile offrire in questa Italia, dove ci moviamo 
quasi sempre tra apologia e critica, un saggio, modesto pur troppo, 
d'uno studio obbiettivo e sereno, d'una ricerca metodica sulle 
fonti numerose e diverse. 

Sarà presunzione sperare che ristretto in pili brevi, e qual- 
cuno forse dirà troppo brevi, limiti, il lavoro abbia ad essere 
più efficace ? Certo sarebbe per me non piccola soddisfazione, se 
riuscissi a convincere quanti in Italia ne dubitano ancora, che 
Boezio non solo fu veramente cristiano, ma tale da meritare 
quegli onori di pubblico culto , che la suprema autorità della 
Chiesa ha a lui solennemente conferito. 



62 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



CAPO I. 

STORIA DELLA QUISTIONE 

1 . La quistione boeziana è una tra le più curiose che sieno 
mai sorte nel campo storico-letterario. Fino al sec. XVIII Boezio 
è nella Chiesa cattolica concordemente venerato come teologo, e 
in parecchie città eziandio onorato come martire ; quand' ecco 
proprio al principio del sec. XVIII Gottfried Arnold ^ non solo gli 
contende la gloria non che di martire, di teologo, ma revoca 
in dubbio anche la semplice qualità di cristiano. E il dubbio 
diventa negazione, e la negazione nuova provoca la difesa della 
tradizione antica, e un'altra quistione si disegna nel campo tanto 
naturalmente eristico della storia. 

2. Però gli elementi della quistione esistevano già prima 
nelle opere di Boezio, giacché dovea saltare agli occhi di un 
osservatore , per poco oculato che fosse , un contrasto tra gli 
scritti teologici spiranti od almeno supponenti la fede catto- 
lica pili viva, e il Libro Philosophiae Consolationis, sia pure 
che alla fede non contrario, ma certo ad ogni soffio positivo di 
fede cristiana assolutamente estraneo. Quindi se non di una qui- 
stione, di un problema Boeziano già troviamo nello stesso medio 
evo le prime tracce. Bruno di Corvey, probabile autore di un com- 
mento al L. Ili e. 9 del Ph. C, che A. Mai scoprì in un mss. 
del sec. X, notava primo fra tutti « non solum in his versi- 
bus sed et in multis locis eiasdem operis, quod Consolationis 
philosophiae titulo praenotatar quaedam catholicae fidei contraria 
reperiri >', e soggiungeva non senza critico acume : « quod ideo 
mirum est, quia libellum quemdam eiusdem auctoris de Sancta 
Trinitate valde praeclarum legi et alium contra Eutychen et 
Nestorium haereticos, quos ab eodem esse conscriptos quisquìs 
alius eias llbris legendis operam impendit, ut ego ab adole- 
scentia feci, ex ipso elegantis styli quodam proprio nitore, in- 

• Unparteiische Kirchen-und Kelzèrhistorie, 1700. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 63 

dubitanter agnoscit. Quod tamen iitcumque se haheat ^ certuni 
est eum in his libris nihil de docirina ecclesiastica disputasse, 
sed tantum jjhilosophoìmm et maxime Platonicorum dogmata 
legentibus aperire iioluisse » ^ Le quali ultime parole erano in 
sostanza una soluzione del problema, più profonda forse che l'Au- 
tore stesso noi sospettasse. 

Nel sec. XII anche Giovanni di Salisbury (1110-1180) sen- 
tiva di dover giustificare 1' assenza del Cristianesimo dal nostro 
libro col proposito filosofico dell'Autore. Dopo aver tatto un ampio 
elogio del Ph. C. soggiungeva : « Sì mihi non credis liber de 
Con'solatione Pliilosojìhiae revolvatur attentìus , et pìanum erit 
ìiaec in contrarium cedere. Et licet liber ille Verbum non ex- 
primat incarnatum, tamen apud eos qui ratione nitimtur, non 
mediocris auctoritatis est: cimi ad. reprimendum quemlibet exul- 
ceratae mentis dolorem, congrua cuique medicamenta confidai. 
Nec ludaeus quidern nec Graecus sub praetextu religionis me- 
dicinae declinet usum, ctim sapientibus in fide et in perfidia 
desìpientibus sic vividae rationis confectio prò fidai artificiosa;, 
ut nulla relìgio quod mìscet abominari audeat , nisì quis ra- 
tionis expers est » ^. 

3. I commentatori e scrittori dal rinascimento in poi fino 
al sec. XVITI sono da Augusto Hildebrand ^ e da H. F. Stewart "^ 
accusati di non avere né avvertita né cercato di risolvere la con- 
traddizione apparente tra il Ph. C. e gli scritti teologici o più in 
genere la fede cristiana di Boezio. Ma intanto, a tacer d'altri ^, 
il Vallino ^ notava il carattere filosofico dell' opera : « nihìl enim 
hoc toto opere alìud fere Boetius quam 7i>.aTcov^(^£i ». E Pietro 
Berti in una elaborata prefazione alla edizione di Leida soste- 
neva con parecchi argomenti non privi di ingegno, che il Ph. C, 



' M. P. L. 64, 1239. 
' M. P. L. 63, 569. 

' Boethius und seine Slellung zum Christenthum , Regensburg 1885; opera eccel- 
lente e che verrò spesso citando. 

* Boethius: An Essay. Edimburgh, Blackwood, 1891 (altro lavoro eccellente che ado- 
pererò e criticherò anche con rispettosa libertà) p. 4. 

* Il Murmellius (sec. XYI) e il Grozio (Prolog, ad hisl. Gothorum, Vandalorum eie. 
Amstelodami 1655) a testimonianza dell' Hildebrand (p. 13) notano anch' essi i rapporti del 
Ph. C. con la filosofia pagana. 

® Comm. p. 8. 



64 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

era opera di per sé e forse in so incompleta senza una specie 
di Theoloifiae consolatìonis, movendo precisamente dalla osser- 
vazione deir inconveniente che e' era a credere che un Cristiano 
della forza di Boezio si fosse in carcere gingillato unicamente 
con la filosofìa. « Nayn primum (tra gli argomenti per dimo- 
strare la Ph. C. opera incompleta) noìi est verisimile j^artem 
islam (la parte filosofico-religiosa) a Christian o homine , 7nor~ 
tem oh oculos habente, fuisse praeteritam, eumque qui de Sancta 
Trinitate in carcere scripsit, consolationem in adversis non pe- 
tiisse ex disciplina Christi et doctrina rerum credendariim, et 
sperandaruni libris sacris explicata > ^. E ancor prima di co- 
storo Enrico Lorit , detto Laureanus o Glareanus , avea tro- 
vato COSI poco cristiano il contenuto del Ph. C. da negarne 
(nella prefazione della edizione di Basilea, 1546) a Boezio la 
paternità. 

La sola cosa pertanto che possa dirsi si è che dalla atti- 
tudine di Boezio nel Ph. C. ninno avea creduto di poter dedurre 
un argomento sicuro per negare a Boezio convincimenti cristiani 
anche solo la paternità degli opuscoli teologici. 

4. Questo ardimento ebbe V Arnold che, respinta la auten- 
ticità degli scritti teologici, gittò un dubbio sullo stesso Cristia- 
nesimo di Boezio, dubbio che divenne poi negazione certa e ri- 
soluta in un articolo di Hand ^ che fa parte della Enciclopedia di 
Halle (le Enciclopedie possono andar franche nell' affermare o 
negare) e nella prefazione di Obbarius ^ alla sua critica edizione. 
Ma il più serio dei lavori contro la paternità Boeziana dei trat- 
tati teologici dovuto a F. Nitzsch ^ faceva un passo indietro ; 
ammetteva come indiscutibile il Cristianesimo, almeno esterno, 
di un uomo di Stato romano onorato di pubblici uffici sotto un 
re cristiano, amico di cristiani e con un nobile cristiano (Sim- 
maco) strettamente imparentato. Tuttavia il decidere poi del più 
men profondo sentimento cristiano di Boezio, al punto a cui 
la quistione era stata condotta dal Nitzsch, diventava un pro- 
blema insolubile. 



' Berti, Praef. p. 20. 

* Hallesche Encyklopàdie von Ersch und Griiber, 1823. 
» Iena 1843. 

* Das system des Boethius, Berlin 1860. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO G5 

Perciò gli ciutori convinti del Cristianesimo interiore di 
Boezio si applicarono a difendere la autenticità delle opere teo- 
logiche e a mostrare, poiché qui restava la difficoltà precipua, 
come a questa autenticità e al sentimento cristiano di Boezio 
non contrastasse la intonazione generale del Ph. C. Parecchi bat- 
terono a questo scopo la via aperta dal Berti, come il Richter \ 
il Suttner ^, lo SchUndelen ^. Un miglior sistema inaugurava 
G. Baur '^ nel 1841 insistendo sul carattere dialettico prevalente 
e quasi esclusivo degli opuscoli teologici, che ne rende meno in- 
verosimile la derivazione da un dialettico, quale fu certo e si 
appalesa nelle genuine sue opere, Boezio. Il Peiper ^ (Rodolfo) 
nella sua edizione critica del Ph. C. sulla fede dei manoscritti 
rivendicava a Boezio tre dei cinque opuscoli sacri che gli erano 
comunemente attribuiti. 

La quistione boeziana, in quei limiti nei quali era omai 
definitivamente circoscritta col lavoro del Nitzsch, entrò in una 
nuova fase con la pubblicazione dell' Anecdoton Holderi fatta 
dall' Usener ^' ; giacché da questa in poi il ]}unctuYii saliens della 
controversia fu la autenticità àoiV Anecdoton , come nel corso 
del lavoro m' accadrà di esporre. 

Degli studi del Peiper e dell' Usener approfittò per una so- 
dissima rivendicazione del Cristianesimo di Boezio 1' Hildebrand 
nell'opera già citata; in senso analogo scriveva nel Jalirhuch 
fur protesf. Theologie 1886 (312 ss.) J. Dràseke , poi, com- 
pendiando, N. Scheid in Stinimen aus Maria Laach (1890, II 
p. 374 ss.). 

5. Non credo di dover insistere sulle vicende della quistione 
boeziana in Francia, giacché essa non vi ebbe fisionomia pro- 
pria : il Le Clerc, il ludicis de Mirandol e il De Roure ^ ripe- 



* Trad. del Ph. C. Leipzig 1755. 

* Progi-amm des Eichslàtter Lyceums, 1852 (io ne ho avuta sotl' occhio una Iraduz. 
manoscritta, mezzo francese mezzo italiana, favoritami dal Prof. R. Maiocchi). 

' Theolog. Litteralurblatt. Bonn, 1862, 1870, 1871 (varii articoli). 

* De Boethio Christianae doctrinae assertore. Darmstadt, 1841. 

' Anicii Mania Severini Boetii Philosophiae consolationis libri qulnque; nccedimt eius- 
dem atque incertorum opuscula sacra. Lipsiae, Teubner 1871. 

" Festschrift zur Begriissung der XXXII Versammlung deutscher Philologen und 
Schulmànner zu Wiesbaden. Bonn, 1877. 

" Menzionati in Stewart, p. 5. 



66 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

terono a un dipresso le negazioni germaniche. Solo il Jourdain 
(Charles) ' tentò di spiegare il Boezio teologo e martire della 
tradizione, con una confusione tra il nostro Boezio e un vescovo 
africano omonimo esigliato in Sardegna e quivi martirizzato du- 
rante la persecuzione del re ariano Trasamondo ; una ipotesi ar- 
tificiosa che non ha avuto quasi nessun seguito. In senso apo- 
logetico scrisse il Bourquard ^. Gaston Boissier % riassumendo 
in un geniale e succoso articolo gli studi tedeschi ed aggiun- 
gendo osservazioni sue, affermava Boezio cristiano e teologo. 

Di lavori inglesi non conosco che quello dello Stewart 
(il quale non cita nessuno dei connazionali suoi) buono, ma 
troppo oscillante. L' Hodgkin "^ si occupa di Boezio solo indi- 
rettamente. 

6. Maggior interesse nazionale, ma, pur troppo, scarso inte- 
resse scientifico ha la storia della controversia in Italia, dove 
si trascorse sovente, con notevole difetto o di metodo critico o 
di informazioni storiche, ad opinioni che, data la attitudine at- 
tuale dei dotti , si possono chiamare estreme. Il Puccinotti ^ 
prima, poi il Biraghi ^ e da ultimo il Bosizio ^ (facendo seguito 
ad un suo studio del 1855) sostennero non solo il Cristiane- 
simo, ma il martirio di Boezio; e le loro opere sono le più note 
all' estero, dove pare rappresentino sole o quasi la scienza ita- 
liana. Quasi, dico , giacché non è ignorato né dimenticato il 
nome di Girolamo Tiraboschi ^, il cui capitolo su Boezio é una 
delle cose migliori e più sensate che si siano scritte in Italia. 

Nulla di efficace contro i negatori del Cristianesimo di Boe- 
zio seppe dire Vincenzo Di Giovanni nei suoi studi dal titolo : 



* Mémoires présentées à l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres t. VI, 1860. 

* De A. M. Severino Boètio christiano viro philosopho ac theologo, 1877 Parisiis, L'Hil- 
(lebraad cita anche pag. 115 un altro lavoro francese parziale e in senso antiapologetico : 
Quae de Providentia Boethius in Consolatione philosophiae scripserit, Nannct. 1865. 

' Journal des Savants 1889. 

* Italy and her Invaders. 

" Il Boezio e altri scritti storici e filosofici. Firenze, 1864. 

* Boezio filosofo, teologo, martire a Calvenzano. Milano, 1865. 

' a) Memoria intorno al luogo del supplizio di Severino Boezio. Pavia, 1855. — 
b) Sul Gattolicismo di A. M. T. S. Boezio. Pavia, 1867. — e) Sull'autenticità delle opere 
teologiche di A. M. T. S. Boezio. Pavia, 1869. 

* Storia della letteratura italiana, T. Ili, p. I. È citalo dallo Stewart p. 10, oltre 
il Puccinotti, il Biraghi e il Bosizio, noti anche all' Hildebrand p. 19-20 col Tiraboschi. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 67 

Severino Boezio filosofo e ì suoi imitatori ^ . Augusto Conti ri- 
stampando nel 1892 un suo scritto a difesa della santità cristiana 
di Boezio ^ ignora, o certo non cita, in appoggio della auten- 
ticità degli scritti teologici, V Anecdoton Holden; mentre il 
Prof. A. Graf nel 1882 ^, trattando in senso critico del cristia- 
nesimo di Boezio, accettava la lezione data dal Biraghi del dit- 
tico di Monza. 

Un buono studio, benché in senso soverchiamente tradizio- 
nale, su Boezio aveva cominciato il Prof. A. Malocchi di Pavia, 
ma lo lasciò interrotto e inedito ^ ; un lavoro complessivo ci si 
promette dalla M* Teresa Venuti , lavoro che se riuscirà pari 
alla versione da lei medesima fatta del Ph. C. ^, onorerà certa- 
mente r Italia. 

Più volte e da par suo, ma pur troppo solo indirettamente, 
toccò di punti attinenti a Boezio il Prof. C. Cipolla : nelle Con- 
siderazioni sulle GETiCA di lordanes e sulle loro relazioni colla 
HiSTORiA GETARUM '^, ci ha data la prima e, eh' io sappia, unica 
edizione italiana dell' importantissimo Anecdoton Holderi: nelle 
Eicerche intorno alV Anon. Valesianus JI^, ha studiata anali- 
ticamente una delle più antiche ed autorevoli fonti sul processo 
e la morte di Boezio : negli Studi teodericiani ^ ha illustrata la 
figura con cui la catastrofe di Boezio è più intimamente connessa. 
Solo tardi e per poco ho potuto avere nelle mani la « Storia 
della Filosofìa rispetto alla conoscenza di Dio da Talete fino ai 
giorni nostri » (Lecce 1873-4) del Prof. R. Bobba, dove è un 
largo sunto delle idee di Boezio intorno a Dio espresse nel Ph. C. 

7. Dopo aver rifatta la storia passata della quistione, bi- 
sogna descriverne lo stato presente, per determinare poi il mio 
compito, giacché a niuno piace acta agere. 



' Palermo, 1880. 

' Letteralura e patria. Collana di ricordi nazionali. Firenze 1892, p. 3-58. 

' Roma nella memoria e nelle immaginazioni del M. E. Torino, Loescher, 1885. 

* Per sua cortesia ho potuto consultarlo, ma tratta appena della gioventù e dei gio- 
vanili lavori di Boezio. 

» Roma, Unione Cooperativa Editrice, 1896, 2. ediz. 

« Torino, Clausen, 1892. 

' Bullettino dell'Istituto Storico italiano N. 11, a. 1892. 

* Inseriti nel volume « Per la Storia d' Italia e dei suoi conquistatori ». Bologna, 
Zanichelli, 1895. 



68 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Un' opinione estrema ornai definitivamente abbandonata e su 
cui non metterebbe conto di discutere, si è quella che negava 
Boezio avesse appartenuto al Cristianesimo anche solo esterior- 
mente. Il merito d'aver confutata questa sentenza, indipenden- 
temente dalla controversia 3ugli scritti teologici, argomentando 
dall' ambiente storico in cui Boezio visse, è dal Peiper ^ attri- 
buito allo Schenkel; certo oggi non la tengono più né lo Zeller ^, 
né il Baur % né il Teuffel ^, né lo stesso Graf ^ 

La controversia rimane pertanto circoscritta al Cristiane- 
simo interiore ; rispetto al quale sarebbero 'prove perentorie il 
martirio di lui e la sua attività teologica, difficoltà 'precipua 
invece il contenuto e la intonazione del Ph. C. 

Ma sul martirio non si può dire concorde la sentenza. Non 
lo ammettono, tra quelli stessi che pur sono favorevoli al Cri- 
stianesimo interiore di Boezio, il Funk (così nel suo art. intorno 
a Boezio inserito nel Kirchenlexicon di Wetzer e Welte *', co- 
me nella sua Storia della Chiesa''), il Boissier ^, lo Stewart; 
ne prescinde 1' Hildebrand ; il Prof. Giorgio Pfeilschifter ^ in un 
fascicolo dei Kirchengeschichtliche Studien sostiene che non ebbe 
carattere religioso, bensì politico, la persecuzione teodericiana, 
approvato in questa tesi, che esclude il martirio propriamente det- 
to di Boezio, dal Prof. Angelo Mercati ^^, dall' Ab. Duchesne ^* 
e dai PP. Bollandisti. Per contrario è affermato, oltreché dagli 



» Ediz. del Ph. C. p. XXII. 

* Philosophie der Griechen III, % p. 857, 

* Romische Litteratur, al I su Boezio. 

* Storia della leti, latina, § 478, 
» Voi. II, e. 18. 

* a*" ediz. curata dal Kaulen. 

' Histoire de l'Eglise trad. p. Hemraer. Paris, Colin T. I, p. 531. 
" Art. cil. 

* Der ostgolenkònig Theoderich der Grosse und die Kalholische Kirche. Pader- 
bom, 1896. 

*" Rivista bibliogr. ital. anno I, p. 313 ss. 

" Bulletin critique, 1897, p. 599-601. « Quant à Symmaque et Boèce, leur cas est 
tout politique; l'étude des témoignages ne soutienl nuUement la transformation en martyr 
de l'un ou de l'autre de ces personnages » . Anche i PP. Bollandisti, Analecta BoUan- 
diana {a. 1897 t. XVI, p. 196) hanno una recensione favorevolissima al libro del Pro- 
fessore tedesco. « Le jugement d'ensemble qu'il (Pfeilschifter) porte sur son héros sur- 
prendra certaines personnes, mais en fait, ce jugement nous parali jusle et parfaitement 
fonde : Théoderic fut homme droit, loyal, moderò, ami de la paix et de la juslice. Durant 
son long règne, l'Eglise calholique eut grandemeut à se louer du monarque arien , dont 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 69 

autori men recenti e più sopra citati, dal Maiocchi nelle note 
alla 2* edizione della Storia d'Italia del Balan, e ora dal P. Gri- 
sar \ Stando così le cose, è manifesto che non si può invocare 
senz'altro come una /)ror« del Cristianesimo di Boezio un mar- 
tirio che è, storicamente parlando, discusso. E discussa del pari 
è r autenticità degli scritti teologici , mentre la difficoltà del 
Ph. C. sussiste sempre. 

8. Donde il mio compito si descrive da sé nettamente. 
Quanto al martirio di Boezio io non ho da pronunciarmi né prò 
né contra : mi limiterò ad esporre come il processo e la morte di 
lui ci sono presentati nelle varie fonti. — Poi la difficoltà del 
Ph. C. cercherò di risolverla il meglio che io possa, e con tanto 
maggior sollecitudine in quanto che 1' esame di essa costituisce 
la parte- più veramente filosofica del mio lavoro. — Da ultimo, 
poiché la autenticità degli opuscoli teologici , prova perentoria 
del Cristianesimo di Boezio , sembra stabilita definitivamente 
dall' Anecdoton Holderi, ad Uno studio di questo consacrerò prin- 
cipalmente se non unicamente la parte terza del presente lavoro. 

Il quale, presupponendo come certo il Cristianesimo este- 
riore di Boezio, intende a dimostrare che a questa professione 
esterna corrispose l' interior sentimento colla scorta degli opu- 
scoli teologici, anzi (malgrado le contrarie apparenze) della stessa 
Consolazione della Filosofia , e ricerca in pari tempo come la 
storia della tragica e luttuosa morte dell'ultimo dei Romani si 
atteggi nelle varie fonti. 



la prudence politique et la bienveillance lui furenl parfois bien uliles. Jamais, quoiqu'on 
en ait dit (e si cita in nota I. Minasi, M- A. Cassiodoro senatore. Napoli 1895) il ne fot 
persécuteur; en particiilier, la condainnation capitale de Boèce el les procédés de Théo- 
doric envers Jean I n'ont rien à voir avec une hostililé quelconque envers l'Eglise ; ce 
soni des fails d'ordre purement politique ». 

• I Papi del M. E. Roma 1897, II p. 102 ss. 



70 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

CAPO II. 

LA PERSONALITÀ STORICA DI BOEZIO 

9. Non mi propongo direttamente in questo capo , secondo 
il disegno del mio lavoro, che lo studio della tradizione intorno 
al martirio di Boezio. La prima fonte da esaminare è natural- 
mente il Ph. C. Ma poiché quivi, insieme con le cause delle sue 
sventure che doveano metter capo a si luttuosa catastrofe, Boezio 
ci parla dei suoi studi giovanili e delle sue cariche, non mi pare 
inutile dar di quelli e di queste un rapido cenno, non per trac- 
ciare una vita del filosofo, ma solo por illustrar meglio il Ph. C. 

Art. I. 
Studi e cariche di Boezio. 

10. Dipende in parte da una indicazione del Ph. C. la de- 
signazione dell'anno in cui nacque Boezio ^ Verso il 524 d. C. 
egli prigioniero cantava di sé medesimo (I e. 1): 

Intempestivi funduntur vertice cani. 
Et tremit effetto corpore lacca cutis: 

il che prova che egli non aveva ancora cinquant' anni (età in cui 
i capelli bianchi non si sarebbero potuti chiamare intempestivi) ed 
era perciò nato dopo il 475. Tanto più che Ennodio nato verso il 
473 ^ (al momento della invasione di Teoderico coi suoi Ostrogo- 
ti avea circa 16 anni ^) scrive a Boezio "^ in tono paterno. Per 
altra parte poi i figli di Boezio essendo stati eletti consoli nel 522 
e dovendo, per giovani che fossero allora % avere almeno una ven- 



* Anicius Manlius Severinus Boetius - cosi scrive il Peiper; ma il Mommsen scrive 
costantemente Boethius, « etsi Boetius est cum in libris litulisque plerisque tum apud Pro- 
copium Boìtio? » - Variae, index nominum v. Boelhius. 

* « Utrum anno 473 an 474 nalus sit in suspense relinquimus » - Vogel p. II. 
' Ennodi opera, ed. Vogel. p. 303. 

* Paraen. didascalica M. P. L. 63, 254. Leti. L. VII n. 13. Il Vogel (Mon. Germ. 
hist. Auct. antiquiss. T. VII, Ennodi opera p. XXIII) scrive : tBoethius non ante annum 480 
sed poslea est natus ; nam Ennodius qui ipse non ante 473 natus est , ita de eo semper 
loquilur, ut Boethium aetate aliquanto inferiorem fuisse doceamur». 

" L. II p. 3 Boezio rammenta questo consolalo dei suoi figliuoli come il colmo della 
sua felicità, e un munus che la fortuna « nulli unquam privato commodaverat » . 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 71 

tina di anni, ne segue che il padre fosse almeno sulla quaran- 
tina, nato cioè prima del 483. 

11. Ancora dal Ph. C. sappiamo che rimase orfano assai 
presto del padre , Aurelius Manlius Boethius , console ancora 

nel 487; ma lui « desolatum parente summoriDn virorum 

cura susceint » (II p. 3), cioè di Festo capo del Senato a par- 
tire dal 482 e di Simmaco che è poi da Boezio nel Ph. C. e 
nelle opere minori ricordato con grande affetto. 

La gioventù di lui trascorse in istudi filosofici. La filosofia 
infatti egli chiama sua nutrice « in caìus ah adolescentia La- 
ribus observatas fueram » (I p. 3). Piti determinatamente si 
dice « eleaticis atque academicis stiidiis innutritus » (I p. 1) e 
nella p. 4 e nel e. 2 dello stesso libro enumera altre parti della 
filosofia, la fisica, V astronomia, da lui studiate. 

Altra volta si soleva far questione s' egli avesse frequen- 
tate le scuole filosofiche di Atene o compiuta invece, stando in 
Roma, la sua educazione scientifica. L' idea di farlo pellegrinare 
giovinetto in Atene nacque specialmente da un passo del De 
disciplina scholariimi e parve confermata da un luogo di Cas- 
siodoro. Ma il libro De disciplina scholariicm è certamente spurio 
e il passo di Cassiodoro ridotto alla sua genuina lezione « Athe- 
niensium scholas longe positiis (non positas) introiisti » ^ ed 
esaminato nel suo contesto depone contro quella peregrina idea. 

12. Un' altra quistione anch' essa oramai definitivamente 
risolta è quella che riguarda un primo matrimonio di Boezio con 
Elpis, oltre quello certissimamente stretto da lui con Rusticiana, 
una delle tre figlie di Simmaco. Siccome nel Ph. C. (II p. 3) 
dopo aver detto che Boezio era stato ddectus in affìnitatem prin- 
cipum civitatis (cioè di Festo e di Simmaco) si parla dello splen- 
dore socerorum, pigliando quel plurale nel senso più rigido, si 
pensò ad un primo matrimonio di Boezio con una figlia di Festo. 
Fj la figlia di Festo, prima moglie di Boezio, si trovò in una Elpis, 
il cui epitafio (punto accennante a nozze con Boezio) leggiamo 
nelle antichissime sillogi epigrafiche palatina e corbeiese, che lo 
riferiscono come esistente sotto il porticato dell'antica basilica di 
S. Pietro. Giacomo da Voragine (nei decennii tra il 1270 e il 

' Variae I, 4S. 



72 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

1298) è il primo autore che abbia riferito queir epitafio alla 
moglie di Boezio ' ; e la erronea attribuzione ^ fu diffusa larga- 
mente (la un bassorilievo scoperto a Palermo nel 1 587 e mandato 
in dono alla città di Messina come un busto antico, mentre è una 
falsificazione moderna. 

13. Quanto all'attività letteraria di Boezio la troviamo enco- 
miata da Prisciano ^, da Ennodio "^ e in termini alquanto più, 
benché non ancora intieramente precisi, da Cassiodoro ■'. Magri 
i cenni dello stesso Boezio e nel Ph. C. e nelle altre sue opere ^. 
L' indirizzo generale di questa attività cosi per la testimonianza 
concorde di Cassiodoro e di Boezio, come per le stesse opere che ne 
rimangono è certo. « Graecorum dor/mata, lo lodava Cassiodoro, 
doctrinam fecerìs Romanam » ^. E Boezio ^ esprimeva il suo 
programma scientifico così : « Ego omne Aristotelis opus quod- 

citmque in maniis veyierit in Romanam stylum vertens 

omnesque Platonis dialogos vertendo vel etiam commentando 
in latìnam redigam fonnam ». Questo programma così consono 
all' indole d' una età impotente a creare e che sentivasi quasi 
chiamata ad archiviare, prima della notte barbarica imminente, la 
scienza antica, è visibile nelle opere che di Boezio ci rimangono. 



' Leggendario dei Santi. De Sancto Pelagio Papa. 

* La ritroviamo già al princ. del sec. XI Y in Giovanni Mansionario in un passo che 
il Cipolla crede dipenda da una Vita Boethii diversa dalle sei raccolte dal Peiper. V. Ci- 
polla Anon. Vales. II p. 63. Cfr. anche De Rossi Inscript. christianae urbis Romae II, 1, 
p. 426-8. 

* De pond. et mensuris: « Boetius probitatis et omnium scientiarum verticem at- 
tigit ». 

* Paraen. didasc. Ep. VII, 13. 

" Ep. I, 45; II, /lO. Cassiodoro parla di Boezio anche in un'altra Ietterai, iOdove 
lo incarica di provvedere al regolare pagamento dello stipendio ai « protectores eguitum et 
peditum » . Lo scopo della lettera è controverso. Mommsen, Variae, index nom. v. Boethius 
« epistulae regis Theoderici ad eum quae extant scriptae a Cassiodoro quaestore, i. e. Inter 
annos fere 507-Sll..., eum appellant virum illustrem et palricium, ipsae dlrectae videntur 
ad privatum quippe a quo expetatur solidorum examinatio ad trutinam (18-23 seq. cioè 
I, 10), (ncque enim adsentior Usenero anecd. p. 38 id negotium revocanti ad ofTicium co- 
mi lis sacrarum largilionum) et citharoedi eleclio (70, 2 seq. cioè II, 40) et horologii or- 
dinalo (40, 1 seq. cioè I, 45). Indirettamente si chiariscono gli studi di Boezio, poiché la 
lettera è in massima parte una esposizione della teoria del numero. 

* Usener op. cit. « Aber Boethius ist mit andeutungen auf scine Verhàltnisse sehr 
sparsam » p. 40. 

' Ep. I, 45. 

* In lib.'de interpr. ed. secunda 1. 1. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 73 

Se non che le versioni di Platone andarono perdute, e del lungo 
amore da lui posto nel più geniale ed alto dei filosofi greci non 
ci resta altro monumento, preziosissimo però, che la Ph. 0. 

14. Quando V attività sua in questo campo scientifico co- 
minciasse a dispiegarsi e di qual guisa procedesse non possiamo 
determinare con certezza. Nella sua Paraenesis didascalica, scritta 
tra il 505 e il 509 ^ Ennodio palliando di Boezio scrive: « est Boe- 
thius patncius in quo vix discendi annos respicis et intelligis 
peritiam sufjicere iam docendi : de quo emendatorum iiidicavit 
electio y> : dove se il docendi si riferisce agli scritti, abbiamo un 
punto di partenza. Il quale è confermato da Cassiodoro. La let- 
tera già citata (I, 45) non può essere posteriore (date le rela- 
zioni che essa suppone tra il re dei Burgundi Gundobaldo e Teo- 
derico) al 506 ^. Ora quivi Cassiodoro dice di Boezio: « Transla- 
tionibus tuis Pythagoras musicus „ Ptolemaeus astronomus le- 
guntur Itaìis. Nicomachus arithmeticus , geometricus Euclides 
audiuntur Ausoniis. Plato tlieologus, Aristoteles logicus Quiri- 
nali voce disceptant. Mechanicum etiam Archimedem Latialem 
Siculis reddidisti ; et quascumque disciplinas rei artes foecunda 
Oraecia per singulos inros ediditj, te uno auctore, patrio ser- 
mone, Roma suscejnt. Quos tanta verhorum luculentia reddi- 
disti claroSj, tanta linguae proprietate conspicuos, ut jiotuissent 
et illi opus tuimi praeferre si utrumque didicissent ». A parte 
r amplificazione rettorica abituale a Cassiodoro e qui evidente, 
che non ci permette di ritenere sicuramente come esatta la 
enumerazione delle opsre e traduzioni Boeziane, resta sempre 
che la sua attività s' era . già dispiegata prima del 506 , cioè 
prima eh' egli compisse i trent' anni. Perciò Ennodio Ep. VII, 13 
(anteriore al consolato di Boezio cioè al 510) poteva sicuramente 
scrivere : « Quem in annis puerilibus sìne aetatis praeiudicio 
industria fecit antiquum, qui per diligentiam imples omne quod 
cogitur ; cui inter vitae exordia ludus est lectionis assiduitas et 
deliciae sudor alienuSj in cuius manibus duplicato igne rutilai, 
qua veteres face fuherunt'>. Nel 510, anno del suo consolato. 



' Usener op. cit. p. 6, 10 n. 1, seguito dal Mommsen, Variae index nominum xoco 
Boelhius. Il Vogel (Eqq. Op. Praef. p. XXIII) invece crede questa Paraenesis (op. 452, 
opusc. 6) scritta dopo il consolato. 

* Ib, p. 39. Il Mommsen, Variae p. 39, dà la data 507. 

10 



74 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

sappiamo (ed è V unica determinazione precisa cronologica delle 
sue opere) da Boezio stesso eh' egli compose il commentario alle 
categorie di Aristotele ^ 

15. L' Usener ^ ha tentato di cavar qualche lume per la 
cronologia delle opere boeziane dalle soscrizioni dei codici , ma 
inutilmente. Le opere che nei mss. portano il titolo di ex. cons. 
orci, non possono, come il titolo farebbe supporre, essere state 
composte tra il 510 e il 522, perchè, secondo i calcoli fatti 
sopra, anteriori in parte almeno al 507. 

Il Puccinotti ^ credette di poter dimostrare primi tra le 
opere di Boezio i due libri de ar Uhm etica, perchè nella prefa- 
zione Boezio parla a Simmaco di iirimìtias laboris mei. Ma non 
ha posto mente che Boezio non chiama così i due libri, bensì 
le prore di questi libri radimenta novi operis, che egli mandava 
al suocero ; primizie non della sua attività letteraria in genere, 
ma di queir opera in ispecie. 

16. Possiamo bensì con certezza affermare che non tutto il 
prodotto dell'attività letteraria di Boezio è giunto sino a noi; ma 
non determinare quanto.se ne sia perduto. Se la enumerazione 
Cassiodoriana fosse esatta, dovremmo deplorare la perdita delle 
versioni di Pitagora, di Tolomeo e di Archimede ; e se il disegno 
di Boezio riguardo a Platone divenne in tutto o in parte realtà, 
anche la perdita della traduzione di tutte o parte le opere pla- 
toniche. Di un commentario alla Topica di Aristotele parla ripe- 
tutamente Boezio nel De differentiis topicis , ma noi noi posse- 
diamo. Un Carmen hucoliciim è ricordato àdXV Anecdoton Hol- 
deri d'accordo in questo con un cenno del Ph. C. (I e. 1), ma 
noi noi possediamo; come pure una apologia che secondo lo stesso 
Ph. C. Boezio aveva composto (I p. 4). 

17. In compenso - magro compenso -abbiamo opere a Boezio 
attribuite e che certamente non gli appartengono. Il « de disci- 
plina scholarium » è certo opera assai più recente di Boezio. Anche 
il De Unitale et imo sembra un rifacimento posteriore di idee 



' Praef. L. II (M. P. L. 64, 201) : t Et si nos curae officii consularis impediunl quo 
ininus in his sludiis omne otium plenamque operam consumimus, pertinere tamen videtur 
hoc ad aliquam reipublicae curani, eiucubratae rei doctrina cives inslruere » . 

« Op. cit. p. 40, 1. 

* Il Boezio etc. cap. 2 p. 6. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 75 

boeziane. Il De definitione è di Mario Vittorino ^ Il « Commic- 
nis specidatio de rethoricae cognatìone » e « locorum rethori- 
corum distinctio » sono un duplicato fatto da A. Mai '^ del 4^ 
libro dell' opera autentica De dilf'erentiìs topicis. Non pare au- 
tentico neanche il De Geometria ^. 

18. Ora ecco 1' elenco delle opere autentiche che ci riman- 
gono di Boezio "^ : 

P. Commenti all'Organo di Aristotele: 

a) alle xaTYjyop^at quattro libri. 

b) al u£pi ép{XY)vaa; in due forme, una piii elementare in 

due, ed una piii elevata in sei libri, 
e) agli àvaXuTtxà TipéTepa ed OaTepa, libri due e due. 

d) ai Toutxà, sola versione. 

e) al uepi o-o^kttixwv èXéyj^cov. 

2° Commentario alla Topica di Cicerone. Conservati lib. 1-5 

e un fr. del 6°. 
3° In Porphyrium e Victorino translatum, dialogi II. 

In Porphyrium a se translatum lib. 5. 
1° De categoricis syllogismis lib. 2. 

De hypotheticis syllogismis lib. 2. 

De divisione. 

De difFerentiis topicorum lib. 4. 
5° De institutione musica lib. 5. 

De institutione arithmetica lib. 2. 
6° De S. Trini tate. 

Utrum Pater et Filius et Sp. S. de divinitate substan- 
tialiter praedicentur. 

Quomodo substantiae in eo quod sint bonae sint cum non 
sint substantialia bona. 

liiber centra Eutichen et Nestorium. 

19. Fa per amor della Filosofìa, dice egli (Ph. C. I p. 4), 
che si condusse alla vita pubblica. In realtà nobile e colto. 



' Usener, Anecd. Hold. cap. 5. 

* Class. Auct. 3, 317, 327. 

' Cassiod. dice «Euclidea Iranslatum in Romanam linguam....Boelhius dedil». (De 
geom. p. 577). Questo non pare possa applicarsi alla geometria che va sotto il nome di 
Boezio. Si vedrà poi eh' è pseudepigrafo anche il De fide catholica. 

" Desunto dalla St. della lett. latina del Teuffel § 478. 



76 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

imparentato con un uomo così influente come Simmaco, poteva 
anche senza ragionamenti filosofici esserne allettato. Benché poi 
dovesse la sua attività in questo campo essergli fatale , colse 
dapprima facili allori. Non senza compiacenza Boezio stesso ri- 
corda (II p. 3) tra le sue fortune sumjìfas in adolescentia negatas 
senibus dìgnìtates. Nel 510 infatti, ventenne o poco più, era con- 
sole ^ e forse '^ verso quel torno di tempo copriva la carica di 
Comes sacrarum largitionum, che gli avrebbe meritato il titolo 
di patricius. Nel 522 era il turno dei suoi figli pel consolato 
ed egli dopo aver assistito commosso al trionfo dei due giovani, 
dopo aver recitato un panegirico di Teoderico (ib.) ne diveniva 
niagister officiorunij una carica che lo attaccava direttamente 
alla persona del re (Settembre 522 -Agosto 523). Ma proprio in 
questa carica lo colse la disgrazia di Teoderico. 

Art. 2. 
La catastrofe di Boezio. 

20. La prima testimonianza che dobbiamo studiare intorno 
alle cause che provocarono la disgrazia, la condanna e la morte 
di Boezio, si è quella che la stessa vittima ci ha lasciata nel 
Ph. C. (I p. 4). Dove egli, per quanto concitato nello stile, 
procede quanto" ai concetti con quell' ordine logico che gli è abi- 
tuale nel resto del libro. 

Comincia rammentando il programma, ispiratogli dalla Fi- 
losofia, della sua vita pubblica : « nullum me ad magistratuni 
nisi commime honorum omnium studium detidisse » , programma 
che attuato con energia e senza guardare in faccia a nessuno 
non poteva a meno di creargli molte e potenti inimicizie. Questa 



' A lui console Ennodio, con cui già prima egli avea voluto entrare in relazione 
epistolare (Enn. op. 318 = ep. 7, 15) indirizzava cinque lettere (op. 370 = ep. 8, 1; 
408 = 8, 31; 415 = 8, 56; 415 = 8, 57; 418 = 8, 40) insistendo per avere una casa a 
Milano che poi in realtà non ottenne, di che pare si guastasse con Boezio, e, in base a 
ciò, il Vogel crede riguardi Boezio nostro anche 1' epigramma Ennodiano de Boetio spala 
aneto (op. 559 = e. 2, 152) : « Languescit rigidi tecum substantia ferri, - Solvitur atque 
chalybs more fluentis aquae.- Emollil gladios imbellis dextra Boeti. - Ensis erat dudum, 
credile, nunc colus est. - In thyrsum migrai quod gestas, improbe, pilum. - In Venerem 
constans linque Mavortis opus». 

* È una congettura dell' Usener, fondata in Cassiod. Var. I, 10. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 77 

la genesi prima e profonda della sua ruina. Perciò queste ini- 
micizie egli si ferma ad enumerare ed illustrare fino al punto 
dove conchiudendo, ripiglia: € Satisne in me magnas videor 
exaccrcasse discordiasì Rammenta dapprima due Goti, Coni- 
gasto e Trigilla, prepotenti per rapacità contro i deboli ed inermi 
Romani. Seguono, dopo alquante frasi generiche, tre casi spe- 
ciali. Una coemptio ^ da Boezio impedita ad un prefetto del pre- 
torio, ma coir assenso del re ^; Paolino exconsole difeso da altri 
avidi uomini di palazzo ; e finalmente Albino difeso dalle ac- 
cuse di Cipriano. 

Di Conigasto e Trigilla ^ non possiamo dalle fonti coeve rica- 
var nulla di più preciso : ma il prefetto del pretorio che volea fare 
la coemptio o compera forzata delle granaglie in Campania, in 
base ad alcune lettere di Cassiodoro che ne descrivono la disgra- 
zia ^^ è stato identificato con Fausto ^. Questi casi, quello com- 
preso di Paolino, si rassomigliano, perchè, in sostanza, casi di 
opposizione, a rapine più o meno legalmente palliate; e differiscono 
dall' ultimo che è invece un caso di difesa contro una calunnia. 
Tanto più va mantenuta questa distinzione che negli altri casi 
i nemici che Boezio si crea, sono, se si eccettui Fausto, dei 
Goti : e Boezio nella sua lotta per la giustizia è aiutato o certo 
non contraddetto dal re ; laddove l' affare di Albino ebbe per 



' Il Prof. Cipolla (Anon. Vales. p. 70) richiama l'attenzione sulla esalta spiegazione 
che della coemptio dà Giovanni diacono, benché non conoscesse le Variae di Cassiodoro, 
dove (V, 13; VII, 22; X. 18) l'avrebbe potuta trovare. Il passo di Giovanni diacono 
suona cosi: «Contigli autem eo tempore, quod fames gravissima tolaro Ytaliam invasit, 
ex qua multi Ytalicorum propter indigentiam morlui sunt. Rex autem Thcodoricus cum 
horrea piena frumento per civilales Ytaliae haberet, iussit ut nullus frumentum acciperet, 
nisi de horreis regis, quibus praeposili crani officiales ad accedendum et carissimo pretio 
vendentos pecunias a miseris civibus quaedam coemptio ponerelur, quasi sub spe frumenti 
emendi. Do huius colicela terribili quantilale ipse Boetius in eodem libro sic refert: cum 
acerbe.... Il Traube negli indici alle Variae definisce coemptio: specierum comparatio pro- 
vincialibus indicta (v. Gothofred. ad G. Th. XI, 15 67, 14, 572, 6). 

* Il Yogel (Enn. op. XXIV) identifica questo prefetto del pretorio col Fausto, amico 
d; Ennodio, a cui è indirizzata la 50 del IV Fame a. 507-511. «Campani Vesuvii montis 
hostilitate vastati clemenliae noslrae supplices lacrimas profuderunt, ut agrorum fructibus 
enudati sublcvenlur onere tribulariae funclionis... ». 

* Quanto a Trigilla l'indice delle Variae porta: « Triwila saio III, 20; Cfr. Anon. 
Vales. 14, 82 » agente Triwane praeposito cubiculi Boelhius cons. I, 4. - Ennod. op. 445 
= ep.9, 21 cum (ilio vestro drnnno Triggua, item praef. p. XL et Osi. St. N. Archi v 14, 512. 

* III, 20, 21 e prob. 27. 

" Hodgkin, Iialy and h. invad. Ili, p. 533. 



78 IL €RISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

l'infelice filosofo le piii disastrose conseguenze \ L'anno 522, a 
cui tutti questi casi, eccetto quello d' Albino , sono molto pro- 
babilmente anteriori, segnò il colmo della potenza di Boezio presso 
il re, che innalzò al consolato i due suoi figli ancora giovanis- 
simi e lui stesso (probabilmente il 1° Settembre) alla dignità di 
magister officiorum. 

21. Un'atmosfera d'odio da parte dei tristi per la sua 
energica ed inflessibile giustizia (e non potremmo noi soggiun- 
gere anche d' invidia per la sua potenza ?) s' era egli creato 
d' attorno : 1' ha descritta. Ma come scatterà la scintilla fulmi- 
nea? quali saranno i delatori dell'odiato Boezio? E il secondo punto 
ch'egli svolge: « Quibus autem deferentibus perculsi suìniis? > 
Basilio licenziato dal servizio del re, per rimediare ai suoi de- 
biti, Opilione e Gaudenzio condannati dal re stesso all' esigilo, 
per isfuggirvi, si fanno strumenti forse non ciechi di occhiuta 
vendetta. Questi i delatori: e il delitto o meglio i delitti? Pe- 
rocché sono parecchi che gli si appongono, ma a) uno è il prin- 
cipale : aver voluto salvare il senato « Senatum dicimur salvum 
esse voltasse », salvarlo, s'intende, mentre era reo e salvarlo im- 
pedendo al delatore di presentare i documenti che ne avrebbero 
stabilito la reità « delatorem ne documenta deferretj, quibus se- 
natum maiestatis reum f acereta imjfjedisse criminamur » ; stolta 
accusa, che appunto perchè principale Boezio s'arresta a confutare. 
P) Quanto all' altra di lettere a lui falsamente attribuite e ac- 
cennanti a tentativi di emancipazione italica è troppo stupida 
per respingerla, y) Si arrivò persino a parlar di sacrilegio: « ob 
ambitum dìgnitatis sacrilegio me conscientiam 2^olluisse mentiti 
sunt ». 

Ecco dunque come Boezio concepisce e ci presenta le ragioni 
della sua condanna : una serie di calunnie - calunnie, si noti, 
cioè fatti delittuosi veramente in sé, ma a lui falsamente attri- 
buiti - Ordite contro di lui dai suoi nemici, irritati dalla sua in- 
flessibile energia per la giustizia. Il punto di vista religioso non 
compare affatto, né l' accusa di cattolicismo si sarebbe potuta 
presentare come una calunnia, come un fatto indebitamente ap- 



* L' Hodgkin insiste a ragione passim su queste differenze. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 79 

posto S anzi è escluso nel senso che l'accusa di cattolico non 
sarebbe stata calunnia. Il titolo giuridico della condanna è po- 
litico : aver voluto salvare il Senato, cioè un certo numero di 
senatori, aver tentata la rivendicazione della Italia a libertà. 
Il sacrilegÌLim , terzo dei delitti apposti , non può alludere a 
cattolicismo: è un sacrllegiitm oh ambitiim diynitatis ^. 

22. Ma noi possiamo coi dati boeziani rifar meglio la serie de- 
gli eventi e metter in luce altri moventi della sua condanna. La 
occasione di questa fu certo Albino. Verso la fine della sua apo- 
logia - che può dirsi tale la prosa 4 del L. I che veniamo ana- 
lizzando - spiega meglio quel che a principio, per render ragione 
dell' odio di Cipriano avea appena accennato. Questi - chiunque 
fosse e vedremo poi chi, e certo anche dal nostro testo appare 
uomo potente presso Teoderico tanto da mutarne l' animo ri- 
spetto ad una persona così addentro nella fiducia del re come 
era allora Boezio - accusò Albino di crmien maiestatis. Le di- 
sposizioni del re quando Cipriano movea la sua accusa (523) 
cominciavano a mutarsi. La pace religiosa conclusa tra i cat- 
tolici italiani e gli orientali scismatizzanti (519) ravvicinava 
gli animi di quelli all' Impero ; un nome questo che esercitava 
sempre un fascino sui vecchi latini. Nel Senato queste aspira- 



• Il Pfeilschifler (op. cit. p. 179) scrive: « VVàre Boelhius wegen seiner standhaften 
Katholischen Glaubens iiber zeugung von dem arianischen Katholikenverfolger Theoderich 
verurleilt worden, so halle er in eine Schrift, in der er nach eigener Aussage die ganze 
Gescliichte, das Werden jenes Prozesses und seine Durchfùhmng niederlegte , damit die 
Nachwelt selbst seine Schuld oder Unscliuld priifen Icònne, doch nolwendigerweise aucli 
von seinem Glaubensmute sprechen miissen. Es ist schlechterdings nicht begreiflich, Avas 
er evenluell fUr Griiade gehabl haben solile, das Hauplvergehen , welches ihn so weil 
gebrachl, zu verschweigen oder durch anderes zu verdecken; fiir einen Chrislen der um 
seiner Religion willen verfolgung gelilten, musste doch gerade das Hervorhaben dieses 
Punkles im HinbUck auf eine spàlere zeil die schònsle Rechi ferligung sein. Nun fmdet 
sich aber in der ganzen Gonsolalio nicht eine einzige Silbe, mil der in diesem Sinne auf 
die Kalholische Religion des Verfassers oder auf die Hàresie des Kònigs und àhnliches 
auch nur angespiell ware » . 

* Hodgkin op. cit. p. 541 spiega cosi l'accusa che Boezio « praclised forbidden arts 
and sought io familiar spirits. Ridiculous as Ibis accusalion seems lo us, we can easily 
see how the porsuils of so clever a mecanician as B. would in the eyes of Ihe ignoranl 
multitude give plausibilily to the charge. The Theodosian code (IX, 16, 12) tcemed wilh 
enaclemcnls against malhematici, meanig, of course, primarily the impostors who cal- 
culeted nalivities and cast horoscopes». E segue osservando che, come apparisce dal 
Ph. C., Boezio era astronomo , cosa che allora volea dire un poco astrologo, il che con- 
ferma con un passo del Ph. C. IV, 6. 



80 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

zioni politiche verso l' Impero, che volea dire rivolta contro i 
harhari Goti, violenta o cauta che fosse, doveano essere più vive, 
almeno vi si poteano sospettare più vive. L' accusa di Cipriano 
contro Albino fatta abilmente in un momento opportuno, diviene 
neir animo sospettoso del re odio vago contro tutto il Senato. 
« Memmisti, inquanij, Veroìiae cum rex avidus communis exitii 
maiestatis crimen in albinum delatum [cfr. odiis me Cipriani 
DELATORis opposui^ ad cuìictuni senatus ordinem transferre mo- 
liretur, universi innocentiam senatus quanta mei securitate.pe- 
riculi defenderim ». Era il re che allargava al senato il crimen 
apposto ad Albino. Vindice del senato coinvolto o compromesso, 
per le omai ostili disposizioni del re , nella accusa di Albino, 
sorge Boezio. Ma allora i ministri di Cipriano, con ardita mossa 
ideata da quest' ultimo, accusano il difensore d' Albino, Boezio : 
egli ha subornato o tentato subornare i delatori di Albino. La 
parte presa dal filosofo nella difesa di quest' ultimo rende vero- 
simile la calunnia all' animo del re. Tanto più che a rinfoco- 
larne i sospetti, Cipriano inventa le famose lettere, probabilmente 
air imperator Giustino, d' invito a cacciar d' Italia i Goti e re- 
staurarne la libertà. Il Senato dal re, omai convinto della reità 
di Boezio caduto in disgrazia, è chiamato (forse per metterlo alla 
prova) a giudicare di lui ; ed esso per dimostrare la sua fedeltà 
in modo da sgombrar dall' animo del sovrano ogni sospetto, con 
quella severità che i vili esercitano sempre sui caduti, conferma 
il giudizio preformato nella mente di Teoderico, dichiara Boezio 
colpevole. Questa volta non erano più i tristi che per malizia, 
erano i buoni che per viltà tramavano contro dell'infelice ^ 

La procedura che abbiamo descritta non cambia il titolo 
giuridico della condanna : il senato certo fu chiamato a pro- 
nunziarsi su un delitto di alto tradimento. Ma questa procedura 
illustra un movente della condanna che non va dimenticato : 
accusatore vero Cipriano, delatori Basilio, Opilione, Gaudenzio; 
giudice apparente il senato, giudice vero il re, il re avidus coni- 
mmiis exilii. È la sola volta che il re è nominato nella storia 



' Sed fas fuerit nefarios homines, qui honorum omnium loliusque Sonalos sangui- 
nem petunt, nos etiam quos propugnare bonis senatuique videranl, perdilum ire voluisse, 
Sed num idem de patrìbus quoque merebamur ? I p. 4. 



IL CRISTIANESIMO DI SliVERINO BOEZIO RIVENDICATO 81 



del processo, ma la parola di Boezio contro di lui suona molto 
severa. Boezio è, si sente e si proclama vittima più che altro di 
un indirizzo nuovo dell'animo, ossia delia j^oliiica del re. Questo 
elemento non va negletto ; è come il substrato di tutto il resto. 
L' accusa per cui fu condannato va distinta dalle passioni di 
cui fu vittima. 

23. Condannato dove ? e a che ì Qui egli dice con un po' di 
enfasi « morti proscriptìonique damnamur ». E può benessere 
eh' egli già attendesse la catastrofe che poi seguì , ma per in- 
tanto era un esiglio da Roma e una solitudine « in has exilii 
nostri solitudines » (I p. 3), squallida, almeno al paragone del 
lusso antico, « haeccine est hibliotheca quam etc. » (I p. 4), ma 
pur sempre abbastanza comoda perchè Boezio vi potesse com- 
porre il suo Ph. C. ^ 

Sappiamo che il luogo distava cinquecento miglia circa 
« quingenfìs fere passicnm niillibus »; ma qiiel fere toglie la 

poca luce che dal quingentis passuum millibus potea trarsi per 

decidere tra Pavia, Calvenzano Milanese e Chiavenna ^. Giacché 
è vero che effettivamente questa ultima dista 500 miglia da 
Roma, e Pavia solo 400, ma nell' itinerario di Antonino si cal- 
cola : iter ab urbe Mediolanuni M. P. DXX Vili \ Tra Pavia 
poi e Calvenzano Milanese la diversità nella lontananza da Roma 
è relativamente piccola. 

24. Del processo di Boezio abbiamo tre testimonianze che si 



' Usener op. cit. p.78: « Die Eroffnung der Anklage bis zum Urtheilstpruch des Eu- 
sebius dio Einholung des besiiitigenden Urthoils des feigcn Senats erforderlen Zeit ; Boe- 
Ihius wurde dann zu Galvenzan in haft gehalten (nicht eingel<erkert ; das schliessl Biraglii 
d. 0. S. 2S richtig aus Gons. II, 4 hic ipse locus quem tu exilium vocas incolentibiis patria 
est; vgl. I, 3) zulezl nach langer Torlur, die ich nur aus seiner Verweigerung einer Aus- 
sage (vgl. Gons. I, 4, 2 69 ss. 88) nur erklàren kann, hingerichtel». 

' La tradizione popolare dei Pavesi designa la loro cillà, o meglio un ager Calven- 
tinnus, che sarebbe slato vicino alla città, come luogo del supplizio (sec. la frase dell' An. 
Vales. II), e Pavia come prigione : fino al 1584 si additava la torre che avrebbe servito a 
tale scopo. Questa irad. difesa dal Bosisio è seguita anche da R. Malocchi nelle note alla 
Storia d'Italia di Mgr P. Balan 1. 1. - Il Muratori (Ann. d' Italia all' a. 524) designa invece 
Galvenzano del territorio milanese, d' accordo in ciò non solo coll'An. Vales. II, ma anche 
con Mario Aventicese (in Ghron.) - Fu il Quadrio (Diss. sulla Valtellina T, IV diss. I i XXIV) 
-che pensò a Chiavenna, supponendo un agro Clavennano ed è seguito anche oggi dal 
Suttner (Boethius der letzte Romer p.l) mentre Io Stewart sta col Muratori e col Biraghl 
che ne illustrò ampiamente la sentenza. 

' Ilin. Anton, p. 125 Edit. Wesseling Amstel. 1735. 



82 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

possono ritenere come contemporanee o quasi: il Libar Pontificalis, 
Procopio e V Anonimo Valesiano IL Nella loro analisi la nostra 
attenzione va principalmente diretta a vedere se la catastrofe 
del filosofo romano sia presentata come un fenomeno di perse- 
cuzione religiosa o di condanna politica. 

Vien primo il Liber Pontificalis, il cui racconto stando alle 
conclusioni dell' Ab. Duchesne, primo editore veramente critico 
di quel prezioso libro, risale il più tardi che sia all'anno 530. 
Ecco infatti come s' esprime l' illustre autore comunemente se- 
guito in questo punto dagli storici più recenti : « Les noti- 
ces d'Anastase II, Symmaque , Hormisdas , Jean I et Felix IV 
(496-530) sont l'oeuvre d'un contemporain, qui termina son 
travail par la notice de Felix IV (526-530) , mais l'avait 
commencé plus tòt , vraisemblablement dès le temps d' Hor- 
misdas » ^ 

La visuale del narratore ^ qui è naturalmente determinata 
dal compito eh' egli si è prefisso : biografo dei Papi, per lui la 
figura centrale è Papa Giovanni, che il re ariano manda a Co- 
stantinopoli per ottenere da Giustino la revoca degli editti' di 
persecuzione contro gli ariani. Mentre il Papa compie la sua 
missione, Simmaco è imprigionato e giustiziato, cosa che al suo 
ritorno incontra anche al Papa. La condanna di Boezio è unita nel 
racconto a quella di Simmaco con evidente contraddizione al 
racconto Valesiano (che "vedremo tosto) e per ciò stesso alla reale 
successione dei fatti, essendo i dati cronologici dell' Anon. Vales. 
di una riconosciuta esattezza ^. 

25. Che il L. P. guardi e presenti la condanna Simmaco-Boe- 
ziana sotto un aspetto religioso io lo credo, ma per ragioni di- 
verse da quelle che ordinariamente si portano. Il Boissier "• ed 



' Liber PoQJif. Ed. Duchesne T. I p. XLL 

* Cilo la biografia di Papa Giovanni I in quella parie che m' interessa secondo la 
1« ediz. restiluila dal Duchesne. 

" Cipolla, Ricerche int. all' A. V. II p. 96. «L'An. Vales. combina coi cronografi 
(Holder-Egger Neues Archiv l 364) in alcuni punti di molto rilievo. Boezio mori sotto 
il cons. di Opilione nel 524, Simmaco sotto il cons. di Probo nel 525, e papa Giovanni 
nel 526 (18 maggio) poco prima della morte di re Teoderico ^50 agosto) ». 

"^ Art. cit. del Journal des savants 1889, p. 449 ss. Cfr. anche Révue hislorique 
XLV, HO. Il Cipolla Ricerche etc. p. 94 chiamando acuta la osservazione del Boissier 
mostra di accettarla. 



TL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 83 

altri dopo dì lui, si fermò all' uopo sulT epiteto di haereticus af- 
fibbiato a Teoderico nel!' ornai noto passo del L. P. : « Tlieodo- 
rii'us rex haereticus tenuit ditos seìiatores j^^f^eclaros et exeoìi- 
sifJes, Symmachum et Boetìiium, et occidit interpcÀens gladio », 
giudicandolo intenzionale. L' autore avrebbe voluto dipingerci i 
due romani come vittime non del goto, ma dell' ariano, non po- 
litiche, ma religiose ; l' liaereticus nascerebbe da questa inten- 
zione e la dimostrerebbe. Ora, innanzi tutto 1' haereticus a questo 
punto preciso manca nelle due forme più antiche in cui questa 
parte del L. P. ci è pervenuta, forme che il Duchesne chiama 
rispettivamente compendio Feliciano (F) e Cononiano (K), perciò 
il Duchesne stesso non ha creduto di introdurlo nella P edizione 
da lui restituita, solo inchiuso tra parentesi angolari lo ha posto 
a piò di pagina \ Poi il Pfeilschifter nota giustamente ^ che « il 
voler trovare in quel rex liaereticus una testimonianza per la 
fede nel- martirio del Filosofo , è cosa al tutto incoerente. La 
ragione di questo epiteto dato a Teoderico è manifestamente 
tutt' altra : secondo Duchesne e Lipsius noi dobbiamo riguardare 
la vita lohannis a cui quella frase appartiene, come un tutto a 
sé. Qui in spiccata opposizione all' imperato)' orthodoxus che 
perseguita gli ariani, il nostro Teoderico è chiamato « r^^ liae- 
t^eticus y>, parche con tutto l'ardore s'intromette a favore dei 
suoi perseguitati fratelli di fede. A questa aperta espressa op- 
posizione si deve in prima linea attendere e ci dà senza sforzo 
la spiegazione d' una in sé punto strana qualifica. Chi volesse 
un argomento di più potrebbe osservare che un simile epiteto è 
dato al re ariano, e proprio nella prima recensione , nella vita 
di Papa Simmaco : eppure questa biografia, a giudizio dei due 
dotti ricordati sopra , è stata composta sotto Papa Hormisda, 
quindi prima della morte di Boezio ». 

Ma da tutto questo il Pfeilschifter ha torto di concludere, 
come sembra fare, che nel L. P. la condanna di Boezio (o meglio 
Simmaco-Boezio) sia presentata sotto un aspetto semplicemente 
politico. La presentazione religiosa emerge infatti da tutta in- 
sieme la biografìa di Giovanni I complessivamente riguardata. 



' Lib. Pontif. Voi. I p. 107, n. 29. 
* Op. cit. p. i77, n. 4. 



84 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Giacché questa si apre con l' ira destata in Teoderico ariano 
dalle disposizioni di Giustino contro i suoi correligionari : « Ex- 
inde iì'atus Theodoricus arrianus voluìt totaììi Italiani gladio 
perdere ». E il truce proposito diviene minaccia fatta subito dopo 
dallo stesso Teoderico al Papa e ai nobili romani suoi compagni 
di legazione a Costantinopoli. Dimodoché non mi par dubbio, 
per chi legga attentamente, che le rappresaglie di Teoderico 
ariano sono per l' autore del L. P. prevalentemente religiose, 
quella compresa di Boezio. 

26. Ma se si voglia poi scrutare quanto valga in questo caso 
r autorità del L. P., per quel che concerne dapprima Boezio, 
occorre riflettere che per presentarcelo come vittima della per- 
secuzione religiosa il L. P. deve unirlo con Simmaco in una 
stessa catastrofe, mentre per l'An. Vales. e lo stesso Ph. C. ri- 
sulta certo che Boezio subì prima e solo il processo e la condanna; 
deve collocare 1' uno e 1' altra dopo 1' editto di Giustino contro 
gli ariani, cosa discutibile e quasi esclusa dal Ph. C. Per quel 
che concerne Papa Giovanni, questo si può rimproverar sicura- 
mente al L. P., una dicitura violenta, e quel che è peggio, una 
visione unilaterale dei fatti. 

Invero a lui la persecuzione ordinata in Oriente da Giustino 
contro gli Ariani par tutta uno sfogo di zelo religioso , e rap- 
presaglia antireligiosa ciò che Teoderico fa in Occidente, laddove 
ai motivi religiosi, se vi furono, il fatto ci mostra unite in una 
dose, se non anche prevalente, notevolissima, le passioni poli- 
tiche. Senza far torto a Giustino, quel suo perseguitare gli Ariani 
possiamo crederlo anche noi un' abile manovra. 

Innanzi tutto infatti questa mescolanza della politica con la 
religione, o meglio l'occultamento dei biechi scopi di quella sotto 
le pie vesti di questa, erano all' ordine del giorno ; e poi perchè 
proprio contro gli Ariani ? i seguaci d' una forma d' errore che 
veniva illanguidendo nella vecchiaia e quasi spegnendosi al soffio 
delle nuove ed ardenti quistioni cristologiche ? E sia pure che 
questi sospetti d' un secondo fine politico da parte dell' ortodosso 
Giustino non siamo autorizzati a concepirli noi, non era natu- 
rale, molto naturale che li concepisse Teoderico ? Aveva egli 
proprio tutti i torti se sospettava che quel furore antiariano ar- 
tificialmente provocato in Oriente non fosse diretto un tantino 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 85 

anche contro di lui ? Il fanatismo eccitato in Oriente non aveva 
forse una sua naturai ripercussione in Occidente ? Ma qui ariano 
voleva dire goto, moti antiariani volevano dire moti antiostro- 
gotici. La rappresaglia si presentava cosi alla coscienza del re 
e riusciva nella realtà non solo una vendetta religiosa, ma una 
difesa politica : difesa in Oriente con la revoca intimata dei nuovi 
decreti antiariani (leggi: antigotici), difesa in Occidente col terrore 
incusso al partito bizantineggiante, mercè il supplizio di Simmaco. 

Alle vedute unilaterali, conseguenza della sua rozzezza in- 
capace di abbracciare la ricca e multiforme realtà, si congiunge 
nell'autore del L. P. una vera passione antiteodericiana , visi- 
bile non solo alla violenza del linguaggio, ma alla disposizione 
da lui introdotta nei fatti. Chi li segue così, come egli li narra, 
sorprende un hiatus ^ ancora pili manifesto se il racconto di lui 
si confronti con quello dell' Anonimo Valesiano IL 

Nel L. P. Teoderico minaccia fuoco e fiamme se gli am- 
basciatori da lui mandati a Costantinopoli non ottengono quanto 
egli chiede, la revoca delle nuove disposizioni di Giustino contro 
gli Ariani : « lioc accipientes in mandatuni legationis ut redde- 
rentar ecclesias haereticis in partes Graeciarum ; quod si non 
fuerit faclani, omneni ItaHam ad gladium perderet >. 11 Papa 
ottiene tutto: « omnem concessit (histinus) petitioneìu y>; e, ciò 
malgrado, il re al ritorno lo imprigiona ; condotta così incoe- 
rente e sleale che, per giustificarla in qualche modo , 1' autore 
è costretto a introdurre un nuovo eccesso nel re di malizia e 
di rabbia, « cuni dolo et gravide odio ». Tutto questo non è già 
logico in sé, ma riesce ancora più visibilmente inesatto se si tenga 
conto dell' An. Vales. II, dove e' è una cosa che il re vuole e 
il Papa né può chiedere, né ottiene : il ritorno all' Arianesimo 
di quelli che si sono convertiti al Cattolicismo. Quindi la pri- 
gionia e morte conseguente del Papa. 

In conclusione il L. P. se ci illumina ed informa intorno 
a Simmaco, a Giovanni e a tutto 1' ulteriore periodo delle osti- 
lità antiromane ed anticattoliche di Teoderico, pochissimo e 
quasi nulla ci fa sapere intorno a Boezio, spostato fino ad unirlo 
con Simmaco, o meglio, nella intenzione dell'autore, di un in- 
teresse tanto secondario da conservarne appena, e anche fuor di 
posto, il nome. 



86 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

27. Al racconto del L. P. possiamo unire quello del cosìdetto 
Anonimo Valesiano II \ sia perchè anch'esso si riannoda alla 
tradizione ecclesiastica; sia perchè, grazie alla copia e all'esat- 
tezza dei particolari, riesce importante ; sia perchè se la batte 
per antichità con Procopio. Trattandosi d' un frammento o cen- 
tone di frammenti ^ d' una piìi ampia cronaca , non possiamo, 
osserva giustamente il Mommsen, malgrado che si arresti alla 
morte di Teoderico (a. 526) determinarne precisamente la età. 
Ma, continua il Mommsen, « et ad tranquillitatem regni Theo- 
dericiani ita respicit (e. 59) et de moribus regis cuius ait usqtce 
nunc durare memoriam (e. 61), per tempora extrema tam se- 
vere iudicat , ut scripsisse videatur post ^ eversum Gothorum 
principatum inter turbas bellorum civilium novas sub impera- 
toribus Constantinopolitanis » ^ 

Il racconto dell' An. Vales. II intorno al processo di Boezio, 
cominciato al e. 83 , interrotto bruscamente in quell' istesso e 
nel seguente e. 84, ripreso e finito nei capi 85-87, sostanzial- 
mente concorda col Ph. C. e ne pare quasi una interpretazione ^ 



' Va sotto questo nome, derivatogli dai suoi primi editori Enrico Valois (1636) e 
Adriano Valois (1681) un esteso aneddoto storico che solitamente, nelle stampe, fa seguito 
ai libri storici di Ammiano Marcellino. Quando si avvertì che 1' opuscolo nella sua appa- 
rente unità abbracciava due parti da riportarsi a due autori diversi, si distinse un Ano- 
nymus 1 e un II, lasciando fermo 1' epiteto comune Valesianus. Il Mommsen che lo ha no- 
vellamente edito in Chronka minora I, preferirebbe chiamarlo (p. 259) Chronica Theode- 
nciana. 

* «Non è (l'An. Vales. Il) un brano preso tale e quale da alcuni Libii chronìcorum, 
ma vuol essere giudicato come un insieme di brani presi di qua e di là e spesso slegali 
poco legati fra loro». Cipolla, Bicerche, eie. p. 82. 

* Non so perchè il Pfleilschifter op. cit. p. 10 dica: « Der Verfasser, eio wenig 
gebildeter Kalholischer Geistlicher, wird wohl nach Mommsen meinl » vor « dem Slurze 
des Oslgolenreiches geschrieben haben». 

* È una congettura del Wailz, acceliala dg, Holden-Egger ed anche dal Duchesne 
(L. P. t. I p. 277 n. 2) e dall' Hodgkin {Thmlorich the Goth; the barbarian champion of 
civilisation. New lork and London, Putnam, 1891) che l'An. Vales. II vada identificalo 
col celebre Massimiano, vescovo cattolico di Ravenna (546-556). 

' Credo utile dar qui per intiero i capi che si riferiscono a Boezio. Già fin dal e. 83 
è sommariamente accennala la catastrofe di Boezio cosi : « Ex eo cnim invenit diabolus 
locum, quemadraodum hominem bene rempublicam sine querella gubernantem subriperel »: 
ma tosto l'argomento di Boezio è interrotto, e l'A. narra nel resto del e. 83 alcune dispo- 
sizioni anticattoliche date da Teoderico (distruzione di un oratorio di S. Stefano a Verona) 
ed antiromane (ut nuUus Romanus arma usque ad cullellum uteretur vetuit), e nel e. 84 
dei segni meravighosi (parti mostruosi, cometa, terremoto); dopo di che al e. 85 seguita 
la narrazione melodica della catastrofe accennata al e. 85, cosi (ed. Mommsen Chron. 
min. I p. 326 ss.): 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 87 

Il re, al principio del processo, è a Verona (fin dal e. 81 quando 
scoppia la ribellione ravennate) come nel Ph. C. (I p. 4 ed. P. 14, 
103); è Cipriano che muove 1' accusa contro Albino patrizio, solo 
r An. aggiunge che Cipriano era allora referendarias, poi di- 
venne Comes sacrar um largitionum. L' accusa mossa ad Albino 
sono lettere mandate a Giustino imperatore contro il governo 
di Teoderico. La opposizione di Boezio a questa accusa è dramma- 
tizzata ed è lui Boezio, non, come nel Ph. C. (1. e. P. 14, 105), 
il re che fa solidale il senato del delitto, se delitto e' è, d' Al- 
bino. Allora l'accusa è da Cipriano, non senza esitazione, sporta 
anche contro Boezio. «Il re, osserva 1' An., tendeva lacci ai 
romani e cercava di ucciderli » (ì^ex avidus conimunis exitii; 
ivi, 101); perciò accetta l'accusa e mette in carcere Albino e 
Boezio presso il battistero della Chiesa in agro Calcentìano. 
Dove mi pare evidente che non e' è nulla di nuovo se non la 
carica presente e futura di Cipriano e la designazione , molto 
imperfetta per noi, del luogo della prigione. Il resto è sviluppo 
dei dati Boeziani. 

Ciò che l'An. aggiunge è la narrazione della morte di Boezio: 
il re manda a chiamare Eusebio prefetto di Roma a Pavia ^ 
(dove dunque egli si trovava); pronunzia, senza ascoltarne le di- 
fese, sentenza contro Boezio e poco appresso ordina che sia ucciso 



85. Post haec coepit advcrsus Romanos rcx subinde fremere inventa occasione. 
Cyprianus, qui tunc referendari us erat, postea comes sacrarum et magister, actus cupiditate 
insinuans de Albino patricio, eo quod lilteras adversus regnum eius imperatori lustino 
misissot: quod factum dum revocitus negaret, tunc Boethius patricius qui magisler offi- 
ciorum erat in conspectu regis dixit : « falsa est insinualio Cypriani : sed si Albinus fecit, 
et ego et cunctus senatus uno Consilio fecimus; falsum est domne rex». 

86. Tunc Cyprianus haesitans non solum adversus Albinum, sed et adversus 
Boethium eius defensorem deducit falsos lestes. Sed rex dolum Romanis tendebat et quae- 
rebal quemadmodum eos interficeret : plus credidit falsis testibus quam senatoribus. 

87. Tunc Albinus et Boethius ducti in custodiam ad baptislerium ecclesiae; rex 
vero vocavit Eusebium praefectuni urbis Ticini el inaudito Boethio protulit in eum sen- 
tentiam; quem mox in agro Calventiano, ubi in custodia habebalur, misere fecit occidi, qui 
accepta cliorda in fronte diutissime lorlus, ila ut oculi eius creparent, sic sub tormenta 
ad ultimum cum fuste occidilur. 

• La lezione comune i Eusebium praefeclum urbis Ticini » va assai probabilmente 
corretta col Mommsen in « Ticinum » ; un « praefectus urbis » noi lo conosciamo, non 
un « praefectus urbis Ticini » . Cosi dal passo risulla unicamente che il re era a Pavia, 
mentre dalla lezione tradizionale si deduceva comunemente che ci stesse Boezio. Le indi- 
cazioni sul luogo della prigionia e morte di Boezio si ridurrebbero all' « ager Calventianus » 
dell'An. Vales. II e alla distanza di 500 miglia da Roma del Ph. C. (I p. 4. P. 15, 120). 



88 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

nello stesso « agro Calventiano uhi in custodia habebatur ». La 
esecuzione è minutamente descritta. 

Segue nei capi 88-93 il. racconto della forzata ambasceria 
di Papa Giovanni a Costantinopoli, della sua azione presso Giu- 
stino, del ritorno, prigionia e morte, racconto interrotto al e. 92 
dalla esecuzione di Simmaco. Qui è col L. P. che l'An. an- 
drebbe confrontato, ma ciò esce dai limiti del mio lavoro K Solo 
mi importa notare che qui Papa Giovanni non è, come nel L. P., 
mandato a ridomandare le chiese degli Ariani consecrate al culto 
cattolico, ma gli stessi convertiti al cattolicismo , cosa che il 
Papa si rifiuta di chiedere e non ottiene. Anche la morte del 
Papa è meno accentuata che nel L. P. 

Sulla bontà della disposizione cronologica data dall' An. agli 
avvenimenti (processo. Boezio, legazione Papa Giovanni, condanna 
Simmaco, ritorno e morte del Papa) non cade dubbio, sia perchè 
in sé stessa è molto plausibile, sia perchè concorda col racconto 



• Tullavia mi par utile soggiungere qui il toslo dell'An. anche perchè riescano più 
evidenti le osservazioni che esso mi ha suggerite (Mommsen, Ghron. min. 1, p. 328): 

88. Retliens igilur rex Ravennam, tractans non ut ilei amicus sed legi eius 
inimicus, immemor factus omnis eius beneflcii et gratiae, quam ei dederat, confidens in 
brachio suo, item credens quod eum pertimesceret lustinus imperalor mittens et evocans 
Ravennam lohannem Sedis Aposlolicac praesulem et dicit ad eum : « ambula Constantino- 
polim ad lustinum imperatorem, et die ei inter alia, ut reconciliatos in calholica restituat 
religione » . 

89. Cui papa lohannes ila respondit : quod facturus es, rex, fac citius: ecce in 
conspectu tuo adsto, hoc libi ego non promitto me facturum, nec illi dicturus sum, nani 
in aliis causis, quibus mihi iniunxeris, obtinere ab codem, annuente deo, poterò. 

90. lubet ergo rex iratus navem fabricari et superimpositum eum eum aliis epi- 
scopis, idest Ecclesium Ravennatem et Eusebium Fanestrem et Sabinum Campanum et 
alios duos, simul et senatores Theodorum Inportunum Agapitum et alium Agapitum, sed 
deus, qui fideles cultores suos non deserit, eum prosperitate perduxit. 

91. Cui lustinus imperator, venienti ila occurrit ac si bealo Petro: cui data le- 
galione omnia repromisil facturum praeter reconciliatos, qui se fidei calholicae dederunl, 
Arrianis restituì nullatenus posse. 

92. Sed, dum haec aguntur, Symmachus caput senati, cuius Roethius fdiam ha- 
buil uxorem, deducitur de Roma Ravennam. Metuens vero rex ne dolore generi aliquid 
adversus regnum eius tractaret, obiecto crimine iussil interrici- 

93. Reverlens lohannes papa a Instino, quem Theodoricus eum dolo suscepil et 
in offensa sua eum esse iubet; qui post paucos dies defunctus est. Ergo cunies populi ante 
corpusculum eius, subito unus de turba adeplus dacmonio cecidil et dum pervenisset eum 
lectulo ubi lalus eral usque ad hominem, subito sanus surrexit et praecedebal in exequias. 
Quod videnles populi et senatores coeperunt reliquias de veste eius toUere, sic eum summo 
gaudio populi deductus est corpus eius foris civitatem. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 89 

personale di Boezio (il quale non avrebbe nel Ph. C. taciuto di 
Simmaco se coinvolto con lui nella stessa fortuna), sia perchè 
ce ne sta garante la esattezza di altri particolari (Cipriano re- 
ferendario e poi Comes, Eusebio i^raej'ectus urbis, X ager Cai- 
ventianus). 

28. Che r An. Vales. Il ci presenti l' insieme dei fatti che 
narra a partire dal e. 83 quale prova d' un nuovo indirizzo nel 
governo Teodericiano ; che gli eccessi contro Boezio prima, poi 
e pili contro Simmaco e Papa Giovanni li concepisca quale ri- 
sultato d' una maligna, diabolica influenza ; che a tutta questa 
esposizione dia un certo colore scritturale S sono cose evidenti 
e che si spiegano ottimamente data l' indole religiosa , qualche 
volta anzi superstiziosa dell' A. Ma tutte queste cose non pro- 
vano ancora ch'egli ci dia il processo di Boezio come un fenomeno 
di persecuzione religiosa ; anzi il contrario risulta dall'esame del 
testo. Poiché ha innanzi delle buone fonti, l'An. è condotto a 
distinguere nell'ultimo periodo della vita di Teoderico due fasi: 
r una di ostilità prevalentemente politica a cui appartiene il 
processo di Boezio e anche la condanna di Simmaco, l'altra di 
ostilità prevalentemente religiosa a cui appartiene la missione di 
Papa Giovanni. Persino quando al e. 83 1' A. ha cominciato a 
parlare di influssi diabolici, non ci presenta però questi rivolti 
contro un cattolico, ma contro un buon cittadino : « Ex eo enim 
intenit diabohis ìocuììi, qaem ad niodam hominem bene remj^u- 
bHcam sine querella giibernantem subriperet ». E al cap. 85 
dove riprende il racconto di Boezio, si dice che il re « coepit ad- 
i-:ersiis Romanos subinde fremere ». Anzi l'An., forse per l'at- 
tingere che fa, direttamente o no, al Ph. C. non dimentica nep- 
pure l'intrigo di corte; vi alludono fors3 i titoli espressamente 
ricordati di Cipriano, vi allude pili chiaramente 1' actus cupidi- 



' Sono le osservazioni su cui qua e là torna il Cipolla nelle Ricerche etc. L' ultima 
è svolta a p. 93 n. 2; « V anonymus parlando del processo contro Albino e Boezio, ado- 
pera frasi tolte dal Vangelo, in modo da avvicinare Teoderico ai giudei crocifissori di 
Cristo e le sue vittime a Cristo stesso ». E cita cap. 86 « sed rex dolum Romanis ten- 
debat et quaerebat quem ad modum eos inlerficeret » in confronto con Mt. XXVI, 4 ; 
Mr. XIV, 1 ; Lue. XXII, 2; poi i «falsos testes » (ivi) che Cipriano addusse contro Albino 
e Boezio in confronto col « falsum tesiimonium » o « testimonium falsum » di Mt. XXVI, 
59 e Mr. XIV, 56; poi « ex eo enim invenil diabolus locum » del e. 83 in confronto con 
Lue. XXII, 3 « intravit autem Satanas in ludam ». 

12 



90 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

tate introdotto a spiegare l'azione del delatore. Inutile poi in- 
sistere su questo, che i capi d' accusa sono tali quali li ha il 
Ph. C, cioè tutti puramente civili. 

Liquidato Boezio comincia l'altra fase riepilogata nel nome 
di Papa Giovanni, ed è allora che l'An. Vales. qualifica più re- 
ligiosamente la condotta del re: « Jìediens igitur rex Uaven- 
nam, tractans non ut dei amicxis, sed legi eìus inimicuSj, inune- 
mor factus omnis eìus henepcii et cjratiae qtiam eì dederat etc. ». 
Eppure la figura di Simmaco si stacca dal nuovo sfondo. Mentre 
il Papa agisce a Costantinopoli, « Symmachiis caput senati — 
dedacitur de Roma Raveìinam: metuens vero rex ne dolore ge- 
neri aìiquid ndversus regniim eins tractaret, obiecto crimine 
iiissit iììterfici ». Siamo dunque dinanzi nd un sospetto politico, 
benché già sieno cominciate le gare e rappresaglie di colore, se 
non proprio tutte di sostanza, religiose. 

In conclusione l'An. Vales. II dipende per il processo di Boe- 
zio dal Ph. C, al quale però aggiunge alcuni particolari esatti e 
il racconto della esecuzione capitale. Nelle ultime vicende Teo- 
dericiane distingue, a diff'erenza del L. P., due fasi o aspetti, 
r uno prevalentemente politico , l' altro prevalentemente reli- 
gioso. 

29. Procopio, compagno a partir dal 527, di Belisario nelle 
sue tre grandi guerre Persiana, Vandalica e Gotici, in qualità di 
assessore segretario o consultore legale (-jiàpe^po;;, (tù[x[3ouXoì;, ùuo- 
Ypa^eù?), ci rappresenta la tradizione che direi volentieri profana 
dei contemporanei ^ Giacché verso il 536 a Roma potò udire 
quello che di Boezio e di Simmaco si diceva nei circoli aristo- 
cratici : Boezio e Simmaco, perchè in un compendio, trascurando 
le piccole differenze cronologiche, ce li riunisce ; Papa Giovanni 
in istoria d'argomento civile manca. Il racconto sembra ispirato 
alla Ph. C. : è « la invidia di pessimi maligni » che genera 
« calunniose accuse » dalle quali sedotto Teoderico condanna i 
due « quali macchinatori di novità » ; ma poiché è molto proba- 
bile che Procopio avesse a sua disposizione oltre la Ph. C. altre 



• Dalla edizione del Comparetli della guerra Gotica di Procopio (P^nli per la sto- 
ria d'Italia. Istituto storico italiano, Roma 189S. Prof.) ho tolte le poche cose che dico di 
Procopio, e di su quella stessa edizione do il racconto che concerne Boezio e Simmaco. 



i 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 91 

fonti, non fosse che orali, diremo che il suo racconto non è una 
ripetizione semplice, ma una riconferma della versione boeziana. 

30. Non è mio compito discutere qui le notizie sul genere di 
morte inflitto a Boezio (ed altre quistioni accessorie) secondo le tre 
fonti contemporanee or ora esaminate, se non forse per riflettere 
quanto presto la leggenda si formò sulla realtà dei fatti, o forse, 
meglio ancora, quanto presto la fantasia dovette lavorare per 
supplire la oscurità dei fatti. L' An. Vales. II è il più completo 
in queste notizie, e certo alcuni dati molto precisi (Eusebio pre- 
fetto di Pavia, l'agro Calvenzano) diflìcilmente si potrebbero 
credere inventati. Ma non si abbandonò anch' egli un poco a 
fantasia o a leggenda popolare, descrivendo lo schizzar degli occhi 
di Boezio e il suo soccombere a colpi di bastone ? specialmente se 
il suo racconto si paragoni con quello del L. P. che parla di 
spadaj, mentre Procopio si tiene sul generalissimo è'xT£iv£? An- 
che la spada forse non è altro che una congettura, trattandosi 
di due cittadini così illustri. 

31. Mette conto in quella vece discutere una opinione che 
farebbe di Boezio una vittima più che altro della sua imprudenza, 
e tenderebbe a scemare se non a togliere intieramente fede al suo 
racconto nel Ph. 0. 

M. de Blainville avea già accennata una tale tendenza in 
un suo viaggio manoscritto di cui ci è dato l'estratto nella bi- 
blioteca britannica. Secondo lui « se Teoderico fece morire Boezio 
e alcune altre persone distinte, ciò fu per buone ragioni, singo- 
larmente perchè aveano congiurato contro di lui ». Il Tiraboschi 
riferendo questo giudizio, potea facilmente sbrigarsene come di 
giudizio arbitrario, contrapponendo a quella del Blainville l'auto- 
rità stessa (contrastata) di Boezio. Ma oggi la tendenza riappare 
ben altrimenti seria nell'Hodgkin. Egli identifica il Cipriano de- 
latore di Boezio di cui è parola nel Ph. C. col Cipriano a cui 
sono indirizzate le lettere 40, 41 del L. V delle Vanae di Cas- 
siodoro. Questa identificazione non ammette dubbio in base a ciò 
che di Cipriano sapp-amo dall' An. Vales. II ed è perciò comu- 
nemente accettata ^ Ammessa una tale identificazione, noi ab- 



' Cfr. Cipolla, Considerazioni sulle Getica di lordanes e sulle loro relazioni colla Hi- 
storia goiarum di Cassiodoro senatore. Tor. 1892, p. 14. Stewart p. 42. Ulteriormente 



92 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

biamo in mano una fonte preziosa per informarci meglio sul conto 
di Cipriano: ora le informazioni di Cassiodoro sembrano all'Hod- 
gkin assai favorevoli a Cipriano e piti attendibili che non quelle 
di Boezio, agitato da una passione da cui Cassiodoro era immune. 
Questi in sostanza i concetti che l'Hodgkin svolge a lungo per 
gettare poi, concludendo, un' ombra di sospetto sulla equanimità 
dei giudizi di Boezio. 

Pili severo ancora dell' Hodgkin , il quale , pur facendo la 
tara alle affermazioni di Boezio, « si arresta reverente dinanzi alle 
vittime » ' è G. Schneege ^, il quale arriva ad affermare senza 
altro : « Teoderico fu costretto a punire Simmaco e Boezio per 
le loro relazioni coli' Oriente ». 

32. Ora la prima cosa che mi par da discutersi è l'attendibi- 
lità di Boezio che altra volta si accettava ad occhi chiusi ed oggi da 
taluni cosi arditamente si respinge. Certo il nemo iiuhx in causa 
propria non va mai scordato, e Boezio ci appare almeno un poco 
violento nei suoi giudizi nel Ph. C: informi il caso di Decorato 
suo socio in qualche officio e che egli chiama « ìieqaissimus 
scurra » e « deìator » (Ph. C. Ili p. 4) ^. Ma ora non si tratfa 
di singoli e parziali apprezzamenti, bensì della sostanza stessa 
dei fatti. Boezio si lagna di essere stato calunniato da quelli 
che r accusarono di tramare per la libertà romana contro la 
straniera dominazione dei Goti. Ha ragione in questo od ha torto ^ 
meglio, prescindendo per ora dalle testimonianze di Cassiodoro 
su Cipriano ed Opilione, ci sono motivi per dargli piuttosto ra- 
gione che torto, o viceversa ì Tliat is the question. Ora io non 
dimentico che per sé non basta per dar ragione ad uomo in 
cose di tal fatta né la scienza, né la onestà del carattere : uo- 
mini d'un carattere per altro onesto e leale (come p. es. il 
Settembrini) hanno mentito o per difesa propria o per passione 
politica. Ma il Ph. C. é una vera e propria apologia fatta con 



1' Opilione del Ph. C. (I p. 4) viene a identificarsi col fratello di Cipriano a cui sono in- 
dirizzate le epistole 16, 17 L. Vili delle Variae e che fu dopo Cipriano romes sacrarum 
largitionum. 

' Cipolla, Per la storia d' Italia dei suoi conquistatori nel M. E. piìi antico, p. 687. 

* Theoderich der Grosse in der Kirchlichen Tradition des Miltelalters (Deutsches 
Zeitschr. fiir Geschichtswissenschaft XI, 18-45) cii. da Cipolla op. cil. 

^ Noto che il Cipolla op. cit. p. 513 accetta il giudizio di Boezio III p. 4 su Decorato 
contro Cassiodoro, Var. V, 3-4. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 93 

intento pratico ? è un libro di propaganda politica contro i Goti 'i 
ha avuto neir istinto di deprecar da sé una condanna, o nell'in- 
tento di attizzare odio contro il Goto, ha avuta Boezio una spinta 
a mentire, a tacere la verità? 

Il Ph. C. non è apologia pratica intesa a deprecar da sè la 
condanna: non la è perchè, se mai, questo si può pensare Boezio 
facesse coir autodifesa a cui come ad opera già composta al- 
lude I p. 4 : « cuius rei seriem atque veritatem stylo etiam 

memoriaeque mandavi », benché anche lì dica « ne latere j)o- 
steros qiceat » ; non lo é, perché non avrebbe in termini severi 
e provocanti parlato del re, da cui dipendeva la sua vita e la 
sua morte. Invece non solo é chiamato (I p. 4) rex acidus coììi- 
fminis exitiij ma a pili riprese (I e. 4; IV e. 1 ; ib. e. 2) sotto 
il velame di versi poco strani, è preso di mira. Ninna speranza 
di liberazione trapela, sì piuttosto l'aspettativa, forse crescente \ 
del supplizio ^. 

Boezio dunque non scriveva per ingraziarsi i contemporanei, 
ò almeno non i suoi nemici, non i potenti nelle cui mani erano 
le sue sorti. Né credo si possa il Ph. C. considerare come un 
libro di propaganda politica contro i Goti, nel qual caso poteva 
giovare a Boezio l' atteggiarsi a vittima di una palese e violenta 
ingiustizia : osta il carattere così serio e filosofico del libro. 

Resta che Boezio scriveva pensando ai posteri : ora dinanzi 
a costoro che interesse aveva ad atteggiarsi piuttosto a vittima 
che ad eroe ? giacché non sarebbe forse stato eroismo prendere 
in mano contro lo straniero la causa di Roma ? 

33. Ma poiché é dell' autorità di Cassiodoro nelle Varìae che 
si fa uso per combattere Boezio e le sue affermazioni, vediamo 
A) quali sono le testimonianze Cassiodoriane intorno ai delatori 
dello sventurato filosofo, B) e quali conseguenze se ne possano 
ragionevolmente dedurre. 

Nelle Variae abbiamo quattro lettere concernenti Cipriano; 
due (V, 40, 41) scritte a nome di Teoderico nell' anno 524 (prima 
del I Settembre) e due (Vili, 21, 22) a nome di Atalarico nel 

' Ph. G. II p. 5 f. « tu.... qui nunc cotitum gladiumque solicilus perlimescis » . 

* Stewart p. 8 n. 1 nel Ph. G. IV p. 6 « quamquam angusto limite lemporis saepti 
tamtin aliquid relihare conabimur » vede espresso il timore e il sospetto di una immi- 
nente condanna. 



94 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

527. Colla prima (V, 40) a lui ancora semplice referendario 
viene conferita la carica di comes sacrarum largitionum ; la 
seconda (V, 41) annuncia al senato questa graziosa nomina reale: 
e queste due lettere riaccostate a ciò che del Cipriano delatore di 
Boezio attesta TAn. Vales. II e fatta ragione dei tempi (a. 524) 
provano l' identità del personaggio. A cui, non bastando i favori 
concessi da Teoderico, Atakrico nel 527 (Vili, 21) accorda il 
titolo di patrizio, comunicando poi (Vili, 22) la cosa al senato. 
L' annuncio di per sé già onorifico di queste cariche e dignità 
viene accompagnato da lodi quali non si potrebbero desiderare 
più lusinghiere. 

Creandolo comes sacrarum largitìonuni il re non concede 
(così in sostanza la lettera Y , 40) , coni' è pur solito suo , un 
favore, una grazia ; no, ricompensa dei servizi. E i servizi che 
Cipriano ha resi come referendario sono rettoricamente amplifi- 
cati. Essi gli hanno già acquistata tanta fiducia da parte del 

suo signore che ne QhhQ Eoae legationis officimn... ad siim- 

mae peritiae viros^ disimpegnandosi anche qui mirabilmente così 
per la sua perizia nelle lingue (instructus trifariis linguis) come 
per la sua abilità diplomatica in mezzo a gente pur così astuta. 
Ma quello su cui si insiste di più è la sua fedeltà al re : « Ac- 
cessit meritis tuis cunctis laudibus pretiosior fides, quam divina 
diliguntj, inortaHa venerantur etc. », dove, sapendo quello che 
noi sappiamo intorno al presunto tradimento di Boezio, alla parte 
avuta da Cipriano nel deferirlo, cose tutte, quando veniva scritta 
questa lettera, freschissime, si è tratti irresistibilmente a pen- 
sare che queste lodi alla fedeltà di Cipriano copertamente allu- 
dano al fatto in cui essa s' era recentemente esplicata, e conten- 
gano anche una punta contro qualche altro che se ne era mo- 
strato così sfornito. -Lo stesso tono panegirico nella lettera reale 
di presentazione del nuovo cornes al senato (V, 41). E un onore 
che il senato riceve col nuovo collega « habetis nane profecto 
virum (quem et nos elegisse deceat et ros suscepisse conveniate 
cui sicut fortunatum fuit a nohis erigi, ita laudabile erit ve- 
stilo coettìi honorum lege sociari ». I senatori debbono aver in- 
dovinato di chi si tratta : « Cognoscitis profecto quae loquimur, 
quis enim vestrorum a Cypriani devotione summotus est? nam 
qui solacia eius petiit, mox beneficia nostra suscepit », il che 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 95 

(li nuovo ci fa pensare alla parte rappresentata dal senato nel- 
l'affare di Boezio quando stette concorde per il delatore contro il 
collega. E le lodi di Cipriano sono qui estese alla sua famiglia, 
al padre Opilione che sparge sul neo-eletto una luce di nobiltà. 

Tre anni dopo, la vena delle lodi non è punto esaurita. Nel 
dargli il titolo di patrizio, Atalarico di nuovo ne enumera le 
benemerenze, cominciando da quelle che nelle due lettere prece- 
denti erano state neglette, prime in ordine di tempo, le bene- 
merenze militari anteriori alla stessa migrazione gotica in Italia. 
E ricordatene brevemente le benemerenze civili sotto il padre 
come referendario e conte, si rallegra che come al padre i frutti 
della florida età, così tocchino a lui quelli della età matura ; e 
trova modo di lodar anche i figli squisitamente educati alla go- 
tica in tutto e per tutto. « Primum^ qiwd non niinimae laudis 
praeslat initium, infantia eorum est nota palatio. Sic fetus tuù 
more aquilae se prohantes, regales oculos ab ipsis paene cuna- 
bulis pertiderunts relucent etiam gratta gentili nec cessant ar- 
moruììi imhui fortibus institutis. Pueri stirpis ronianae nostra 
lingua loquuntiir, eximie iudicantes exliibere se nobis futuram 
fidem (il solito motivo della fides), quorum iam videntur aff'ec- 
tasse sermonem ; habemus unde tihi, felix pater ^ praem^iam de- 
beat referri, qui et filiorum tuorum nobis animos optidisti ». 
Tutte queste lodi sono ribadite nella lettera con cui il nuovo 
patrizio è presentato al senato : vi si insiste sull' onore che fa 
a Cipriano l'aver goduta costantemente la fiducia di due re, avan- 
zando negli onori rapido ed assiduo. 

34. Ancora più significante mi sembra il ritrovare la conti- 
nuazione del panegirico di Cipriano nelle due lettere (Vili, 16, 17) 
concernenti il fratello suo Opilione, la cui identità coli' Opilione 
del Ph. C, sia pure che non si possa dimostrare con nessun 
argomento, appare intuitivamente certa. E poiché quest' Opilione 
si dice marito d' una donna della famiglia di Basilio, non è im- 
probabile che abbiamo qui un terzo membro della congiura o in- 
trigo di cui Boezio si dice vittima. Colla lettera Vili, 16 in data 
a. 527/528 Opilione riceve quella stessa carica di comes sacra- 
rum che era stata già di suo fratello. Ma a questo vanno , se 
non tutte, certo le principali lodi ; Opilione splende di una luce 
riflessa ; si direbbe quasi, come altra volta.il cardinal fratello o 



96 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

nipote, così un comes- fratello. Le cariche più insigni sono come 
un patrimonio nella famiglia di Opilione ; le ebbe il padre Opi- 
lione (com'è chiamato, non (^ui, ma V, 41), le ebbe il fratello 
(Cipriano). Opilione è cresciuto alla scuola di luì : « milUiae or- 
dinem sub fraterna lamie didicisti, cui mutuo conexus affectu 
implebas laborìbus socium et consiliorum j^artìcipatione (jerrna- 
num... » e vi è cresciuto così bene da spiegare una fedeltà che 
nei primordii incerti del regno di Atalarico fu utilissima. Questa 
dignità di conte è un compenso per i servizi resi ed anche, pare, 
una risposta ai nemici che non dovevano mancare ai due fra- 
telli, i quali nel pensiero del redattore della lettera formano una 
cosa sola. « Avrai, dice la lettera, tutti i vantaggi della ca- 
rica : abstt enim ut aliqua calumniae machinatione quatiantur 
qui actionis suae firmitate consìstunt. fuit enim tempus , cimi 
per delatores venarentur et iudices. deponite (plurale che sup- 
pone la solidarietà dei due fratelli, presente allo spirito di chi 
scrive) iani formidinem^ qui non habetis errorem : fructibus re- 
strarum utimini dignitatuni; nani quod vobis etc. >. E qui torna 
in campo il fratello e la sua fedeltà : « Conferimus tibi hono- 
rem germani ; sed tu fidem eius imitare servita » . Due concetti 
questi, il fratello e la fedeltà che tornano nella lettera al se- 
nato (Vili, 17). Dopo aver lodato il padre di Opilione, l'epi- 
stolografo si riprende : « Sed quid antiquam parentum eius re- 
petimus nobilitatem, cum vicina resplendeat luce germani? cuius 
non dicam p)rooGÌmitati sed vel amicitiae coniunctum fuisse potest 
esse laudabile. Huius virtuti ita se sociavit atque conexuit, ut 

hoc potius sit incertumj qui magis praedicetur ex altero ». 

E si torna anche qui ad un panegirico cumulativo della fedeltà: 
« hinc est quod norunt regibiis serrare fidem, quia nesciunt vel 
inter aequales exercere perpdiam ». 

35. Da tutte queste testimonianze che ho distesamente rife- 
rite, perchè mi pare ci introducano un poco nello spirito e nei 
costumi del tempo, per prima cosa mi pare si riconfermino nella 
loro materialità i fatti esposti da Boezio nel Ph. C, la parte cioè 
presa da Cipriano e da Opilione nella sua caduta. Giacché è ben 
vero che del servizio (presunto servizio) reso per tal via al mo- 
narca, nelle lettere analizzate non si fa mai espressa menzione ; 
ma innanzi tutto le- ampie lodi di cui Cipriano è oggetto coni- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 97 

baciano a meraviglia coi fatti attestati da Boezio e riescono, sup- 
ponendoli, pili intelligibili; e poi la concatenazione degli eventi si 
presenta di per sé stessa assai eloquente. Alla disgrazia di Boezio 
noi vediamo immediatamente succedere la elevazione di Cipriano 
e dei suoi. Non è naturale il sospettare 1' is fecit cui profuit? 
non sarebbe assai più inverosimile supporre che Cipriano , il 
quale della disgrazia di Boezio si avvantaggia, le sia rimasto estra- 
neo, di quel che sia il credere, sulla fede di Boezio, che vi abbia 
partecipato ? Chi ripensi all' ambiente delle corti vecchie e nuove, 
sa di quante invidie sia pieno e come là si tenda sempre, come 
del resto un po' dappertutto, ma più attivamente che altrove, 
a scavalcarsi l'un l'altro. Ora Boezio giunto con il consolato dei 
figli e col magisterium officioriim all'apice della grandezza, 
dovea essere a tali invidie più d' ogni altro soggetto : che ne 
sia caduto vittima sarebbe la ipotesi che dinanzi alla serie dei 
fatti ci si offrirebbe più spontanea, anche quando non fosse la 
spiegazione che Boezio ce ne dà come certa. 

36. Ma non è la materiale esattezza dei fatti narrati da Boezio 
che si contesta, bensì sul loro carattere morale che si disputa; non 
si nega che Cipriano abbia avuta parte nella catastrofe del filo- 
sofo, ma si nega o si tende a negare , sulla parola di Cassio- 
doro, che 1' abbia fatto per quei bassi motivi e quei loschi in- 
tenti che Boezio gli rimprovera. Orbene a questo riguardo mi pare 
innegabile che le lettere analizzate costituiscano una vera e pro- 
pria apologia di Cipriano e dell'opera sua, una smentita alla 
versione Boeziana. Non si loda così senza riserva , così ampia- 
mente la fedeltà monarchica d' un uomo che ha fatto quello che 
noi sappiamo aver fatto Cipriano, che ha deferiti come rei d' alto 
tradimento due personaggi, quali erano Albino e Boezio, se non 
si crede alla lealtà, alla giustizia del suo operato. Il tentativo 
dello Stewart ^ per conciliare le due versioni Boeziana e Cas- 
siodoriana mostra la sua buona volontà, non onora troppo il suo 
senso critico. Ben è vero che il giudizio favorevole a Cipriano, 
sfavorevole a Boezio risultante dalle Variae va direttamente rife- 



* Op. cit. p. 44 ; « the two accounts (di Boezio e di Cassiodoro) are not absolutely 
irreconciliable » perchè Cassiodoro loderebbe quasi unicamente l' abilità, si direbbe, avvo- 
catesca di Cipriano, mentre Boezio ne biasima la disonestà. Lo Stewart s'è, io credo, per 
giudicar cosi, arrestato troppo esclusivamente a Variae V, 40. 

13 



98 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

rito alla cancelleria ostrogota ; là si dovea credere e si credeva 
che l'uomo colpito cosi duramente dal re fosse un traditore, e chi 
r avea deferito il salvatore coraggioso della monarchia. Ma non 
solo non e' è ragione nessuna per negare che Cassiodoro perso- 
nalmente dividesse le idea della cancelleria, sì ve ne sono pa- 
recchie per recisamente affermarlo ^ Posto pure infatti che la 
sua carica di segretario lo obbligasse a comunicare onorificenze 
anche quando non era convinto della loro giustizia , ma chi lo 
obbligava a diffondersi tanto nelle lodi a Cipriano ? chi lo ob- 
bligava a tornare su questa figura del delatore , anche quando 
r onorificenza regale andava a suo fratello ? chi V obbligava ad 
insistere tanto sulla fedeltà dei due al monarca, a prenderne le 
difese? (Vili, 16, p. 247, 16 ss.). Tutto questo non si fa senza 
almeno mostrare di mettersi dalla parte di coloro che si lodano ^. 
Fu semplice mostra o convinzione ? per debolezza e viltà d' a- 
nimo abbondò Cassiodoro in lodi che interiormente credeva im- 
meritate, fu realmente convinto di doverle tributar così ampie ? 
Ecco una quistione che noi non possiamo risolvere. Questo però 
mi sembra si possa dire, che anche accettandole come sincere 
sulle labbra di Cassiodoro, la sua autorità morale non è tanta 
da farcele accettar come vere e giuste in sé. Cassiodoro non è 
tal carattere da poter smentire efìScacemente Boezio : lo dan- 
neggia la sua volubilità. Il suo epistolario rassomiglia molto 
alla collezione di certi giornali, dove si può trovare una lode 
costante, una approvazione assidua degli uomini politici che coi 
criteri più diversi, coi piìi opposti programmi si sono succeduti 
al potere. Cassiodoro ci apparisce un adoratore del successo. Il 
suo entusiasmo, anche se sincero , per Cipriano si spiega suffi- 
cientemente col fatto, che egli era riuscito, non basta a provare 

• Perciò non ha luogo l' altra osservazione dello stesso Stewart per la vagheggiata 
conciliazione Boezio-Cassiodoro. Questi * is writing merely as the mouthpiece of a barba- 
rian monarch, and that the letters of his Miscellany, far ali their wealth of wise saws 
and modem instances do not curry much conviction with them on questions of moi'al 
character » op. cit. p. 51. 

* Il Cipolla anzi osserva giustamente (An. Vales. II p. 69 n. 1) che non manche- 
rebbe nelle Variac accanto alle lodi per Cipriano un biasimo, per quanto coperto, di Boezio, 
Scrivendo X, 12 al senato in lode della famiglia Anicia «familiaj dice, foto orbe prae- 
dicata, quae vere dicitur nobilis, quando ab ea adionis probitas non recediti. La lettera è 
del 535 e l' eloquenza di questa riserva nelle lodi agli Anicii spicca ancor meglio quando 
si confronti coli' entusiasmo per la famiglia di Cipriano. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 09 

che egli avesse ragione. A buon diritto T. Mommsen scrisse : 
« epistulae scriptae publico nomine per tempora turbulentissima 
a summo magistrata et in rerum fluctibus collocato admiratio- 
nem movent exilitate sua et vaniloquentia. Sylloge Cassiodo- 
rana in ipso de imperio Italiae Gothorum Byzantiorumque con- 
flictu bello furente propemodum internecivo edita quod nuUum 
verbum habet, quo aut Germani ofFendantur vel lustinianus, in- 
genium auctoris testatur et pavidum et callidum et ita umbra- 
tile, ut ne ii quidem laudare queant qui imitantur. hoc certe 
auctor adsecutus est calamistri s suis , ne mente imperio ipse 
una caderet licet ditissimus et summo loco constitutus. sed ex- 
perimentum antea fecerat ob provectum ab Amalasuntha impe- 
tratum laudibus eam magnifìcis extoUens, deinde caesa ea inter- 
fectori eius Theodahatho non minorem verborum copiam submi- 
nistrans, itemque mox successori huius Witigi regi, denique prae- 
stigias has omnes sibi contrarias uno volumine coniunctas palam 
proponens, quasi adulationis scholam exemplorum varietate com- 
mendaturus » \ 

37. Ma vi è una circostanza speciale che getta sulla figura 
non solo di Cassiodoro, bensì di Cipriano e del* fratello Opilione 
una luce sinistra e, pur sinistra coni' è, atta a farci penetrar più 
addentro le riposte ragioni del dramma boeziano. A Cipriano 
vien data lode (Vili, 21) d'aver educati alla foggia gotica i 
suoi figli ; e 1' educazione gotica si estendeva non solo all' uso 
delle armi, ma e della lingua. Col che padre e figli si rende- 
vano rei di apostasia dalla romanità ; un Cassiodoro che ne li 
loda non si rialza certo ai nostri sguardi, si rimpicciolisce e a 
me pare che sia altra gloria per Boezio l'essere caduto per opera 
d' uomini che rinnegavano la romanità. 

Di qui noi possiamo farci strada a comprendere meglio e 
più addentro le ragioni della catastrofe di Boezio. Cipriano, 
Opilione e fino ad un certo punto insieme con essi Cassiodoro 
non rappresentano solo degli interessi individuali, rappresentano 
un indirizzo politico. La conquista d' Italia fatta coi suoi Goti 
creava un grosso problema a Teoderico: come tratterebbe i vinti, 
ma ancora numerosi e per certi lati possenti Romani ? userebbe 

* Pref. alle Varine p. XXII ss. 



100 TL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

una politica di simpatia o di terrore? una politica che li mettesse, 
salvo r inevitabile sudditanza ad una dinastia gotica, su un piede 
d' uguaglianza coi Goti, od una che facesse loro sentire tutto il 
peso della sconfitta ? Teoderico stette francamente per la politica 
della simpatia, vi stette vincendo ogni pregiudizio di razza e di 
religione. La politica conciliativa coi Romani gli fu agevolata dai 
dissensi in cui questi erano al punto di vista religioso con TOriente 
bizantino, dall' aver trovati uomini di una cultura e di un carat- 
tere morale superiore , come Boezio , Simmaco ed , entro certi 
limiti, Cassiodoro. Ma si capisce agevolmente che a questa po- 
litica conciliativa non tutti dovessero essere favorevoli ; si ca- 
pisce che parecchi, molti dei Goti bramassero una politica piìi 
gotica, più sfruttatrice della vittoria, che costoro formassero un 
partito a Corte, che anche qualche romano a loro si accostasse. 
In mancanza d' altro basterebbe a dimostrarlo quella rivoluzione 
di Palazzo che strappò ad Amalasunta, accusata di romanizzare 
(continuatrice in questo della politica di Teoderico), la educa- 
zione e la tutela di Atalarico. Questo partito gotico spalleggiava 
manifestamente i soprusi a carico dei Romani ; a questo par- 
tito Boezio, ammiratore sincero della politica conciliatrice di 
Teoderico, tanto più sincero quanto questa politica coincideva 
meglio coi suoi sentimenti e i suoi interessi, virilmente si op- 
pose, impedendone caso per caso varie prepotenze. La cosa gli 
riuscì perchè il partito era debole. Ma il partito gotico cominciò 
a rafforzarsi dal giorno in cui tra V Italia e Bisanzio fu dissi- 
pato il malinteso religioso e perciò stesso fu resa meno difficile 
una intesa politica, e crebbe via via che si chiarì meglio il va- 
lore politico di Giustino e quello del suo nipote e futuro suc- 
cessore Giustiniano. Questa luce che splendeva ognor piìi viva 
in Oriente die buon giuoco al partito gotico per mettere Teo- 
derico, fin qui così fiducioso dei Romani e loro propenso, in so- 
spetto contro di essi. Il pericolo che i Romani fossero tentati 
di guardar verso Bisanzio ora e' era, e non era accarezzandoli i 
Romani, che si poteva quel pericolo scongiurare, ma atterren- 
doli. Il partito gotico avea omai nelle circostanze il suo appoggio 
e saliva. Tanto più facilmente in quanto che una serie di sven- 
ture e di contrarietà contribuiva a rendere triste, sfiduciato -e 
per tristezza e per sconforto sospettoso 1' animo del re. Il Pfeil- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 101 

schifter ^ ne fa una diligente enumerazione : prima la morte del 
genero Eutharico erede presuntivo del trono , poi V assassinio 
del nipote Sigerico , figlio del re de' Burgundii , per cui questi 
gli si alienavano ancora più ; il nuovo indirizzo bizantino che ih 
seguito alla morte di Trasamondo (estate 523) prendeva la po- 
litica dei Vandali, la morte stessa di Papa Hormisda (6 Ago- 
sto 523) che gli era stato sempre amico. L' ascensione del par- 
tito gotico dovea segnar la mina di coloro che lo aveano sempre 
combattuto, che ne aveano attraversate le mene ; principale tra 
questi, per la fiducia che godeva a Corte e l' azione franca spie- 
gata in senso romano, Boezio. Fu lui stesso che prestò il fianco, 
porse il destro alla calunnia dei nemici. Albino era stato accu- 
sato di alto tradimento, in base ad una corrispondenza con Bi- 
sanzio. Era egli veramente reo ? o le lettere una invenzione del 
partito ostile ? Ecco ciò che non potremmo decidere, ma Boezio 
non era implicato nella accusa. Fu lui stesso che assunse la difesa 
d' Albino e con maggior fervore il giorno in cui vide che si ten- 
deva a coinvolgere con Albino nel processo il senato. Allora fu 
tra lui e i delatori d' Albino, tra lui rappresentante e vindice 
della romanità e i rappresentanti o agenti che dir si voglia del 
partito gotico, una lotta corpo a corpo, perchè lotta suprema. 
Vinse facilmente il partito gotico e per opera dei suoi elementi 
romani ^, o che 1' apostasia riesca di per sé mala consigliera, o 
che sembrassero i pili opportuni per trascinare nel nuovo indi- 
rizzo politico r animo del re. Forse giungevano anche dall' 0- 
riente le prime voci confuse o dei progetti o dei decreti di Giu- 
stino, e se non provocavano il processo, nò la prigionia, afi*ret- 
tavano la morte di Boezio vittima di quelle passioni e tendenze 
politiche e in parte anche religiose, che costituivano il partito 
goto-ariano; il partito che se vedeva di mal occhio le condiscen- 
denze romane di re Teoderico, non dovea neppure contemplarne 
serenamente la tolleranza religiosa. 



• Op. cit. p. i69 ss. 

* Cosi come ho esposto, mostra di guardar le cose anche Ludo Moritz Harlmann 
nella sua recente Geschichte Italims im Mittelaltcr, I Band (Leipzig, Wigand 1897). A p. 223 
scrive: « Der Referendar Gyprianus, einer von der Ròmern, welche sich ganz an dio 
Golhen angeschlossen halten, klagte den Patricier Albinus etc. ». 



102 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



Art. 3. 
La tradizione storica sulla morte di Boezio. 



38. Dopo aver esaminate le testimonianze dei contemporanei, 
è giusto dare uno sguardo rapido alla opinione dei posteri, per 
vedere come e quando si formasse la tradizione che riguarda 
espressamente e saluta Boezio qual martire. 

Gregorio di Tours (538-593) si mostra informato del mar- 
tirio di Papa Giovanni in termini, che ricordano il L. P. non 
senza molta confusione : attribuendosi tra 1' altro a Papa Gio- 
vanni quella persecuzione contro gli Ariani che fu opera di Giu- 
stino e tacendosi completamente della missione pontificia a Co- 
stantinopoli. Ma Simmaco e Boezio non sono in nessun modo ram- 
mentati . 

Più significante ancora è l'attitudine di GregorioM. (540-601). 
Questi parla di Papa Giovanni al L. Ili e. 2 dei suoi Dialoghi uni- 
camente per narrare due miracoli occorsigli nel viaggio, a Co- 
stantinopoli uno, e r altro nell' ingresso suo in città. Nel L. IV 
e. XXX narra dell' annuncio della morte di Teoderico dato mi- 
racolosamente da un solitario dell' isola di Lipari al padre del 
suocero di Giuliano (morto sette anni prima che Gregorio con- 
segnasse allo scritto il racconto avuto da lui) con queste pa- 
role : < Etiam mortitus est: nam hesterno die ìiora nona inter 
Ioannem Papam et Symmachuyn patricium discinctus atque dis- 
calceatus et vinctis manihus deductus, in hanc vicina,m Vulcani 
ollani iactatus est. Quod UH audientes , sollicite conscripserunt 
diem atque in Italiam reversi, eo die Theodoricum regem inve- 
nerunt fuisse mortuum, quo eius exitus atque supplicium Dei 
famulo fuerat ostensurn. Et quia Ioannem papam affligendo in 
custodia occidity Symmachum quoque patricium ferro trucidavit, 
ab illis iuste et in ignem missus apparuit quos in ìiac vita Ì7i- 
iuste iudicavit ». Una ragione di simmetria è troppo poco per 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



103 



credere che Boezio sia stato soppresso (Inter Ioannem et Sym- 
machum): tanto piti che poi l'A. viene a parlare per conto suo 
della persecuzione teodericiana e non menziona punto Boezio tra 
le vittime di questa. L' ignorava, o concependo la persecuzione sot- 
to un aspetto religioso, non credette Boezio in questa compreso? 
Gregorio a me pare si riferisca al racconto del L. P.: ora abbiam 
visto già che parte affatto secondaria tocchi in questo a Boezio 
e com' egli vi stia fuori di quel posto che secondo verità crono- 
logicamente gli compete. 

39. Con Gregorio M. si connette un monumento di cui è pur 
necessario dir qui una parola, perchè la fantasia del Biraghi ne 
ha tratto per il martirio di Boezio e l'autenticità d'uno tra i suoi 
opuscoli teologici (il solo che sia certamente spurio!) un argo- 
mento che vedo accolto senza discussione persino dal Prof. 
A. Graf^ 

Nel notissimo dittico di Monza edito dal Gori (Thes. vet. 
dypt. voi. II, 1755 tav. 8 p. 243) e dal Frisi (Mem. di Monza 
ed. 1794 voi. 3 p. 14) e che dal Gori stesso, per congettura, 
fu interpretato di Boezio, il Biraghi ^ credette leggere a stento 
sì, ma leggere: 



nel margine del libro 
che tiene fra le mani 



nel volume che sta al piede de- 
stro del console sedtito 



al piede ma a sinistra 



IN FID ms MENEA 



M . ANICI SEVE 
RINI BOETII ve 
EX CONSUL PATRIO 
V V L U M E N 
DEFENSION SUE 
CONTRA BASILEIV 



M A L 1 1 A N I C 1 1 
TORQUAT SEVER 
INI BOETII V. C. 
OP CONSOLATION 

(I>HEIAIOSOPHI 
E 



« E(/o, scrive però il Mommsen, qui l'idi ipse diptychum ad- 
liibito in re praesenti exeniplo Biraghiano ^ testar lineolas illis 
locis exaratas tales esse qaalibas caiusvis aetatis pictores scul- 
ptoresque utantar ad scriptarae speciem repraesentandam, vere 
nuUatn ibi litteram cernia nedum cocabulam ullum , id quod 



Op. cil. Voi. I p. 342. 
Op. cit. p. 36. 



104 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

duo qaae adieci specimina satis declarabunt. Diptychon aiitem 
cum optime conservatum sit, ut ociili non ìiehetes singulos da- 
ctits certissime ibi deprehendantj, haec qui protulit addens leg- 
GESI, UN po' A STENTO, PUR LEGGESI, non falUtuT sed falUt ^ . Il 
quale giudizio è forse troppo severo per quel che riguarda per- 
sonalmente il Biraghi, anima ingenua incapace di mentire, ma 
capacissima di esaltarsi sino a vedere quello che non esiste : ma 
quanto all' oggettività della cosa è esatto. Per tacere d' altre 
autorità ^ me lo confermava a voce il compianto Comm. Giov. 
Battista de Rossi. 

40. Al sec. VII abbiamo il Ven. Beda. Di lui il Biraghi ^ cita 
un Commentarius in libram Boetii de Trinitate. Sciagurata- 
mente esso è spurio: « redolet, scrive l'Oudin ^, recentem scìio- 
lasticae palestrae methodum ; unde longe distai ab ipsis Bedae 
temporibus. Iure igitur ab omnibus inter spuria ad scholasticam 
balbutiem proìicitur ». 

Nelle Chronica maiora "* leggiamo sotto 1' a. 510 1' andata 
di Giovanni a Costantinopoli e poi : 

511. « Qui dum rediens Bavennam venissety Theodoricus 
eum cum comitìbus carceris adflictione peremit, invidia ductus, 
quia cathoHcae p)ietatis defensor lustinus eum honorifice susce- 
pisset ». 

512. « Quo anno, i. e. cons. Probi iunioris, et Sgnima- 
chum patricium Bavennae occiderat^ et ipse anno seguente ibi- 
dem subita morte periit , succedente in regnum Athalarico ne- 
pote eius ». 

Anche nel Martirologio manca il ricordo di Boezio come 
santo martire ; e la mancanza è tanto piìi notevole , osservano 
concordemente il Graf ^ e l'Hildebrand ^, che 1' A. si mostra in- 
formato del martirio di Papa Giovanni : « Quinta Kalendas lu- 
nii. Natale Sancti Ioannis Papae, quo tempore Theodoricus rex 

' Mgr. Riboldi « cum dyplicha moedicenlia attente speclavimus, non dubitamus aftìr- 
mare nihil in ipsis dare el securc inscriptum legi » (Papien. Gonfimi, cultus ab irara. 
praestiti servo Dei Sev. Boet. Roma Tip. Guerra e Mirri 1883 p. 81), Maiocchi in Balan 
St. d' Italia t. I. 

* Op. cil. p. 68-9. 

* M. P. L. XG, 96. 

* Mon. Gerra. hist. Chron. min. ed. Mommsen III p. 307. 

* Op. cit. p. 333. 

* Op. cit. p. 46. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 105 

duos senatores praeclaros et consules Sijmmachiim et Boetium 
occidit » ^ 

41. Nel sec. Vili il Biraghi cita, qual testimone del martirio 
di Boezio, Paolo Diacono. Ma nel L. VII aggiunto alle istorie di 
Eutropio egli scrive semplicemente : « Tlieodoricus rex rabie suae 
ìniquUatis stiniulatuSy Symmacliam ex cotistdem ac patritiam, 
et Boetium seniorem et ex considem catholicos viros gladio 
trucidavit » : dove il martirio si può riguardare solo come indi- 
rettamente insinuato nelle parole catholicos viros. 

Al sec. IX Agnello ravennate (che scriveva circa 1' 840) 
non accenna ancora del martirio, e. 39 : « Simmachus et Boe- 
tiiis patriciij, Theodorico iahente, carne propinqui civesque Eo- 
tnani cum securibus capitibus amputati sunt > ^. 

La prima chiara ed esplicita affermazione del martirio si 
trova nel martirologio di Adone : « Quo tempore (della morte 
di Papa Giovanni) Symmachum atque Boetium consulares viros 
prò catholica pietate idem Theodoricus occidit ». 

Allo stesso tempo circa andrebbe riferito anche 1' elogio di 
Rabano Mauro : 

\ Crux Christi sequitur de summo stemmate natum 
Exilium meruit dum tibi Gothe placet. 



' Il mari, di Beda a noi è giunto nel ralTazzona mento di Floro suddiacono lionese 
(anno 830 circa). L' editio Colon, da me citala rappresenta appunto questo raffazzonamento 
di Floro (M. P. L. 94, 928-9). I BoUandisti hanno cercato di ripristinare il testo di Beda 
ma, dice uno di loro, il P. De Smedt (Introd. in Hisl. ecclcs. critice Iraclandam p. 138 
n. 1) t non satis cerlis argumentis nixi » . Nelle loro ediz. il ricordo di Simmaco e Boezio 
manca. Noto poi che al giorno 23 Ottobre (in cui ora si celebra la festa di S. Severino Boezio) 
lo stesso martirologio edit. Colon, ha « Coloniae Sancti Severini archiepiscopi et confesso- 
ris ». E la ed. Boll. « S. Severini colon. Archiep. » . 

* « Agnellus presbyter Ravennas e. a. 840 scripsit librum pontificalem ecclesiae Ra- 
vennatis.... Adhibuit Agnellus passim chronica haec ipsa indeve excerpta... ea supra (p. 257) 
diximus ab eo tribui Maximiano episcopo Ravennati, sed esse in excerptis Agnellianis 
etiam res post eius mortem (556-7) geslas » . Mommseu Ghron. min. I, 27, 3. Il curioso si è 
ohe egli ritiene sepolti a Ravenna insieme con Giovanni Papa, benché in un'arca distinta, i 
due patrizi. Infatti dopo aver detto (subito dopo le già citate parole) che « lohannes papa 
Romanus post legationem de oriente cum Ecclesie episcopo Ravennae iussu regis Raven- 
nam ductus, ab Theodorico coactus est et tamdiu detentus est, quamdiu mortuus et infra 
carcere publico in arca marmorea sepultiis est», soggiunge: «et supradicti palricii in 
alia arca sepulti sunt, quae permanet usque in praesentem diem»; notizia che ha la sua 
verosimiglianza per Simmaco giustiziato, secondo l'anonimo Valesiano, a Ravenna, ma 
inverosimile per Boezio, a meno di pensare col Pfeilschifler ad un trasporto delle ceneri 
a Ravenna sotto Amalasunta (p. 182). 

14 



106 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

A( Christo placuit cum non Ubi Gothe piacerei 
Et meniit vitmn perpetiiamque sophus. 

Instruit in terris virtute latina 

In coelum sequitiir crux ina 

se fosse certamente suo. Ma nella nuova edizione di Rabano il 
Diimmler (Poetae latini aevi Carolini t. II p. 258) lo mette tra 
gli Hymni incertae originis e dice a proposito di essi nel proe- 
mio p. 159 : « Quibiis poetis haec carmina tribuenda sint , ea 
de re, penes exìstimatores me peritiores iudicium està y>. 

42. Ma ancora al sec. IX e X la idea del martirio non era 
universale. Il Peiper ha premesse alla sua edizione critica sei 
vite di Boezio, delle quali « nulla superior esse potest carolina 
aetate » (p. XXX). Tutte, eccetto la quarta, accennano alla morte 
di Boezio, ma nessuna assegna causa religiosa, bensì politica, 
quantunque la sesta accenni anche alla persecuzione teodericiana 
contro papa Giovanni. Nel suo elogio Gerberto, poi papa Silvestro II 
(999-1003), sembra consideri Boezio piuttosto come martire della 
libertà, che della religione, giacché l' interpretare il praeclara 
morte ^ del v. 7 esclusivamente nel senso di morte per la fede 
cristiana mi pare criticamente insostenibile. 

Non è probabile che questo elogio fosse per la tomba di 
Boezio ^ in S. Pietro in Ciel d' oro , tomba eretta , pare , da 
Luitprando in occasione della traslazione delle ossa di S. Ago- 
stino dalla Sardegna in Italia, e che nulla ci vieta di credere 
ritoccata ai tempi di Ottone e Silvestro II (Aeternumque tui 
statuit monumenta laboris?). Certo la basilica intiera fu restau- 
rata al sec. XII e in quel restauro la tomba dovette essere 
compresa. 

43. Allora forse alla tomba fu apposto l'elogio: « Hoc in 
sarcofago iacet ecce Boethius arto etc. » riferito dall' Anonimo 
Ticinese che scriveva nel 1330 : « et in ìiac urbe ipsa Boetius 
trucidatus occubuit, sicttt patet in versibus in eius tumulo scrì- 
ptis, qui sic dicunt : Hoc in s... etc. ^, parole che fanno cre- 

' Una tale ialerpretazione trovo rammentata in Riv. bibliogr. ital. p. 314 anno I. 

' Tertius Olho sua dignum te iudicat aula, fa pensare ad un busto o statua. 

' Murat. Rerum ital. scriptores XI, 13. La forma in cui l' elogio è riferito dall' An. 
Tic. il Peiper la ritiene come genuina a preferenza di quella offerta da Martianus Rota 
(in epist. nuncup. ed. Basii. MDLXX fol. a, b). t Ecce Boethus adesl in coelo magnus, 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 107 

dere V An. Tic. abbia letti lui questi versi sul tumulo : e se 
ciò è vero, tutto ci porta a credere che l'epitaffio dati dall'ul- 
timo restauro (sec. XII), ed è perfettamente arbitrario riferirlo 
al sec. VII. 

Nel sec. XIII nell' Inventario delle reliquie dei Santi della 
città di Pavia, compilato da Rodoaldo Vescovo, 1236, leggiamo : 
In Ecclesia ... S. Petri in coelo aureo ... iacet corpus S. Au- 

g usimi ; item iacet corpus S. Severini i. e. ^ Boetii philo- 

sophi. 

Al sec. XVI fu composto dal pavese Baldassarre Sacconi 
un nuovo epitaffio : Maeoìiia et latta lingua etc. che il P. Be- 
retta (Lychnus chronol. iurid. etc. Pavia 1700 p. 57) lesse sulla 
tomba. 

L'il Maggio 1782 (Atto rog. notaio G. B. Lucca cancell. 
vescovile) la tomba di Boezio venne aperta e ristorata insieme alle 
iscrizioni : le ossa vennero raccolte in cassettina di legno nero 
ornata d' argento ed esposte alla pubblica Venerazione, prima in 
S. Pietro in Ciel d'oro, quindi (1799) nella Cattedrale ove si 
trovano ^. 

43. Da questo studio io non traggo nessuna conclusione né 
prò né contro il martirio di Boezio, perchè ninna me ne sono pro- 
posta. Ho voluto solo serenamente interrogare le fonti ed esporre 
lo stato dì ciascuna , dolente solo di non aver potuto far piìi e 
meglio. Siccome il mio lavoro ha per tema la quistione boe- 
ziana, dirò che a risolverla non si può trarre gran partito dalla 
tradizione intorno al martirio , appunto perchè tale tradizione 
non presenta, a un punto di vista puramente critico-storico, 
quella solidità che sarebbe necessaria per adoperarla come ar- 
gomento convincente contro chi non crede al Cristianesimo di 
Boezio. 



et omni perspectus mando etc. » e dell'amplificazione che ce ne offre il liber Trecensis 
n. 1381 saec. XIII. 

' Queli't. e., specie se si mette insieme col fallo analogo segnalalo a proposito del 
martirologio del Beda, potrebbe far nascere qualche sospello di una confusione tra un 
S. Severino e Severino Boezio. 

* Debbo parecchie di queste notizie al dolio e cortese Prof. Majocchi. 



108 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



CAPO III. 
LA TRAMA DEIj philosophiae consolationis 

44. Per quanto il libro della Consolazione della P'ilosofìa, in- 
irecciato com' è di poesie e di prose passabilmente rettoriche, 
ammetta una certa libertà di orditura, non è tuttavia possibile, 
date le abitudini dialettiche dell' A., che sia stato concepito 
senza un armonico e quasi simmetrico disegno. Ed il rintrac- 
ciarlo è cosa che importa moltissimo non solo alla conoscenza 
profonda ed esatta del libro, ma eziandio delle quistioni che per 
noi vi si riannodano. Così, a tacer d' altro, solo dal determinar 
bene il disegno dell' opera, dipende il decidere s' ella sia com- 
piuta in sé medesima o, come il Berti s' ingegna di provare, 
monca. Eppure eh' io sappia, ninno s' è mai addentrato in questo 
esame. I più dei commentatori e scrittori vecchi e nuovi si con- 
tentano di esporre in compendii più o meno succinti il conte- 
nuto di ciascun libro, ma senza ricercare punto se vi sia, oltre 
quella tutta materiale dei libri , una partizione ideale , e nello 
svolgimento di ciascuna parte quale nesso logico. Tra i vecchi 
il Berti, tra i nuovi 1' Hildebrand , accennano con poche frasi 
r argomento di ciascun libro : un copioso ma inorganico rias- 
sunto ne offrono il Gervaise e lo Stewart. Il solo che siasi ac- 
costato ad un vero studio sul disegno generale e speciale del 
Ph. C. è Pietro Cally, autore della edizione ùi ìtsitm delpìiini. 
Alla quale ha premessa un' idea totiiis operis, ma con divisioni 
un poco artificiali. Giacché le tre parti « quarum prima com- 
pleMtar afjlictioneni Boetii, secunda consolationem philosopjhiaey 
tertia contraria, quae Uliiis consolationis vini ìninuere videntur, 
argumenta ciim responsionihus », non corrispondono certo intie- 
ramente al concetto stesso che Boezio si formava dell'opera sua. 
A me pare infatti che non si debba sezionar noi 1' opera secondo 
un concetto logico nostro, ma ricercare come all' autore mede- 
simo si presentò distribuita nelle parti e procedente in ciascuna. 

45. Mentre l'afflitto Boezio si consola con le Muse (I e. 1) gli 
appare la Filosofia (p. 1) simbolicamente rappresentata, che, cac- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 109 

ciate le Muse e deplorato l'abbattimento di Boezio (e. 2) gli si 
dà a conoscere (p. 2, e. 3), ed a lui, meravigliato di vedersela 
accanto in quel luogo, spiega il motivo cosi della propria pietà 
per lui, come della persecuzione che i suoi cultori hanno co- 
stantemente sostenuta (p. 3). Dopo una lode della fortezza d'a- 
nimo (e. 4), la Filosofia invita il suo alunno a scoprirgli i suoi 
mali perchè ella possa curarli (p. 4). Il discorso che allora (ib.) fa 
Boezio è dalla Filosofia stessa, dopo un carme (e. 5) che propone 
il maggior problema intellettuale e sentimentale del libro Ph. C, 
cioè il disordine del mondo morale, tanto più grave per la contrad- 
dizione in cui è coir ordine del mondo fisico, alla p. 5 riassunto 
così: « (le tuis in coiwniune honum meritis vera quidem sed prò 
multitudine gestoruni panca dixisti. De obiectorum Ubi vel ho- 
nestate vel falsitate cunctis nota memorasti. De sceleribus frati- 
dibusqiie delatorum recte tu quidem strictini attingendum pu- 
tasti, quod ea nieliuSj uberiusque recognoscentis omnia vulgi ore 
celebrentur. Increpuisti etiam vehementer iniusti factum Sena- 
tus. De nostra etiam criminatione doluistì, laesae quoque opi- 
nionis damna ftevisti. Dostremus adversus fortunam dolor in- 
canduit, conquestusque es non aequa meritis praeynia pensari. 
In extremo Musa e saevieììiis , uti quae coelum terras quoque 
pax regeret, vota posuisti > . 

46. Dopo di che la Filosofia così traccia il metodo della cura: 
« Sed quoniam plurimus tihi affectuum tumultus incuhuitj, di- 
versimique te dolor, ira^ maeror distrahunt, uti mene mentis es^ 
nondum te validiora remedia contingunt. Ttaque lenioribus pau- 
LisPER utemur, ut quae in tumorem perturbationibus influen- 
tibus induruerunt^ ad acrioris vim ìiiedicaminis recìpiendam, 
tactu blandiore mollescant y>. Questo metodo progressivo costi- 
tuisce già di per sé una prima divisione dell'opera, divisione 
però il cui concetto è precisato alla fine della p. 6, cioè del libro 
primo. Quivi la Filosofia, dopo aver riconosciuto che Boezio am- 
mette la Divina Provvidenza, traccia così le cause dell'afflizione 
in cui , malgrado quella fede , i recenti fatti l' hanno gettato : 
« Quare p)lenissime vel aegritudinis tuae rationem, vel aditum 
reconciliandae sospitatis inveni. a) Nam quoniam tui oblivione 
confunderis et exulem te et expoliatum propriis bonis esse do- 
ìuisti; P) quoniam vero quis sit rerum finis ignoras, nequam 



HO IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

homineSj atque nefarìos potenteis, felicesque arhitraris. y) Quo- 
niam vero quibus gubernaculis mundus regatur, ohlitus es, lias 
forlimarum vices existimas sine rectore fiidtare ».• 

L' analisi dei libri seguenti, a cui questo primo serve di 
introduzione, chiarirà che in queste tre proposizioni si racchiude 
il concetto e la partizione fondamentale di tutta 1' opera. 

47. Il libro II infatti è tutto inteso a dimostrare che Boezio 
non che lagnarsi della fortuna, come fa, per le ultime sue tristi 
vicende, se ne deve chiamare contento. Essa dapprima non si può 
accusare per tali vicende come volubile j, che anzi si è mante- 
nula, cangiando, coerente alla sua volubile natura (p. 1, e. 1); 
né come ingiusta, perchè agli sfortunati non toglie mai cosa 
che loro di proprio e pien diritto appartenga (p. 2). In parti- 
colare poi Boezio dei beni di fortuna fu altra volta largamente 
provvisto (p. 3) ed anche oggi, almeno relativamente, ne rimane 
ricco (p. 4). 

Fin qui la Filosofìa si è aiutata « colle dolci persuasioni della 
rettorica, la quale procede per diritto sentiero, allorché non ab- 
bandona le filosofiche dottrine » (II. p. 1) ; all' infermo e fiacco 
Boezio ha somministrato « qualcosa di soave e di gradito » (ib.). 

48. Ma vedendo i farmachi adoperati fin qui proficui, ora pon 
mano ad altri alquanto più forti « i^aullo validioribus utendum 
puto » (II p. 5). E s' accinge infatti a mostrare che i beni da 
lui perduti, i beni di fortuna, non danno diritto a Boezio di con- 
siderarsi come sfortunato , perchè di beni non hanno la realtà, 
ma la semplice apparenza, anzi il puro e perciò stesso mentito 
nome (p. 5-7). Lo prova successivamente per le ricchezze (p.5), 
le dignità e la potenza (p. 6). Men fallace sembrerebbe la gloria 
meritamente per pubblici servizi conquistata ; ma questa gloria 
che è mai ? quando si pensi alla piccolezza dello spazio a cui 
si estende è del tempo per cui dura ? (p. 7). Rettoricamente 
conclude poi la Filosofia, che non vuole né essere né parere irre- 
conciliabile nemica della fortuna : e' è un caso in cui essa giova, 
quando è avversa, perchè allora si scopre e scoprendosi dissipa 
ogni illusione, allora riconduce al bene, allora svela i veri amici. 
Boezio adunque più che sfortunato è e deve reputarsi fortunato. 
Per tutto intiero questo libro il filosofo dalla sua maestra fu ri- 
chiamato a conoscenza o meglio riconoscimento di sé medesimo e 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 111 



(iella sua vera condizione, affine di mostrargli la insussistenza 
dei suoi lamenti pei beni di che si trova spogliato : è la prima 
parte della divisione generale : « Quornam tui oblivione conftin- 
derìs et exidem te et expoliatum propriis honis esse doluisti > 
(I p. 6). Il discorso è gradualmente innalzato da una forma ret- 
torica (p. 1-4) ad una forma dialettica^ riguardata come rimedio 
più vigororo e robusto. 

49. Al principio del L. Ili è messo in rilievo il risultato pra- 
tico di tutto il libro precedente. Boezio si sente « forte abbastanza 
da resistere quindi innanzi ai colpi della fortuna » : non solo 
non rabbrividisce piìi « al pensiero di quegli acerbi rimedii di 
cui la Filosofia ha parlato, ma istantemente li chiede ». Il di- 
scorso si eleva oramai in modo definitivo a rimedii tali che 
« degustata quìdem ynordeant , interiiis autem recepta didce- 
scant y> (p. 1), e comincia lo svolgimento della seconda parte del 
tema generale « quis sit rerum finis ». Boezio muove da questa 
osservazione che « omnis mortalium cura... diverso quidem calle 
procedit, sed ad unwìi tamen heatitudinis finem nititur pervenire ». 
Ciò posto, comincia la Filosofìa dal definire \s. felicità in astratto: 
« liqiiet igitur esse heatitudinem statuni honorum omnium con- 
gregatione perfectum » (p. 2). Ma a questa astratta felicità gli 
uomini in concreto muovono per vie diverse che la Filosofia enu- 
mera approssimativamente così : ricchezzej, onori, potenza j gloria, 
piacere; nel che un lato di vero non manca, perchè e' è del bene 
in ciascuna di queste cose, ma nessuna di esse « id valent efficere 
quod promittunt et honis plurimis careni » (p. 3). La Filosofia 
prova ciò lungamente e distintamente per ciascuno degli enu- 
merati beni (p. 3-7). E bastasse l'essere queste « ad heatitudi- 
nem viae deviae », incapaci di condurre chicchessia « eo — ad 
quod se perducturas esse promittunt » ; ma sono « implicitae ma- 
lis » che la Filosofia brevemente descrive per concludere : « haec 
quae nec p)raestare quae pollicentur hona possimi, nec omnium 
honorum congregatione pjerfecta sunt, ea nec ad heatitudinem 
quasi quidam calles ferunt, nec heatos ipsa pjerftciunt » (p. 8). 

Confutati i falsi concetti concreti della felicità, s' ha da stabi- 
lire il vero (p. 9); ma la Filosofia a questo si fa strada studiando 
le cause per cui ninna delle enumerate cose basta alla umana 
felicità. Gli è che gli uomini separano quello che sarebbe per 



112 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

SO medesimo unito. Donde consegue che vera felicità sia quella 
che « sufficientem, potentem, reverendum, celehrem ^ laetumque 
perfìcìat (hominem) » (ih). Anzi, poiché tutte queste cose, ric- 
chezza, potenza etc. che noi distinguiamo, non ne fanno in realtà 
che una sola « quae unum horum... veraciter praestare potest, 
haìic esse plenam beatitudinem sine amhiguitate cognosco » (ib). 
Definita la vera felicità, rimane a vedere dove essa si trovi. La 
Filosofia vi si fa strada invocando Dio col celebre carme : « qui 
perpetua mundum ratione guòenias » etc. (e. 9). 

50. C'è un bene sommo, dacché c'è un bene o meglio ci sono 
dei beni imperfetti. Ora questo bene non é altri che Dio. Dun- 
que « verani beatitudinem in summo Deo sitani esse necesse est » 
(p. 10). E non esiste in Dio la felicità come cosa eh' Egli abbia 
ricevuto dal di fuori, sì piuttosto Egli é essenzialmente la stessa 
felicità. La quale identità tra la felicità e Dio è riconfermata 
con questo specioso ragionamento. Non si possono dare due beni 
sommi : ma, in forza di definizioni date e universalmente am- 
messe, è bene sommo la felicità ed è bene sommo Iddio. Dunque 
Dio e la felicità sono una cosa sola. Dal che la Filosofia trae 
questo corollario, che ogni uomo felice è Dio, Dio non per es- 
senza, ma per partecipazione ; giacché non si diviene felici se 
non partecipando alla felicità , la quale , per le cose stabilite, 
s' identifica con Dio. 

Continuando al corollario, la Filosofia agita il problema: ^cum 
multa beatitudo continere videatur, utrumne haec omnia unum 
veluti corpus beatitudinis quadam partium varietate coniungant, 
an sit eorum aliquid qiiod beatitudinis substantiam compleatj, 
ad hoc vero caetera referantur » ; provando falsa la prima e vera 
la seconda parte del dilemma. Ciò che tutti desiderano per es- 
sere felici è il bene, il bene che perciò s' identifica con la feli- 
cità e con Dio. 

S' identifica inoltre il bene con la unità : « oportet igitur 
idem esse unum atque bonum simili ratione concedas » . E poiché 
tutte le cose desiderano la unità (desiderando la loro esistenza, 
di cui la unità è condizione indispensabile), ne consegue che de- 
siderano il bene e questo può definirsi « ciò che tutti bramano ». 
Arrivato qui l'A. stesso ci richiama a riflettere essere omai svolto 
il secondo dei punti che si era proposto. A Boezio dalla Filosofia 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 113 

era stata rimproverata la ignoranza del fine di tutte le cose 
« quis sit rerum finis ignoras » (I p. 6). Ora, questa ignoranza 
è guarita. Dopo le dimostrazioni, che abbiamo esposte, della Fi- 
losofia, Boezio (p. 11) conclude: « vel ad nìhilum cuncta refe- 
runtu/r, et imo vehit vertice destituta sine rectore fliiitabimt, aut 
si quid est ad quod universa festinent , id erit omnium sicm- 
mum honorum ». Alle quali parole di Boezio la Filosofia risponde 
rallegrandosi che egli abbia colta nel suo punto centrale la ve- 
rità, quella stessa eh' egli dianzi diceva di ignorare, cioè « quis 
esset rerum omnium finis » : formola piìi chiara, per richiamarsi 
a quella eh' io ho considerata e considero come partizione fonda- 
mentale, non saprei ritrovare. 

51. Ed ora, dopo aver richiamata la teoria platonica della 
reminiscenza, la Filosofia svolge 1' ultima parte : « Si su^oeriora 
concessa respicias, ne illud quidem longius aherit quin recorderis, 

quod .te dudum nescire confessus es quibus gubernaculis 

MUNDUS regatur »; che richiamano di nuovo la formola del L. I 
p. 6 : « quoniam vero quibus gubernaculis mundus regatur 
oblitus eSj, has fortunaruìn vices existimas sine rectore fluitare ». 
È Dio che governa tutte le cose , e le governa di per sé e le 
governa con la bontà ; la quale essendo il naturai desiderio di 
ogni cosa, ne consegue che nulla vi sia che, restando fedele alla 
sua natura, contraddica a Dio. Dio quindi tutte le cose governa 
con forza e soavità ; il male, quel male di cui Boezio si viene 
lagnando, è, in buona sostanza, un bel nulla. Come infatti sa- 
rebbe qualche cosa , se Dio , che può tutto , non lo può fare ? 
Con un riepilogo di ciò che fu discorso nella seconda parte del 
L. Ili (p. 9-12) intorno alla natura ed alla sede della felicità 
vera e ai mezzi del divino governo, il libro si conclude, e l'o- 
pera potrebbe quasi parer compiuta, a meno che non se ne sia 
falsamente in quel trinomio del L. I p. 6 riposta la trama. 

52. Ma appunto un esame attento di quel trinomio dimostra 
che il tema generale dell' opera non era esaurito. La Filosofia 
aveva osservato che per la sua ignoranza del fine delle cose Boezio 
reputava < nequam homines atqiie nefarios potenteis felicesque ». 
Ora snebbiata quella ignoranza, bisognava alla luce della verità 
combattere anche questo errore, ed a ciò è consecrata una parte 
del L. IV. L'A. vi si introduce prendendo occasione da ciò che la 

15 



114 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Filosofìa ha discorso e concluso intorno al governo di Dio. Gli è 
appunto perchè un Dio buono governa il mondo, che l'A. si cruccia 
pensando alla prepotenza dei malvagi sovente impunita e felice, 
mentre i buoni, deboli, nò ricevono il premio delle loro virtìi, 
né la felicità di cui sarebbero degni. In un mondo che andasse 
a casaccio tutto questo non farebbe meraviglia, ma in un mondo 
governato da un Dio che sa tutto , può tutto , e vuole esclusi- 
vamente il bene... La Filosofia combatte dapprima quelle afferma- 
zioni di fatto che servono di base e fondamento allo scandalo 
che Boezio prova ed esprime. Sono i cattivi che debbono dirsi ve- 
ramente deboli, perchè non raggiungono quel bene a cui natu- 
ralmente aspirano, o certo non lo raggiungono per la via e coi 
mezzi naturali, sviandoli la ignoranza o le passioni. E tanto 
sono deboli , che si può dire non sieno , o certo non sieno, in 
quanto cattivi, xm^-hel nulla: e la loro, nel fare il male, pare e 
si dice forza, potenza, ma è in realtà una deplorabile debolezza ; 
mentre, per la ragion dei contrarli, i buoni essi ed essi soli si 
debbono riguardare come forti e potenti (p. 2). I buoni in forza 
della loro stessa bontà hanno un premio che mai non falla, e i 
cattivi nei loro vizi un tormento che mai non li abbandona (p. 3). 
È vero che ai cattivi è concesso di infierire a rovina dei buoni, 
ma è questa pei malvagi una infelicità nuova e peggiore dì 
quella onde sembrano vittime coloro che patiscono da essi vio- 
lenza ed ingiuria. 

53. Con tutto questo discorso sui buoni e cattivi, la loro forza 
e debolezza, ricompeìise e castighi j, felicità ed infelicità (asso- 
luta e relativa) potrebbe sembrar compiuta la giustificazione della 
Provvidenza divina, per eliminazione dei fatti onde mossero i 
dubbi boeziani a riguardo di essa ; senonchè la eliminazione ten- 
tata se a lìHori soddisfa , a iwsteriori non appare completa ; 
giacché è un fatto che, talora almeno, i buoni sono esuli, po- 
veri ed oscuri , mentre i malvagi ricchi , onorati e potenti ri- 
mangono in patria, e ninno sano di mente preferisce 1' esigilo, 
la povertà alla ricchezza ed al rimanere sul suolo natio. E ciò 
non solo per una considerazione egoistica, ma anche perchè col- 
r essere ricchi e potenti in patria possono i buoni fiire assai 
bene agli altri e impedire di molto male (p. 5). 11 problema 
della Provvidenza rimane di tal guisa nella sua crudezza, e bi- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 1 1 5 

sogna, per risolverlo alla mente angustiata dell' uomo , tentare 
altra via. 

54. E ciò che ora fa la Filosofia nell'ultima parte dell'opera 
(resto del L. IV e tutto il L. V) che si può riguardare come ulte- 
riore illustrazione del qiiibus giibernaculis mundus regatur^ a quel 
modo che la prima parte del L. IV fu illustrazione piena del 
secondo punto : qins sit renim finis. anche tutti insieme i 
due ultimi libri si possono riguardare come un tentativo di giu- 
stificazione della Provvidenza da quell' accusa che è così spon- 
tanea sulle labbra d' un innocente oppresso : perchè mai e come 
Dio lascia trionfare i malvagi e calpestare i giusti 'ì Ma mentre 
fin qui si cercò, come dissi, d' attenuare il fatto scandalizzante, 
qui Boezio assorge ad uno studio della Provvidenza in sé mede- 
sima! Assistiamo qui ad un notevole cangiamento di visuale e di 
intonazione. La Filosofia accenna alia complessità del problema 
verso di cui Boezio con la sua curiosità lo sospinge. Un tal pro- 
blema infatti comprende « la semplicità della Provvidenza, Vin- 
treccio del Fato, i casi fortuiti., la cognizione e predestinazione 
divina, la libertà umana » (p. 6), tutte cose d' un' importanza 
facile a scorgersi. Così il programma minuto della parte che ri- 
mane è tracciato e noi lo vediamo svolto in tutta la sua ampiezza. 

55. Comincia la Filosofia dal distinguere con mirabile chia- 
rezza tra Provvidenza e Fato. La Provvidenza è l'ordine ideale del 
Fato: il Fato la esecuzione dell'ordine di Provvidenza, non d'ogni 
ordine però, ma dell'ordine imposto da Dio alle creature prive di li- 
bertà. Quella perciò è eterna, questo temporaneo; quella semplice, 
questo complesso ; 1' una immobile , 1' altro mutevole ; quella 
tutte le cose nel suo ordine abbraccia e comprende , questo le 
sole soggette a necessità di natura. 

Di qui la Filosofia si fa strada a nuova giustificazione della 
Provvidenza di Dio, nuova davvero, perchè, mentre prima la Fi- 
losofia si affannava a provare, senza un gran successo, la felicità, 
la grandezza, la potenza dei buoni, la infelicità e la miseria dei 
malvagi, qui (ammessa la realtà vera delle cose) si fa piuttosto a 
dimandare se sieno poi davvero buoni quelli che noi poveri uo- 
mini giudichiamo tali, o certo se lo sieno intimamente quei che 
lo. sembrano al di fuori. E prosegue di tal metro con delle con- 
siderazioni basate tutte o quasi sulla imperscrutabilità -dei divini 



116 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

consigli, in forza della quale accade che ne sfuggano molti perchè 
e molti scopi delle divine disposizioni. Dio sa volgere, Egli solo, 
in bene anche il male , e noi dobbiamo credere , anche quando 
non paia, alla bontà delle sue disposizioni ^ Alla luce di questa 
Provvidenza che involge tutto in un' atmosfera di bene, che ogni 
sorte prospera od avversa fa servire a ricompensa od a prova 
dei buoni, a castigo o ad emendazione dei malvagi, ninna for- 
tuna può apparire cattiva. 

56. Dopo il Fato, il caso, il quale, data la universalità as- 
soluta della Provvidenza, non esiste. Si può tutt' al più chia- 
mare caso un avvenimento che ha bensì le sue cause proprie e 
proporzionate, ma diverse da quelle che alcuno recavasi in mente 
operando per qualche fine (V p. 1). 

La libertà, figlia della ragione, sfugge al Fato, benché non 
sempre in egual modo e con la stessa misura per tutti gli es- 
seri. Ma questa libertà sottostà anch' essa alla Provvidenza, con- 
cepita come universale. Ora, come mai ciò ? non ripugna forse 
che insieme esistano la prescienza di Dio e il libero arbitrio del- 
l' uomo? « Se Dio prevede tutto e non può ingannarsi, è neces- 
sario che avvenga ciò eh' Egli prevede dover succedere. Ora dalla 
eternità Dio conobbe non solo le azioni, ma anche i consigli e 
i voleri degli uomini; così il libero arbitrio si riduce a nulla... 
Che se le cose potessero succedere diversamente da quello che 
sono prevedute, la prescienza del futuro non sarebbe sicura, ma 
incerta, quasi opinione... » (p. 3). Insomma bisogna sacrificare 
la certezza della cognizione di Dio o la libertà dei fatti umani. 
Né giova manifestamente, a togliere questo cruccioso dilemma, 
il dire che le cose non avvengono , perchè Dio le prevede , ma 
Dio le prevede perchè avvengono ; giacché qualunque delle due 
ipotesi si abbracci « è necessario tuttavia o che sieno prevedute 
da Dio le cose che debbono accadere , o che accadano perchè 
sono prevedute da Dio, e ciò basta per distruggere il libero arbi- 
trio » ; e del resto è assurdo pensare che le cose sieno esse causa 
della prescienza di Dio. Senonchè, posta la scienza di Dio come 
causa delle cose, sembra ancor pili logicamente fatale quella ne- 



' Sola est enim divina vis, cui mala quoque bona sint, cum eis competenler utendo, 
alicuius boni elicit effectuin (p. 6). 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 117 

gazione del libero arbitrio che è feconda dei piìi gravi incon- 
venienti. 

57. Le prose 4-6 sono destinate a risolvere V arduo pro- 
blema di cui la pr. 3 ha fatta sentire tutta la difficoltà. Innanzi 
tutto la prescienza non porta nessuna necessità essa alle cose 
future : se la prescienza, invero , non fosse , le cose , a confes- 
sione di tutti, accadrebbero (nelle ragionevoli nature) libera- 
mente : posto che la prescienza sia ma non ìnflaìsca con T es- 
sere suo realmente sulle cose, queste liberamente continueranno 
ad accadere. Si dirà : la prescienza, senza essere causa di ne- 
cessità alle cose avvenire, è segno che stanno per necessaria- 
mente succedere. Ma a questo conto, pur prescindendo dalla pre- 
scienza, sarebbero necessarii gli avvenimenti ; perchè un segno 
mostra quello che è, non fa essere quello che significa. Per cui 
c'è, e si dimostra che v' è necessità in tutte le cose che av- 
vengono (gli atti umani compresi) e si può parlar di segno d' una 
tale necessità ; o non e' è questa necessità in tutte le cose, ed 
allora non ve ne può essere nessun segno, nessuno, neanche la 
divina prescienza. Si dice, è vero : Come può essere non accada 
quello che s' è previsto con certa scienza ? Ma noi non si dice 
che non accadrà ciò che fu previsto, bensì che non accadrà ne- 
cessariamente, non accadrà per necessità intima di natura. Quando 
noi stiamo a guardare, avvengono molte cose senza alcuna in- 
tima necessità che fatalmente le produca. Ora ciò che, nel mentre 
che accade, accade senza necessità, anche prima che accada è 
per accadere senza necessità. A quel modo che non crea nes- 
suna necessità alle cose presenti la scienza, così ninna alle li- 
beramente future la prescienza. 

58. Senonchè si aggiunge : gli è appunto qui il problema, 
il dubbio : se delle cose liberamente future si possa dare certa 
e sicura prescienza. Se la scienza è sicura, pare non possano le 
cose essere libere, in futuro ; ma se libere in futuro, pare non 
possano essere oggetto di scienza. Orbene, la ragione di questa 
difficoltà in cui 1' umano intelletto bene spesso si avvolge, sta, 
secondo Boezio, nel credere che la cognizione risponda alla natura 
dell' oggetto, mentre invece risponde alla condizione del sog- 
getto , meglio , della facoltà conoscitrice , cosa che 1' A. si 
ferma a dimostrare (p. 4). Ed appunto perchè vi è come una 



118 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

gerarchia di tali facoltà, va notato che la inferiore non può né 
deve da sé stessa misurare le forze di quelle che la superano, 
come ad es. il senso non può contendere all' intelletto quella 
capacità di assorgere agli universali che manca a lui. Non al- 
trimenti la ragione umana dalla impossibilità in cui si trova 
essa di conoscere con certezza i futuri liberi , non può dedurre 
una eguale impossibilità anche in Dio (p. 5). Anzi assorgendo 
a studiare quantiimque fas est, qaae sit divinae substantiae status, 
vedremo quella impossibilità che sussiste per noi sparire in Dio. 
Ed infatti Iddio, a confessione di tutti, è eterno, il che importa 
non solo privo di principio e di fine (come, a giudizio tli Pla- 
tone e di Aristotele potrebbe essere anche il mondo), ma estraneo 
ad ogni successione di tempo, padrone in un quasi unico istante 
di tutta la sua vita. L' essere di Dio è come un presente con- 
tinuo. Appunto perchè è fuori della categoria del tempo (a cui 
apparteniamo noi) il suo essere, è anche fuori di tal categoria 
la sua scienza, rispetto alla cui semplice infinità sono presenti 
quelle cose che rispetto a noi sono future ^ La sua non è pre- 
scienza, è scienza. E così chiarito non già come Dio conosca i 
futuri liberi, ma che non gli ripugna il conoscerli, so ne illustra 
il punto fondamentale della questione, cioè la libertà del nostro 
arbitrio, malgrado la certezza della divina prescienza. Giacché 
a quel modo che la scienza che noi abbiamo d' un fatto, per 
certa che sia, non turba la libertà con cui esso accade, così non 
la turba la prescienza, o meglio scienza di Dio. Che se altri 
insista dover pure accadere, cioè essere necessario quello che Dio di 
certa scienza ha previsto, la Filosofìa di Boezio risponde che sì 
queir evento si può chiamar necessario relativamente alla scienza 
di Dio, non in sé, necessario d' una necessità condizionale e re- 
lativa, non semplice ed assoluta. A quel modo che, se io vedo 
muoversi un uomo, è necessario, relativamente a me (o sub tali 
conditione) che si muova, così se Dio vede un mio atto futuro 
libero, questo relativamente a Dio e sub tali conditione si può 



• Quoniam igitur omne iuJicium secundum sui natui-ara quac sibi subiecla sunl com- 
prehenilit : esl auteni Deo semper aeternus ac praesentarius status : scientia quoque eius 
omnem temporis supergi-essa nolionem in suae manet simplicitale praesentlae, infinitaque 
praeterila ac futura spatia... 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 119 

dir necessario, senza che diventi perciò realmente necessario in 
sé medesimo. 

E possiamo ben noi a capriccio mutar proposito, ma il pro- 
posito nostro con tutte le sue mutazioni soggiace all' ampiezza 
della divina cognizione, la quale, per fluttuare che noi fecciamo, 
non muta. Né questa perspicacia d' intuito viene a Dio dalle 
cose, ma dalla sua semplice ed infinita natura. Così rimane 
salva da un canto la libertà, e vero dall' altro canto il controllo 
divino universale ed assiduo, controllo che suggerisce a Boezio 
una parenetica conclusione del libro e dell' opera. 

59. Giunti alla fine possiamo con uno sguardo sintetico ab- 
bracciarne e con breve formola esporne il disegno. Il tema ge- 
nerale è la consolazione dell' afflitto Boezio, consolazione rappre- 
sentata simbolicamente come la cura d' nn infermo ; il metodo 
della cura è graduale; prima (L. II) i leggeri e soavi rimedii 
d' una rettorica informata a principii filosofici o d' una filosofia 
facile e quasi rettorica, poi i rimedii energici d' una filosofia 
grado a grado più profonda e sublime. Le tappe successive della 
cura sono tre: la Filosofia prova a Boezio ch'egli non può lagnarsi 
di essere a) sfortunato (L. II), j3) né infelice, nò y) abbandonato 
dalla Divina Provvidenza o in collera con Lei (L. III-V). La 
conciliazione di Boezio con la fortuna (L. II) e la determinazione 
del concetto vero della felicità (L. III, p. 1-11) servono piìi che 
altro alla giustificazione della Provvidenza, giustificazione in cui 
r intelletto ed il cuore di Boezio posano con uguale fermezza. 

60. L' opera appare compiuta perché quello che ne sembra 
il programma è intieramente svolto, e lo sviluppo conferma la 
idea che anche ad una prima lettura si afi'accia di irovare in 
certe formolo il programma del libro. 

Tratto tratto Boezio si dà cura di riassum,ere una parte piìi o 
meno notevole di quel che precede : tali riassunti abbiamo tro- 
vati I p. 5, e III p. 9 per brani notevolissimi dell'opera; rias- 
sunti di una sola prosa ci offrono le chiuse delle prose 4 e 5 
L. III. Altra volta é uno schema-programma che precede lo 
svolgimento di qualche parte. Cosi III p. 2 sono enumerati i 
varii concetti della felicità, di cui poi si viene mano mano pro- 
vando la insussistenza ed il medesimo si fa alla p. 6, IV per 
tutto il rimanente dell' opera. 



120 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

61. Ciò comincia a farne sospettare che, malgrado la ap- 
parente unità che T A. ha tentato darle col programma gene- 
rale della prosa 6, L. I, l' opera sia una giusta-posizione di 
trattati diversi, piuttostochè un trattato organicamente uno. Ed 
in questo sospetto ci conferma un'altra serie di osservazioni. 
Chi ben guardi trova che una volta il medesimo soggetto è quasi 
ripetuto, e un' altra volta lo stesso problema è guardato da due 
punti di vista così diversi, che fanno pensare a tendenze rispec- 
chiantisi nell' A. da due fonti diverse, piuttostochè sorgenti in 
lui sia pure in momenti diversi della composizione d' un' opera 
unica. Nel L. II p. 5-7 e nel L. Ili p. 3-7 si può dire trattato 
il medesimo identico soggetto, la vanità delle ricchezze (II, 5; 
III, 3), delle dignità (II, 6; III, 4) del potere (II, 6; III, 5) 
della gloria (II, 7; III, 6). 

È vero che per le ricchezze, e specie per le dignità ed il 
potere la trattazione è più breve al L. II, ma è molto più lunga 
per la gloria, onde non si può ritenere che accenni al L. II per 
is volgere poi nel III. Noi ci troviamo dinanzi a due serie di 
osservazioni sul medesimo soggetto, serie attinte forse (e indi- 
pendentemente dal rincalzo che viene a questa ipotesi dallo studio 
che farò piìi sotto di II, 7), a due fonti diverse. — A due fonti 
ancora più visibilmente ci conduce il confronto tra la giustifi- 
cazione della Provvidenza contenuta nella P parte del L. IV e 
quella accennata nella 2^ metà della p. 6 del medesimo libro, 
prosa che è intimamente legata con tutto il resto dell' opera 
così da fare una cosa sola. Se si noti che questa parte, in cui 
è visibile il contrasto con quello che precede, si apre con un 
vero programma speciale che è poi fedelmente eseguito (in hac 
enim de provideìitiae sinipUcUate , de fati serie, de repentinis 
casihuSj, de cognitione ac praedestinntione divina, de arbitrii li- 
hertate quaeri solet) non apparirà inverosimile la congettura, che 
qui abbiamo un quasi opuscolo speciale che potrebbe stare, che 
forse stava da sé dinanzi a Boezio come fonte, e che è saldato al 
resto dell' opera piuttosto che fuso con essa : i segni della sal- 
datura ci sono tutti. Ma di quel che riguarda le fonti imme- 
diate del Ph. C. e alcune altre quistioni di indole generale trat- 
terò nel seguente capitolo, a cui mi sono con questo aperta e 
spianata la via. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 121 

CAPO IV. 

QUESTIONI GENERALI INTORNO AL phuosophiae consolationjs 

62. lj?i prima quistione che ci si offre è di sapere se il Ph. C. 
si possa riguardare come un' opera completa od incompleta. In- 
completa parve al Berti e ad altri dopo di lui, ma la loro sen- 
tenza si può intendere in due sensi eh' essi medesimi non hanno 
a dovere distinti. Si può credere incompleta come prima parte 
d' un' opera piii ampia che Boezio non potò eseguire ; e si può 
credere invece che sia monca ed incompleta in sé medesima. 

A crederla incompleta nel primo senso porterebbero alcune 
delle ragioni svolte dal Berti, ed a crederla incompleta nel se- 
condo senso altre. 

63. Che accanto alla PhUoFophiae Consolationis Boezio 
volesse scrivere una specie di Theologiae Consolationis il Berti lo 
argomenta a priori dal Cristianesimo di lui. Del quale argo- 
mento certo io non posso qui giovarmi perchè, secondo la tes- 
situra logica del mio lavoro, il Cristianesimo di Boezio non è 
considerato come un assioma, bensì come un jjroblema di fronte 
a coloro che tuttora lo negano : del resto non tiene neppure come 
argomento in sé. Giacché posto che Boezio fosse un cristiano con- 
vinto e fervente, ne deriva bensì eh' ei dovesse ai pensieri della 
fede ricorrere per consolare sé medesimo, ma non eh' ei dovesse 
di quei conforti di fede scrivere per pubblico vantaggio. A po- 
sterioì'i questa intenzione di una Theologiae Consolationis sarebbe 
manifesta dal noto passo IV p. 4, dove la Filosofìa richiesta da 
Boezio se non ammetta animar am supplicia post morteni risponde: 
Et magna, qiiidem.... quorum alia poenali acerhitate, alia vero 
pmrgatoria dementia exerceri puto; e soggiunge: Sed nunc de his 
disserere consiliuni non est. Non ora, dunque p)oi; poi, non in 
questo libro medesimo che è strettamente filosofico , ma in un 
altro teologico, giacché alla teologia appartengono le dottrine 
qui accennate sulla varia natura dei supplizii nella vita avve- 
nire, certo la teologia sola ne può disserere. L' argomento 
fila ; solo il punto di partenza sembra un po' fiacco. Il nunc de 
his disserere consilium non est può voler dire semplicemente che 

16 



122 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

quelle dottrine non entrano nel piano dell* opera, può esprimere 
la causa della loro omissione qui senza alcun proposito per altro 
tempo ed altro luogo. 

Insussistente affatto così per dimostrare il proposito di una 
Thcol. Cons. come per dimostrare incompleto in sé il Ph. C. è 
l'argomento dedotto dai validiora remedia a cui la Filosofìa accenna 
I p. 5. Giacché questi remedia validiora sono rimedii filosofici 
anzi della filosofìa in quest'opera stessa somministrati: cfr. Ili p. 1 . 

64. Anche più inutilmente s' affanna il Berti a dimostrare 
che il Ph. C. sia incompleto, monco in sé stesso. L'esame fatto 
dell' opera è la miglior risposta preventiva ai suoi argomenti. 
Valga per saggio questo: Boezio (IV, 1 fin.) scrive: « Decursis 
omnibus qaae praemittere necessarium pitto, ziani Uhi qitae te 
domum rezehat, ostendam. Pennas etiam taae menti qiiibus se 
in aitimi tollere jwssit, afflgam, ut perturhatione depulsa sospes 
in patrianij meo ductUj mea semita, meis etiam vehiculis rever- 
taris etc». Ora, osserva il Berti, noi troviamo nel Ph. C. ea quae 
pjraemissurum se ait, ma desideramus alteram partem ; mentre 
mi pare abbastanza chiaro che le premesse sono costituite dalla 
prima parte del L. IV (p. 1-4) e la trattazione che segue sulla 
Provvidenza è considerata da Boezio come il colmo della Filosofia 
e delle sue spiegazioni. 

L' incertezza di pensiero del Berti è rivelata ancora meglio 
dall' argomento che a lui pare più conclusivo : « Sed quid cesso 
valido et inconcusso anctoritatis argumento idem prohareì Initio 
libri quinti sic loquitur Boethius de Philosophia. Dixerat, oratio- 
7tisque cursum ad alia quaedam tractanda et expedienda vertebat... 
Quaenam^ illa scilicet quae ex Christianae religionis mysteriis peti 
possunt »... La Filosofia che si volge ad expedienda mysteria 
Christianae religionis ! ma quando mai ? E del resto che vuole 
provare con questo argomento il Berti ? che manca la consola- 
zione della Teologia o che quella stessa della Filosofia é incom- 
pleta e monca ? Egli non si é reso conto di questo doppio aspetto 
del problema da lui sollevato e di qui la confusione degli ar- 
gomenti. Quel volgersi della Filosofia ad alia quaedam tractanda 
m' ha tutta 1' aria di una finta rettorica , perché 1' argomento 
generale e l' ordine del L. V era già stato fissato appuntino 
nella p. 6 del L. IV. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 123 

Delle due ipotesi pertanto, che cioè il Ph. C. sia la prima 
parte d' un' opera che si dovea integrare con una Th. C, o che 
sia incompleto e monco in sé medesimo, la seconda è men vera 
della prima, ma neanche questa si può dire dimostrata. 

65. La seconda quistione d' indole generale è quella delle 
fonti, ed essa si può tanto meno trascurare in quanto che il resto 
dell' attività letteraria di Boezio ci mostra un uomo piuttosto di 
imitazione che di iniziativa nel campo intellettuale. Quant'egli ci 
ha lasciato di filosofico se non è traduzione, è commentario. Ma 
la quistione delle fonti qui la intendiamo nel suo senso più imme- 
diato : noi non ci chiediamo, cioè, a quali scuole filosofiche attin- 
gesse le idee a cui il libro si informa - una tal quistione si agi- 
terà pili sotto - ma bensì quali opere avesse direttamente presenti 
nel comporre il Ph. C. Ed anche intesa così, la quistione è dop- 
pia : chi, cioè, gli suggerisse la idea della forma speciale che il 
suo libro ci presenta, e donde pili direttamente dipenda il con- 
tenuto. 

66. Quanto alla forma, questa miscela di prosa e di verso 
era propria della Satyraj, un genere letterario eminentemente la- 
tino e di cui gli esempi abbondano, dalla Satyra Menippaea di 
Terenzio Varrone fino al Satyrìcon di Petronio Arbitro. Ma 
quanto all' esemplare immediato, il Peiper ^ si esprime così : 

« Multi Consolationis librorum formam imitati sunt , ipse 
Boetius Martianum Capellam quod recto animadvertit auctor 
vitae I : sic Mart. I, 1 v. 7 dementa lùjas et 1, 92 v. 31 
qiiaeiiue elementa liget dissona nexio transierunt in Booti III, 9 
v. 10, cum quo carmino Martiani hymnus II, 185-193 totus 
conferendus , nec minus illud alterum Martiani Villi, 907 s. 
cum nostri carmino III, 12 quamquam quae leguntur v. 9 ss. 
(cfr. Boet. v. 10-12): 

Impune accubuit rictibus agna lupi, 
et lepus inmiti contulit ora cani 

similia apud multos poetas, Ovidium Senecam Claudianum in- 
veniuntur. 

Extant versus Plato nis ah qaodayn Tiberiaìio de graeco 

• Peiper id. B. p. LVI. 



124 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

in latinum translati ^ Eorum magnani cum Boeti e. 9, III qiiod 
velati quandam Platonis Timaei £TriTO(jtY]v dixit Vallinus, Hau- 
ptiiis agnovit similitudinem. At ne quis Boefi Carmen poetam 
imitatum esse suspicetur, prohibet Martiani ^ comparatio, ad 
quem etiam v. 28 propius accedit qiiam ad nostrum. 

Tiberiani est v. 28 « Da pater augustas ut passim noscere 
causas ». 

Martiani II, 193 « Da pater aetherios mentem conscendere 
coetus ». 

Boeti III, 9, 22 « Da pater augustam menti conscendere 
sedem >. 

Nec magis de Eucleri ^ cuiusdam imitatione constat ». 

67. Di Tiberiani, oltre un Priscillianista (Teuffel 422, 8. 
Hier. de vir. ili. 111-112) di cui qui non mette conto di oc- 
cuparci, ne conosciamo due. L' uno praefecfus urbi, a quanto 
pare, nel 303 (Teuffel 392, 7; 402, 2) di cui parla Vopisco 
Aurelian. (1, e. 2, 1); l'altro menzionato da S. Girolamo al- 
l'anno 2352=335 p. C. Tiberlanus, vir disertics, praefectus ^jrae- 
torio Gallias regit. È il medesimo che troviamo comes per Afri- 
cam nel 336 (Cod. Theod. 3, 5, 6; 12, 5, 1: Cod. lust. 6, 1, 6). 
Questi, dice il Teuffel (401, 8) « ist warscìieinlich der Dichter 
welchen icir aus Anfùhrungen and einigen Gediehten kennen ». 
Tra queste poesie (raccolte dal Baehrens , IJnedirte lateiniscìie 
Gedichte Leipzig Teubner 1877) vi è il nostro carme « Omnì- 
potens annosa poli queni suscipit aetas » (Baehrens p. 28, è il 
primo di quelli eh' egli riporta) ^. Se il carme a lui appartiene 

' Nota del Peiper. « Ex vindobonensi libro a M. Hauplio edilo (post Ovidii Halieu- 
lica Lips. 1838 p. 65 s.) ex Parisiensi 2772 a Quicheralio (in Bibliotheca scholae charta- 
rum mi 1842 et 43 p. 267 ss.) novissime a Riesio ex eodem atque altero Paris. 4883 A, 
cui nimis ille confidii, Quicheratii nescius in Anlhol, n. 490». 

* Dello slesso. « Tiberianus Martiani popularis videtur esse, unde explicatur et simi- 
liludo quam illi inler se et cum Apuleio habent, qua de re exposuit Quicheratius, et cur 
Fulgentius alia quaedam Tiberiani carmina laudet, de quibus accuratius Quicheralio egil 
Riesius II praef. p. X». 

' Dello stesso. « Riesi Anlh. n. 789 ad cuius v. 2 o terrae pelagique sator qui etc. 
cfr. Boet. Ili, 9 v. 2: Terrarum coelique sator qui etc. 

■^ Seguono : o) un esametro (vv. 28) sulla vanità dell'oro : una fiera invettiva contro 
dell' oro considerato quale causa precipua degli umani delitti : un verso di essa è citato 
da Serv. Aen. 6, 136 aurum quo prelio reserantur limina Ditis; b) un bel quadretto di 
scena naturale. Anmis ibat inler herbas valle fusus frigida (20 trochei sett.); e) de avicula 
Avis dum madidis gravala pennis (12 endecasillabi); ma se appartengano a Tiberiano è 
incerto. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 125 

flavvero, siamo certi della anteriorità di esso su Marziano Ca- 
pella e non già per la forma del verso citato dal Peiper. L'in- 
tonazione panteistica lo riannoda ben più e meglio a Marziano 
Capella II, 185 che a Boezio III, e. 7. Col quale tuttavia i con- 
tatti non si riducono al verso citato dal Peiper. Cito inoltre 
vv. 7-8: 

Tu sol US tu multus item, tu j:)n>?i?/5 et idem 
Postremiis medrusqife simul mundoque superstans ^ 

da confrontarsi con 

Prmcqnum, rector dux semita termimis idem (III, 9 v. ult.) 

e ricordano frasi e concetti boeziani questi altri : 

vv. 10-11. Altus et aeterno spectans fera turbine certo 
Rerum fata rapi vitasque involvier aevo 

e V. 29: Mundanas olim moles quo foedere rerum. 

Talché come per il pensiero è più stretta la parentela tra 
Tiberiano e Marziano, così per la forma è più stretta quella tra 
Tiberiano e Boezio. 

68. Il Peiper esagera quanto agli influssi di Marziano sul 
nostro libro della Consolazione filosofica. Il II, 185, ch'egli dice 
vada confrontato con III, e. 9, in realtà non ha da far nulla 
con esso per il concetto e pochissimo per la forma. E il Villi, 
907 di Marziano Capella non ha di comune con Boezio III e. 12 
altro che il ricordo della meravigliosa efficacia dei carmi d'Or- 
feo, un soggetto dei più usuali, ma introdotto in Boezio con tut- 
t' altro scopo da Marziano. Perciò meglio del Peiper mi sembra 
ispirato lo Stewart quando scrive : < Nor was his deht consi- 
derable to his immediate predecessor in the Satura Menippaea, 
Martianus Caiìella whose extraordinary hook « T)e nwptiis mer- 
curìi et PltHologiae » ichich, hy the way j enjoyed an ahnost 
equal popularity with the « Consolation » duriny the early 
middle ayes, is marked hy an extravayance and pedantry to 
wliich the later wnter offers no parallel even in his least happy 
moments » ^. 

* Cito dall' ediz. del Baehrens. 
» p. 75. 



126 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Meglio avvisato fu il Peiper studiando in appendice le imita- 
zioni di Seneca che si riscontrano nelle poesie del Ph.C, mail se- 
guirlo su questo terreno mi trarrebbe troppo fuori del mio campo. 
Possiamo concludere che, salvo l'alternare della prosa coi versi, che 
era proprio del genere satirico (uso Satura Menippaea) non ci con- 
sta se per la forma Boezio avesse un immediato modello e quale. 

69. Più importante per noi è lo studio delle fonti imme- 
diate della sostanza del Ph. C. Su tal quistione la ipotesi più 
determinata è quella emessa per la prima volta dal Bywater 
{Journal of philology II, 1869 p. 59) svolta dall' Usener nel 
Rhein. Mus. 28, 400 ss. e da lui stesso nel suo commento al- 
Y Anecdoton Holderi riassunta così : « Ingram By water hat zuerst 
darauf hingewiesen, dass die consolatio reflexe des Aristoteli- 
schen protrepticos zeige. In wahrheit ist der schonste theil des 
buchs nichts als die wahrscheinlich jLingste umarbeitung jenes 
unzerstdrbaren dialogs des Stagiriten. Die stelle, wo die benut- 
zung beginnt, hebt sich von den einleitenden und vorbereitenden 
abschnitten leicht ab, II, 4 z. 38 P. Qais est enim tmn compo- 
sitae felicitatis, - und der punkt wo er cine neue quelle vornahm, 
ist von dem verfasser selbst deutlich durch die worte bezeichnet: 
Tuni veliti ab alio orsa principio ita dissertcit (IV, 6 z. 20, 6): 
es war ein Neuplatoniker, wie schon zu anfang der mystische 
Orakel spruch zeigt. - Naturlich hat Boethius weder den Aristote- 
lischen protreptikos noch Ciceros Hortensius als vorlage benutzt, 
denn beide citiert er : sondern in scine hànden war ein jiingerer 
auszug, wie ein solcher, auch gewiss nicht aus erster band, dem 
protreptikos des lamblichos einverleibt ist. Eben darum wàre e^ 
vorwitzig entscheiden zu wollen , ob erst Boethius oder bereits 
ein Platoniker, den er benutzte, dem Aristotelischen antheil mit 
dem jungeren in verbindung gesetzt habe ». 

Le fonti del Ph. C. sarebbero pertanto due : l'' il Protrep- 
tikos di Aristotele rispecchiato nell' Hortensius di Cicerone per 
II, 4 - IV, 6; 2" uno scritto neoplatonico per il resto. Il Ph. C. 
mostrerebbe esso medesimo le tracce della giuntura così a II, 4 
come a IV, 6 : rimarrebbe solo incerto se le due fonti fossero 
state contaminate la prima volta da Boezio o da altri prima di 
lui ; certo la prima delle due fonti Boezio non l' ebbe dinanzi 
genuina, ma in qualche posteriore imitazione. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 127 

70. La parentela spirituale dell' Hortensius di Cicerone col 
Protreptikos di Aristotele è molto ingegnosamente provata dal- 
l' Usener nel citato art. del Wiein. Museum. Il confronto d' un 
passo di Censorino (de die nat. 18, 11) con uno di Tacito (dial. 16) 
prova che Cicerone nell' Hortensius parlava al pari di Aristo- 
tele nel Protrept. dell' anno massimo o mondiale , e probabil- 
mente in entrambi quel concetto era introdotto a provare, sotto 
forma di obbiezione o difficoltà, 1' origine assai recente della fi- 
losofìa. Lo studio del somnium Scijnonis prova che questo con- 
cetto medesimo dell' anno massimo era adoperato da Cicerone nel 
De republica per provare la inanità della fama, insieme con la 
considerazione dello spazio esiguo a cui la fama umana si 
estende : e che questi riflessi fossero anche nell' Hortensius per 
ciò che concerne lo spazio, è certo in base al fr. 87 (Non. 
p. 274, 5) 7ie in continentibns quidem terris vestrufn nomen 
dilatari ipotesi, e per ciò che concei'ne il tempo (1' anno massimo) 
probabile. La esistenza poi d' entrambi i riflessi nel Protreptikos 
è certa per un passo di Giamblico (2° libro delia sua opera sulla 
setta Pitagorica ^). Ora Boezio (II, p. 7) adopera a provare la 
inanità della gloria questi medesimi raziocinii e con frasi che 
ricordano Cicerone ^, il quale del resto è espressamente citato. 

71. Ma basta da solo questo punto di contatto certo col 
Soniniuni ScijnoniSy vago col Protreptikos e solo probabile e 
congetturale coW Hortensius a farci additare in questo e nel 
Protreptikos la fonte del Ph. C. e di una parte determinata di 
esso ? 

Quanto al Protreptikos, dei frammenti che il Rose ha rac- 
colti uno solo, oltre al già citato, (Ti(Jt,al Sé xat Só^at etc.) cioè 
il 59, ofl're una analogia di pensiero e una imitazione di frase 
col Ph. C. Ili, p. 8. In entrambi i luoghi è espresso il concetto 



• Ti[i.ai 8È xa\ Só^ai rà ^rjXoujiEva jjiaXXov tòjv Xoitcwv aStrjYirjTou Y«H-^' cpXuapta?. tw yàp 
xaOoptovTi Twv aì3itov ti rjXtOtov ;rsp\ TaUra gjiouBaCEiv. Tt 8' san [laxpòv r) ti TtoXuypóvtov 
Tòiv àvOportivwv ; àXXà 8tà t^v f,[i,STlpav àaOlvstav, oìfiai xa\ ptou ^^ajiizr^za, xai touto ^aivETai 

rtoXuTt. 

* L' Usener insiste su questi passi del Somnium § 16: « iam ipsa terra ila mihi parva 
visa est ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius atlingimus poeniteret » . Boezio : 
puncti conslat obtinere rationem. Però il quarta fere portio est, quae a nobis cognitis ani- 

mantibus incolatur di Boezio non coincide col S 21, secondo il quale sarebbe quinta 

portio, a meno che il fere non salvi. 



128 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

che la presunta bellezza d' una cosa nasce dal non poterla noi 
con esattezza vedere : 

^ ^ / Igitur te pulclirum videri non 
^ l ^ / ^ ' ' { sua natura sed oculorum spec- 

' "^ ^ f tantium reddit infìrmitas.... 

ed è rammentata da Aristotele, a cui Boezio espressamente rimet- 
te, la vista di lince. Il Vallino a questo luogo di Boezio « quod 
si, ut Aristoteles aitj, Lynceis oculis lioniines uterentur » notava 
€ locum illum summi Philosophi sicut et librum desiderari puto » . 
A noi si rende probabile che sia il Protreptikos: tanto piìi che 
in questo frammento non la bellezza solo, ma ìo-j^ùc; it xaì fxé- 
yeOo;.... yéXco;.... xaì où^svòc; à^ta sono dichiarati; il che di 
nuovo coincide con altre parti del L. Ili del Ph. C. 

In base a queste ulteriori riflessioni, il Protreptikos si può 
considerare come una delle fonti del Ph. C, ma non direi con 
r Usener che ne derivi tutto il tratto da li, 4 a IV, 6, e ciò 
perchè, come mi sembra d' aver dimostrato più sopra (Gap. Ili) 
II, 4-7 fa un duplicato con III, 3-7 e paiono derivare da due 
fonti diverse. La influenza del Protreptikos, appunto perchè si 
spiega sul L. Ili, mi pare non possa estendersi al L. II. Perchè 
poi il trovar citato (III, p. 8) il Protreptikos, escluda che Boezio 
direttamente se ne giovasse, è uno di quelli che il Freeman 
chiama misteri della critica tedesca ^ 

72. L' Hortensius ^ di Cicerone è anch' esso sciaguratamente 
perduto : 103 frammenti ne ha raccolti nella sua ediz. il Muller 
(C. F. W.-Teubner). Ora, scorrendoli, ben scarsi punti di con- 
tatto si raccolgono col nostro Ph. C. Innanzi tutto l'argomento 
generale mi par diverso da quello che tratta Boezio. Era una esor- 
tazione allo studio della filosofia : « Cohortatt siwiuSj ut maxime 
potuimus ad philosopliiae studium eo libro, qui est inscriptus 

• Nessun costruito pei rapporti tra il Ph. C. e il Protreptikos mi pare si possa trarre 
dal fr. 60. Giacché la dottrina specifica di una unione dell' anima col corpo in pena di 
colpe d' una vita anteriore in quel frammento rammentata, non ricorre mai in Boezio per 
quanto egli, come vedremo e spiegheremo, sembri credere ad una certa preesistenza delle 
anime e dipinga d'un colore fosco e pessimista la unione di esse al corpo. 

* Bene inteso che io qui studio 1' Hortensius indipendentemente dai riflessi del Pro- 
treptikos che in esso si contenevano per la testimonianza di Treb. PoUio Gallien. 20, 1, 
in Hortensio, quem ad exemplar Protreplici scripsit. Io voglio vedere quanta luce i fram- 
menti che ne abbiamo ci forniscono sui suoi rapporti col Ph. G. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 129 

Hortensius » (fr. 1), e perciò stesso una difesa contro quei che 
la tacciavano di inutilità: « Pliilosophiae vitiqjcratoribus satis 
resjjonsum est eo libro, quo a nobis philosoplua defensa et col- 
laudata est. Clini esset accusata et vituperata ah Hortensio » 
(fr. 2). Certo tra 1' altro è ben naturale che vi si toccasse dei 
conforti che la filosofìa può dare ;k1 un animo afflitto, ossia di 
ciò che nel Ph. C. è svolto; ma era secondario ciò che qui di- 
venta principale. 

Alla (letìnizione della beatitudo e del boriimi data da Boezio 
III, p. 10, come di ciò che tutti desiderano, si accosta quello che 
deW Norteìisius riferisce S. Agostino (De Trin. XIII, 4, 7): 
« Cicero cum vellet in Hortensio dialogo ab aliqua re certa, de 
qua nullus ambigeret , sumere suae disputationis exordium : 
Beati certe, inquit, omnes esse rohimifs » ^ 

A ciò che Boezio sottilmente ragiona sulla impotenza dei 
cattivi, sulla infelicità speciale che c'è a raggiungere quello che 
non si dovrebbe desiderare (IV p. 4 princ.) rassomiglia il fr. 39 
(Aug. De vita beata T. I p. 225 F.): « Tullius in Hortensio 
queni de laude ac defensione phihsopìiiae libruni fecit: Ecce 
autem, ait, non philosophi quidam sed prompti tamen ad dis- 
pjutandum omnes aiunt esse beatos qui vivant, ut ipjsi velini. 
Fahum id quideni : velie enini quod no'n deceat, id ipsum nii- 
serrinium est, nec tani miseruin est non adipisci quod velis, 
quam adiprisci velie quod non oporteat: plus enini mali pjravitas 
voluntatis affert quani fortuna cuiquam boni ». Un lungo fram- 
mento, rSl, è consecrato a combattere i piaceri del corpo ^: 
« An vero voluptates corporis expetendae, quae vere et (jraviter 
a Platoìie dictae sunt illecebrae atipie escae ìnalorumì quae enim 
confectio est (inquit) vaìetadinis, quae deformatio coloris et cor- 

• Poiché questo era l' exordmm disputationis e, si rammenli di una dispulatio in di- 
ftìsa della filosofia, non è improbabile che il nerbo del discorso nell' Horiensius tendesse 
a dimostrare che la filosofia sola ci dà felicità vera, le altre cose solo una felicità appa- 
rente. La somiglianza col Prolreptikos dove, lo vedemmo, la vanità della forza, della gran- 
dezza, della bellezza i beni comunemente cercati dagli uomini era svolta, ci conferma 
nella ipotesi che altrettanto si facesse nell' Hortensius. Ed allora, ritletlendo che da questa 
medesima osservazione: tutti vogliamo essere felici muove il L. Ili p. 2, si confermerebbe 
la mia idea che il Protreptikos-Hortensius sia la fonte speciale alla 1' parte del L. III. 

* Questo frammento conferma la congettura fatta nella noia precedente sulla trama 
dell' Hortensius. I piaceri sono una dello false e apparenti forme di felicità che Cicerone 
dovea combattere. 

17 



130 IL CRISTIANESIMO DI' SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

porìs, qnod turpe (ìamnuìn, quod dedecus quad non crocetifr 
atqiie eliciatur volnptateì > Intonazione analoga a quella del 
Ph. C III p. 7 : « Quantos illae (volaptatcii) lìiorbos, qudin m- 
tolerahiles dolores, quasi queudcuìi fructurn iwi^iiiHac /'rticiiliinii 
solent re f erre corporibiis ! >. 

E (lue altri, il 74 e T 80, panni si riferiscano alla inca- 
pacità che hanno i piaceri di darci la felicità che è noi desi- 
derio di tutti ^ 

Così r Hortensius da solo non aggiunge un gran che alla 
quistione delle fonti di Boezio nel Ph. C. essendo pochi i punti 
di contatto e non hen chiari. Ma, posta la sua affinità col Pro- 
treptikos, si ribadisce la congettura che questo scritto Aristote- 
lico ispirasse una parte del Ph. C, sempre però nei limiti da me 
assegnati (L. Ili, 2-7) anziché in quelli pili larghi accennati 
dall' Usener. 

Col quale invece consento nel credere che a IV, 6 cominci 
una fonte nuova che ispira tutto il resto dell' opera (salvo pro- 
babilmente IV, 7 che è come un cuneo infitto nell' opuscolo- 
fonte da Boezio); e quanto dovrò dire sui rapporti del Ph. C. colle 
scuole filosofiche anteriori chiarirà che la fonte nuova si può a 
buon dritto ritenere fosse qualche scritto neoplatonico. 

73. Si sogliono come fonti del Ph. C. additare i libri di Se- 
neca De Coììsoìatione (ad Helviam), De Procidentia, De tran- 
quìllitate animi. De vita beata. Dai quali nondimeno Boezio il piii 
che abbia fatto si fu di trarre qualcuno dei pensieri svolti nel 
Ph. C, epperciò non si possono computare tra quelle fonti im- 
mediate che noi ora andiamo cercando, bensì tra quelle fonti 
remote del pensiero boeziano che studieremo dopo aver esposto 
il contenuto dottrinale del Ph. C. 



' Il fr. 74 suona cosi : « aà imenilem lubidinem copia vohiptatum, gliscit illa ut ignis 
oleo » e il fr. 80 : « mluptates mitem nulla ad res neccssarias invilnmenta adferunt seni- 
bus » . Sembrano due parli di un ragionamento inteso a dimostrare che né pei giovani 
né pei vecchi ci può essere segreto di felicità nei piaceri. 



[L CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 131 



CAPO V. 

IL CONTENUTO DOTTRINALE DEL philosophiae CONSOLATIONIS 

74. A risolvere la questione boeziana , il cui nocciolo in 
fondo consiste nella pretesa assenza di Cristianesimo, anzi osti- 
lità contro di esso del Ph. C, nulla importa tanto come il de- 
terminarne con precisione il contenuto dottrinale. La ricerca 
vuol essere qui, come sempre, ma qui più che altrove, obbiet- 
tiva e serena, senza preconcetti, ed esponendo quali sono real- 
mente i j^nsamenti filosofici di Boezio. I rapporti amichevoli 
od antitetici delle sue dottrine filosofiche coi dogmi cristiani 
saranno esaminati poi, e questo esame in tanto appunto si potrà 
compiere con serietà e con frutto, in quanto si sia prima esat- 
tamente stabilito uno dei termini del confronto, la filosofia di 
Boezio. Perciò mi sembra meno opportuno il metodo adottato 
nella esposizione del sistema filosofico di Boezio dallo Stewart 
e dall' Hildebrand, che rappresentano in sostanza uno la tendenza 
anticristiana, e V altro la cristiana : unendo la esposizione del 
sistema alla determinazione dell' indole di esso , finiscono per 
obbedire, od almeno si può sospettare che obbediscano, pur espo- 
nendolo, alle loro tendenze. 

Per procedere con ordine, credo potermi giovare della vec- 
chia enumerazione dei tre grandi oggetti della filosofia : Dio, il 
mondo e 1' uomo. 



Art. 1. 

La teodicea del Pli. C: Dio in sé. 

75. La teodicea, come ogni scienza, suppone la realtà del 
suo oggetto ; e poiché Dio è tal cosa, la cui realtà non è evi- 
dente per sé , così ogni teodicea comincia dalla dimostrazione 



132 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



della esistenza di Dio, o certo i più dei filosofi credono si debba 
cominciare di lì, mentre pochi s' ingegnano di provare la evi- 
denza {sit venta i^ó'r/vo... una evidenza provata !) della realtà del- 
l' Essere Infinito. Boezio non è nel gruppo di questi filosofi : per 
lui la esistenza di Dio è oggetto di dimostrazione, come gli sco- 
lastici, per contraddistinguere la dimostrazione vera dell' esi- 
stenza di Dio dal tentativo di rendere una tal dimostrazione 
superflua, ebbero a chiamarla, a posteriori. 

La sua dimostrazione Boezio comincia dall' impostarla bene. 
Lo Stewart con un' aria, se non m' inganno, quasi di critica, os- 
serva che Boezio « does not attempt to prove the existence of God, 
but rather the existence of a perfect Good wich must be iden- 
tified with God » (p. 86). Ora, questo è precisamente ciò che 
bisogna fare. Dio è una parola di un senso troppo vasto, attesa 
la quantità di attributi che all'Essere Divino appartengono: la 
realtà di uno od altro di tali attributi è il termine logico di 
ogni dimostrazione della esistenza di Dio. Così gli stessi argo- 
menti raccoHi da S. Tommaso nella sua Somma concludono alla 
esistenza di un Primo Motore, di una Prima causa efficiente, 
di un Essere necessario..., alla realtà, insomma, di uno od altro 
degli attributi che gli uomini concepiscono come proprii e carat- 
teristici dell'Essere Divino. Coerentemente a questo, Boezio scrive 
(III p. 12) : « HOC QUiDQUiD EST quo condita manent atque agi- 
tantur, usitato cnnctis rocahulo Deiirn nomino ». L'argomento 
che precede queste parole è il fisico-teologico, che è pur sempre 
tra gli argomenti della esistenza di Dio il più popolare. 

Un più filosofico argomento Boezio svolge al L. Ili p. 10, là 
dove dimostra la esistenza o realtà di un bene perfetto. La di- 
mostrazione in sostanza si regge su di un principio: « Si in 
quolibet genere imperfectum quid esse videatur, in eo perfectum 
quoque alìquid esse, necesse est > : e su di un fatto, che vi sono 
al mondo dei beni imperfetti : « Uti paulo ante demonstravi- 
niuSy est quaedam boni fragilis imperfecta felicitas >. La con- 
clusione è evidente. Il principio è da Boezio in questo stesso passo 
illustrato così : Tolto un che di perfetto (in ciascun ordine di 
cose), non si può neanche immaginare donde derivi ciò che non 
è perfetto. Si può infatti, astrattamente, il processo della na- 
tura concepire così: o che dall'imperfetto si svolga via via ciò 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 133 

che è perfetto, o che dal perfetto si discenda via via a ciò che 
è meno perfetto : o dal meno al più o dal più al meno. Ma iì 
primo processo è manifestamente assurdo , perchè contrario al 
principio di causalità , per cui resta solo possibile il secondo. 
« Ncque eìiiiìi ab duniìnitis mcoìisiininiatisque ti atara remai 
coepìt exonìiaai, sei ab ìnlegrls ahsolatisqae ]jrocelenSy in haec 
extrcma atqua effeta dilabifur ». 

76. Con questo processo di dimostrazione della realtà di un 
che perfettamente buono, non va confuso 1' altro, che a questo 
immediatamente segue, della identificazione di questo ente per- 
fettamente buono con Dio. Questo secondo processo muove dalla 
idea di Dio, dalla idea che tutti se ne formano, dal senso che 
tutti danno a questa parola : « Deam rerum omnium principium 
honiiìn esse, co/nauinis hitnianoruai conceptio probat animoram >. 
Lui appunto, segue a dire Boezio, l'Ente da tutti concepito così, 
deve essere quel tal Bene perfetto, la cui realtà (lo si noti bene) 
è già stata dimostrata. Se questo si ritenga, non apparirà pili 
un processo ontologico il suo quando soggiunge , con frasi che 
rammentano il celebre argomento di S. Anselmo : < Nani cum 
Dea nilìil melias excogitari ([ueat, id, quo meliiis niìiil est, bo- 
nuìu esse quìs d ubiteli ita vero bonum esse Deum ratio demon- 
straty ut perfectum quoque bonum in co esse conrincat. Nani 
ni tale sii rerum omnium Princeps (quale tutti gli uomini, posto 
che già sia, lo concepiscono) esse non poterit y>. 

Ha dunque ragione lo Stewart di osservare col Nitzsch che 
anche questa seconda prova della esistenza di Dio , basata sul 
perfetto e l' imperfetto, è in fondo una prova cosmologica. Boezio 
non si appoggia sulla ilea della perfezione per mostrarne la 
realtà; ma muove dalla esistenza del bene imperfetto per mo- 
strare la esistenza del bene perfetto, e dalla idea comune di Dio 
per identificare con Lui il bene perfetto dimostrato realmente 
esistente. 

77. Di qual guisa concepisce Boezio questo Iddio di cui ha 
dimostrata la esistenza? La teodicea distingue giustamente in Dio 
gli attributi e le facoltà, non perchè sieno altra cosa, ma perchè 
quelli sono concepiti da noi come proprietà dell' Essere Divino 

, e queste come principio d'operazione. Vediamo degli uni e delle 
altre come pensi e ragioni Boezio. 



131 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Attributo fondamentale della Divinità fu dagli scolastici ri- 
guardata la sempHdtà, che è la identificazione reale con la es- 
senza sostanza divina di quelle cose che di Dio distintamente 
si concepiscono e si predicano. Ora, a questa semplicità dell'Es- 
sere Divino assorge Boezio là dove mostra come la bontà non so- 
pravvenga all' Essere Divino dal di fuori, nò in Lui stesso sia 
•qualcosa di diverso dall' essere suo, ma questo Essere medesimo, 
la sua essenza (IV p. 10). Da questa semplicità dell' Essere Di- 
vino deduce la singoiar natura della sua cognizione « qiiam com- 
prehendeìidi omnia visewlique praesentianìy non ex fataroìnim 
pìroventu rerum sed ex propria Deus sim f licitate sor titus est > 
(V p. 6). 11 Dio di Boezio è buono non solo nel senso metafisico 
della perfezione che accompagna 1' essere in quanto tale, ma nel 
senso morale della benignità. È ìv-ors carens (III e. 9), è coeh 
imperitans amor (II e. 8), aeteraus et cunctis communis amor 
(IV p. 6), civium frequentia non depulsione laetatur (I p. 5), 
Esso è immutabile (III p. 12) e questa immutabilità si comu- 
nica alla sua scienza, che non varia coli' avvicendarsi dei nostri 
atti ; traspare , secondo la giustissima dottrina degli scolastici, 
nella sua eternit?). 

Questo della eternità di Dio è uno dei concetti che Boezio 
ha saputi meglio definire ed applicare. Ha giustamente rifiettuto 
che il proprio della eternità non consiste nel mancare di prin- 
cipio e di termine nella propria esistenza , ma nel possederla 
tutta come in un punto solo : « A^temitas igitur est intermi- 
nabilis vitae tota simul et perfecta p)ossessio » (V p. 6): ha 
contrapposta 1' eternità al tempo come un presente sempre sta- 
bile ad un presente che sempre si muove. « Rune.... vitae im- 
mobilis praesentarium statum infinitus ille temporaliuni rerum 
motu imitai ur ; cumque eum. effingere atquc aequare ìion pos- 
siti ex immobilitate deficit in 'motam j, ex simplicitate praesen- 
tiae decrescit in infìnitani futuri ac ptraeteriti quantitatem > (ih.). 
Dio è pili antico delle cose , non come chi è collocato nella 
stessa linea di tempo, ma come colui che questa linea trascende : 
€ Neque enim Deus conditis rebus antiquior videri debet tem- 
p)oris quantitate, sed simplicis potius proprietate naturae » (ib.). 

78. La unità di Dio risulta non solo dall' adoperar che fa co- 
stantemente Boezio, nel parlar di Dio, il singolare Deus, ma dalle 



r 



I 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 135 

sue dottrine sulla identità del bene e dell' uno : « Oportet igitar 
idem esse unuiìi atipie honnm simìH vatione concedas » (Hip. 11). 
Anche" V ultimo vestigio di politeismo rispecchiato nel plurale 
Dà è scomparso, e non solo nella prosa boeziana, ma nei carmi, 
dove la licenza poetica avrebbe potuto concederlo, anche senza 
nota di biasimo o sospetto d'errore. Siamo dunque dinanzi ad 
una vera cautela monoteista. Perciò Y accusa di politeismo, nota 
r Ilildebrand \ non fu sollevata contro Boezio. 

Quasi in compenso si è parlato istantemente e si parla 
del panteismo di lui. L'Obbarius scrive francamente: « Senten- 
tlae qaas de Beo In svis de consolatioììc pliilosophiae libris ex- 
posuft, phUosoph e sunt et eias pantìieismum non reluponem 
christianaìu indicant » ^. L' argomento principale, per non dire 
r unico, è la frase (III p. 10): « omnis ijiitar ìjeatus Deus »; ma 
questo argomento basta da solo a mostrare quanto poco valga 
la tesi. Boezio è cosi poco panteista, che si dà premura di sog- 
giungere subito: « sed natura (luideru iwus, par ticipatione vero 
nthil prohibet esse quam phirimos ^ . E del resto ch'egli non 
divinizzi r uomo lo dimostra il parlare che fa di una somiglianza 
naturale tra 1' uomo e Dio per via d' intelletto (vos autem Deo 
mente consiniiles II p. 5) ed' una somiglianza acquisibile per via 
di esercizio filosofico « ut consùìiilem Deo faceres > (I p. 4). 

Ma la cura di distinguere Dio ed il mondo è tale e tanta 
per tutto il libro (p. e. Dio eterno, il mondo perpetuo; la 
Provvidenza in Dio e il Fato nelle cose, V p. 6; IV p. 6) che 
il Nitzsch ^ ha mossa a Boezio l'accusa di dualismo, accusa che 
lo Stewart "^ tranquillamente ripete e che noi pili sotto esami- 
neremo. 

79. Qui, per concludere, accennerò che Boezio non nega a Dio 
nessuna di quelle facoltà che noi gli attribuiamo e che integrano 
il concetto della personalità divina. Queste facoltà sono raccolte 
in tre parole ed elevate alla massima potenza, quando si dice che 
Dio sa tutto, può tutto e vuole solamente il bene. La scienza di 
Dio abbraccia tutte le cose, anche gli atti liberi futuri, l'oggetto 



' p. 79. 

» Edit. Inlrod. p. XX.XV. 

» Op. cil. p. 62. 

'* p. 8't-5, 100. 



136 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

il piti difficile ad attribuirsi alla scienza di Dio, tanto difficile, che 
la filosofìa antica spesso e volentieri glielo aveva negato. Boezio è 
ben lontano dall' illudersi su questa difficoltà: se ne rende conto 
e chiaramente la illustra. « Sed hoc iijsum dubitaiur, inquìes, 
an earum rerum qaae necessarios exit iis non habent lilla possit 
esse praenotio... jrntas, si necessltas desit, minime praesciri, ni- 
Inique scientia comprchendi posse nisi certuni, quod si quae in- 
certi sunt exitus ea quasi certa pjraevidentur, opinionis id esse 
caliyinem non scientiae verilatem » (V p. 4). La doppia condi- 
zione di futuro e di libero rende o sembra rendere impossibile 
la scienza, trattandosi di cosa non determinata nò in sé (perchè 
futura) nò nelle sue cause (perchè libera), e non potendovi di 
un oggeito indeterminato essere scienza, cioè certa e determi- 
nata cognizione. - E come la difficoltà è nettamente intuita e pro- 
posta, COSI è genialmente risolta, ricorrendo, come si vide, alla 
condizione della Divinità, rispetto alla cui scienza eterna, cioè 
trascendente ogni tempo come il suo essere, nulla può dirsi fu- 
turo, tutto deve dirsi presente. Col che non è già che noi ve- 
niamo a comprendere in modo positivo come il futuro libero sot- 
tostia alla scienza divina , ma solo negativamente a compren- 
dere che la cosa non ripugna , che il ragionamento fatto per 
provare impossibile a Dio la scienza dei futuri liberi, movendo 
dalla considerazione di quello che è la scienza umana, non tiene 
per Dio, la cui scienza si svolge in condizioni ben diverse dalle 
nostre ; come i ragionamenti fatti per provare impossibile al 
senso la cognizione degli universali non varrebbero per provarla 
impossibile anche all' intelletto (V p. 4). 

80. E come Iddio sa tutto, per Boezio, così può ogni cosa, 
e questa onnipotenza è cosi certa per il filosofo, che dal non po- 
tere Iddio fare il male, conclude che il male non è una cosa: 
« Malum igitur... nihil est, cum id facere ille non possit, qui 
nihil non potest » (Ili p. 12). 

Dio è libero, giacché la libertà per Boezio consegue la ragione 
(V p. 2), e le creature stesse tanto sono più realmente libere, 
quanto più vicine a Dio (ih.), e chiaramente è detto che ninna 
causa esterna Lo ha spinto alla formazione del mondo : « Quem 
non externae pepulerunt fingere causae, Materiae fluitantis 
opus...y> (III e. 9). Questa libertà di Dio poi è sottintesa in 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 137 



tiittociò che FA. dice a giustificazione della Provvidenza di- 
vina : d' un essere intrinsecamente determinato ad operare è inu- 
tile chiedere perchè operi in un modo piuttostochè in un altro: 
la giustificazione d' un tal essere è nella fatalità stessa delle sue 
deliberazioni. 



Art. 2. 
Dìo nei suoi rapi^ortì col mondo. 

81. Quando si studiano i rapporti tra Dio e il mondo, il 
primo problema che s' affaccia è questo : Dio ha Egli creato, 
cioè tratto dal nulla il mondo, o non ha fatto invece che atteg- 
giare in forme nuove la preesistente materia? Nella seconda ipo- 
tesi abbiamo il dualismo. Boezio ne fu accusato dal Nitzsch, come 
dicemmo, e dallo Stewart. Il passo fondamentale è (V p. 1): 
« nihil ex nihilo exìstere vera sententia est, cui nemo imquam 
vetcrum refragatus est, qaam([iiam id illi non de ojperante iirin- 
cipio sed de materiali suhiecto, h. e. de natura omnium ratio- 
num j, quasi quoddam iecerit fundamentum •». Allo Stewart 
questo sembra « a cruciai test by which the Chris tianity of our 
author must stand or fall ». E a lui pare che cada, cioè che qui 
si affermi il dualismo accettando V assioma « ex nihilo nihil fit » 
in un senso anticreazionista, nel senso degli antichi, nel senso 
che senza una causa materiale (ex nihilo) neanche una forza in- 
finita può far qualche cosa. 

Senonchò qui è il punto forte: certo gli antichi quell'as- 
sioma r hanno inteso in questo senso dualistico : ma Boezio lo 
accetta o non piuttosto lo ripudia questo senso ? La forinola con 
cui il ricordo della interpretazione dualistica è introdotto, quam- 
quam, depone piuttosto per la seconda che per la prima ipotesi. - 
Ed al medesimo punto ne conduce il riflettere lo scopo per cui 
quest' assioma è da Boezio citato. Egli vuol provare che il caso 
non c'è, è nulla; e il mezzo termine della dimostrazione è que- 
sto, che non ha causa alcuna produttrice. Giacché per definizione 
caso vorrebbe dire « evento , fenomeno estraneo alla causalità 
della Provvidenza » : ma questa si estende a tutto, talché una 
cosa estranea ad essa è senza causa produttrice. Ma un tal mezzo 

18 



138 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

termine suppone una maggiore che affermi la necessità di una 
causa efficiente, la impossibilità di far senza, non già della causa 
materiale, bensì della efficiente.- L'ex niliUo niliU ft Boezio dunque, 
per le esigenze logiche del suo discorso , lo intende così , e se 
soggiunge : « quamquam UH » etc, è unicamente per debito di 
lealtà che riferisce, non già eh' egli vi sottoscriva ; si piuttosto 
la respinge questa vecchia interpretazione. Ciò del resto ò con- 
fermato dal modo con cui Boezio si esprime in questa medesima 
prosa: « At si nullis ex causis aliqaid orìatur, id ex niìiìlo 
ortum esse videbitur » : dunque de niliUo o ex nihilo per lui vale 
ex nihilo cuiiiscumque catisae, non della sola causa materiale, 
il che significa eh' ei respinge la interpretazione degli antichi. 
E più sotto, dopo aver portato 1' esempio d' uno di quei fatti che 
si chiamano casi, soggiunge : « Hoc igitur fortuito quidem cre- 
ditur accidisse, veruni non de nihilo est » : e perchè ? forse per- 
chè ha una causa materiale ? no: <nnm proprias causas habet>, 
chiarendo così che per lui ex niìiilo niìiil è o l'equivalente del 
principio di causalità (ogni fenomeno deve aver cause propor- 
zionate : proprias) o l'affermazione della necessità assoluta, im- 
prescindibile d' un principio efficiente , non d' una causa mate- 
riale. 

Il dualismo non si può dunque dire implicito nel sistema 
di Boezio per una sua accettazione del vecchio pagano ex nihilo 
(causae materialis) ìiihil. Né anche servono a dimostrarlo quei 
luoghi dove Boezio parla di Dio come ordinatore o formatore del- 
l' universo : basti ad es. il « fingere... niateriae fluitantis opus ». 
Giacché Dio è anche ordinatore delle cose, e 1' affermare questo 
di Lui non è affermare questo solo, non è un escludere qual- 
cosa di più e di meglio. Lo Stewart ^ trova una traccia di dua- 
lismo nel conditor applicato più d'una volta a Dio. Ora innanzi 
tutto giova qui avvertire che il conditor non prova nulla, per- 
chè anche il più schietto cristiano poeta, il più fervente cri- 
stiano scrittore potrebbe benissimo, con tutte le sue convinzioni 
creazioniste, parlare di Dio, come di un conditor dell' universo. 

* « We bave seen that B. does not exclude from bis syslem a cerlain subsirate, 
Ihat bis jpnwa divinitas did not « in the beginning create k Ihe worid, but buill it up 
from preexisling maUer». E a proposito di edificare (buill) cita conditor rerum (ed ar- 
tifex) I e. S, IV p. 6, IV e. 6. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



139 



Ed infatti 1* Hildebrand osserva che « roìi der lateìnischen Ueher- 
setzang des Hirten anzufanfjen , hegcgnet uns in don theolo- 
ffìschen Schrìften dìeses Wort, als der geldafiyste Ausdrack, 
ttnd es durfte dock loohl etwas mehr als Zafall sein, wenn wir 
dasselbe auch in don Werhen des Boetliiiis lesen » ^ 

82. Se mai accennerebbero piuttosto ad una concezione crea- 
zionista espressioni come ][)riìiceps rerum (III p. 10) o anche 
meglio salar (III e. 9) o anche piii chiaramente la frase III p. 10: 
dedit providentia creatis a se rebus, giacché è ben vero che in 
senso ampio si possono dir create anche delle cose semplice- 
mente fatte, ma certo ha piìi di per sé uria consecrazione cri- 
stiana (ossia per il nostro caso creazionista) la parola creare, 
che non l' abbia dualistica il conditor. 

1/ Hildebrand contro il preteso dualismo di Boezio adopera 
un argomento ingegnoso e sottile, se vuoisi, ma non privo di va- 
lore. Al L. Ili p. 12 Boezio da ciò che il male non è (né può 
essere) termine della divina efficiente causalità, conclude che è un 
bel nulla, argomento il quale suppone che dalla causalità divina 
tutto, assolutamente tutto, provenga. Anche la materia, se non 
fosse fatta da Dio, sarebbe, in forza di quel ragionamento boe- 
ziano, un bel nulla. 

Dio creatore non è dunque mai escluso nel Ph. C, anzi 
a più riprese e per varii modi è abbastanza chiaramente in- 
sinuato ^. . 

Creatore del mondo. Dio ne è la causa esemplare o ideale, 
ma r idea del mondo Dio la trova in se stesso. Tu cuncta su- 
perno - Ducìs ab exeniphy pulclwmn pulcherrimus ipse - Mun~ 
dum mente gerens siniilique in imagine formans (III e. 9): 
col che anche quell'ideale dualismo di cui potè essere, e non 
al tutto ingiustamente, sospetto Platone, rimane escluso. A creare 
e fare il mondo Dio non è determinato dal di fuori, ma spinto 
dalla sua intima bontà « rerum insita summi forma bonìi^. E 
come Dio è principio da cui escono, così é il fine a cui tendono 
tutte le cose (III p. 12). 



' p. 87-8. 

* III e. 6 V. 3 u/iMS... rerum pater est. Lo Stewart p. 8S noia: « The Chrisiian rc- 
velalioti (lislincty slales thal in Ihe beginning God crealed ihe heaven and Ihe eailh » 
(p. 85) e che Boezio non ha nulla di simile, ma III e. 9 è dello Iddio terrariim coelique sator. 



140 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

83. Creato il mondo. Dio provvidamente lo governa. La 
Provvidenza per Boezio è un dogma, una convinzione intuitiva e 
profonda. « Verum operi suo conditorem praesidere Deuni scio; 
nec unquatH faerit dies qui me ah hac sententiae verifate de- 
pellat >; (I p. 6), tanto più che non ignora i raziocinii, su cui 
quel dogma si appoggia (III p. 12). Fedele al suo teismo perso- 
nale distingue la Provvidenza dal Fato, la Provvidenza che è in 
Dio dal Fato che è nel mondo : « Providentia est illa ipsa di- 
vina ratio in summo oniniitm jìrincipa constitutor quac cuncta 
disjwnil: fatam vero inhaerens rebus mobilibus dispositio , ler 
quam providentia suis quaeque nectit ordinibus ». Ma, contrario 
ad ogni dualismo, Provvidenza e Fato ricollega tra di loro, come 
CLiusa ed effetto, modello e copia (IV p. 6). 

Della Provvidenza a cui crede non ignora tuttavia le diffi- 
coltà , meglio, la difficoltà per eccellenza, il male, il male 
neir ordine morale. Nel mondo fisico tutto è ordine, canta 
(l e. 5) il filosofo poeta : « Nihìl antiqua leije solatum - Lin- 
quit propriae statìonis opus ». Ma nel mondo umano, nel mondo 
morale tutto , o certo molto , è disordine : « Omnia certo fine 
guhernans — Hominum solos respuis actus - Merito rector cohi- 
bere modo ». Terribile problema che scuote la fede non solo 
nella Provvidenza, ma nella esistenza stessa di Dio. « Si qui- 

dem Deus est, unde mala^ bona vero unde, si non estì » 

(I p. 4). 

Alla soluzione di questo problema tutta, si può dire , T o- 
pera, ma singolarmente i due ultimi libri di essa sono conse- 
crati. La risposta al problema : -nóOsv xaxòv preso nel senso 
metafisico è data implicitamente con la teoria intorno alla non- 
entità del male. È un non essere il male , quindi è vano cer- 
carne in un essere il principio efficace ed attivo (III p. 12). Però 
questo aspetto metafisico del problema del male è appena con- 
siderato, per arrestarsi invece sul problema stesso moralmente 
considerato. I buoni soffrono ed i perversi trionfano. Il com- 
plesso delle sue osservazioni per ispiegare in armonia con la 
Provvidenza vigile, efficace, buona di Dio un tal fatto, osser- 
vazioni distribuite in una doppia serie su cui non è il caso di 
insistere pili oltre (v. sopra) è dall' Autore medesimo riassunto 
IV p. 7 : « Cum omnis fortuna rei iucunda vel aspera tum re- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 141 

munerandi (se iucanda) exercendive (se aspera) bonos, tum pu- 
niendi corrùjendive (iucanda o aspera eh' essa sia , giacché 
r aspera evidentemente o punisce o corregge, o fa 1' una e l'altra 
cosa insieme, e la iacunda può essere anch' essa castùjo stimo- 
lando il cattivo a malfare davvantaggio, o emendatrice richia- 
mandolo soavemente a hen fare) improhos causa deferatur ; 
omnis bona est quam vel iustam constat esse (la fortuna ia- 
cunda che premia i buoni, e quella o aspera o iucunda (^q pu- 
nisce i malvagi) vel utilem (la fortuna che buoni e cattivi exercet 
et corri(jit). La giustificazione della Provvidenza pertanto sta 
qui per Boezio, che Dio con la sua forza il male stesso lo fa ser- 
vire al bene : « Sola est enim divina vis, cui mala quoque bona 
sint, curii eis competenter utendo alicuius boni elicit effectum » 
(IV p. 6). Del resto non è dimenticata la riserva razionale della 
imperscrutabilità dei divini consigli (ib.).. A questo studio della 
Provvidenza da un punto di vista morale in cui, malgrado una 
leggera deviazione metafisica sul Fato, si riassume il L. IV, fa 
seguito uno studio metafìsico sulla Provvidenza medesima al 
L. V, per provare sovrattutto che la Provvidenza di Djo non 
lede punto la libertà dell' uomo, benché questa dimostrazione si 
compia studiando piuttosto 1' aspetto gnoseologico che non 1' a- 
spetto causativo coinvolto nella Provvidenza. E non sarà fuor di 
proposito notare, che sfugge a Boezio o certo egli neglige quello 
che è il più riposto mistero della Provvidenza, cioè la permis- 
sione stessa del male morale. Lo spirito del filosofo romano è 
crucciato dal vedere i perversi in alto: < At peri' ersi resident 
Celso - Mores solio, sanctaque calcant - Iniusta vice colla nocen- 
tes » (I e. 5): ma non è crucciato dal vedere puramente e sem- 
plicemente degli uomini perversi. 

Art. 3. 
La cosmologia di Boezio. 

84. La cosmologia di Boezio non presenta così gravi diflS- 
coltà e non esige cosi lunga esposizione come la teodicea. 

Se il mondo abbia cominciato o no è una questione che Boezio, 
forse per ossequio ai suoi due grandi maestri Aristotele e Pia- 



142 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

tone, lascia sospesa (V p. 6) contentandosi di notare clie anche 
nella ipotesi che il mondo non abbia cominciato e non sia per 
finire, si può dire ]perpetuo ma non eterno (ib.). Dalla eternità 
procede T ero e dall' ero il tempOj, la piìi mobile forma di esi- 
stenza come l'eternità è la piii stabile: ma anche il tem/pus ah 
aero ire hibes (III e. 9) non s' ha a intendere d' una precedenza 
temporanea di questo su quello, analogamente a ciò che è detto 
V p. 6: « Neque enùn Deus conditis rebus antiquior via eri deh et 
temporis cptantHate, sed simpUcis potius ptroptrietate naturae ». 
Nulla di preciso sulla origine del mondo ci dice la frase con 
cui Dio è poeticamente descritto in atto di fingere materiae 
fluitantis opus. La materia fluitans è l'espressione d'una ne- 
cessità logica del nostro pensiero, il quale non può raffigurarsi 
e concepir Dio in atto di ordinare altro che una massa confusa. 

85. Sulla cosmologia adottata da Boezio ci illumina il e. 9 
L. III. Gli elementi sono tra loro congiunti in proporzioni aritme- 
tiche: tu nmneris elenienta ligas. Il mondo intiero ha una sua ani- 
ma; i versi che la riguardano non peccano di soverchia chiarezza 
e tuttavia ne traspaiono manifesti questi due concetti : che l'a- 
nima risulta terza di due sostanze diverse , le quali sono come 
gli estremi di cui essa rappresenta il termine medio. Dove è 
evidente, più che la ispirazione Platonica, la traduzione dei con- 
cetti espressi nel Timeo. Da questo apprendiamo che le due na- 
ture (oùdiat) estreme che nell' anima si fondono sono 1' où(Tia 
àjxéptaTo? e la oOai'a (xepKTTT^;. E pure sul Timeo è ricalcata la 
idea di un organismo adatto alle facoltà e funzioni di questa 
anima universale: < per consona memhra resolvis ». Quest'anima 
è dotata di un moto circolare che è il pili perfetto fra tutti « in 
semet reditura meat », grazie al quale essa « rnentem profundam 
circuit et simili convertit im^igine coelum ». Noi ci troviamo 
così dinanzi ad un colossale antropomorfismo. Giacché questa 
grande anima del mondo non è che il risultato della proiezione 
su vastissima scala dell'anima umana. 

Il mondo è tutto una serie fatale di vicende. Tuttavia Boezio 
è ben lontano dal nostro determinismo scientifico e nella conce- 
zione della natura degli agenti cui questa fatai vicenda deve ri- 
ferirsi, preferisce un eclettismo collettivista. Per lui è probabile 
che all' ordine cosmico concorrano delle Ostai '^u^^aì e 1' anima 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



143 



del mondo e la natura stoica e gli astri e gli angeli ed i de- 
moni (^ai'fjLovsc;) (IV, 6) \ 

86. Ne risulta un che di veramente bello, ma questa bel- 
lezza del xó<T{xoc; è piìi che altro affermata a 2^rion: è bello il 
mondo, perchè è bellissimo quel Dio che lo ha in sé e da sé 
medesimo concepito: l'ottimismo di questa formola € pidchrimi 
ptdcherrimus ipse - Mundimi mente (jerens simìlùiue in imagine 
formans (III e. 9) é piuttosto fisico che morale. Quanto al mondo 
morale la concezione di Boezio sembra pessimista non solo per il 
disordine che vi ravvisa (a primo aspetto) nelle ricompense e 
nei castighi, ma anche perché a lui il numero dei cattivi ri- 
sulta stragrande : « Quod quideni cuip'iani mirum forte videatur, 
ut malos QUI PLURES HOMINUM suNT, eosdem ìion esse dicamus » 
(IV p. 2). E tuttavia la fede a priori nella bontà della Prov- 
videnza di Dio converte in un ottimismo finale questo incipiente 
pessimismo. Non solo la Provvidenza ristabilisce V ordine nella 
confusione apparente dei beni e dei mali, ma Dio vuole nel suo 
regno quanto è da sé la frequenza dei cittadini : civium frc- 
qiientia non depuìsione laetatur. 

Art. 4. 
L* antropologia del Ph. C. 

87. Nella psicologia di Boezio ricalcata fedelmente su quella 
di Platone, il problema della origine dell' anima è intimamente 
connesso col problema della conoscenza ; non parliamo della ori- 
gine dell' anima per creazione o no ; questo non è che un aspetto 
della questione generale trattata a proposito del mondo. È vero 
che r animo ci é presentato come qualcosa di specialmente di- 
vino nella sua origine ; animi sono detti celsa sede petiti (III 



' Sive igitur famulantibus quibusdam providentiae divinis spiritibus fatum exercea- 
tur, seu anima, seu tota inserviente natura, seu coelestibus siderum motibus, seu angelica 
viRTUTE, seu DAEMONUM VARIA SOLERTIA, seu iilìquibus hovum seu omnibus eie. IV p. 6. 
Quanto ai divini spiritus che paiono qui distinti dagli angeli e dai daemones cfr. V. 2, 
« NASI SL'PERMS DiviNiSQUE suBSTANTiis et pevsficax iudicium et incorrupta voluntas, et ef- 
ficax optatorum praesto est poteslas...... Quanto ai daemones cfr. I p. 4: * Nec conveniebat 

vilissimornm spirituum praesidia captare, quem tu in hanc excellentiam componebas ut con- 
similem Deo redderes » . 



144 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

c. 6), ma ciò non implica nessun panteismo. Piuttosto importa 
sapere se l' anima comincia ad esistere per Boezio quando si con- 
giunge al corpo se, in quella vece, preesiste a questa unione. 
La fraseologia dell' A., prescindendo ora da ogni desiderio e ten- 
tativo di conciliazione della sua filosofìa col Cristianesimo, è 
certo nel senso di una preesistenza. 

Dico a bello studio la fraseologia, perchè il problema non 
è direttamente trattato, ma T A. ne tocca ed accenna alla so- 
luzione che dicevo, a proposito di altri problemi. Al e. 11 del 
III e al e. 3 del V è poeticamente svolto il problema della co- 
noscenza. Il e. II, III conclude una faticosa e ben riuscita ri- 
cerca intorno al fine delle cose. Chi è studioso della verità il 
poeta lo invita a cercarla in sé medesimo e la troverà. Poiché, 
continua, <non omne... mente depuUt lumen- Obliciosam corpus 
invehens mo^em » : dove sembra che, a parer dell' A., all'anima 
già attiva nel conoscere e perciò già esistente sopravvenga, ap- 
portatore di tenebre e di oblio, il corpo. E la dottrina platonica 
della reminiscenza è poi formalmente professata : « Quod si Pia- 
tonis Musa personal veruni - Quod quisque dixit, inimemor re- 
cordatur », con la sua classica prova « ISlani cur rogati sponte 
recta censetis - Ni mersus alto viveret fomes corde? ». Ed alla 
poesia fa eco la prosa, dove l' A. riconosce che quanto la Filosofia 
gli ha discoperto ei lo ritrova dopo di averlo per ben due volte 
perduto, se ne risovviene dopo averlo due volte dimenticato : la 
prima volta corporea conta gione , la seconda moerore pressus 
animi. Sa all' entrare nel corpo 1' anima dimentica, par chiaro 
che prima sapesse. 

Il e. 3, V precede la discussione del dilemma tra cui pare 
che r umano ingegno sia costretto : o negare a Dio la scienza 
dei nostri atti futuri o a noi la libertà di questi atti medesimi. 
L' antitesi, dice il poeta, non è tra le verità : queste si armo- 
nizzano, ma a noi ne sfugge il nesso reale. « Sed mens coecis 
obruta memhris - Nequit oppressi lurninis igne - Rerum tenueis 
noscere nexiis ». Eppure ne è curiosa. Come mai? giacché tanto 
il sapere che il non sapere al tutto una cosa esclude la curio- 
sità : « quis nota scire laboratì At si nescit quid coeca peliti » 
Ma forse la soluzione é qui, che sapeva altra volta, ora confu- 
samente ricorda e vorrebbe tornare alla chiarezza antica. « An 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 145 

cum meniem cernerei altam - Pariter summam et singiila no- 
ratì - Niinc memhrorum condita nube - Non in totum est oh- 
lita sui - Siimmamque tenet singuìa perdens? > 

Al V p. 2 è discusso il problema della libertà che compete 
a tutte le creature ragionevoli, ma non a tutte in egual grado. 
« Hwnanas... animas Uberiores... esse necesse est, cum se in 
mentis divinae specidatione conservant ^ minus vero cum dila- 
buntur ad corpoym, minusque etiaìn cum terrenis artubus col- 
ligantur ». Quel « cum se in mentis divinae speculatione conser- 
vant » non pare che alluda ad un contemplar che faccia T anima 
Dio, stando già unita al corpo, bensì ad uno stato anteriore a 
tale unione : ciò sia se si confronta col « cum mentem cernerei 
altam » (V e. 3) o con ciò che segue : « minus cum dilabunlur 
ad corpora, minusque etiam cum terrenis artubus colligantur ». 

88. La percezione anche nella sua forma più elementare 
(percezione sensitiva) non è per Boezio una pura passività, come 
parve agli stoici (V e. 4), ma attività dell' animo, sia pure che 
in seguito ad azione esercitata dagli oggetti esterni e nel corpo 
passivamente ricevuta. Essa si svolge per quattro gradi, ossia 
Boezio riconosce e distingue quattro facoltà diverse per gli oggetti 
a cui si riferiscono e gli esseri a cui appartengono : il senso, 
la fantasia, la ragione e la intelligenza. Sia pure che tutti si 
appuntino nella conoscenza di un medesimo uomo, è ben altro 
l'aspetto che ne colgono. « Sensus enim fìguram in subiecta ma- 
teria constitutam. Lnag inalio vero solam sine materia indicai 
formam. Ratio vero hanc quoque Iranscendit, speciemque ipsam 
quae singuìaribus inest, universali consideratione per pendii. In- 
telligentiae vero celsior oculas exislit. Supergressa namque uni- 
versitatis ambilum\ ipsam illam simplicem formam pura mentis 
ade conluelur » (V p. 4).- E il senso (da solo) appartiene agli 
animali immobili come le conchiglie marine od altri che si nu- 
trono aderendo agli scogli. La immaginazione ai semoventi che 
possono già sentir voglia di fuggire o di bramare qualcosa. La 
ragione è propria solo del genere umano ; « intelligentia sola di- 
vini » (V p. 5). 

Dove non è da trascurare per l'importanza che ebbe nella 
storia della filosofia così anteriore come posteriore a Boezio, ciò che 
riguarda l' tmiversale, oggetto della ragione. La ragione umana 

19 



L 



146 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

specieìu ipsam quae singutaribiis inest universali consideratione 
perpendit. U universale è perciò il frutto della considerazione 
della mente, ma applicata alle cose : ha un' esistenza mentale, 
ma cum fundamento in re ; è la cosa ma sotto un aspetto ideale, 
come la cosa risponde alla idea ma concretamente e singolar- 
mente. La species inest singularibus ed è nella considerazione 
della mente, là sotto una, qui sotto altra forma : là sotto forma 
individuale, qui universale. Noi siamo di fronte ad un realismo 
temperato o, come si conviene di chiamarlo, aristotelico. 

89. In forza della ragione l'uomo ha la libertà; giudica, 
perchè ragionevole, lui di sua propria iniziativa il da farsi e il 
da fuggirsi : qui è la radice della sua libertà (V p. 2). Di questa 
Boezio fornisce le prove negli inconvenienti che seguirebbero nella 
vita individua e sociale la sua negazione : non più giustizia di 
premi e di pene, non vizi, non virtù, di quelli autore e respon- 
sabile Dio, vana la speranza e la preghiera ; argomenti validi, 
si capisce, contro un fatalismo teistico, che è la forma di de- 
terminismo da Boezio in questo luogo (V p. 3) combattuta. La 
difficoltà dedotta dalla scienza sicura che Dio ha dei liberi atti 
umani è sciolta riflettendo che la scienza , in quanto tale, non 
muta la natura delle cose che apprende : se gli atti sono liberi. 
Dio conoscendoli (o prima o poi che avvengano o mentre av- 
vengono che monta?) non li fa diventar necessarii. « Ncdìi sicut 
scientia pyraesentium rerum nihil his quae fiunt, ila praescientia 
futurorum nihil his quae ventura sunt necessitatis importai » 
(V p. 4). 

90. Fornito di ragione e di libertà 1' uomo è un animale 
divino « divinum merito rationis animai » (11 p. 5), simile a 
Dio per la mente (ib.), principe per divina disposizione delle 
cose (ib.). Ma può avvilire la sua dignità disconoscendola : 
« humanae quip)pe naturae ista conditio estj, ut tum tantum cae- 
teris rebus cmn coijnoscit se, ex celiai ; eadem tamen infra be- 
stias redi(jatur si se nosse desierit > (ib.). Quando col vizio 
abusa della libertà, l'uomo la perde: « extrema vero est servi" 
tus, cuìn vitiis deditae rationis propriae pjossessione ceciderunt » 
(V p. 2). L' avvilimento brutale dell' uomo per il vizio è retto- 
ricamente amplificato IV p. 3. L' uomo o si divinizza con le 
virtù si imbestialisce col vizio : « ita fit ut qui, probitate de- 




IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 147 

seria, homo esse desierit, cum in dìvinam conditionem transìre 
non possiti vertatur in belhiani » (ib.). 

Ciò ne mostra che per Boezio il fine ed il valore della vita 
umana è essenzialmente etico. La figura stessa che ebbe, natu- 
ralmente ammonisce V uomo, dritto la fronte verso il cielo , a 
tendervi come a meta dei suoi sforzi sulla terra (V e. 5): « Haec 
nisi terrenus male desipis, admonet figura - Qui recto coelum 
X)ultu petis, ex erisque fronte m - In sublime feras animum quoque, 
ne gravata pessum — Inferior fidai mens corpore Celsius levato ». 
Veder Dio è il fine dell' uomo. « Te cernere finis » (ITI e. 9), 
e il cielo è la patria dell' uomo, patria donde mosse « Si enim 
cuius oriundus sis patriae reminiscaris » e patria a cui deve 
tornare « Ilìtc te si reducem referat via quam nunc requiris 
immemor - Haec, dices, memini, patria est mihi, hinc ortus hic 
sistam gradmn » (IV e. 6). 

91. Ma trattando del fine dell' uomo, ci importa conoscere il 
pensiero di Boezio sulla immortalità dell'anima e sulla sanzione 
della vita avvenire. Quanto alla immortalità non v' è dubbio 
eh' egli r abbia ammessa. Basta la testimonianza che ne rende 
la Filosofia II p. 4 : « tu idem et cui persuasum atque insitimi 
per^nultis demonstrationibus scio, menteis hominum ìndio modo 
esse niortales... » E questa convinzione è ribadita II p. 7. Senon- 
chè quanta efficacia attribuiva Boezio alla vita avvenire come 
sanzione e conclusione della vita presente ? Bisogna confessare 
che Boezio ricorre poco o punto al concetto della vita avvenire per 
ispiegare le anomalie etiche della vita presente. Preferisce, for- 
zando la realtà delle cose, trovare che i buoni sono qui felici 
per merito ed efficacia intima della loro virtù , i cattivi mise- 
rabili qui per colpa dei loro vizi, anziché insistere osservando 
che la virtù il suo vero e definitivo castigo 1' avrà in una vita 
ulteriore e futura. Non è però eh' egli non ammetta la realtà 
di tal vita o la diversità di essa per i buoni e pei malvagi : su 
questo punto la sua testimonianza è esplicita. « Quaeso, inquam, 
te (chiede Boezio alla Filosofia IV p. 4, dopoché questa ha dimo- 
strato la impotenza e la infelicità dei malvagi come tali e perché 
tali) nulla ne animariini supplicia post defuncttim morte corpjus 
relinquisì Et magna quidem, essa risponde, quorum alia poenali 
acerbitate, alia vero purgatoria clementia exerceri pitto » : ma 
« nunc de his disserere consiliwm non est ». 



148 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

La Filosofia dunque conosce questo punto di vista e sa quali 
risorse se ne potrebbero cavare per il problema delle morali ano- 
malie di quaggiù : ma deliberatamente lo trascura. E di tal de- 
liberazione si comprende anche il perchè, inquantochè la Filosofia 
da sola sulle condizioni precise e minute della vita futura può 
piuttosto congetturare con probabilità che affermare con dimo- 
strativa certezza. Non sarà inutile avvertire che ogni felicità 
accidentale per Boezio finisce con la morte. La felicità dell'uomo 
non consiste in questa felicità estrinseca, appunto perchè, se con- 
sistesse in questa, finendo essa con la morte, 1' uomo diverrebbe 
colla morte miserabilissimo, cam darum sit fortidtani felicita- 
tem corporis morte finirì. Ogni idea di ricongiungimento del- 
r anima col corpo è estranea alla visuale del nostro filosofo. 

92. Un' ultima parola sui rapporti tra Dio e 1' uomo .e sui 
concetti speciali di certe virtù. L'azione di Dio sull' uomo per 
Boezio è profonda. È Dio che infonde la sapienza nell'anima u- 
mana: « Tu mihi (dice Boezio alla Filosofia I p. 4) ^^ qui te sapien- 
tium mentihus inseruit DeiiSj, conscii eie. ». L'aiuto di Lui è in- 
vocato come necessario anche nelle cose più piccole (III p. 9) : e a 
questo aiuto si ascrive se Boezio arriverà a conoscere che i 
buoni sono sempre felici, sempre infelici i malvagi (IV p. 1). 

L' azione di Dio sull' uomo non è limitata al campo del- 
r intelletto per l'acquisto della verità, ma si estende alla vo- 
lontà per la pratica del bene : « quis autem alias vel servator 
honorum vel malorum depulsory quam rector ac medicato)^ men- 
tium Deus^ » (IV p. 6). 

Di qui nasce la necessità della preghiera ^ che è affermata 
energicamente V p. 3, come « unicum inter homines Deumque 
commercium », il solo modo « quo cum Deo colloqui homines 
p>osse videntur » (ib.) ; ciò senza di cui « quid erit quo stemmo 
illi rerum principd connecti atque adhaerere possimusì ». Anche 
la efficacia di essa è esattamente definita : essa impetra la di- 
vina grazia « iiistae humilitati pjretio inaestimabilem vicem di- 
vìnae gratiae promeremur », ma ha inoltre e più ancora una 
sua intima efficacia come unione dell'anima con Dio : « qui solus 
modus est quo cum Deo colloqui homines pjosse videantur^ illi- 
que inaccessae luci prius quoque quam impetrent, ipsa supplì" 
candì ratìone coniungi ». 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 149 

CAPO VI. 

RAPPORTI DEL philosophiae consolationis 

Art. 1. 
Con la filosofìa delle scuole anteriori. 

93. Che filosofia è questa che abbiamo esposta? Certo non di 
Boezio, ossia non trovata nò per la prima volta esposta da lui, 
sia perchè Boezio dal complesso della sua attività letteraria ci 
apparisce piuttosto raccoglitore diligente che inventore ardito, sia 
perchè egli appartiene ad un periodo che in ogni ramo di cul- 
tura appare estenuato per produrre del nuovo e capace a mala 
pena di conservare 1' antico. Ma delle scuole filosofiche nume- 
rose e floride che lo hanno preceduto quale egli segue qui ? 

Intanto egli per conto suo si dice fin da principio I, 1 : 
«e Eleatìcis atque Academicis studiis innutritus » dove V Eleaticis 
stando indubbiamente a significare gli studi logici, rimane che 
egli si presenta come un accademico. In realtà contro la scuola 
epicurea e la stoica si mostra, I p. 3, molto severo : esse hanno 
usurpata la eredità genuina di Socrate e di Platone. Questi sen-- 
timenti contrarli allo stoicismo si ripercotono V e. 4, a propo- 
sito della teoria della conoscenza. Invece le simpatie per Pla- 
tone sono vivissime ; non solo è citato spesso e con reverenza 
deferente, come ad es. Ili p. 9, e. 9 e p. 10 ^ ; ma la Filosofia 
con singolare affetto lo chiama suo (I p. 3; III p. 9); una sola 
volta (V p. 6) che l'A. non sembra seguirne, ne spiega però e 
giustifica la sentenza. Anche Aristotele è citato con onore, la Fi- 
losofia lo chiama meiis (V p. 1 ; III p. 8) ma meno spesso ^, e ad 
ogni modo noi sappiamo d' altra parte che Aristotele per Boezio 

' Cfr. anche I p. 4 : « Atqui lu liane sentenliam Platonis ore sanxisti... » 

III e. 11: « Quod si Platonis musa personal verum», dove il si è una dubitazione 
rq^ lorica. 

IV p. 2: « veramque illam Platonis esse senlenliam liquet...» 

Ili p. 12: «nihil est quod admirare cum Platone sancientc didiceris». 
' Cfr. V p. 1, V p. 6. 



h 



150 IL CRISTIANKSIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

faceva una cosa sola con Platone. Stando dunque alla testimo- 
nianza ed alle citazioni del Ph. C. è ad una filosofìa platonica, 
contemperata qua e là d' Aristotelismo, che noi dobbiamo atten- 
derci ^ 

Altri filosofi e scrittori sono però anche citati. Così I p. 4, 
Pitagora, ma in un aforisma che era divenuto famigliare « in- 
stillabas... auribus, cogitationibusfiue (laotidie ìneis Pythagorìcum 
illud sTTou 0£(p ». Lucano pure è citato come un famigliare della 
filosofia (IV p. 6), poi Cicerone nei suoi libri J)e dìvinatione 
(V p. 4) e De Republica (Il p. 7). Piìi importante, al nostro 
punto di vista, la citazione di Parmenide con cui si chiude l'ul- 
tima prosa (12) del L. Ili: « Ea est divinae forma siibstantiae, 
ut neque in extenia dilabatar, nec in se externum aliquid ipsa 
suscipiat , sed j sicut de ea Parmenìdes aitj T:7.vn:oQs.v eùxuxXou 
a^ai'pa? ivaXt'yxtov ò'yxw ». Un faniiliarìs della Filosofia ò citato 
come autore di questo dilemma: Siqaideìn Deus estj unde mala? 
bona vero unde, sì non estì Lo Stewart cita Epicuro (De ira 
divina e. XIII) . 

Il Peiper ^ ha vista una nuova citazione di Parmenide in 
un altro passo indeterminato : « Nam ut quidam me quoque ex- 
cellentior : 'Av(5pà? ^-t] ispoO (5é[Jt.a; aì'Gipe^ oìxo^ófxTQcrav (IV p. 6). 
Il Peiper nota : quidam, sine dubio Parmcni'ìes, cuius reliquiis 
hunc versum addas: cfr. uspì ^lio-ewc v. 116 et 13G ss. Ma 
questi due luoghi non contengono la minima prova in favore 
della sua asserzione. È vero che il contenuto del verso può in 
qualche modo collimare con le dottrine Parmenidiane sulla ori- 
gine dell' uomo : secondo Teofrasto (presso La. Diog. IX, 22) 
egli affermava yévco-tv àvOpcó-rrcov i\ r[kioii TipwTov ysvéo-Oai (dove è 
da correggere probabilmente ìXuo;. Cfr. Diels, Doxographi Graeci 
p. 482) e ciò combinerebbe col nostro frammento : i venti avreb- 
bero formato il corpo umano dal fango della terra. Tutto questo 



* « Ego onine Aristolelis opus quodcumque in manus venerit in Romanum slylum 
verlens.... omnesque Plalonis dialogos vertendo vel etiam commenlando in latinam redi- 
gam formam. His peractis non equidem contempserim Aristolelis Piatonisque sententias 
in unam quodainmodo revocare concordiam el in his eos non ut plerique dissentire in 
omnibus, sed in plerisque quae sunl in philosopliia maxime consentire demonstrem: hagc 
si vita otiumque supererit, cum multa operis huius uliliiate necnon etiam laude conten- 
derim, qua in re faveant oportet quos nulla co(}uit invidia». In lib. de interpr. ed. sec. 1. II. 

* Ediz. crii, a questo luogo nota. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 151 



è vero e per debito di lealtà andava notato : ma a) questa le- 
zione del Peiper e il senso che porta con sé non sembrano del 
tutto in armonia col contesto : giacché si trattava di provare 
con l'autorità che si adduce, che il corpo dei buoni è superiore 
alle vicende stesse della malattia; P) quel che più importa, TA. 
di questa sentenza la Filosofia lo considera come superiore a sé me- 
desima: me excellentiorj il che di niun filosofo si potea dire. Per 
cui mi pare abbia qui ragione l' Usener di credere citato un oracolo. 

Le citazioni da sole non ci provano punto un largo eclet- 
tismo nel nostro libro. 

94. Scendendo ora all' esame delle dottrine che furono 
esposte, il Platonismo di molte fra di esse appare evidente. Dio 
concepito come bene : l' amore di Lui [coelo iniperitaiìs amor 
II e. 8; aeterniis et citnctis communìs amor IV p. 6) rispec- 
chiato nelle cose [o felix hominum genus, si vestros animos 
amor qiios coeliim regiiur regat II e. 8) sono dottrine Plato- 
niche-: vi riconosce un'eco della (piX^a platonica anche 1' Hil- 
debrand (p. 77) pur così propenso a trovare delle reminiscenze 
cristiane. La teoria della bellezza del mondo derivante da quella 
di Dio {pulchrum pulcheiTimus ipse etc. III e. 9) é direttamente 
tolta dal Timeo ^ donde tutto quel e. 9 dipende, talché il Nitzsch 
la potè chiamar giustamente : ein ganzer Abschnitt des Timaeus 
versificirt ^, e del resto già gli antichi commentatori sotto questo 
aspetto lo aveano largamente illustrato. Lì é espressa la dot- 
trina platonica dell' anima del mondo. Platonico anche il con- 
cetto del male considerato come un non essere ^ ; e piìi chiara- 
mente ancora dal filosofo greco é dedotta la dottrina della co- 
gnizione - reminiscenza, dell' oscuramento intellettivo e dell' in- 
fiacchimento di volontà prodotto nell' animo dalla sua unione 
col corpo. Né è del tutto estraneo a Platone il concetto di pene 
medicinali nella vita avvenire *, mentre la dottrina stessa della 



' Tto Y^P ''^v vooufxivtov xaXX'.aio) xa\ xarà Tzavra teXsw [xaXiar' aùròv ó 0cò? ó[J.oi(Jigai 
Po'jXtjOc'k; J^òiov Év óparòv... ?jviarr;cr£ (Bekker p. 26 Tim.). 

* Citato da Stewai't p. 83. 

' Cfr. Stewart p, 91. 

'* Lo Stewart p. 98-9 cita questo passo del Gorgia di cui dovrò occuparmi anche 

più sotto : £131 SÉ 01 [aÌv oj.j>£Xoj[i.£V0'. T£ xai S'.xrjv oiSóvTSc ó-ò 0£wv Te xai àvO'^(i');:wv o^TOt 
01 av '!aat[j.a àjj.apTr,[j.aTa àjxapTwatv ojaoj; oì 3t' àXyrjOÓvojv xa\ òSuvwv ytyvaTai aùioT? f) w^e- 
Xj'.a, xai l'vOotòe xa\ év A"8o'j" où y^p ''^^'^v ~z aXXw; àSixta; azaXXaTTe-jOai, 



152 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

immortalità dell' anima è presentata, nell' intero prescindimento 
da ogni risurrezione corporea, in forma platonica. 

Ma Boezio non è cosi schiavo di Platone che non ne modifichi 
e corregga le sentenze. Così non si mostra mai imbarazzato 
dalla esistenza della materia, o proclive a sottrarne alla azione 
di Dio la esistenza. Le idee stesse esemplari del mondo sono da 
lai recisamente collocate nella divinità ^ (III e. 9, v. 7-8) e il 
realismo platonico è temperato in senso aristotelico. 

95. Né a Platone così strettamente ed unicamente si at- 
tiene che ignori le posteriori speculazioni dei neoplatonici. Lo 
Stewart ha ragione di riannodarlo con costoro per ciò che ri- 
guarda il concetto della divinità come pura, inaccessibile e sem- 
plice essenza ^. Ma il problema per cui è in più stretta connes- 
sione coi neoplatonici è quello della Provvidenza. Gli stoici 
aveano identificato intieramente 1' £ì[jiap|jiévr], la universale ne- 
cessità delle cose, con la irpóvoia o Provvidenza, la quale veniva 
così ridotta ad un puro nomen sine re. Fu merito dei neopla- 
tonici subordinare la eìfxapjxévY] alla upóvoia, concependo il fatai 
andare delle cose quale conseguenza del supremo volere divino. 

' Quanto alla materia o a quella che noi chiamiamo tale, è cerio che nel sistema di 
Platone non viene da Dio, piuttosto non è certo se sia qualche cosa, e certo non appare 
ben chiaro che cosa sia. Platone distingue il mondo delle idee che ò e che si pensa, dal 
mondo sensibile che diviene e che si sente. Il mondo sensibile partecipa di essere e di 
non essere: l'essere gli viene dalla partecipazione delle idee, il non essere da quello che 
noi, con termine aristotelico, chiamiamo materia. Questo secondo principio è chiamato da 

Platone stesso xò aTisipov (Philos. 24 A). Altrove è detto àvjparov aòo? ti xai a;i.op^ov, Ttav- 

oixk. In alcuni luoghi del Timeo è considerata come una massa caotica; probabilmente 
quest' ultim-a caratteristica è, come molte altre cose del Timeo, destinala semplicemente 
a rendere più plastica la esposizione dell' origine del mondo. Lo Zeller II 1, 605 sqq., 
ritiene che la materia platonica sia semplicemente lo spazio e che le idee estrinsecandosi 
nello spazio danno luogo al mondo sensibile in quanto ricevono la dimensione. Nel Timeo 
è accennato ripetutamente (30 A, 52 D, 69 B) che la divinità ha trovato questo afioptpov 
sISo? e se ne è servila nel creare i quattro elementi. - Quanto alle idee io ritengo qui come 
certa l' interpretazione data alla dottrina di Platone da Aristotele, a cui avviso esse sono 
■/^wpiTTà separate dalla divinità, interpretazione accettata oggi comunemente. Cfr, Herbart 
Einleitung in die Philosophie i i't4 sgg. Zeller Phil. der Griechen II l\ p. 662. Windelband 
neir Handbuch di Ivan MùUer v. 1 p. 229. Non ignoro le difTicoltà che a tale interpre- 
tazione si sono mosse e si possono muovere. Platone si esprime intorno alle idee sempre 
presso a poco come si esprime per la idea del bello nel Symp. 211. Ora chi rilegga 
quelle espressioni può giudicare se ne venga esclusa la esistenza della idea del Bello 
nella mente divina. Ma resta sempre il grande argomento ex silentio (svolto dall' Herbart). 
Se per Platone le idee esistevano nella mente divina, non v'è dubbio che si sarebbe 
espresso su questo punto con maggior chiarezza. 
* De Providentia 50-52. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 153 

Però Proclo mantenne ancora distinta la irpóvoia essenza suprema 
dalla vou; o mente creatrice, laddove Boezio le identifica dando 
maggior precisione e verità ai suoi concetti ^ E non solo pei 
rapporti della Provvidenza col Fato Boezio potè utilmente ispi- 
rarsi al De Proi'identia et Fato di Proclo , ma anche per ar- 
monizzare la prescienza di Dio e la libertà umana al Liber de 
decem dubitationibus circa Pr-ovìdentlam. 

Giacché quivi è chiaramente insinuato il problema e la via 
di risolverlo, osservando che la cognizione prende sua forma non 
dall' oggetto conosciuto, ma dal soggetto conoscente, e che per- 
ciò Iddio « cognoscit indeterminatam determinate, siciit et incor- 
poraliter et indistanter distensiun 2^ost ipsam et corporatam > ^. 
Di neoplatonismo risente anche la classificazione degli esseri spi- 
rituali ^: dioini spiritas (supernae dimnaeque suhstantiae) , an- 
gelica virtiis, daemonum varia sollertia (m'issimi sptiritns); ma 
nò in Boezio è ben chiara '', né coincide intieramente colle neo- 
platoniche ^. 

E nondimeno anche il neoplatonismo é corretto, di propo- 
sito deliberato, nella sua dottrina della eternità del mondo, della 
coesistenza di esso alla divinità. « Theg (i neoplatonici) scrive 
lo Stewart, imagined (basati su una falsa interpretazione del 
Timeo 41 e.) that Plato assigned to the world a co-eternity with 
Godj, whereas he had only predicated of it a life of endless du- 
ration and not at ali that simultaneous and complete compre- 
hension of ali time whìch is the characteristic of ete^nity y> ^ . 

Un' ultima traccia di neoplatonismo è il tentativo di con- 
ciliazione che sappiamo fatto (o voluto fare) espressamente al- 

' V. Stewart p. 88. 

' Lo Zeller op. cit. Ili 856 sgg., dove parla di Boezio e del Ph. C. a proposito della 
conciliazione della scienza divina con la libertà umana, osserva che Nitzsch avea già tro- 
valo il contatto con Proclo (System, des Boelhius 75 ss.). 

' Zeli. op. 1. e. dice solo che «Boelhius Iheilt hierOber die allgemeinen Vorslellungen 
seiner Zeil». 

^ Non s' intendo molto chiaramente che cosa siano le supernae divinaeque substan- 
tiae dislinle, come pare, dagli angeli e dai daemones. Né viene luce sufficiente a questo 
da un passo dell'In Porphyr. a Victor, translat. citato da Zeller, dove è detto che la 
filosofia teoretica comprehendit quae sunt omnium coelestium supernae divinitatis operum 
caussae (die Sterngeister) et quidquid sub lunari globo beatiore animo atque puriore sub- 
stantia valet (i demoni); postremo humanarum animarum conditionem et statum. 

' Proclo distingue tre classi di demonii : Angeli, demonii propriamente detti, ed eroi. 

« P. 89. 

20 



154 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

trove da Boezio, ma che trapela anche qui, tra Platone ed Aristo- 
tele. Giacché il Cousin nella edizione di Proclo osserva che 
« Suìdas citai scptem Itbros dcperditos Porphyrii irepi tou [xtav 
eivat TY]v llXàTwvof; xal Apio-ioTéXou? a'ipsaiv. Necnon et Proclus 
ad Tììuaeum Porphyrium ait u£ptuaT/]Tixà? aTio^óo-st; irapsKrpépovTa 
Xtj£tv là? nXaTwvtxà? àuopt'a;. 0<«2i^ ùpiorat là;; Oppéto; xai Ilu- 
Oayópou xaì llXaTcovo; a-ufxpcovi'a;; Syrlani, Procli et aliar ani? » ^ 

96. Minori sono le tracce di Aristotelismo, pure non man- 
cano. Da Aristotele è espressamente dedotta tutta la d;eoria del 
caso (V p. 1). Lo Zeller nota che da Aristotele pure deriva la 
divisione della filosofia in teoretica e pratica (I p. 1). M' è già 
accaduto di notare altrove, e qui occorre solo rammentare, che 
anche la dottrina degli universali è esposta da Boezio in senso ari- 
stotelico, con un realismo temperato. 

97. Lo Stewart nota con ragione che « as a Roman of 
Boethius' taste and education could not help having an inti- 
mate knowledge of Cicero and Seneca, there is nothing surpri- 
sing in the strong dash of Stoicism that tinges the whole ». 

E quanto a Cicerone e' è già accaduto di rammentare la 
citazione del T)e divAnatione e i punti di contatto coli' Horten- 
sius e col Somnium Scipionis. Duolmi che il tempo non mi 
abbia consentito un largo confronto colle molte opere filosofiche 
dell'oratore romano. Un esame un po' rapido della Consolatio 
mi ha dati risultati negativi. 

Per»la medesima ragione non ho potuto approfondire i rap- 
porti con Seneca. Lo Stewart medesimo off*re alcuni punti di 
contatto. Il famoso passo del IV, 4, dove si parla di supplizi 
inflitti dopo morte purgatoria clementia richiama la Consolatio 
ad Marciam e. 25, dove del figlio morto si dice : < hiteger ille 
nihiliiae in terris relinquens fugìt et totiis excessit ; paulimiq^ue 
saprà nos commoratas , dum expurgatur et inhaerentia vitia 
sitamque omnis mortaUs aevì excutit, deinde ad excelsa sublatus 
est y>. Le riflessioni che Boezio fa (II p. 6) sulla vanità d'un potere 
che non si estende, come sempre accade del potere d' un uomo 
sugli altri, se non al corpo, trovano un riscontro in Seneca De 
Beneficiis III, XX : « Errat si qicis existimat servitatem in to- 

• Voi. I p. XI. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 155 

ttim hominem descendere : pars melior eius excepta est... Corpus 
itaqae est quod domino fortuna tradidit > : benché il pensiero è 
tanto comune e il proposito in Boezio e Seneca è abbastanza di- 
verso (Boezio parla della sovranità e Seneca della proprietà) per- 
chè il parlar di derivazione piuttostochè di incontro sia arbitrario. 

A me pare si possa confrontare Boezio I, 5 « cuius (Dei) agi 
frenis atque ohtemperare iustitiae summa libertas est> con Sen. 
De vita beata XV « /n regno nati sumus: Deo parere libertas 
est-». La riflessione che fa Boezio IV, 6 che le fortune le quali toc- 
cano ai tristi persuadono i buoni a disprezzare una felicità sif- 
fatta che corteggia spesso anche i perversi, arieggia al pensiero 
di Seneca De Prov. 5: « Hoc est propositum Deo ^ quod sa- 
pienti viro, ostendere haec quae vulgus appetit quae reformidat, 
nec bona esse nec mala: apparebunt autem bona esse ^ si illa 
non nisi bonis vivis trihuerit, et mala esse , si malis tantum 
irrogaverit ». 

Indipendentemente da parziali riscontri, certo una delle più 
fondamentali e caratteristiche dottrine della morale stoica è se- 
guita da Boezio, quando insiste tanto, quanto ci è altra volta 
accaduto di riflettere, sulla felicità che accompagna, anzi è inti- 
mamente connessa col bene morale, e della sciagura che paral- 
lelamente seconda il male. « Melioribus artimum conformaveris; 
nihil opus est iudice praemiam deferente^ tu te ipse excellentio- 
ribus addidisti. Studium ad pìeiora deflexerìs; extra te ne quae- 
sieris ultorem: tu te ipse in deteriora dctrusisti » (IV p. 4). 
Va tanto lontano in questo Boezio da crearsi al pari degli Stoici 
tutti delle illusioni sulla realtà delle cose, illusioni che poi sono 
corrette, come vedemmo, nella 2* parte del L. IV, quando non si 
cerca più di mostrare che i buoni stanno sempre bene e male 
i cattivi, ma si investiga e si dichiara come la Provvidenza 
possa pei suoi fini permettere parziali trionfi di malvagi e tri- 
bolazioni di giusti. 

Un platonismo con aggiunte neoplatoniche, con tempera- 
menti aristotelici e infiussi stoici, ecco come si presenta nel no- 
stro libro la filosofia di Boezio , filosofia di cui ora dobbiamo 
studiare i rapporti col Cristianesimo oggettivo. 




156 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



Art. 2. 
Col Cristianesimo og gettino. 

98. Noi giungiamo alla parte più importante del nostro 
studio sul Pli. C, a quella per lo meno che ricongiunge quanto 
abbiamo scritto intorno a quest' opera col tema generale del Cri- 
stianesimo di Boezio. Notisi bene che noi non abbiamo qui da 
esaminare i soli dati del Ph. C. Se questo scritto solo di Boezio 
noi conoscessimo e in base a questo solo dovessimo risolvere il 
dubbio : fu Boezio Cristiano ì la risposta , osserva giustamente 
rilildebrand, sarebbe forse logicamente questa: Non Uquet, 
Ma a noi consta per altra via (e non parlo qui degli opuscoli 
teologici , bensì di quanto concerne l' ambiente storico in cui 
Boezio visse) che egli fu Cristiano di professione esterna, e dob- 
biamo solo risolvere questo problema: il Ph. C. ci permette 
di credere che fosse tale anche di convinzione intima ? o ci sforza 
a ritenere, contro la presunzione storica, che non lo fosse? Quelli 
che abbracciano questa seconda ipotesi , chi ben guardi i loro 
argomenti , sono mossi da due ordini di considerazioni diverse : 
credono innanzi tutto che una o parecchie convinzioni dottrinali 
espresse nel Ph. C. contrastino con le dottrine, coi dogmi del 
Cristianesimo ; e poi, indipendentemente da questi contrasti, par 
loro inverosimile che un Cristiano di cuore scrivesse un libro, 
sia pur anche al Cristianesimo non contrario, certo ad esso com- 
pletamente estraneo , e specialmente lo scrivesse per consolarsi 
in punto di morte. Ecco perchè lo studio oggettivo e soggettivo 
mi paiono da separarsi. 

Guardando il Ph. C. oggettivamente, cioè nelle dottrine che 
vi si professano, v' hanno due sentenze estreme : alcuni vedono 
il Cristianesimo per queste dottrine positivamente escluso, altri 
lo ritengono positivamente e direttamente affermato. E il caso 
di discutere prima 1' una, poi 1' altra sentenza jler istabilire nella 
discussione la verità. 

99. Lo Stewart, in cui si rispecchia il pensiero del Nitzsch, 
così riepiloga i contrasti dottrinali del Ph. C. col Cristianesimo: 
« We find him in strenuous opposition, notwithstanding ali that 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 157 

Hildebrand has to say to the contrary, to the Christian theory 
of creation, and his Dualism is at least as apparent as Plato's. 
\Ve find him coquetting with the antichristian doctrine of the 
immortality of world and assuming a position with regard to 
sin which is ultra - Pelagian and utterly untenable by a Chri- 
stian theology » \ 

Ora tutto ciò che ho esposto, analizzando il sistema filosofico 
di Boezio, basta a mostrare quanto le osservazioni dello Stewart 
sieno qui superficiali. Ben lungi dal professare il dualismo (o sotto 
la forma di eternità della materia, o sotto quella d' un mondo 
ideale realmente distinto dalla divinità) Boezio è cauto a pre- 
ventivamente escluderlo, quando potrebbe come conseguenza ap- 
piattarsi in un principio che il bisogno di una dimostrazione 
estranea afiatto ad ogni questione sulla origine delle cose , gli 
fa invocare (V p. 1). Ed- il medesimo dicasi del mondo: se lo 
Stewart parla di eternità, questa Boezio così poco concede al mon- 
do, che anzi apertamente dice Dio eterno e il mondo perpetuo, ed 
in questo senso, certamente non anticristiano, interpreta il pen- 
siero di Platone. Quanto alla immortalità, propriamente detta, 
del mondo, cioè al suo non cessar mai, dove essa sia formal- 
mente insegnata nel Ph. C. ignoro (la perpetuità del mondo ha 
più r aria di concessione che di affermazione), ma so certo che 
non è punto in antitesi col Cristianesimo. 

Più grave sembra 1' attitudine pelagiana, accusa da unirsi 
con r altra che il medesimo Stewart muove coli' istesso scopo a 
Boezio, che cioè egli non parli della risurrezione dei corpi, ma 
solo della immortalità dell' anima, ^. Griacchè anche la cosidetta 
attitudine pelagiana non consiste in altro che in una lacuna : 
Boezio non parla d' una corruzione della natura umana, non d' un 
soccorso di grazia redentrice necessario alla pratica della virtù ^. 
Ma egli è evidente che tutte queste cose sono fuori della vi- 
suale d' un uomo anche cristiano, il quale si metta ad un punto 
di vista puramente filosofico. Si potrà quistionare se tale posi- 

' p. 100. 

' p. 95. 

» p. 92 : « Boezio chooses ralher to confess the wickedaess of the maiorily of mankind 
Ihan to include, with Augustine the whole worid in one sweeping condamnation. Indeed, 
he recognises the possibility of man's altaining to perfection, and that wilhout any assi- 
slance from divine grace. 




158 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

zione filosofica sia possibile ad un Cristiano, e noi lo discute- 
remo più sotto, ma non già che, data tale posizione, tutte queste 
sieno puramente lacune e legittime lacune. 

Ed è tanto più strano in queste lacune, naturali e logiche 
per chiunque si collochi ad un punto di vista puramente filo- 
sofico, trovare opposizioni e contrasti al Cristianesimo, in quan- 
tochè Boezio, come lo Stewart stesso osserva, crede alla cattiveria 
della umanità, ponendosi così in un indirizzo di pensiero omo- 
geneo a quello che si convenne di chiamare pessimismo cri- 
stiano : la direzione del suo pensiero qui Boezio certo, senza po- 
terla rendere identica, almeno la rende parallela al Cristiane- 
simo. E questo parallelismo, non solo per la cattiveria o corru- 
zione della umanità, ma continua per la necessità d' un soccorso 
divino a fuggire il male e praticare il bene. Dio è presentato 
come il medico della umanità \ ed il nome stesso di grazia^ 
eminentemente cristiano, non è evitato ^. 

100. Bensì lo Stewart ha dimsnticato in quella sua sintesi 
superficiale e frettolosa un punto che crea forse la maggiore 
difficoltà al Cristianesimo di Boezio : tutto cioè quello che ri- 
guarda la preesistenza delle anime. Senza negare la intonazione 
fortemente platonica di questi luoghi che ho altrove citati ed 
esposti, mi sia lecita una serie di riflessi. 

a) Quest' ordine Platonico di idee, senza coincidere col Cri- 
stianesimo, vi arieggiava. L' unione penale di anime preesistenti 
ai corpi arieggiava al dogma del peccato originale ; e 1' oscura- 
mento intellettuale, l' infiacchimento volitivo prodotto da questa 
unione coincideva per un lato con la corruzione della umana na- 
tura (insegnata da S. Agostino e che lo Stewart si duole manchi 
in Boezio) per 1' altro con le tendenze cristiane alla mortifica- 
zione del corpo come nemico dell'anima, alla spirituale emanci- 
pazione dalla schiavitù corporea, motivi ricorrenti da S. Paolo 
in poi in tutta la teologia cristiana. 

h) Perciò Origene, il primo dei teologi cristiani nel senso 



* Quid vero aliud animorum salus videtur esse qaam probitas ? quid aegritudo quam 
vilia? quis autem alius vel servator bonorum vel malorum depulsor quam rector ac me- 
diator mentium Deus ? IV. p. 6. 

* Siquidem iuslae humilitatis prelio inaesUmabilem vicem divinae gratiae promere- 
mur. V. p. 3. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 159 

che oggi diamo alla parola teologo y potè adottare questo com- 
plesso di dottrine platoniche come una buona spiegazione filo- 
sofica delle dottrine cristiane ; e i pensamenti di lui, per quanti 
contrasti avessero già sollevati in Oriente tra il sec. IV e il 
sec. V e nuovi ne sollevassero al principio del sec. VI \ non 
erano stati su questo punto oggetto di formale esplicita condanna 
da parte della Chiesa. 

e) La teologia anzi, per ciò che concerne la origine delle 
anime individuali, procedeva ancora con singolare incertezza ai 
tempi stessi di S. Girolamo e di S. Agostino , che contrasta- 
vano fra di loro se 1' anima venisse per creazione da Dio o per 
generazione dai parenti. Stante questa incertezza del dogma cri- 
stiano sulla precisa origine delle singole anime umane è qui, se 
mai, il caso di ammettere un contrasto tutt'al piìi inconsciente di 
Boezio col Cristianesimo, contrasto di cui gli esempi abbondano 
nella storia dei pensatori cristiani. 

d) Ma forse le frasi di Boezio non sono tali da non ammettere 
una interpretazione cristiana. Tutto sta a vedere se esprimano 
necessariamente una reale preesistenza delle anime alla unione 
col corpo. La quistione, per sottile che possa parere, non è né 
strana né assurda, giacché vi sono senza dubbio delle precedenze 
di natura da non confondersi con precedenze di tempo : così per 
Boezio stesso Dio sarebbe per natura prima del mondo, posto pure 
che questo non avesse mai avuto principio (V p. 6). Non altri- 
menti Boezio parlando dell'anima umana come esistente, prima 
della unione, fuori del corpo, potrebbe non intendere di uno stato 
reale, ma di una esigenza logica ; e descrivendo ciò che all' a- 
nima separata conviene e ciò eh' ella perde nell' unirsi alla ma- 
teria, potrebbe alludere ad una serie di esigenze, quantunque ef- 
fettivamente non realizzate. Allora la teoria della reminiscenza 
andrebbe intesa non già nel senso di cognizioni realmente svi- 
luppatesi neir anima in un periodo di esistenza anteriore alla 
unione, ma di cognizioni che all' anima come pura intelligenza 
competerebbero, il cui sviluppo resta impedito dal realizzarsi per 
la unione di essa col corpo e viene poi aiutato, malgrado questa 
unione, dall' insegnamento esteriore e dalla interna riflessione. 

' V. Punk, Hist. de l'Eglise, irad. per Hemmer I § 53. 



160 IL CRISTIANÉSIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Ed anche la maggior libertà dell' anima separata andrebbe in- 
tesa, non di una libertà che 1' anima abbia realmente avuta in 
una esistenza anteriore alla presente, ma di una libertà che, in 
quanto pura sostanza spirituale , V anima dovrebbe avere. La 
quale interpretazione io sono lontano dal dare come certa e di- 
mostrata, ma non le si può negare una certa probabilità, e ad ogni 
modo per salvare la obbiettiva ortodossia dell' A. non è necessaria. 

101. Esclusa una positiva antitesi tra le dottrine di Boezio 
nel Ph. C. ed il Cristianesimo, si può pensare a positiva concor- 
dia? ammesso che il Cristianesimo non è in modo positivo né 
escluso né contraddetto, si può sostenere che é in modo positivo 
affermato ed espresso? Siamo, io penso, dinanzi ad un altro estre- 
mo, e non é difficile dimostrarlo, esaminando quei luoghi che sono 
parsi una positiva dichiarazione di Cristianesimo. 

C'è innanzi tutto una, secondo 1' Hildebrand ^, esplicita al- 
lusione a questo. Il « quidam me quoque excellentior: ANAPOS...» 
del IV p. 6 é la rivelazione divina ; giacché qual principio mai, 
se non il principio di rivelazione e di fede, la Filosofia potrebbe 
dire superiore a sé medesima ? 

Noi però abbiamo già visto che altri in quel quidam me 
quoque excellentior vedono un oracolo. Delle due interpretazioni 
quale si presenta piìi criticamente probabile ? Intanto la seconda 
é piìi in armonia col carattere generale del libro, essenzialmente 
ed esclusivamente filosofico. La filosofia, e tal filosofia quale Boezio 
ce la presenta, era ben più naturale che, conforme alle sue tra- 
dizioni storiche, appellasse ad oracoli che non ai libri santi. Né 
la cosa disdiceva neppure ad un filosofo cristiano, se si pensi la 
fede che ebbero nei libri Sibillini - pretesi oracoli pagani - e l'uso 
che ne fecero gli apologisti più antichi del Cristianesimo. 

Inoltre qual passo della Scrittura si citi qui non è possi- 
bile trovare, neanche se con lo Schiindelen (cit. da Hildebrand) ^ 
si ricorra alle congetture. Giacché queste congetture medesime 
ci conducono a commi, il cui senso, ma non la forma, è scrit- 



» p. 141. 

* ivi, nota. Le congeltiire nello Schiindelen sono due : a) 'AvSpò? Oau[j.' lepoTo Sawcr^p 
wxooó[j.7)a£v e P) 'Avopò; im^ 'upoio Tispiarspat oixoSo[j.ouaiv. Ma è chiaro Che in niiino di 
questi due casi abbiamo frasi scritturali, solo allusioni, e anche un po' stiracchiate, a 
frasi scritturali o pensieri. Cfr. Sap. 3, 1. 5, 1-7, 20. 8, 1-9, 17. Dan. 3, 50. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 161 

turale : ora qui mi pare evidente che, qualunque cosa si citi, o 
scrittura o oracolo o filosofo, lo si cita letteralmente. Non mi par 
quindi che qui il principio cristiano sia espressamente invocato. 

Né a rendere probabile la cosa valgono altre frasi che l' Hil- 
debrand richiama. È vero che la Filosofia è detta (IV p. 1) veri 
praecia luminìs, ma ciò non significa necessariamente eh' ella 
sia scienza propedeutica a scienza superiore, cioè alla teologia, 
ma può anche esprimere semplicemente che la filosofìa conduce 
r animo, lo guida alla luce della verità. E quando (V p. 5) la 
Filosofia dice : « quare in illias summae intellìgentiae cacumen 
si jJossa/mtSj erigamur : illic enim ratio videhit quod in se non 
potest intaeriy>^ questo non vuol dire che « Boethius wohl noch 
ein anderes Gebiet des Wissens, als die Lehren der Philosophie 
anerkannte » cioè la teologia - giacché, a fcxrlo apposta, è pro- 
prio lei la Filosofia che entra nel nuovo terreno colle citate pa- 
role dischiuso -; bensì che la soluzione del problema « come si 
compongano libertà umana e prescienza divina », è nello studio 
della divina intelligenza. 

102. Come una espressa e formale allusione al Cristiane- 
simo, COSI r Hildebrand trova nel Ph. C. una dottrina espressa- 
mente cristiana. Si tratta del IV p. 4 : quella distinzione di 
supplizi della vita avvenire in definitivi e medicinali « quorum 
alia 'poenali acerhitate, alia vero pjiirgatoria dementia exerceri 
puto y> sono il dogma cristiano dell' inferno e (e' è persino la 
parola) del purgatorio. Ora io non insisterò sull' essere qui la 
Filosofìa che parla ed esprime una sua convinzione, la quale do- 
vrebbe dunque essere convinzione filosofica. Siccome la Filosofìa 
personifica qui un poco anche Boezio, non è necessario che parli 
sempre, per usare una frase scolastica, formaliter qua Philosopìiia 
est : e il « puto » potrebbe anche credersi allusivo ad un atto 
di fede in un dogma superiore fatto da una Filosofìa meno filo- 
sofica e più umana. Ma il nocciolo della quistione è vedere se 
ciò che qui la Filosofìa dice ecceda la portata della Filosofìa, se 
quella distinzione di pene nella vita avvenire la Filosofìa, non 
la possa congetturare anch' essa e non l' avesse di fatto prima di 
Boezio congetturata. Or bene Platone, come abbiamo già visto, 
nel Gorgia 525 B, e nel Fedone 113 D, distingue nella vita 
avvenire i castighi medicinali dai definitivi , quantunque e nel 

21 



I 



162 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Fedone 114 D, e nel Gorgia 527 A, faccia intendere le sue in 
proposito essere piuttosto congetture che affermazioni : e in Se- 
neca (Cons. ad Marciam 2.5) non manca neppure la formola 
purgare. Non sembra quindi provato che qui ci troviamo di 
fronte ad una dottrina esclusivamente cristiana. 

103. Segue una serie di reminiscenze o implicite citazioni 
scritturali, rispetto alle quali il meglio mi pare esporle prima 
ad una ad una tutte, e poi vedere che cosa se ne possa logi- 
camente concludere rispetto al Cristianesimo dell' Autore. 

a) III p. 12: €Est ùjitiir summum honum, quod regit cimcta 
■ fortiter suaviterque disponiti. Ora Sap.VIII, 1: « Attingit vero a 
fine usque ad fìnem fortiter et disponit suaviter ». La remini- 
scenza biblica, senza potersi dire certa, è molto probabile. Il 
Suttner osserva con insistenza che Boezio, dopo le parole citate 
del III, 12, soggiunge: « Qaam... me non modo ea quae conclusa 
estj summa ratiomim, rerum multo magis haec ipsa quihus ute- 
ris, verba delectant... » E la ragione del diletto sarebbe il ca- 
rattere scritturale della frase. 

h) € Huc omnes par iter venite capti qaos ligat fallax . . . li- 
bido » III e. 10 ricorda Mt. XI, 28: « Venite ad me omnes qui 
laboratis et onerati estis »; ma è pura reminiscenza di forma, es- 
sendo da Boezio applicato alla Filosofìa ciò che il Cristo dice 
di sé medesimo. 

e) IV p. 1: < Esset infiniti staporis .s7' in tanti vehiti 

patrisfamilias dispositissima domo, vilin vasa colerentur, pre- 
Uosa sordescerent » . L' immagine dei vasi con la loro distinzione 
di preziosi e vili e la casa richiama 2 Tini. II, 20: « Jn magna 
autem domo non solum stmt vasa aurea et argentea, sed et li- 
gnea et fictilia : et quaedam quidem in honorem, quaedam au- 
tem in contumeliam >. Cfr. anche Rom. IX, 21-23, quantunque 
sia vero che per Boezio la casa è il mondo, per Paolo (2 Tim.) 
la Chiesa. 

104. Queste sono reminiscenze bibliche dallo Stewart (p. 101-4) 
e dall' Hildebrand (p. 143-1) concordemente ammesse. Altre vanno 
insieme con loro respinte. 

a) II p. 6 : « Quo vero quisquam ius aliquod in quempiam 
nisi in solum corpus et quod infra corpus est, fortunam loquor 
possit exercere ì » richiama assai piìi Seneca Be Benef, III 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 163 

cap. XX, che non Mt. X, 28, dove si parla di chi ha potere 
(certo in altro senso, ma ad ogni modo) suU' mìima e sul corpo: 
« qui Ipotesi et ammani et corpus i.erdere >. 

J>) Similmente II e. 7: « lam ras secanda mors manet » non 
ha proprio nulla da fare - si tratta della vita della gloria che si 
spegne anch'essa - col Oàvaio; ó ^tùiz^o^ dell'Apocalisse, per cui 
e' è pura coincidenza di frase, non probabile reminiscenza. 

e) « Tnlit crimen miqiii iustus » I e. 5, esaminato nel con- 
testo, dove sono esposte le anomalie del mondo morale, ha senso 
ben diverso dal principio cristiano di riversabilità. 

Piuttosto vi sono alcune altre reminiscenze che i due va- 
lenti autori mi paiono aver trascurate o a cui non hanno dato 
nessun peso. 

a) I p.5: «(Deus) freqaentia ckiam (in patria i. e. in coelo) 
non depidsione laetatur y> richiama I Tim. 2, 4: «(Deus) omìies 
Jiomines viiìt salcos fieri et ad agnitionem veritatis venire >. 

^) III n. 9 : « terrariim coelique sator » richiama il noto 
Gen. I, 1. 

e) I p. 5: <i^iiti quae coelum terras quoque pax regeret vota 
posuisti » ricorda il Pater noster : « Fiat voluntas tua sicut in 
coelo et in terra ». 

d) II p. 5: ^vos aiitem Deo niente consimUes-». Cfr. (len.V, 1 
« ad siniilitudinem Dei fecit illuni ». 

e) « llle (Deus) yenus hmnanum terrenis omnibus pjraestare 
voluit » II p. 5. Cfr. Gen. I, 28 e Salm. 8, 8: « Omnia suhiecisti 
sub pedibus eius ». 

f) III e. 9 : « te cernere finis ». Cfr.Ioa. XVII, 3: « Ilaec est 
autem vita aeterna: ut coynoscant te soluni Deum veruni ». 

//) ^ P* ^' ^J^^tremà vero est servitus cum citiis deditae ra- 
tionis propria^' possessione ceciderunt ». Cfr. Ioa. 8, 31: « Qui 
facit peccatuni serrus est peccati ». 

h) IV p. 3. L' imbestialire dell' uomo analiticamente de- 
scritto richiama Salm. 31, 9 : « N olite feri sicut equus et mulus » 
te 48, 13: « Homo cum in lionore esset non intellexit, comparatus 
est iumentis insipientihus et siniilis factus est illis ». Abbiamo, 
concludendo, alcuni incontri di pensiero e di forma tra il Ph. C. e 
la Scrittura, incontri nessuno dei quali forse da solo proverebbe, 
ma tutti insieme non è facile credere sieno puramente fortuiti. 



164 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

105. Senonchè che cosa provano in ordine al Cristianesimo 
(li Boezio? Direttamente provano che l'A. del Ph. C. non igno- 
rava la S. Scrittura. Ciò non basterebbe ancora a provare che 
ei fosse cristiano, ma, ripeto che non è quistione di questo qui. 
Noi sappiamo che lo era esteriormente e a credere che lo fosse 
anche interiormente la difficoltà, la quale nasce tutta dal Ph. C, 
riesce minore per queste reminiscenze bibliche del libro. Né 
vale r osservare con lo Stewart che assai più di quel che val- 
gano j5gr il Cristianesimo di Boezio (nel senso dichiarato) le 
reminiscenze, vale contro il mancamento completo di citazioni 
vere e proprie. Giacché un tal mancamento é naturalissimo an- 
che in un autore profondamente cristiano messosi di proposito 
deliberato a far della filosofia : un tal mancamento non prova 
nulla. Le reminiscenze invece, senza potersi dir prove, sono in- 
dizi e tracce del Cristianesimo dell' A., il quale, se cristiano, 
anche messosi a far della filosofia, non pò tea agli influssi del 
Cristianesimo intieramente sottrarsi. 

106. E questi influssi, ancor meglio che in queste remini- 
scenze, si appalesano nel carattere generale così negativo come 
positivo della filosofia dell' A. Negatwaynente parlando questa 
filosofia, lo mostrammo, non ha nessuna opposizione al domma 
cristiano ; il che, dati i punti che tocca così numerosi e varia- 
mente connessi col dogma, sarebbe meraviglioso in un pagano 
e molto più in un cristiano ribelle. Ma per di più quella filo- 
sofia ha una certezza e precisione che non troviamo , così , in 
nessun filosofo pagano e che richiede e dimostra l' influsso dom- 
matico del Cristianesimo. Della certezza e precisione di Boezio 
anche quando tocca le più ardue quistioni della filosofia - esi- 
stenza di Dio, suoi attributi, sua scienza e provvidenza, immor- 
talità dell'anima, sanzioni della vita futura - credo superfluo il 
dar qui una dimostrazione : essa risulta dalla esposizione che di 
quella filosofia sopra abbiamo fatta. Quanto poi queste doti ri- 
velino r influsso cristiano, lo dimostra la storia della filosofia 
pagana. Quali oscillazioni di pensiero sofl'rissero anche i migliori 
ce lo insegna , per accennar qui cosa che merita ed ha del 
resto avuto maggiore sviluppo, il caso di Cicerone che, parlando 
della immortalità dell' anima esposta nel Fedone Platonico, af- 
ferma : « Nescio quomodo chmi lego assentior; iiuum posui li- 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 165 

briim et mecum ij^se de immortaUtate animar mn coepi cogitare, 
assensio omnino elahitur » (Tusc. quaest. I, 11, 24). Lo stoi- 
cismo, che pure a Roma nelT epoca imperiale era giunto a tanta 
perfezione di morale, non avea saputo liberarsi da mille incer- 
tezze e qualche volta da errori metafìsici. Invoco per questo 
punto la testimonianza di due uomini assai diversi fra loro, ma 
concordi nell' amore della verità. Si legga il notevole Saggio 
consecrato da Gaetano Negri ai Ricordi di Marco Aurelio e si 
vedrà la esattezza di ciò che 1' A. afferma : « Marco Aurelio ha 
in fondo la coscienza vivissima della incertezza di ogni afferma- 
zione, di ogni principio trascendentale. Egli talvolta, è vero, 
s' induce, come per abitudine , a parlar degli Dei , come di es- 
seri reali e personali, ma più spesso il suo pensiero oscilla fra 
ipotesi opposte, senza riuscire a metter piede su nessuna sponda » ^ 
11 libro di Mgr. Salvatore Talamo « Le origini del Cristiane- 
simo e il pensiero stoico » è tutto una critica in questo mede- 
simo senso della metafisica non già dei più antichi, ma dei più 
recenti discepoli dello Stoa. Platone, il divino Platone, lasciamo 
stare se fosse, certo parea ai lettori romani incostante appunto 
perchè incerto nel suo pensiero « lam de Platonis inconstantia 
longiim esset disserere » (De nat. deor. lib. 1). 

Grazie a queste osservazioni storiche , quello che avevamo 
notato circa l'attitudine negativa della filosofìa di Boezio rispetto 
al Cristianesimo (non contraddizione) si trasforma : non basta 
più dire che non è anticristiana, bisogna dire che è, per questo 
stesso, cristiana: l'assenza di antitesi suona concordia: e se prima 
pò tea parere che il non contraddire Boezio al Cristianesimo fosse 
una difficoltà di meno per credernelo convinto, ora si vede che 
è una ragione di più. La filosofìa di Boezio è cristiana : l'assenza 
d' ogni affermazione dommatica cristiana , d' ogni appello alla 
Scrittura non basta a cancellare quella qualifica di cristiana, 
perchè si tratta di filosofia: la correttezza cristiana di tal filo- 
sofìa basta a dimostrare gli influssi religiosi che il pensiero filo- 
sofico dell' A. ha subiti. Più cristiano di quello che riesce nel 
Ph. C, Boezio non potea mostrarsi, per rimanere filosofo: ma non 



Meditazioni vagabonde. Milano, Hocpli, 1897 p. 127. 



■ 



106 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 



sarebbe riuscito ad apparir cristiano quanto eiFettivamente ap- 
pare, se non lo fosse stato. 

107. La piega cristiana del suo spirito è indicata anche 
altrimenti : 

1) dal giro che talvolta prende il suo pensiero , movendo 
cioè da una affermazione quasi dommatica che poi si conforta di 
argomenti e si libera da difficoltà, una specie di credo ut intel- 
lUjam. Un esempio di questo processo spirituale così tipico del 
Cristianesimo ce T offre la sua attitudine nel problema fonda- 
mentale del libro, il problema della Provvidenza. Di questa egli 
è sicuro: « Verum operi suo conditoreni praesidere Deum scio: 
nec unquam fuerit dies, qui me ah hac sententiae veritate de- 
pellai » (I p. 6). Altrove poi espone le ragioni e scioglie le dif- 
ficoltà : ma 1' animo muove da una certezza. 

2) Certi sentimenti sono tipici del Cristianesimo e credo 
che rilildebrand ^ abbia ragione di segnalare tra questi la umiltà. 
Ora, io non nego qua e là nel Ph. C. una certa compiacenza 
forse un po' soverchia degli onori avuti da lui e dai suoi figli, 
ma e' è il sentimento della umiltà verso Dio : « Humiles preces 
in coelum porrùjite » (De cons.V p. 6): « Si qttidem ittstae hu- 
militatis pyretio inaestimabilem vicem divinae gratiae promere- 
mur » (V p. 3). 

3) Finalmente e' è un po' di fraseologia cristiana quando 
l'A. parla di grafia (ib.), di praedestinatio e di arbitrii li- 
bertas. 

Concludendo, la filosofìa del Ph. C. non contraddice punto 
al Cristianesimo come ad altri parve; e, più che altri non cre- 
dano, del Cristianesimo nei suoi aspetti negativi e positivi su- 
bisce e tradisce gli influssi. Il Cristianesimo non vi è esplicita- 
mente professato, opponendovisi il punto di vista filosofico scelto 
dall' A., ma si insinua. Restano a studiare i rapporti col Cristia- 
nesimo soggettivo dell' Autore. 



p. 159. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 167 



Art. 3. 
Col Cristianesimo soggettivo dell' A. 

108. Può un Cristiano convinto collocarsi in un suo libro 
ad un punto di vista puramente filosofico ? svolgere perciò il 
suo argomento senza mai contraddire alla fede bensì, ma anche 
senza mai professarla, invocarla ? Porre così il problema è già 
un averlo risolto. Perchè un Cristiano , se è obbligato a non 
smentir mai, per conservarsi tale, la sua fede, non è obbligato 
di ispirarsi alla medesima in tutti i suoi atti. Anche un Cri- 
stiano può fare il filosofo, e il filosofo severo, il filosofo esclu- 
sivo ; anche un Cristiano può proporsi e cercare di risolvere que- 
sto quesito : quali elementi, a giustificazione della Provvidenza 
ed a conforto di un animo afflitto, possa fornire la ragione da sé 
sola. Ma il proposito - non può negarsi - singolare di Boezio, po- 
teva a lui essere suggerito da varie circostanze. 

Innanzi tutto dal suo passato scientifico. Egli era stato 
sempre un filosofo, a tendenze spiccatamente dialettiche, né avea 
cessato d' esserlo anche quando s' era applicato a materie teolo- 
giche. Il lato dialettico del dogma lo avea attirato. Qual me- 
raviglia che eziandio nel carcere, a confortar 1' animo afflitto, 
continuasse negli studi che aveano rallegrata la sua giovinezza 
e che negli anni -v^irili alle cure pubbliche gli aveano servito 
di sollievo ? 

Inoltre a mantenerlo in quella tale attitudine negativa ri- 
spetto al Cristianesimo, che riesce a prima giunta così strana, 
contribuiva il passato stesso della filosofia. La filosofia come 
scienza era nata pagana, nata fuori del Cristianesimo. Questo, 
parlo ora storicamente, non si creò una metafisica che fosse fio- 
ritura dello spirito suo , ma adottò , adattandola a sé , la filo- 
sofia pagana platonica o aristotelica eh' essa fosse. Il quale adat- 
tamento consistè più che altro nell' eliminare quelle dottrine che 
erano repugnanti ai suoi dogmi. Ora, di questa sua origine la 
filosofia era naturale serbasse l' impronta. E come i poeti cri- 
stiani, appunto perchè la poesia tra i pagani avea avute le sue 
origini e la fioritura , ben raramente riuscirono ad avvivar di 



168 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Cristianesimo V arte loro, anzi subirono parecchie cose del pa- 
ganesimo che pareano alle forme pagane indissolubilmente con- 
giunte ; cosi un filosofo cristiano non è meraviglia che apparisse, 
come filosofo, erede e continuatore di pagana filosofia, men cri- 
stiano di quello che la religione da lui professata avrebbe ri- 
chiesto. 

Infine come reazione al confusionismo tra filosofia e reli- 
gione, onde erano sorte e di che s' erano nutrite le sette gno- 
stiche, si disegnava una corrente che tendeva a distinguere le 
funzioni dell' una e dell' altra. 

109. Sia pure, si dice, che ad un Cristiano non discon- 
venga trattare un problema, che potreijbe anche religiosamente 
risolversi, ad un punto di vista puramente filosofico: sia pure, 
ma come spiegare che un Cristiano, alla vigilia della sua morte, 
cerchi conforto fuor d' ogni idea cristiana nella filosofia ? Forse 
qui si giuoca molto su di una metafora. Certo Boezio non dovea 
nutrir molta fiducia nella sua liberazione , né scriveva per af- 
frettarla il libro che abbiamo esaminato, ma non si credeva nep- 
pure alla vigilia della sua morte : era in tali condizioni fisiche 
e morali, da permettergli la composizione d' un libro abbastanza 
elaborato nell'insieme e nelle sue parti. E poi la ipotesi che 
meditasse come seguito alla Ph. C. una Th. C, se non si può 'ri- 
tener punto dimostrata, come dichiarai altrove, non è impossi- 
bile. E ad una ipotesi possibile niente ci vieta di ricorrere per 
ispiegare un fatto. 

Il caso d' un Cristiano che si conforta in prigione con uno 
scritto filosofico non è un caso frequente, ma non è neppure un 
caso che involga una contraddizione psicologica, Al postutto 
non dobbiamo noi costruire degli uomini a priori, ma prenderli 
come sono: a priori un tal uomo non è impossibile, dunque non 
si può dal Ph. C. come fatto trarre nessuna conclusione contro 
la fede intima e sincera di Boezio. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 169 



CAPO VII. 

GLI OPUSCOLI TEOLOGICI. 

110. Nel Ph. C. vi è la precipua difficoltà al Cristianesimo 
interiore di Boezio; negli opuscoli teologici la miglior prova di 
esso. Senonchè bisogna all' uopo stabilirne la autenticità, perchè 
essa pure viene discussa. 

L' Usener ^ ha, credo, ragione di osservare che il più ra- 
dicale degli argomenti contro 1' autenticità boeziana degli opu- 
scoli teologici ^ è che Boezio non sarebbe stato cristiano ; come 
poi alla sua volta che Boezio non sia stato cristiano, o certo non 
quanto era necessario per scrivere di teologia, lo si deduce prin- 
cipalmente dal Ph. C. Ora noi abbiamo dimostrato, o meglio oggi 
non si nega più da nessuno che Boezio fosse Cristiano di pro- 
fessione esterna, e che a questa professione corrispondesse l' in- 
terno sentimento è cosa che la Ph. C. non basta a dimostrare 
falsa. Con ciò la precipua obbiezione contro la autenticità degli 
opuscoli boeziani casca. Era Cristiano Boezio : dunque ha potuto 
scrivere gli opuscoli che gli si attribuiscono. 

Ma innanzi tutto potere non è sinonimo di essere: che Boe- 
zio abbia potuto scrivere gli opuscoli teologici è un conto, che li 
abbia scritti è un altro. E poi noi vogliamo nella autenticità 
degli scritti teologici trovare una conferma del Cristianesimo di 
Boezio : dobbiamo dunque stabilire questa autenticità prescindendo 
dal Cristianesimo, sia pure aliiiruìe certo, del grande filosofo. 

I mezzi che abbiamo in mano per tale dimostrazione sono 
tre principalmente : «) la tradizione storica e manoscritta ; 
})) r Anecdoton Holderi; e) l'esame interno. 

111. Cominciando da quest' ultimo si giovò di esso il Nitzsch 
per negare la autenticità di tutti e cinque gli opuscoli che vanno 

• Op. cit. p. 50. 

* Sotto questo nome si comprendono cinque trattati che nei manoscritti compaiono 
quasi invariabilmente in quest'ordine: I. De Trinitate. II. Ulrum P. et F. et Sp. S. de 
Trinilate subslantiaiiter praedicentur. III. Quomodo substantiao bonae sint. IV. De Fide 
calholica. V. Liber contra Eutychen et Nestorium. Il IH è un opuscolo di argomento 
puramente filosofico. 

22 



I 



170 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

nelle edizioni sotto il nome di Boezio. Il difensore della autenticità 
non può certo giovarsi di questo esame per provare la sua tesi, 
ma deve discuterlo come una specie di pregiudiziale : discuterlo 
per giungere ad un iiihil ohstat, che gli opuscoli sieno di Boezio 
quando altri argomenti stieno a dimostrazione positiva di questo 
fatto. Una tale discussione però, se io la volessi qui minuta- 
mente fare, non solo mi porterebbe troppo in lungo, ma anche 
fuori del dominio filosofico nel campo teologico o letterario. Mi 
contenterò pertanto di trascrivere quello che al Nitzsch rispon- 
deva il Peiper difensore della autenticità dei primi tre, o, vo- 
gliam dire, dei primi due, che quanto al terzo esso come filosofico 
ha nella quistione minor importanza. « Qitae ille (Nitzsch) ex- 
posHÌt de primo tractata p. 100-11, 113, 116, 119, de altero 
p. 126 quae nolo transcribere , vel maxime prrobant a Boetio 
qualem ex Consolatione et caeteris philosopjhis scriptis experti su- 
mics, minime potidsse scribi, nam quaecaraque ibi congessit N. 
ex scribeìidi ratione atque conditione et ingenio, immo ex mo- 
ribiis auctoris petita , indicia simt hominis non solum pjarum 
exercitati, verum adidescentis (talem produnt etiam qaae p. 80 
auclori obiecit), sed non mediocri ingenio pn^t editi adolescentis 
atque ex quo maiora et meliora spjerari poterant: talem autem 
qualem auctor in hisce op)eribus se prodit, Boefium fuisse olìm, 
cum studiorum primitias emitteret, cui videatur alienum a vero? 
et quis miretur adolescentem, qui sumpsisset dignitates senibus 
negatas, Sgmmacìio atque lohanne suasorìbus, ni fallor (hunc 
autem eundem esse qui pjostea pjapa fuit, non inanem rumorem 
crediderim) ad theologicas res tractandas sese apjpMcasse, qua- 
rum cognitio senatori poterai maxime prodesse, abrepdum autem 
brevi philosophìs studiis haec quibus parurn se vidisset aptum 
prorsus abiecisse? De tertio autem opusculo quod est de bono 
(quomodo substantiae) ne N. quidem (p. 24 n. 1) neqae lorda- 
nus (p. 11) quidquam se habere fatentur quare non possit a 
Boetio scriptum esse ». 

112. Il Peiper, ad ammettere l'autenticità di alcuni almeno 
fra gli opuscoli teologici, sbarazzatasi la via dalle difficoltà 
Nitzschiane, fu indotto dall' esame della tradizione manoscritta. 

Lo stato di essa è rappresentato nella Appendice A dello 
Stewart. I manoscritti da lui distribuiti in cinque categorie sono 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 171 

in numero di 32. 1 primi tre opuscoli si trovano, si può dire, 
in tutti, giacché due dei 32 contengono il solo trattato quinto. 
Questo manca , quasi per compenso , in due dei 30 codici che 
possiamo chiamare compioti : ma in uno di questi due è per- 
duto, secondo 1' osservazione dell' Usener , per mero caso. È il 
quarto opuscolo, esso ed esso solo , che si trova in condizioni 
eccezionali e che depongono contro la sua autenticità. Dei 30 
codici completi, uno solo 1' Einsielden 235 (sec. X o XI) lo ha 
col suo bravo titolo, ma fuor di posto, cioè dopo il 1° trattato. 
Degli altri 29, 7 ne mancano e 22 lo hanno, ma senza titolo. 
La quale esposizione basta a dimostrare che il Peiper ebbe bensì 
ragione di non accettare il trattato IV, ma non altrettanta di 
respingere il trattato quinto. La sua presenza in 28 dei codici 
completi col suo bravo titolo equilibra assai bene la sua man- 
canza in due o meglio in un solo dei codici completi , dove 
questa mancanza si può spiegare , per questo che seguiva , nel 
codice da cui il Paris. Bibliot. Reg. Mss. Lat. 1919 deriva, 
probabilmente il IV senza titolo (coni' è nella piìi parte dei co- 
dici esistenti) tacendo inoltre che questo unico codice è del 
sec. XIV e che e' è un compenso alla mancanza di esso trat- 
tato in un codice completo , nella sua presenza speciale e soli- 
taria in due manoscritti Vattc. Urbm. 532 (X), Vatic. Alex. 
160 (XI). 

L' Usener ha ragione di credere che la tradizione mano- 
scritta, quanto è da sé, prova la autenticità dei trattati I, TI, 
III, V. 

113. Sulla tradizione storica non c'è da insistere molto. 
Le linee di essa sono riassunte dall' Usener . e dallo Stewart 
(p. 109). Sedulio grammatico di non ancora determinata epoca, 
cita il Trattato V. Alenino (735-804) fa menzione del Tr. I, e 
vi attinge. Hincmaro di Reims (vescovo di questa città dopo 
l'a. 844) è famigliare coi Tr. I lì e V. Bruno di Corvey (sec. X) 
attribuisce I e V a Boezio. Notker di S. Gallo (f 1022) traduce 
alcuni passi del 1. Haimone (sec. X) accoppia il I col Ph. C. 
Abelardo (f 1142) rammenta il Tr. I e V. Dove é notevole di 
nuovo la mancanza di testimonianze che ascrivano il IV a Boe- 
zio, mentre il silenzio sul III si spiega assai meglio per la na- 
tura speciale e filosofica dell' argomento. 



172 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

Ho riassunte le altre prove dell' autenticità degli opuscoli 
teologici appunto per trattenermi un poco di più su quella che 
è certo oggi la prova più classica e relativamente, almeno fra 
noi, la meno conosciuta: V Aìiecdoton HolderL 

114. Nella Biblioteca di Carlsruhe è un mss. del scc. X 
(cod. Auglends n. CVI) che contiene le Institutìones hic/nana- 
rum rerum di Cassiodoro nella più recente e più ampia lor 
forma. Neil' ultima sua pagina (f. 53) 1' Holder trovò precedute 
da una didascalia tre biografie, una di Simmaco, l'altra di Boezio, 
la terza di Cassiodoro ^ Secondo la didascalia, le tre biografie 
sarebbero estratte da un' opera dello stesso Cassiodoro, e la bio- 
grafia di Boezio a lui attribuisce la paternità di alcuni opuscoli 
teologici. 

La didascalia infatti suona così (secondo la ediz. dell' Use- 
ner) ^ : « Excerpta ex libello Cassiodori senatoris monachi servi 
Dei ex patricio^ ex consule ordinario qudestore et magisfro of- 
ficiornm» quem, scripsit ad Rufiam Petroniiim Nicomachum ex 
consiih ordinario patriciam et niayistrum offlciorum. ordo ge- 
neris Cassiodoriormn : qui scriptores extiterint ex eormn pro- 
genie vel ex civibus eraditis ». 

E la vita di Boezio : « Boethius dignitatibus smnmis excel- 
luitj, utraque lingua peritissimus orator fuit qui regem Theodori- 
cum inSenatu prò consulatu filiorum luculenta oratione laudavit. 
Scripsit librum de Sancta Trinitate et capita quaedam dogma- 
tica et librum contra Nestorium ; condidit et carmen bitcolictim, 
sed in opere artis logicae idest dialecticae transferendo ac ma- 
thematicis disciplinis talis fuit ut antiquos auctores aut aequi- 
pararet aut vinceret ». 

115. V Anecdoton fu dall' Holder comunicato all' Usener 
che lo pubblicò con un eruditissimo commento, dove egli cerca 
di illustrare il testo ed estrarne lume di notizie storiche , ma 
anche indirettamente di confermarne 1' autenticità, dimostrando 



• Nota il Mommsen op. cit. p. V: « Reliqui institutionum earum libri scripti excerpta 
haec non habent». 

' Oltre questa ediz. che qui seguo, ne abbiamo ora una del Mommsen, il quale, li- 
mitatosi ad osservazioni critiche parziali nella prefazione alla ediz. di lordanes p. XLI, 
ha novellamente edito l' Anecdoton in testa alla ediz. dalle Varicie di Cassiodoro; in Italia 
r ediz. del Cipolla in calce alle Considerazioni etc. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 173 

r esattezza qua e là veramente notevole del contenuto ; tale e 
tanta da escludere 1' opera d' un autore tardivo e falsario. 

Così ad es. i fasti per V a. 504 ci danno come console Ce- 
thegus KeO/jyoc; C(a)eth(a)eus senz' altro. Ma dai papiri raven- 
nati (pap. n. CXIII tra i diplomatici, datato p. 172: Rufio Pe- 
tronio Nicomago Cethego ile consule sub die nonarum februa- 
riarum) il Marini avea già dedotti gli altri nomi di Cetego, Ru- 
fius Petronius Nicomachus che qui precisamente ritroviamo. È 
vero che il Cetego manca, ma per pura oblivione del compila- 
tore perchè nel ìibelìo ond'egli estraeva le sue notizie il Ce- 
tego era divenuto illeggibile : certo egli ha omesso oltre il 
Cetego le solite formole v(irtim) inl(ustrem) o v(irum) c(larìs- 
simum) et ini. — I titoli dati a Cassiodoro convengono a lui 
prima eh' egli fosse monaco e anche prima che fosse prefetto 
del pretorio. Giacché da monaco egli si segnava semplicemente 
Cassiodorus senator, e se avesse pure voluto enumerare i suoi 
titoli completi, non avrebbe allora potuto omettere la prefet- 
tura del pretorio. Il monachi servi Dei è dunque una interpo- 
lazione dell' epitomatore, ma il resto apparisce esatto. Esatto 
anche ciò che riguarda Boezio: perchè la perizia che l'A. gli at- 
tribuisce nelle due lingue greca e latina, la lode che non gli 
lesina per le sue opere scientifiche concordano con ciò che sap- 
piamo, per altre fonti, di lui : e del panegirico fatto in Senato 
a re Teoderico nella occasione del consolato dei figli parla Boezio 
stesso nel Ph. C. II, 3: eisdem in curia curules insidentibus tu 
regiae laudis orator ingenii gloriam facundiaeque merlasti. La 
notizia nuova di nncarmen òiicolicum composto da Boezio coin- 
cide con quella più generica del Ph. C. : Carmina qui quon- 
dam studio etc. (I e. 1). 

Eziandio le notizie riguardanti Simmaco ^ hanno questa im- 
pronta di storicità. La parte eh' egli ebbe nelle controversie re- 
ligiose che turbarono Roma sulla fine del V e il principio del 
VI sec, l'essere a lui indirizzato il trattato boeziano de Tri- 



' « Symmaohus patricius et consul ordinarius, vir philosophus, qui antiqui Catonis full 
novellus imitalor, sed virtutes veterum sanclissima religione transcendil ; dixil senlentiam 
prò allecliciis in senatu, parentesque suos imilatus historiam quoque Romanam septem 
libris edidit » . 



I 



174 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

nitate \ attestano della sua sanctissima religìo: il suo discorso 
prò ali ed idi s (una parola nuova ma ben formata) ci trasporta 
con molta verosimiglianza storica al momento in cui (forse circa 
il 490) per il mutato governo gli adiedi di Odoacre correvano 
pericolo di essere dichiarati nulli ^. La notizia sulla storia ro- 
mana da lui composta, coincide con la citazione che il lordanes 
nelle sue Getica (e. 15) faceva di un Simmaco « ut didt Si/m- 
madius in quinto suae ìmtoriae libro » e la illustra, togliendo 
il dubbio fin qui esistito, a qual Simmaco alludesse; e l'Usener 
prova a lungo la verità di quell' attività letteraria attribuita ai 
Simmachi con la frase parentesque suos iniitatus ^. 

Quanto a Cassiodoro (Flavius Magnus Aurei ius) '* il cursus 
honorinn suo e del padre è esattamente riferito % ed anche il 
tono un po' laudatorio dell' Anecdoton^ stando alle osservazioni 
di B. Hasensteb *^, non sarebbe fuor di carattere. 11 punto più 
controverso è quello che riguarda la storia gotica che Cassio- 
doro avrebbe scritta per ordine di Teoderico, praedpiente Theo- 
doricho rege. Secondo le conclusioni dell' Usener , il libellus, 
da cui deriva il nostro Anecdoton non sarebbe posteriore al 522, 
perchè a) « jungste ereigniss dessen es gedenkt, ist Boethius' lob- 

* Er (Boethius) hat him (Symmachus) und einem andern, den unsre hss, nichl nen- 
nen, vermulhlich dem diaconus lohannes, den ersten theologischen Tractat de trinitate 
gewidmet (Usener 26). 

* Usener p. 29 noia « In einer symmachischen Geschiclile Roms von doni angegebnon 
Umfang musste die ihronbeislung Maxirninus (denn an diesem Punkl angelangt halle der 
Verfasser aus) dem V Biich zufallen». Il frammento della storia di Simmaco, citato da 
lordanes e. 13 concerne «die vorgeschichte des Kaisers Maxirninus y>. 

' p. 29. 

•^ Cassiodorus senator vir eruditissimus et multis dignitatibus pollens, iuvenis adeo, 
dum palris Cassiodori palricii et praefecti pretorii consiliarius fieret et laudes Theodorichi 
rogis Gothorum facundissime recilasset, ab eo quaeslor est factus, patricius et consul or- 
dinarius, postmodum dehinc magister officiorum (et praefuisset formulas dictionum, quas 
in duodecim libris ordinayit et Variarum titulum superposuil) scripsil praecipiente Theo- 
doricho rege historiam Gothicam, originem eorum et loca moresque XII libris annimtians. 

* Il Mommsen (Cass. Sen. Variae Praef.) fa solo una eccezione, quanto al patriziato. 
« Quod in anecdoto legitur patricialum eum obtinuisse aut ante consulatum aut simul 
cum eo, potest in dubium vocari, non tam quod culmen illud honorum parum convenil 
homini primos administrationum gradus non supergresso , sed quod in variarum opere 
nusquam ne in inscriptionibus quidem epistularum ad Senatorem vel a Senatore datarum 
palrìciatus mentio fit, cum is in aliis hominibus saepenuniero ita enuntietur. eius honoris 
cum praeter anecdoton solus variarum index mentionem faciat, possis conicere patricium 
eum factum esse, sub fìnem praefecturae » p. XI. 

® Studien zur Variensanmlung des Cassiodorus Senator, Miinchen 1863 p. 8. cil. da 
Cipolla « Considerazioni sulle Getica di lordanes etc. » p. 37. 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 175 

rede auf Theodorich aus dem anfang des j. 522; P) Cassiodorus 
an Cethegus liat geschrieben, wahrend dieser mag. offlc. war ; 
Boethius selbst verwaltete dies amt unmittelbar ver seinem pro- 
cess, dh. nach den zuverlassigsten berichten, die seinen tod ins 
j. 524 setzen \ 522/3; das magisterium des Cethegus kann also 
nur in das indictionsjahr 521/2 fallen. Damit sind fUr die abfassung 
des sendscreibens die zeitgrenzen nach zusammengeriickt, sie fàllt 
in den kiirzen zeitraum von januar bis august 522. Die darin 
erwanhte Gothengeschichte also, in welcher der stammbaum der 
Amaler bis auf Athalaric herabgefurht war, schloss frlihestens 
mit 518, spatenstens mit 521 ab ^ ». 

Senza addentrarmi in una controversia estranea al mio sog- 
getto, debbo però notare che le conclusioni dell' Ilsener sulla data 
della storia gotica di Cassiodpro sono respinte dal Mommsen ^, 
il quale per conseguenza sposta dopo il 526 anche la data del 
lihellum, donde il nostro Anecdoton deriva ^. 

Se il libelliis si ritiene coli' Usener composto verso il 522, 
si spiega agevolmente il silenzio dell' Anecdoton sul processo ed 
il supplizio così di Simmaco, come di Boezio "\ Lo storico non 
la potea far da profeta. Ma se no, il silenzio riesce misterioso: 
giacché pensare che il compilatore abbia lui omesse queste no- 



' Nota dell' Usener: « Unsere Quelle sind hier die Ravennatischen faslen: ihre zeitliche 
disposition der erignisse hat am gelrensten Marius von Avenches bewhart (bei W. Arndt, 
Bischof Marius von Avenlicum, Leipz. i875, p, ol; Roncalli Vet. chron. 2, 40-6): 

521 e. lustino II et Opilione, ind. II... eo anno interfectus est Boetius palricius 
in territorio mediolancnse. 

525 e. Probo iuniore et Filoxeno, ind. III: bis consulibus occisus est Simacus 
patrieius Ravennae (unter 526 nur Tbeodorich tod) » . 

* p. 74. 

' Cassiod. Seti. Vnriae p. XI, Historiae Gothicae libros XII a Cassiodoro editos vi- 
deri Inter a. 526, quo Theodoricus obiil, et 534, quo eorum meminit in variis, ad lorda- 
nem (Praef. ad lordanem p. XLI) estendi. Eorum epitome extat conscripta a lordam; 
a. 551 superstite Cassiodoro. 

" Op. cit. p. XI. Posterior item variis est libellus de ordine generis Cassiodororum, 
quippe in quo variae commemorentur ; neque enim adseulior Usenero llbellum adiudicanti 
a. 523, nam principium epitomae perturbatum totum et breviatoris magis quam aucloris 
quod praefecturam non habet, nequaquam ostendit libellum ante susceptam eam scriptum 
esse ; in sequentibus autem raihi dubium non est mentionem eius latere in corrupto vo- 
cabulo praefuisset et abstinendum esse a violento remedio, quo usus est Usenerus, locum 
quo tractatur de variis, insilicium esse totum; denique Gethegum, ad quem liber dlrectus 
est, constat advixisse ad a. 546 et ultra. 

" Nel qual silenzio Usener scorge una prova di più della composizione del libellus 
nel 522. 



i 



176 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

tizie esistenti nel lihelìus è molto arbitrario ed inverosimile, 
per quanto in genere bisogni ammettere delle lacune in un e,v- 
cerptara o centone di excerpta. È però un mistero d' ordine più 
generale, come si vide sopra quando si trattava dell'attitudine di 
Cassiodoro verso Boezio, Simmaco e Papa Giovanni, le vittime 
della politica bellicosa di Teoderico. A me preme notare che quel 
silenzio riconferma 1' antichità e 1' esattezza dell' Anecdotoìì. Per 
uno scrittore o compilatore medievale sarebbe certo stato molto 
naturale il dire una parola almeno del Ph. C. e della catastrofe 
di Boezio. 

116. Ora per ciò che concerne gli opuscoli teologici, questo 
Anecdoton Holderi, che nella copia ed esattezza delle notizie ha 
tanti caratteri di autenticità, attribuisce manifestamente a Boezio 
il I ed il V ed inoltre capnta cpiaedam dogmatica. Quest' ultima 
frase è manifestamente generica : essa ci obbliga ad ammettere 
almeno due altri opuscoli teologici, ma non esclude che possano 
essere tre, e ad ogni modo non designa quali fra gli opuscoli II, 
III, IV sieno boeziani. Siccome del II e del III non si fa qui- 
stione tra quelli che ammettono in massima la possibile auten- 
ticità degli scritti teologici boeziani, bisogna dire che la que- 
stione del IV da parte dell' A. Holderi rimane ancora aperta ; 
quella intorno agli altri definitivamente risolta. 

Giacché pensare, per eludere la forza dell' argomento fin 
qui svolto, pensare che essendo autentico 1' Anecdoton , sia in- 
terpolata proprio questa frase che concerne gli opuscoli teologici 
boeziani, sarebbe cosa del tutto arbitraria ed appunto perchè 
tale, non tentata ch'io sappia da nessuno ^ 

117. Quello che invece fu tentato si è di gittare un dubbio 
universale sul l' Anecdoton, come ha fatto lo Schepps in un ar- 
ticolo del Neues Archiv XI, 123 ss. che qui riassumo e bre- 
vemente discuterò afiin di vedere qual valore abbiano i suoi 
dubbi. 

Lo Schepps osserva che in tre codici contenenti commentari 
alla Consolatio di Boezio si trova su Simmaco la notizia stessa 



• Ora che rileggo trovo in Teuffel § 478 6 che il tentativo fu fatto da F. Nilzsch 
in len. Literaturz. 1877, 714. Egli ha cercalo vergebens, dice il Teuffel, di indebolire la 
testimonianza dell' A. H. « durch Annahme eines spàteren Einschiebsels in die Worte Cas- 
siodor's». 



IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 177 

che ne dà 1' Anec. Hold. 1, 7-11. Tenuto conto delle varianti 
si dee, a suo avviso, escludere che i tre codici (S. E. M.) della 
Consolatio dipendano qui dal codice dell' Anecdoton Holderi. Il 
fatto si può spiegare con tre ipotesi : P I commentatori di Boezio 
hanno attinto ad altro codice della Epitome. In questa ipotesi 
è difficile a spiegare come essi insieme al paragrafo su Simmaco 
non a))biano trascritto il paragrafo su Boezio, così comodo per loro 
e ad un tempo aljbastanza ricco di particolari. 2^ I commenta- 
tori di Boezio hanno usato l'originale di Cassiodoro. Siccome in 
questo il paragrafo su Simmaco stava forse a varie pagine di 
distanza da quello su Boezio, si può spiegare come sia stato tra- 
scritto il primo e non il secondo. 3^ L' epitomatore dell' Anec. 
Hold., non ostante la sua promessa- di dare excerpta di Cassio- 
doro, fin dal primo nome, ossia da quello di Simmaco, ha la- 
sciata da parte la sua fonte per ricorrere al commentario del 
prediletto Boezio. Lo Schepps osserva giustamente che questa 
terza ipotesi riaprirebbe la quistione della autenticità degli opu- 
scoli teologici, ma della verosimiglianza di essa non si mostra 
egli stesso gran fatto convinto. 

118. E per verità ciascuna delle due ipotesi precedenti si 
mostra più verosimile, la seconda poi singolarmente, della terza. 
Ad ogni modo la omissione in alcuni codici, per quanto non se 
ne possa assegnare la causa precisa, non vale, potendo da pa- 
recchie cause dipendere, contro 1' ammissione in quello di Carls- 
ruhe. E più facile e naturale supporre una causa (poniamo la 
2^ accennata dallo Schepps o anche il falso apprezzamento di un 
amanuense sulla poca importanza d' una notizia su Boezio priva 
d'ogni accenno al Ph. C. e alla morte) per cui manchi in al- 
cuni codici, che un processo artificioso, per cui si sia intro- 
dotto in altri. I tre codici dello Schepps con la loro notizia su 
Simmaco confermano in massima la autenticità àeW exce)ytum; 
al quale che oltre quella «di Simmaco appartenessero anche le 
biografìe di Boezio e Cassiodoro riesce verisimile e per l'affinità 
di entrambi, di Boezio specialmente, con lui, e per la omogeneità 
della struttura e dello stile (qualità generali di ciascuno dei tre 
autori, poi attività letteraria. Per Boezio come per Simmaco ri- 
cordo di un discorso prima, poi degli scritti. Per entrambi dopo 
il 1*^ periodo un secondo col qui, - incisi semplici). 



k 



178 IL CRISTIANESIMO DI SEVERINO BOEZIO RIVENDICATO 

L' autenticità dell' Anecdoton è perciò ammessa , oltreché 
dallo Zeller e dal Teuffel, da Teodoro Mommsen, malgrado che 
niuno ignori i dubbi sollevati dallo Schepps e i due primi non 
si mostrino gran che propensi a far di Boezio un pensatore cri- 
stiano. 

119. Concludendo: credo poter dire che a provare il Cristia- 
nesimo interiore di Boezio (V esteriore è fuor di quistione) non si 
può, criticamente e storicamente parlando, farsi forti delle tra- 
dizioni sul martirio di lui ; bensì le difficoltà che contro quel 
Cristianesimo parvero sorgere dal Ph. C. con una analisi minuta 
e serena s' appianano, mentre una prova positiva e perentoria a 
favore di esso si ha nella omai dimostrata autenticità degli opu- 
scoli teologici. La quistione boeziana aperta al sec. XVIII, grazie 
al lavoro critico fattovi intorno per tutto il corso del nostro 
sec. XIX, si può oramai considerare come chiusa. 



G. Semeria, 



INNOCENZO VII 
E IL DELITTO DI SUO NIPOTE LUDOVICO MIOLIORATI 



I. 



Intorno a questo episodio, uno certamente dei piìi importanti 
dell'ultimo periodo della storia medioevale di Roma, pul)blicò fin 
dall'Agosto del 1882, a cagione di un nuovo documento rinve- 
nuto fra i manoscritti della Sessoriana di S. Croce in Gerusa- 
lemme, un notevolissimo articolo il signor Ignazio Giorgi, nome 
assai noto ai cultori delle discipline storiche, nel volume 5*^ 
fase. II-III dell'Archivio della Società Romana di storia patria \ 
che per lo studio accurato dei dettagli, per la perfetta cono- 
scenza delle fonti e per il grande apparato critico fu ed è rima- 
sto il lavoro più largo e più completo, per quanto almeno io 
sappia, intorno a tale soggetto. Di modo che al signor Giorgi, 
fra gli storici moderni, che soltanto di volo hanno sfiorato 
l'argomento '^, spetta l' onore di aver detto l' ultima e certo 
competente parola sul triste avvenimento nell'autorevole perio- 
dico già menzionato, tanto benemerito degli studii storici Ro- 
mani. Ma purtroppo nello studio del Giorgi la diligenza e l'ac- 
curatezza non vanno sempre di passo pari, secondo il mio avviso, 
col sentimento d'imparzialità, che dovrebbe animare qualsiasi 
lavoro d' indole storica ; ed anzi uno spirito di parte , troppo 



' I. Giorgi, Relazione di Saba Giaffri, notam di Trastevere, intorno all'uccisione di 
undici cittadini Romani, ordinata e compiuta da Ludovico Migliorati, nipote di Papa In- 
nocenzo VII. Ardi, della Soc. Rom. di storia patria, Voi. V, fase. II-III. 

" Gregorovius, Storia di Roma, traduz. Manzato, Voi. 6, pag. 602-65. — A. Reumont, 
Gesch. der Stadt Rom im Millelalter II, p. 1121. — F. Papencordt, Gescli. der Stadt Rom im 
Miltelalter VI, p. 453-55. 



I 



180 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 



palese e nocivo alla serenità dei concetti, trae spesso l'autore a 
conclusioni severe ed ingiuste, che falsano la natura dei fatti ed 
il carattere degli uomini che in quelli hanno avuto parte. 

Ristabilire la verità di questi fatti, ricostruire, con critica 
severa ma serena, il carattere di quei personaggi e assodarne le 
responsabilità è modesto intento di questo studio, che spero non 
riuscirà sgradito a quanti nella storia amano la spassionata se- 
renità dei "iudizii. Non è mio intendimento di fare distesamente 
la narrazione del fatto, già noto nelle sue linee generali, e det- 
tagliatamente descritto dal Giorgi; ma, premesso un brevissimo 
esame dei tempi anteriori di poco ad Innocenzo VII, necessario 
per ben comprendere i Romani dell'epoca sua, intendo trattare 
solo più largamente le questioni, che, intorno a quell'avveni- 
mento, sono tuttora controverse e che il Giorgi, per il primo, 
appunto ha rilevato e discusso. 

IL 

Nell'Ottobre dell'anno 1404 moriva in Vaticano il Pontefice 
Bonifacio IX, uno degli uomini piìi operosi ed energici dell'epoca 
sua, signore di tutto lo Stato ecclesiastico e fiero di avere ab- 
battuto, col trattato di Assisi ^ (8 Agosto 1393), l'indipendenza 
repubblicana in Roma. Chi voglia ricercare, con animo impar- 
ziale, le cagioni della completa ruina delle libertà comunali di 
Roma deve, per verità, molto più incolparne la fibra del popolo 
Romano, resa fiacca da antichi vizii di educazione morale, intel- 
lettuale e politica, dei quali non è giusto far colpa al Papato 
o tenerlo responsabile -, fibra già logora dal desiderio insaziabile 
e mai domo di ozii e di voluttà, e male atta perciò, specialmente 
dopo il ritorno della Curia Pontificia da Avignone, a partecipare 
efficacemente al governo della cosa pubblica -, che la tenace fer- 
mezza di Papa Tomacelli ^. E perchè non sembri questa afferma- 
zione priva di fondamento storico, gioverà riassumere, in modo 
affatto sommario, gli avvenimenti che in Roma agitarono gli ul- 



' Theiner, Codox Diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, III, n. 30, pag. 58. — 
Vitale, Storia diplomatica dei Sonatori di Roma (Àppend. pag. 601). 
' Gregorovius, op. cit. pag, 635, voi. 6. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 181 



timi anni del Pontificato di Bonifacio, e ricordare che il popolo di 
Roma, nei primi anni di regno di questo Pontefice, si conservava 
ancora quasi indipendente innanzi alla Curia perchè non ancora 
risoluta al pieno dominio di Roma, e trattava con questa da pari 
a pari per la tutela dei propri! diritti. 1 due trattati del 1391 
e 1392^ se svelano le incipienti affermazioni di dominio da parte 
del Pontefice, dimostrano ancora che i Conservatori ed i Banderesi, 
pur largheggiando in concessioni ed afiidjmdo al Pontefice le proprie 
milizie per combattere gli occupatori del patrimonio della Chiesa, 
conservavano ancora quasi integro, sebbene non per merito loro, 
il retaggio delle libertà comunali. Rotti gli accordi fra i due po- 
teri, nel 1392 i Romani insorsero, con le armi alla mano, per 
ottenere il rimborso di alcune spese di guerra '^, invasero il Va- 
ticano, costringendo Bonifacio a fuggire da Roma e ricoverarsi 
in Perugia, che, stanca di lotte fratricide, gli aveva offerto la 
propria Signoria. Questa fuga avrebbe potuto ofi'rire, ad un po- 
polo fiero e degno di libertà, occasione favorevole per cancellare 
gli errori passati ed instaurare un nuovo ordine di reggimento, 
che potesse mantenere l'antica indipendenza nel governo delle 
cose comunali. 

Ma il popolo Romano , logorato dalle guerre già soste- 
nute per il Pontefice, senza energia e senza fiducia in sé mede- 
simo e nell'opera dei suoi magistrati , insidiato da una nobiltà 
turbolenta e di null'altro avida che di accrescere il proprio pa- 
trimonio, e timoroso infine di perdere ora, con la residenza Pa- 
pale in Roma, la sorgente piìi certa e più comoda dei proprii 
lucri, non solo mancò di approfittare di siffatta circostanza, ma 
questa gli fu anzi cagione di piena sottomissione all'autorità tem- 
porale del Pontefice. Infatti Bonifacio IX non aveva abbandonato 
Roma solo per il desiderio di sottrarsi all'ira passeggiera del 
popolo; più alta e più sicura speranza sorrideva nell'animo a lui, 
giusto conoscitore dell' instabile e fiacca fibra dei Romani. Sperò 
che il popolo stesso vedesse la necessità di ricondurre in Roma 
la residenza Papale, e di potere imporre tali condizioni per il suo 
ritorno da distruggere per sempre nel papolo ogni velleità di in- 



' Theiaer, op. cit. Ili, n. i6, pag. 35 e III, n, 18, pag. 45. 
* Theiner, op. cit. Ili, n. 18. 




182 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

sorgere e di padroneggiare nella città. E le sue speranze non 
andarono deluse; i Romani, non ancora scorso un anno dalla 
sua dipartita, insistentemente lo pregarono a tornare; ed il trat- 
tato di Agosto sopra citato, conchiuso in Campidoglio dal Par- 
lamento, diede Roma intieramente al Pontefice e mise fine al 
governo popolare. Ogni ingerenza democratica disparve dall'or- 
dinamento civile della Città, ed un Senatore, nominato dal 
Papa, vi ebbe l'autorità suprema. Questa, in mancanza del Se- 
natore, era conferita ai Conservatori, i quali però, a loro volta, 
dovevano prestare giuramento di fedeltà nelle mani del Pontefice. 
È però dovere di sincerità affermare che in Roma la nuova 
Signoria non fu accettata senza tentativi di rivolta; e nel Mag- 
gio del 1394, più tardi nel 1390 e nel 1397, nell'Agosto del 1398 
e finalmente nel Gennaio del 1400 i Romani insorsero, sebbene 
infruttuosamente, contro l'autorità Papale. Ma chi si faccia a 
ben considerare questi ultimi conati di riscossa del popolo di 
Roma non può certo attribuirli al santo ardore di una gente, 
che pentita degli errori commessi e forte della vittoria ottenuta 
sopra i vizii della sua educazione morale e politica, si slancia 
fiera ed unanime alla conquista delle perdute libertà; ma si con- 
vince agevolmente che essi sono dovuti all'azione personale degli 
ultimi magistrati popolari, non ancora del tutto immemori delle 
gloriose tradizioni del proprio ufficio, o alla mal frenata ambi- 
zione di qualche nobile turbolento, o alle mene dell'antipapa 
Benedetto XIII, e sempre ad una esigua minoranza del popolo 
stesso ed a quello spirito di instabilità e di irrequietudine che 
è conseguenza caratteristica di una indole fiacca e snervata. Ed 
infatti l'insurrezione del 1394 fu opera principalmente dei Ban- 
deresi, come narra il Sozomeno ^; della rivolta del 1396 fu inspi- 
ratore precipuo Onorato Gaetani conte di Fondi, istigato dall'an- 
tipapa, che non trascurava occasione di sollevare nemici contro 
Bonifacio ^, e fattori principali i nobili Giovanni e Nicolò Co- 
lonna e Paolo Savelli, i quali, per altro, non riuscirono a sol- 
levare che il solo popolo di Trastevere. Anche la congiura del- 



' Specimen Hisloriae Sozomeni (Murai. R. LS. XVI: p. 1157), « Bonifacius Papa'LK 
de mense Mai propler aliquas discordias a Bannerensibus et Pupulo Romano quum mo- 
leslaretur » ..... etc. 

* Leltere del Card. Galeazzo di Pielramala (Marlene, Veter, Mon. I, p. 1544). 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 183 

l'Agosto 1398 si deve attribuire principMlinente all'opera dello 
stesso Conte di Fondi, coadiuvato da una fazione popolare a lui 
favorevole ed ai suoi complici in Roma Pietro Sabba Giuliani, 
Pietro Cenci e Natolo Bucci Natoli \ E che le mene di Onorato 
Gaetani siano state, in questa congiura, favorite soltanto da un 
debole partito popolare si può, con sufficiente certezza, dimostrare 
col fatto per cui il popolo Romano, poco tempo prima, per la 
speranza del guadagno che si riprometteva nel Giubileo ormai 
prossimo, aveva lasciato che il Pontefice sopprimesse l'ufficio dei 
Banderesi e nominasse egli, per la prima volta, il Senatore. 
Provocatori infine della rivolta del 1400, della quale non so per- 
chè taccia il Giorgi nello studio già menzionato, furono pochi 
malcontenti plebei e. specialmente i nobili Giovanni e Nicolò 
Colonna, non certo tanto animati dal desiderio di ridonare la 
libertà al popolo, quanto dalla brama di restaurare il patrimo- 
nio ed i diritti della propria famiglia. E ciò è tanto vero che 
la maggior parte dei Romani rimase indifferente alle loro mene 
egoistiche e lasciò senza aiuto Nicolò Colonna, che, subite gravi 
perdite, fuggì nella sicura Palestrina. Repressi però questi moti 
di rivolta, il Pontefice accordò la pace ai nobili, che con volgare 
■prudenza l'avevano richiesta, e regnò, sicuro Signore, su Roma. 
La sete dei facili guadagni, offerti dalla Curia, l'inettezza 
insigne nel governo della cosa pubblica, la mancanza d'ogni 
sentimento di dignità, il difetto di vera energia e di fermezza, 
cagione di turbolenza e di discordia, furono le cause prime che, 
in questo tempo, seppellirono in Roma il regime popolare. Di 
guisa che è d' uopo convenire che fu giusto, quantunque sangui- 
noso, l'epiteto di idiotij, col quale un antico storico '^ caratte- 
rizzò i Romani di questa epoca, come del pari fu ingiusta l'ac- 



' Gi-egorovius, op. cit. lib. 6, pag. 633-34. — Raynaldus, tom. XVII Annal. Ecclos. 
N. 10, ad annum 1399. (Bolla di scomunica coatro Onoralo di Fondi). — Diario di Roma 
di Stefano Infessura, pubblicato a cura di 0. Tommasini, pag. 9. (Fonti per la Storia d'Ita- 
lia, pubblicate dall'Istituto storico Italiano). — Cronache e Statuti della Città di Viterbo, 
scritti da Niccola della Tuccia e pubblicati da Ignazio Ciampi, pag. 46. (Documenti di Sto- 
ria Ital. pubblicati a cura della U. Deputazione sugli siadii di storia patria per le Provin- 
cie di Toscana, dell'Umbria e delle Marche). 

* Giorgio Stella, Annal. Gen. pag. 1176, anno 1599: «Et hoc eliam anno S. Pont, 
Bonif. in merum full constitutus Dominum urbis Romae, cuius prius idiolao artifices do- 
minium obtinebant » . 



184 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 



cusa di frode lanciata dal Valla ^ contro Bonifacio per la con- 
seguita Signoria di Roma. Non fu l'inganno che condusse Papa 
Toniacelli al dominio dell'Urbe, ma furono i vizii molteplici ed 
ostinati dei suoi indegni abitatori. 

III. 

La morte di Bonifacio IX, avvenuta nell'Ottobre dell'an- 
no 1401, fu cagione in Roma, come facilmente potevasi preve- 
dere, di nuove ed infeconde turbolenze. La fazione popolare, che, 
senza l'energia di poterle attuare, serbava ancora le aspirazioni 
platoniche al vivere libero, irrequieta, vaga di novità, da cui 
neppure essa sapeva forse che cosa potesse attendersi, eccitata 
dagli appetiti ambiziosi dei Colonna e dei Savelli, insorse do- 
mandando l'antico regime di libertà. A questa naturalmente si 
oppose il partito dei fautori del governo Papale, che aveva a 
capo il Senatore di Roma ed era f;ivorito dalla famiglia Orsini. 
Le vie di Roma furono teatro di lotte furibonde, da cui traevano 
partito malfattori volgari per commettere impunemente ogni sorta 
di delitti e di turpitudini ^. Ad ottenere una definitiva vittoria 
sull'avversa fazione il partito popolare della libertà credè op-- 
portuno rivolgersi allo straniero, ed invocò l'aiuto del Re di 
Napoli Ladislao, che già nel 1394 era stato in Roma in aiuto 
di Bonifacio IX. Giova qui il domandarsi qual concetto avessero 
della libertà i Romani di questo tempo se, per conseguirla, si 
abbandonavano nelle mani di un Sovrano forestiero, di cui non 
potevano ignorare, come era risaputo dai contemporanei ^, le 
mire ambiziose su Roma. Durante tali discordie i Cardinali si 
adunarono in conclave, obbligandosi ciascuno, quando fosse stato 
eletto Papa, di porre termine allo scisma ed anche di abdicare 
per lo stesso scopo. Nel quinto giorno, 17 Ottobre 1404, da che 



' L. Valla, De falso credila Gonslantini donalione, ediz. Hullen: « Parum anle me 
nalum, per inaudilum genus fraudis, Roma papale accepil imperium.... elc.elc. Is fuit Bo- 
nifacius IX eie. ». ^ 

' Teodorico da Niem nel libro II « De schismale » capo XXXIIII, pag. 92 così parla 
di questa epoca infelice: « ci multa mala fiebanl lune in Urbe, scilicel violenliae, stu- 
pra et adulleria et bis similia impune ». 

^ Leonardo Bruni di Arezzo (Murai. XIX, pag. 921 : Leonardi Aretini Commentarius) 
così scrive: « Ipse vero menlem erexit ad urbem Romanam capiendam». 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI ] 85 

il conclave era stato riunito, fu eletto Pontefice il Cardinale 
Cosimo Migliorati che prese il nome di Innocenzo VII. Chi 
avesse vaghezza di notizie dettagliate circa la storia di Inno- 
cenzo avanti il Pontificato potrà con profitto consultare l'opera 
di A. Kneer \ ricca di particolarità interessanti intorno a tale 
argomento. 

Tra la fazione popolare, che accampava la pretesa che il 
Papa rinunziasse ad ogni potere temporale, ed il Pontefice che 
sosteneva i propri diritti, s'interpose accortamente qual mediatore 
Re Ladislao di Napoli, che, chiamato dai Romani, non aveva tar- 
dato ad accorrere e ad approfittare così di una occasione tanto fa- 
vorevole alle sue mire aml)iziose. Egli era entrato trionfalmente 
in Roma il 19 Ottobre 1401, e nel giorno 21 dello stesso mese 
era stato in Vaticano a prestare atto di ossequio ad Innocenzo. 
Frutto della sua mediazione fu un trattato ^ fra il Pontefice e la 
suddetta parte popolare , di cui essa avrebbe dovuto chiamarsi 
soddisfatta, sebbene a me sembri un poco esagerata l' importanza 
che al trattato stesso dà il Giorgi ^, chiamandolo addirittura 
« la rivincita del trattato di Assisi » e che, in ogni modo, ri- 
vela l'animo mite e condiscendente del Pontefice. Le condizioni 
principali del trattato furono le seguenti: l'elezione del Senatore 
riservata al Papa ; concessa al popolo la nomina di sette, sopra 
dieci, Gubernatores Camerae Urbis, che però dovevano giurare 
fedeltà al Pontefice, mentre gli altri tre dovevano essere eletti dal 
Papa da Ladislao; la Curia pontificia e gli abitanti della città 
Leonina sottratti all'autorità dei tribunali urbani; Papa e Car- 
dinali esenti da imposte; la custodia del Campidoglio e la guardia 
di tutti i ponti e delle porte affidata al popolo, esclusi il ponte 
Molle e la città Leonina; nessun barone potesse porsi al ser- 
vigio del popolo con piìi di cinque lance; vietato al popolo di 
fare, d'arbitrio suo, leggi nuove, ecc. ecc. 

Ladislao ebbe in Roma onori sovrani e come sovrano di- 
spensò favori ed onorificenze, fra cui ò caratteristica quella con- 



' A Knccr, Ziir. Vorgeschichle Papst Innoceoz VII in t lahrbuck (Uislorisches) iin 
auflrage tles Gòrres Gcsellschaft » . 

' Theiner, op. cit. III n, 71, pag. 131. 
' I. Giorgi, op. cit. pag. 170. 

24 



L 



186 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

ferita a Galeotto Normanni ^ ; e il giorno 5 Novembre parti da 
Roma, ove aveva gettato le basi di tale influenza, che era ricca 
di speranze per l'avvenire. Ma la mediazione del Re, oltre il ret- 
torato concessogli della Marittima e della Campania, era costata 
ad Innocenzo una promessa, purtroppo poi mantenuta col decreto 
del giorno 11 Novembre 1404 ^, con la quale si stabilì che Egli 
non avrebbe concluso l' unione, pur tanto aspettata, della Chiesa, 
se prima il Re non fosse stato da tutti riconosciuto nel titolo 
nel pacifico possesso del suo regno ^. 

Ma la conciliazione fra Innocenzo ed il partito popolare non 
fu, uè poteva essere, di lunga durata. La condiscendenza del Pon- 
tefice incoraggiava a sempre maggiori pretese, e la fazione della 
libertà ne approfittò per modificare arbitrariamente, in parte, la 
costituzione promulgata nell'Ottobre. Ma un fatto più grave 
venne ad aumentare i dissensi fra Innocenzo ed i Romani. La fa- 
miglia Colonna, nemica degli Annibaldi, che avevano favorito 
Bonifacio IX nelle sue contese contro di essa e contro i fautori di 
libertà, decise di vendicarsi e spinse i G-overnatori ad una spedi- 
zione armata contro la Molara, ricca e ben munita Signoria degli 
Annibaldi, la quale spedizione infatti partì da Roma il giorno 15 
Aprile 1405 ^. L'animo mite e pacifico del Pontefice fu certa- 
mente addolorato di questa guerra civile e, nella speranza di 
far cessare le ostilità e di procurare una pace per tutti onore- 
vole, ordinò, otto giorni dopo la partenza della spedizione Ro- 
mana, al Priore di Santa Maria dell'Aventino, Bartolomeo Ca- 
raffa, di recarsi al campo qual mediatore di pace. Egli infatti 
si recò sul teatro della guerra e riuscì felicemente, e certo col 
consenso dei capi della spedizione Romana, nell' intento di paci- 
ficazione; però, al ritorno, egli fu improvvisamente fatto prigione 



* Muralori , Rcf. Ital. Script, i. Ili, p. 2, col. 844. (Diario erroneamente detto di Gen- 
tile Delfino). Murat. id. t. XXIV, col. 974. (Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo), — 
Teodorico da Niein, lib. II, cap. XXXV « De schisinate ». — Infessura, op. cit. (Tomma- 
sini) pag. 10. 

* Raynaldus, Ann. Eccles. t. XVII ad annuin 1404, n. 14. 

' G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Voi. XXXV, pag. 315. 

* Murat. id. t. XXIV, col. 973. (Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo). — Infes. 
sura, op. cit. (Tommasini) pag. 11. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO Di' LUDOVICO MIGLIORATI 187 

e niiseramonte venne decapitato \ Sembra che il Giorgi ^, allo 
scopo di diminuire per questo fatto neftmdo le responsabilità dei 
Romani, voglia menar buona la scusa addotta dall' Infessura, 
che parla di concordia fatta « senza volontate » dei Governatori 
di Roma ^. Ma giova considerare che il Priore Caraffa non aveva 
facoltà di costringere gli avversari i alla pace, ed il suo compito 
si limitava ad interporre fra i contendenti i suoi buoni officii, 
che potevano anche essere respinti. Se la pace perciò fu conclusa, 
fu volontà dei capi della spedizione Romana: ed anche ammet- 
tendo che i patti della concordia fossero stati stabiliti senza il 
consenso dei Governatori, la responsabilità di quell'atto doveva 
ricadere soltanto sopra coloro che avevano abusato del proprio 
ufficio e mai sopra colui, che rivestiva il carattere sacro di me- 
diatore di pace e che , di sua iniziativa , non avrebbe potuto 
addivenire ad accordo alcuno. Per le stesse ragioni egli non 
poteva essere considerato, come pensa il Giorgi, traditore della 
Città; e la fine miseranda del Priore di S. Maria dell'Aventino 
è da attribuirsi ad altre cagioni. Ed a questo proposito conviene 
ricordare che Bartolomeo Caraffa era stato un antico nemico di 
casa Colonna e che anzi, in tempo di Bonifacio IX, ebbe l'inca- 
rico, come ricorda il Giorgi, di sorvegliare l'esecuzione di uno 
fra i patti pili umilianti della pace conclusa fra quel Pontefice 
e la famiglia suddetta *. Se ora considereremo che la conclu- 
sione della pace con gli Annibaldi dovette soprattutto ferire l'or- 
goglio e gli interessi dei Colonna , i quali nel saccheggio della 
Molara speravano a diritto di farsi la parte del leone, le cagioni 
dell'uccisione del misero Priore, per doppia ragione inviso al- 
l'aristocratica famiglia, saranno anche troppo manifeste, e diffi- 
cilmente i Colonna potranno essere scagionati di tale delitto. 
Essi, che a malincuore, forse per ragioni di politica, avevano 
dovuto cedere alla nobile iniziativa del Pontefice, vollero pur 
avere una rivincita e spinsero i più audaci fra i turbolenti al- 
l'indegno reato. Giova infine ricordare che le affermazioni dell'In- 

' Murat. id. l. XXIV, cui. 976. (Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo). — Infes- 
sura, op. cit. (Tommasini) pag. 11. 

' I. Giorgi, op. cit. pag. 171-7:2 in nota. 
' Infessura, op. cit. (Toniinasini) pag. 11. 
* Theiner, op. cit. Ili; n. 59, pag. 111. 



I 



188 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

fessura, scrittore notoriamente di parte Colonnese, intorno a 
tutto quello che riguarda la nobile famiglia Romana, debbono 
essere accolte, da chi ama la verità, col più prudente riserbo. 
Il supplizio immeritato di Bartolomeo Caraffa mosse a sde- 
gno l'animo pietoso di Innocenzo, che minacciò di abbandonare 
Roma. Allora i fieri campioni della sua libertà, in maschera di 
penitenti e con torcie accese in mano, non si peritarono di re- 
carsi alla presenza del Pontefice, implorando umilmente miseri- 
cordia e perdono ^ Innocenzo anche questa volta perdonò. Ma 
dopo poco tempo nuove pretese furono accampate e si volle che 
a Paolo Orsini, Capitano della Chiesa, fosse vietato il tornare 
in Roma per la mietitura. Innocenzo non si oppose. Inoltre il 
Pontefice, per soddisfare le cupidigie mai sazie dei Romani, creò, 
nella elezione del 12 Giugno, fra gli altri, cinque cardinali ap- 
partenenti a famiglie di Roma. Ma fu invano : secondando le 
segrete istigazioni di Re Ladislao (« quia latebat anguis in herba » 
dice Teodorico da Niem) si volle ancora abusare della pazienza 
del mite Pontefice. 

IV. 

È necessario ora esaminare, in tutti i piii minuti particolari 
e con la maggiore serenità e diligenza, il ftitto che fu cagione 
principalissima della strage di S. Spirito, cioè l'assalto dei Ro- 
mani al Ponte Molle. Essendo la questione non molto chiara e 
perciò assai controversa, io mi permetto di richiamare sopra di 
essa tutta l'attenzione dei lettori, che vorranno tenermi per iscu- 
sato se, per amore di chiarezza, sarò, forse in qualche punto, 
troppo prolisso e se l'ordine della mia narrazione, per le diffi- 
coltà dell'argomento, riuscirà alquanto confuso. 

La sicurezza del Pontefice contro i Romani, nella residenza 
Vaticana, era in gran parte affidata, verso la città, al Castello 
di S. Angelo, mentre il ponte Molle, che il trattato di Ottobre 
aveva a bella posta e con opportuna avvedutezza assegnato ad 
Innocenzo, il quale lo faceva vigilare da sue genti armate, as- 
sicurava la Curia Pontificia nell' aperta campagna contro un 

• Muratori, R. I. S. t. XXIV, col. 976 (Diario di Anlonio di Pietro dello Schiavo). 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO xMIGLIORATI 189 

attacco improvviso K Questo ostacolo era troppo molesto alle 
agitate fazioni popolari, che desideravano avere una via aperta al 
Vaticano, e decisero rimuoverlo: infatti nella notte dall'uno al due 
Agosto 1105 assalirono improvvisamente il ponte, tentando in- 
cendiarlo, e sarebbero forse riusciti nell' intento se, in aiuto dei 
custodi del Ponte, non fossero più tardi sopraggiunti altri armati 
pontificii, che respinsero l'assalto. Affermo che i ribelli assali- 
rono improvvisamente il ponte, senza precedenti richieste di ces- 
sione, attenendomi alle narrazioni dell'Infessura ^ e di Leonardo 
Aretino % che non accennano a trattative anteriori all'assalto: 
tacciono completamente intorno a questo fatto Teodorico da Niem 
ed Antonio di. Pietro dello Schiavo, mentre invece S.Antonino'' 
intorno a questi avvenimenti afferma che i Romani, prima del- 
l'attacco, avevano richiesto ad Innocenzo la cessione del ponte 
per il timore che , di là , potessero invadere Roma le genti di 
Ladislao. Fra le due contrarie versioni io non dubito preferire 
quella di Leonardo , allora certamente dimorante nella città , e 
l'altra di Stefano Infessura, non davvero sospetto di soverchia 
tenerezza verso la Curia. Il Giorgi ^', sempre allo scopo di sce- 
mare la responsabilità dei Romani turbolenti, accoglie invece il 
racconto di S. Antonino solamente però nella sua prima parte, 
cioè in quella che accenna alle domande di consegna del ponte: 
però le ragioni che egli adduce a conforto di quella tesi non 
mi sembrano del tutto persuasive. Infatti l'egregio scrittore dice 
esser cosa quasi certa che si facessero ad Innocenzo amichevoli 
richieste, a proposito dei ponte Molle, perchè « i Romani erano 
sul chiedere ». Mi sia lecito però osservare che se i Romani 
erano « sul chiedere » erano anche , e forse più risolutamente, 
suU'agire ; ed il recente supplizio del misero Priore di S. Maria 
all'Aventino sta a dimostrare come, al bisogno, essi non si pe- 
ritassero a ricorrere audacemente anche alle vie di fatto. Ma 
v'ha di più: il Giorgi stesso afferma che questa richiesta « era 
tra le più gravi che mai gli avessero fatto i Romani » ; ed è 



' F. Gi-egoroviu3, op. cit. Voi. VI pag. 662. 

* Infessura op! cit. (Tommasini) pag. 11. 

' Muratori R. I. S. Voi. XIX pag. 922 (Leonardi Aretini Commentarius). 

* S. Antonino, Histor. Tit. XXII, Gap. IV § I. 
' I. Giorgi, op. cit. pag. 172. 



I 



190 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

perciò ragionevole il credere, secondo il mio avviso, che essi, 
temendo, e non a torto, che il Pontefice avrebbe finalmente re- 
spinto, dopo tante concessioni , una domanda cosi esorbitante e 
si pericolosa per lui, tentassero invece un audace colpo di mano. 
Inoltre, come lo stesso Giorgi afferma \ è accertato che l'attacco 
dei rivoltosi al ponte, quasi riuscito al principio della zuffa, fu 
poi respinto unicamente in grazia dell'accorrere di nuova gente 
armata , avvertita accidentalmente sull' albeggiare soltanto dal 
fumo che si era sollevato nel combattimento ^, in soccorso dei 
pontificii. Ora è pur ragionevole credere che , qualora fossero 
state accampate precedenti pretese di cessione del ponte, il dub- 
bio di una sorpresa si sarebbe aff'acciato alla mente dei capitani 
di Innocenzo e col dubbio la necessità di rinforzare più solida- 
mente quello scarso presidio, tanto almeno da renderlo valido 
a conservare per qualche tempo il posto , facilissimo di per se 
stesso ad essere difeso, e di coordinare tutti i mezzi di una pronta 
difesa in caso di pericolo. Invece non fu così : ed i primi successi 
ottenuti dai Romani ed i rinforzi spediti frettolosamente all'ul- 
tima ora, mentre attestano che i pontifìcii erano senza sospetto 
e che furono sorpresi , dimostrano , a parer mio , che nessuna 
trattativa , a proposito del ponte , aveva avuto luogo fra i tu- 
multuanti ed il Pontefice ^ 

I Romani, respinti dal ponte Molle, si adunarono in Cam- 
pidoglio ed eccitati dal desiderio di vendetta e dai bollori del 
vino stabilirono di assalire il Vaticano e mossero tumultuaria- 
mente all'attacco ; ma le milizie di Innocenzo resistettero va- 
lidamente , si alzarono trincee innanzi al Castel S. Angelo e 
solo la notte sopraggiunta fece sospendere il combattimento. I 
giorni seguenti, 3, 4 e 5 Agosto, furono spesi in trattative di 
accordo fra il Pontefice ed i Romani "^ , già certamente stanchi 
della lotta e forse impensieriti delle conseguenze della propria 
audacia ; e si potò giungere a tanto che i ribelli acconsentirono, 



* I. Giorgi, op. cit. pag. i75. 

* Muratori, R. I. S. Voi. XIX pag. 922 (Leonardi Aretini Commentarius). 

' Anche la relazione di Saba Giaffri, già citala, non accenna a richieste di cessione 
del ponte. 

* I. Giorgi op. cit. pag. 186-87. Il Giorgi ricerca, con grande diligenza, come do- 
vettero essere impiegati questi tre giorni ed io accetto completamente le sue conclusioni. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 191 

certo a malincuore, che la parte in legno del ponte Molle fosse 
distrutta, rinunziando così alla loro pretesa con la leggerezza 
medesima che li aveva spinti alle offese. 

Nel mattino del giorno 6 Agosto parecchi deputati del po- 
polo e alcuni cittadini ragguardevoli andarono in Vaticano per 
continuare , forse , la discussione dell^ trattative di pace , che, 
come era facile prevedere, si protrasse lungamente. Non è cosa 
assolutamente certa che in quel colloquio si giungesse ad un 
resultato definitivo ; giacché se la relazione di Saba Giaffri parla 
di « capitoli di pace firmati », quel fatto però è negato concor- 
demente da Leonardo Aretino e da Teodorico da Niem ^ e ta- 
ciuto, cosa notevole, dall'Infessura, da Sant'Antonino e da An- 
tonio di Pietro dello Schiavo. 

Il Giorgi ritiene ^ che « se la sera del 2 , il 3 e il 4 si 
trattò di pace e s'arrivò al punto di risolvere, di diritto e di 
fatto, la questione piìi ardente, non si può credere che nel col- 
loquio del giorno 6 non si venisse all' accordo » . Mi perdoni 
r egregio uomo, ma a me questa sua non sembra ragione asso- 
lutamente persuasiva : è vero che nei giorni precedenti era stata 
risoluta una grave questione ; ma da ciò non si può dedurre che 
nel giorno 6«i dovette venire necessariamente all'accordo, quando 
tante altre , e non secondarie controversie , come, ad esempio, 
le future relazioni con Re Ladislao, il ritorno temuto e già dif- 
ferito di Paolo Orsini , e sopratutto la tanto desiderata unione 
della Chiesa, alla quale i Romani non avevano mancato di sol- 
lecitare, anche con soverchia insistenza, il Pontefice ^, etc. etc. 
potevano formare ancora oggetto di discussioni lunghissime. Il 
Giorgi stesso afferma che Teodorico e Leonardo , segretarii del 
Pontefice, non potevano confessare « essersi in quella mattina 
concluso il trattato, aggravando così non leggermente le respon- 
sabilità che poteva avere la Curia nella strage seguita pochi 
momenti dopo » . Giova però osservare che se la confessione del- 
l'accordo stabilito avrebbe potuto essere nociva alla Curia nei 
primi momenti dopo l'atroce misfatto , quando le responsabilità 

' Theodoricus de Niem, op. cit, cap. XXXVI « et postquam cum Innocenlio 

multa loculi fuerunt , nec efifectlvam conclusionem recepissent » 

* I. Giorgi, op. cit. pag. 189. 

* Murai. Voi. Ili p. 2, col. 834: Additamenta ad Plol. Lucensem. 



192 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 



non erano ancor bene chiarite, non era più così quando Leonardo 
scriveva a Coluccìo Salutati la sua seconda lettera, e special- 
mente quando Teodorico dettava i capitoli del suo secondo libro 
intorno allo scisma, quando cioè cominciava ad esser noto che 
il delitto di Santo Spirito non era imputabile ad Innocenzo ed 
alla Curia , e quando , appunto perciò , l' opinione pubblica in 
Roma, come meglio vedremo in seguito, tornava a volgersi in 
loro favore. È per questa ragione che io credo che Leonardo e 
Teodorico non avrebbero avuto motivi plausibili di tener na- 
scosta la conclusione della pace, qualora fosse stata veramente 
fatta. Di più negli Additamenta ad Ptolomaeum Lucensem \ è 
detto con sufficiente chiarezza che nel colloquio del giorno 6 non 
fu concluso alcun definitivo trattato di pace, giacché Innocenzo, 
dando ancora per il momento molte buone parole, si accomiatò 
dai delegati del popolo : « satis bene prò tempore respondens, 
eos a se dimisit ». Ma il Giorgi, sotto la strana impressione 
che non era possibile , dopo tre giorni di trattative , non aver 
concluso gli accordi , respinge anche questa affermazione come 
poco plausibile. Inoltre, sebbene io possa ingannarmi, a me non 
sembra che la relazione di Saba Giaffri affermi precisamente, 
come pare evidente al Giorgi, che nell'abboccamento del giorno 6 
sia stato concluso un accordo completo e definitivo. Infatti il 
notaio di Trastevere non parla che di alcuni capitoli fatti, fra 
il Papa e gli ufficiali di Roma, intorno alla concordia, che do- 
veva ar venir e fra loro, e della sottoscrizione dei suddetti capi- 
toli ^ : ma non afferma che fosse del tutto stabilito il trattato 
di pace e rimossa ogni cagione di controversiac Ed anzi, par- 
lando del giorno dell'apposizione dei sigilli ai capitoli di pace 
sopra menzionati, si esprime in modo vago, indeterminato e tale 
da far credere con ragione che egli, di tale argomento così geloso, 
non sapesse molto di più delle incerte dicerie popolari. — Ed ora 
dovrei narrare il massacro degli ufSciiili e dei cittadini, reduci 
dal colloquio col Pontefice, compiuto per opera di Ludovico Mi- 



• Muratori R. I. S. Voi. IH. p.2, col. 835: Addi lamenta ad Ptolomaeum Lucensem. 

* I. Giorgi op. cil. Relazione di Saba Giaffri pag. 206: « Deinde diclo die lovis . . . 
euntes certa pars offlcialium prò concludendo certa capilula facta super con- 
cordia fienda inler eos firmatis dictis capilulis, quae, ul dkitur, die sequenli de- 

bebant sigillare » 



IiNNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 193 

gliorati , stabilire esattamente i nomi delle vittime e determi- 
narne con precisione il numero. Ma questo studio analitico, non 
facile per le molte e non lievi divergenze che offrono le nar- 
razioni dei contemporanei , essendo stato compiuto dal Giorgi, 
con la competenza che tutti gli riconoscono, nello scritto piìi 
volte citato, io mi limiterò a riassumere in brevi parole la nar- 
razione del misfatto, attenendomi , per quanto riguarda le mo- 
dalità dell'eccidio ed il nome e il numero delle vittime, alle con- 
clusioni di lui. 

Mentre i delegati del popolo e gli altri cittadini tornavano 
alle loro case, percorrendo la via che ora chiamasi la Lungara, 
giacché la Portica era ancora difesa da barricate, e giunti presso 
il pozzo della piazza di S. Spirito ^ furono improvvisamente as- 
saliti da una mano di gente armata, che trascinò dodici di quei 
miseri , avendo alcuni altri potuto fuggire , nel vicino palazzo 
di Ludovico Migliorati, nipote del Pontefice. Costui, fatti spo- 
gliare i delegati degli abiti che indossavano e lasciata loro la 
sola camicia ^, li fece trascinare alla sua presenza e di sua mano 
trafìsse vigliaccamente taluno di quegli infelici seminudi e tre- 
manti, abbandonando gli altri al ferro dei suoi scherani infero- 
citi. Ad uno solo accordò salva la vita perchè parente, come 
ben stabilisce il Giorgi, del Cardinale Calvi, il quale giunse in 
tempo a domandar grazia per lui. E non pago di ciò, per di- 
sprezzo e per provocazione fece gettare da una fenestra nella 
pubblica via i corpi sanguinosi ed ancora palpitanti delle infelici 
sue vittime, fra le quali erano persone affatto innocenti ed ir- 
responsabili degli ultimi torbidi che tuttora tenevano agitata la 
Città ^. E così questa atroce tragedia, che riempi Roma di ver- 
gogna e di lutto, pose termine, per il momento, alle pretese di 
coloro che si dicevano fautori del vivere libero ed alle condi- 
scendenze pericolose di Innocenzo ! 

Ecco ora la lista dei nomi delle vittime, secondo la rela- 



♦ Muratori R. I. S. Voi. XXIV col. 976 : Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo. 

* I. Giorgi op. cit. pag. 207: Relazione di Saba Giaffri eie. 

' Teodorico da Niem , De schismatc, lib. II cap. XXXVI. — Stef. Infessura, op. cit. 
(Tommasini) pag. 11-12. — Documenti di storia ital. pubblicati dalla R. Deputaz. di Storia 
patria per le Provincie di Toscana, Umbria e delle Marche. Ciampi Cronache e statuti 
di Viterbo pag. 47. 

25 



I 



194 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

zione di Saba Giaffri, illustrata e comparata così bene dal Giorgi 
con quelle riportate dai Diarii di Antonio di Pietro dello Schiavo, 
di Gentile Delfino e di Stefano Infessura : 

1. Nobilis vir Ioannes Palotii de Regione Montium. 

2. Nobilis vir Stephanus Bufali de Cancellariis. 

3. lohannes Riccarducii unus de imbussulatoribus. 

4. lohannes Pacij de Regione Columnae. 

5. Palutius dictus Censia unus de septem officialibus. 

6. Nobilis vir Petrus Tartaro de Regione Parionis. 

7. Nobilis vir Thomarocius Pauli Statij de Regione Sancti 
Eustachij. 

8. Stephanellus dictus Seldo unus de septem officialibus, 

9. Dominus Gualterius Domini Thadei legum doctor de 
Regione Pince. 

10. lacobellus Tutij. 

11. lohannes Nolle Notarius de Regione Sancti Angeli ^ 

V. 

Debbo ora seguire il Giorgi nello studio di alcune questioni, 
relative al triste fatto, le quali, sebbene siano state di già ac- 
cennate, meritano tuttavia di essere meglio discusse e chiarite. 



• Nella noia alla pag. 197 il Giorgi dice che forse un giorno il Comune ed i Citta- 
dini, mossi da sentimento di riconoscenza e di pietà patria, faranno porre sulle mura del 
palazzo di S. Spirito una iscrizione che ricordi i nomi di queste vittime e t la nobilissima 
causa in odio della quale furono spente » etc. Ora io senza dubbio ammetto, e per non 
farlo bisognerebbe aver l'animo miseramente sprovvisto d'ogni sentimento di umanità, che 
la terribile sventura incolta agli infelici delegati del popolo debba destare nell'animo no- 
stro un senso di sdegnoso rammarico e di profonda pietà; ma nego che la causa propu- 
gnala da loro, e che aveva dato origine ai recenti tumulti, possa aver diritto, da parte di 
noi nepoti, ad un sentimento di riconoscenza. E in fatti quale potrebbe giustamente at- 
tenderne da noi l'opera di questi sventurati, che, incapaci di dare a Roma un governo 
stabile ed autorevole, ciechi strumenti di ambizioni straniere e cittadine, mantenevano la 
misera Città in continue lotte fratricide, osteggiando il mite governo d'Innocenzo, che al- 
meno per il momento, era il migliore che potesse Roma sperare e meritare? La iscrizione 
che il Giorgi augura venga apposta dal Comune di Roma sulle mura del palazzo di S. Spirito 
raccomandi dunque alla pietà dei concittadini il caso miserando di queste vittime infelici, 
ma ricordi anche che un popolo non deve sperare la sua libertà da incomposle agitazioni, 
sempre sterili, finché permangano in esso i vizi di una malsana educazione civile, e che 
solo può ottenerla dalle proprie virtìi civili e sopra tutto dalla fermezza del suo carattere, 
dal sacrifizio dei suoi privati interessi a quelli della patria, e da un profondo senti- 
mento religioso. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 195 

specialmente in quei punti, nei quali il mio pensiero non può 
accordarsi con quello del sullodato scrittore. Egli dunque non 
crede potersi accogliere come vera la ragione addotta dai Ro- 
mani, secondo Sant'Antonino, per ottenere la cessione del ponte 
Molle, giacché, osserva giustamente, erano ottimi i rapporti fra 
Re Ladislao ed i fautori del regime popolare, e perciò era af- 
fatto vano il timore di un assalto, da quella banda, delle mi- 
lizie napoletane ^ E ricercando perciò una causa pili plausibile 
di tali richieste e dell'attacco , avvenuto nella notte dal primo 
al due Agosto, afferma che « i Romani vivevano sempre in so- 
spetto di qualche tentativo del Pontefice per riacquistare la si- 
gnoria di Roma » e che, per la debolezza dell'indole sua, In- 
nocenzo poteva lasciarsi « trascinare un giorno o l'altro, dalla 
corrente di idee tutte diverse dalle quali erano animati i cor- 
tigiani » e tentare una restaurazione. Soggiunge inoltre che i 
mezzi a tal' uopo non erano affatto mancanti e che i Romani 
« dovevano sopra tutto temere il congiungimento delle bande del 
Mostarda e di Ceccolino con quelle di Paolo Orsini » allora a 
Bologna. E quindi asserisce che « il ponte Molle in mano del 
Papa era una continua minaccia, e che ai Romani doveva parer 
sempre che l'Orsini arrivasse loro addosso di là e che è possi- 
bile, malgrado le promesse d'Innocenzo, che l'Orsini venisse ac- 
costandosi a Roma ». In tale stato di cose, termina il Giorgi, 
i Romani vollero provvedere alla sicurezza della città: « assa- 
lirono per non essere assaliti » ^. 

Ora, non per vano spirito di polemica ma per amore di 
verità, io non posso accettare alcuna di queste ragioni, le quali, 
secondo il mio avviso , non reggono all' esame spassionato dei 
fatti. Ed in realtà non merita di essere accolta per vera la ra- 
gione addotta del sospetto, in cui vivevano i Romani, di un 
tentativo del Pontefice per riacquistare il dominio di Roma se gli 
scrittori contemporanei, concordemente, lo dipingono come uomo 
pacifico, di animo mite e alieno assolutamente da ogni bramosia 
di potere, quale i Romani stessi dovevano conoscerlo, e se, ciò 
che più importa, tutti i suoi atti rivelavano in Innocenzo non 



' I Giorgi op. cil. pag. 184, 185. 
* I. Giorgi op. cit. pag. 186, 



196 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

un conquistatore, ma 1' uomo meno esigente e più arrendevole 
per tutto ciò che al bene pubblico si riferisse. E le sue famose 
parole rivolte agli importuni sollecitatori, le quali ingenuamente 
e sinceramente esprimono l'angoscia di un'anima debole e stanca 
di lotte, non dovevano bastare ai Romani per tranquillizzarli 
circa le intenzioni di Innocenzo ì « Nunquid omnia feci, quae vo- 
luistis, et quid amplius vobis facere possum, nisi velitis et hunc 
quem gesto mantellum ? ». Anzi Leonardo Aretino non si perita 
d'asserire, né v' è ragione, in questo caso, a dubitare che egli 
non dica il vero, che il Pontefice, malgrado le continue molestie 
già accennate, era contento del suo stato presente \ 

Non merita maggior fede la ragione dell' ambizione della 
Curia e dei cortigiani, la quale avrebbe potuto trascinare il Pon- 
tefice, per la debolezza dell'indole sua, ad una restaurazione; 
giacché, in primo luogo, nessuno dei contemporanei, neppur lon- 
tanamente, accenna a tali propositi ambiziosi, e secondariamente, 
il contegno della Curia, durante gli ultimi avvenimenti, fu tale 
da non dare adito al più lieve sospetto , avendo accettato , con 
la più sollecita rassegnazione , anche quegli accordi col popolo 
che più ferivano la sua suscettibilità ed i proprii interessi. Ma 
appunto a proposito delle idee e del contegno della Curia Pon- 
tificia, durante questi avvenimenti, sembra, o mi inganno , che 
il Giorgi non abbia un concetto assai chiaro e preciso se , nel 
suo noto studio, a pagina 185 dice, per esempio, che « la troppo 
facile condiscendenza del Papa stonava troppo col contegno della 
Corte, dei condottieri pontificii e del nipote d' Innocenzo » e poi 
a pagina 202 afferma che « il palazzo di S. Spirito, dove abitava 
il Migliorati .... doveva essere la più perfetta antitesi del trafi- 
quillo Vaticano », e a pagina 201 dichiara che « Innocenzo .... 
viveva vita inerte in mezzo a numerosi cortigiani intenti solo 
ad acquistarsi il favore del padrone e con esso cariche e bene- 
fizi ». E che pensare allora delle idee di restaurazione? Il Pa- 
drone non ne nutriva certamente e neppure ai suoi servi, so- 
lamente cupidi e venali, dovevano importare gran fatto. Che 
se davvero qualche idea di restaurazione avesse infiammato le 



' Muratori R. I. S. Voi. XIX col. 922: (Leonardi Aretini Commenlarlus) : « Pomi 
fex . . . . cupidus Olii et praesente contentus stalu » . 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 197 

menti dei Curiali, è facile immaginare che avrebbero, con ogni 
mezzo, persuaso Innocenzo a non concedere, per esempio, l'in- 
dugio richiesto circa il ritorno di Paolo Orsini, sul quale avrebbero 
dovuto fondare le più salde speranze : ed invece quella pronta 
concessione mi sembra a tal proposito davvero eloquentissima. 
Il Pontefice manteneva , è vero , ai suoi servigi , le bande 
armate del Mostarda e di Ceccolino da Perugia che accampavano 
in piazza di S. Pietro ; ma ciò, oltre ad essere un fatto divenuto 
quasi normale in quei tempi calamitosi, era urgentemente allora 
richiesto dalla sua sicurezza , ed i Curiali si lamentavano , lo 
noti il Giorgi, che Innocenzo fosse costretto a spendere, per tale 
ragione, più di quanto permettessero le rendite del Papato ^ 
Non crede con me il Giorgi che tali lamenti dimostrino all'evi- 
denza la mancanza d'ogni idea di restaurazione nell'animo dei 
Curiali? Del resto lo stesso Giorgi riconosce che quelle forze non 
erano Ijastevoli a tentare una violenta mutazione di cose ^ e forse 
neppure a garantire oramai al Pontefice, come sembra accennare la 
relazione di Saba Giaffri ^, una completa sicurezza. E stando così 
le cose può destar meraviglia il fatto per cui ultimamente, co- 
nosciuti gli intrighi di Ladislao e dei fautori della libertà, si 
era pensato di rinforzare la scarsa guarnigione che il Pontefice 
manteneva a tutela sua e dei suoi ^ Ma il Giorgi afierma che 
appunto questi ultimi rinforzi furono un « fatto positivo > che 
« ingigantì i sospetti dei Romani contro Innocenzo » e li de- 
terminò ad assalire il ponte Molle; e sembra credere che solo 
la relazione di Saba Giafi'ri vi accenni "*. E a me duole che l'e- 
gregio scrittore dimentichi, in questo punto, quanto afierma Leo- 
nardo circa le miserevoli condizioni della pubblica quiete in Roma 
e sopra tutto intorno al recente invio di un reparto di cavalle- 
ria^ mandato in città dal Re Ladislao, e circa gli aiuti richiesti 



' Theodericus de Niem, De schismalo lib. II cap. XXXYI: « Coactus fuit semper prò 

custodia suae personae dictiim Capitancuin cum grandi cxercitu arniigcrorum in 

in eodein burgo tenere et plus expenderc lenendo illos armigeros, quani emoluinenla 

valebant, quae sibi ex Papatu forsitan obvenerunt ». 

* I. Giorgi, op. cit. pag. 185. 

* I. Giorgi, op. cit. pag. 206. 
'* I. Giorgi, op. cit. pag. 186. 



k 



198 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

ed ottenuti da Innocenzo K Senza questa dimenticanza, che io 
deploro, mi lusingo che il Giorgi riconoscerebbe con me che i 
rinforzi suddetti furono imposti al Pontefice dalle crescenti tur- 
bolenze della Città, minacciose per la sua sicurezza, e dalle pro- 
vocazioni impudenti degli irrequieti fautori di libertà, istigati e 
soccorsi dal Re Ladislao. Se i Romani accrescevano le proprie 
forze e si preparavano, con provocante evidenza, alle offese, non 
poteva Innocenzo trascurare la sicurezza propria e quella dei suoi 
e fu costretto ad aumentare le sue guarentigie. Se v'ha davvero, 
in tutto ciò che si è detto, un fatto positivo, a me sembra es- 
sere appunto la palese preparazione dei Romani ad ostilità contro 
il Pontefice, che naturalmente cercò difendersi. 

E veniamo ora all'ultimo argomento addotto, a tal proposito, 
dal Giorgi ed esaminiamo se il sospetto dei tumultuanti Romani 
che Paolo Orsini potesse propriamente per il ponte Molle ope- 
rare la sua riunione , tanto temuta secondo il Giorgi ^, con le 
bande del Mostarda e di Ceccolino, abbia qualche fondamento di 
verità. L'esame piìi superficiale della situazione del ponte Molle 
e della residenza pontifìcia basta a dimostrare, a luce meridiana, 
che il condottiero Romano non soltanto non aveva alcuna neces- 
sità, per effettuare quella riunione, di attraversare il ponte sud- 
detto, ma che anzi lo scegliere, per tale intento, quella via sarebbe 
stato un errore che lo avrebbe allontanato dalla sua meta. In- 
fatti Paolo Orsini, abbandonata la via Cassia, a non grande di- 
stanza da Roma e superati, lungo la via trionfale, i facili poggi 
di Monte Mario, già occupati e fortificati dalle milizie pontificie % 
aveva agio di scendere direttamente fin presso il lato seU-en trio- 
naie delle mura Leoniane e riunire cosi le proprie alle milizie 
degli altri due capitani pontificii. E poteva anche raggiungere 
il medesimo intento, ma non sarebbe stata forse la via piìi op- 
portuna , attraversando , prima del ponte Molle , i prati che si 

' Muratori R. L S. l. XIX col. 922: (Leonardi Aretini Comrnenlarius): « sed 

tanta perversitas erat quorundain polentium in Populo Romano, ut nullus quieti reiin- 
queretur locus. Tandem vero crescentibus suspicionibus et equitatti a Rege stibmisso, Pon- 
tifex quoque aiixilia suorum arcessere coactus est » . 

* l. Giorgi, op. cit. pag. 185. 

' Muratori R. l. S. tomo XIX col. 923 (Leonardi Aretini Comraentarius) .... « et 

per laniculi collem adversus Molem Adrianam stationes nostrorum milites opposilae 

fuerant valloque et aggere in modum castrorum numitae ». 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO iMIGLIORATI 199 

stendevano sulla sponda destra del Tevere, fra il ponte suddetto, 
la mole Adriana ed il piede delle colline Gianicolensi ; quei 
prati medesimi sopra i quali doveva, fra breve tempo, riportare 
la segnalata vittoria sopra Giovanni Colonna. E la cosa mi sem- 
l)ra di tale evidenza che io non so comprendere come possa essere 
sfuggita al solito discernimento del Giorgi. Forse i Romani, 
nell'imminenza di nuove ostilità contro la città Leonina, pote- 
vano temere di essere assaliti dall'Orsini, per il ponte Molle, 
ai fianchi ed alle spalle ; ma non era timore ragionevole. Infatti 
i pontificii, riunite le loro forze e padroni della città Leonina e 
delle sue porte, non avevano bisogno, per raggiungere i loro in- 
tenti, di ricorrere a quel lontano e pericoloso aggiramento. E 
del resto a che più perdersi in congetture ed induzioni se, come 
riconosce lo stesso Giorgi \ non v'ha una seria prova che possa 
addursi in favore dell'avvicinarsi di Paolo Orsini da Bologna a 
Roma ? E qui mi sia permessa una osservazione la quale io non 
intendo che debba recare offesa ad alcuno, ma che solamente valga 
a manifestare un convincimento profondo dell'animo mio. Concedo 
allo storico il più ampio diritto di valersi dell'induzione, e con- 
vengo pienamente nell'audace giudizio dell'illustre Mommsen ^ 
« essere la fantasia madre d'ogni poesia siccome d'ogni storia », e 
so che il genio di tale scrittore, che si manifesta appunto in quasi 
inspirate intuizioni degli avvenimenti, non deve trovare pastoie 
nelle affermazioni di pili o meno antichi documenti ^. Ma credo 
però che sia necessario, anzi indispensabile, per la serietà di 
cotesti studii, che l'induzione sgorghi spontanea e sincera dal- 
l' esame coscienzioso e sereno degli uomini e degli avvenimenti 
e cioè come effetto logico di cause ben discusse,, stabilite e com- 
parate nelle loro reciproche relazioni. Che se l'induzione debba 
invece valere a svisare il senso storico dei fatti in favore di un 
particolare concetto politico , allora questa facoltà largita allo 
spirito umano non arreca piìi un benefìcio ma un danno, perchè 
nuoce alla perfetta conoscenza del vero. 



' I. Giorgi, op. cit, pag. 186, 
' T. Moniinsen, Romischc Gescliiciilc Voi. V. 

* 0. Tommasini, Arciiiy. R. Soc. Romana di Storia patria Voi. 2 pag. 244. - Recen- 
sione all'opera di Brosch Moritz « Papst Julius II und die Grundung des Kirchenstaales » . 



200 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

Escluso pertanto ogni sospetto dei Romani intorno al Re 
Ladislao, e dimostrati vani i loro timori di tentativi di restau- 
razione da parte dei Curiali, ed infondata l'ipotesi che T occu- 
pazione del ponte Molle potesse giovare ai ribelli per impedire 
il ritorno di Paolo Orsini, mi sembra poter riaffermare,, fino a 
miglior prova contraria, che i Romani, i quali d'accordo col Re 
di Napoli si venivano preparando evvìentemente alle offese, as- 
salirono non provocati il ponte per aver pronta quella via pili 
comoda e piti breve ad investire il lato settentrionale delle mura 
Leoniane e compiere così il meditato accerchiamento del Vati- 
cano ^ E forse, sospettando che Innocenzo avrebbe abbandonato 
Roma, in tutta fretta, ai primi sentori della ribellione, vollero 
aver libero l'accesso alla via Cassia per molestare la even- 
tuale ritirata del Pontefice. L'affermazione dunque del Giorgi 
che i Romani « assalirono per non essere assaliti » non risponde 
alla verità ed anzi, secondo il mio giudizio, travolge a dirittura 
il senso storico dell'avvenimento, facendo apparire come provo- 
cati i soli e veri provocatori. 

VI. 

Dopo l'esame di queste varie questioni, nelle quali io, per 
amore di chiarezza, ho forse troppo a lungo trattenuto i lettori, 
il Giorgi tratta quella gravissima, anzi la piìi grave di tutte, 
come egli stesso afferma, della parte diretta o indiretta che il 
Pontefice avrebbe potuto avere nel delitto del nepote. E dal- 
l'esame, sebbene poco benevolo, del carattere mite d'Innocenzo, 
dal considerare che nessun interesse personale o delhi, Curia 
potè dar pretesto a tale misfatto, dalle concordi testimonianze 
dei contemporanei che affermano il Papa essere affatto ignaro 
del delitto, e dimostrando non vero il racconto dell' Infessura 
con ragioni eccellenti ^, trae la conclusione che Egli « non 

• Del resto le cattive intenzioni dei Romani contro Innocenzo sono accennate anche 
nella «Vita d'Innocenzo VII» edita dal Muratori nel voi. Ili, parie 2, R. I. S. col. 833. In 
essa si afferma che dopo rinsiK^cesso del ponte i Romani « Denmin ordinaveriml naves 
et funes ad transcundum Tiberim, ut nocle caperent Papam; sed Deus omnipotens non 
permisil». In ciò v'è certo esagerazione, ma dimostra qual fosse l'animo dei Romani verso 
il Pontefice. 

* Stef. Infessura, Diaria rerum Romanarum (Tommasini) pag. U. — I. Giorgi, op. cit. 
pag. 199. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 201 

ebbe parte diretta » nel delitto di Ludovico Migliorati K Ed io, 
in appoggio di tale sentenza, che logicamente e storicamente 
discende dal semplice esame dei fatti, aggiungo che non poteva 
essere diversamente , attesa la natura deli' indole di Innocenzo, 
assolutamente contraria e rifuggente da qualunque violenta e men 
che retta impresa. Pure, in. omaggio alla sincerità, non debbo te- 
ner celata una considerazione, che potrebbe forse generare qualche 
dul)bio in contrario. E infatti potrebbe a taluno sembrare, che 
il Migliorati, per quanto piaccia immaginarlo violento e incon- 
siderato e spinto dalle istigazioni dei compagni d'arme, forse 
stanchi di quiete, dei quali dovrò parlare in seguito, e per quanto 
sapesse di poter fare a fidanza con la debolezza dell'animo e con 
la benevolenza dello Zio, non avrebbe mai osato di arrischiarsi 
di sola sua iniziativa, tacendo affatto col Pontefice e con i Cu- 
riali, in una impresa che poteva costare alla Curia danni in- 
finiti e ad Innocenzo il trono e la vita stessa, come infatti poco 
mancò non avvenisse. Ma questa semplice presunzione è esclusa 
dalla stessa storia degli avvenimenti. Infatti se intorno al delitto 
fossero stati concertati accordi fra il Pontefice ed il nepote, non 
può mettersi in dubbio che sarebbe stato anche provveduto, con 
la maggiore sollecitudine, ad ogni mezzo di efiicace difesa ed 
offesa per reprimere e vincere la inevitabile ribellione del popolo 
provocato e avido di vendetta, e che almeno sarebbero state adot- 
tate precedentemente tutte le misure di precauzione per assicu- 
rare, in caso estremo, al I*ontefìce ed alla Curia scampo pronto 
e sicuro. Narra invece Teodorico che i Curiali, nel giorno della 
strage di S. Spirito, furono assaliti da grandissimo terrore e sti- 
marono di avere appena speranza di salvezza ^ ; e Leonardo assi- 
cura che in Vaticano erano accolte vettovaglie solo per pochi 
giorni ^, e che le mura della città Leonina, in più parti cadenti, 
mal si prestavano ad una seria difesa. Così pure sappiamo che 
in quel primo momento di angoscioso stupore il Pontefice ed i 



' I. Giorgi, op. cil. pag. 200. 

* Tiieodoi-icus de Niem, op. cit. liij. II. capo XXXVI: « maxiinus timor invasil ea 
die Curiales, quia vlx salutis spem haljcbant». 

' Muratori, R. I. S. tomo XIX. col. 925: (Leonardi Aretini Commcniarius) « Vcrum 
quia commeatus paucorum admodum dierum aderat.... vicit corum sentenlia qui suadebant 
e vestigio abeundum». 



I 



202 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

suoi non seppero a qual partito appigliarsi : e chi consigliava una 
fuga immediata e chi proponeva di aspettare gli eventi. Prevalso 
infine il consiglio di. abbandonare subito Roma, il Pontefice ed i 
Curiali ebbero appena tempo di far raccogliere poche suppellettili 
e qualche bagaglio ^ e di prendere in tutta fretta, nell' ansia piìi 
ardente, la via dell'esilio. Questi fatti serenamente considerati 
escludono assolutamente ogni responsabilità diretta d'Innocenzo 
nel tristissimo avvenimento e dimostrano nel delitto di Ludovico 
Migliorati una inconsideratezza quasi pari alla brutale ferocia. 
Però se il Giorgi riconosce che il Pontefice non ebbe parte 
diretta nel misfatto del nepote suo, ammette , con la più pro- 
fonda convinzione, che una parte almeno di responsabilità indi- 
retta debba ricadere sopra Innocenzo a cagione degli elogi, che 
Egli, dopo pubblici rimproveri, fece dell'audacia e del valore 
del nepote, secondo quanto asserisce Teodorico da Niem ^, E cer- 
tamente se le parole del Segretario pontificio si potessero acco- 
gliere , in questo caso , senza prudente riserva, sarebbe assai 
difficile il sostenere un giudizio contrario. Giova intanto notare 
che, qualora le suddette parole dovessero ritenersi per vere, esse 
renderebbero falso il ritratto morale di Innocenzo descritto dallo 
stesso Teodorico ^ ; giacché per verità non può dirsi piìi probo e 
mite colui che a mente calma, senza necessità, potè glorificare 
determinatamente l'atto infame della piìi vile e meditata ferocia. 
Si deve quindi affermare senza esitazione che Teodorico è in er- 
rore quando descrive il carattere di Papa Migliorati, o allorché 
attribuisce al Pontefice parole di encomio per il delitto del ne- 
pote. Ma anche Leonardo Aretino ed i contemporanei ci descri- 
vono Innocenzo come uomo probo e mitissimo ; tutti i suoi atti 
lo rivelano tale, ed anche il Giorgi conviene in questo giudizio. 
Non potendo quindi cader dubbio alcuno sulla verità del ritratto 
morale d'Innocenzo quale é stato fatto da Teodorico, bisogna ri- 



• Muratori, I. e: « Igitur sarcinas colligere et impedimenta componere nostri contcn- 
dunl. Quod ubi per angustlam temporis factum est». 

' Theodoricus de Niem, op. cit. lib. II. cap. XXXVII: « cum cognovisscnt Romani quod 
Innocentius valde increpasset Ludovicum quod tanlam stragem de Romanis feceral;,... ta- 
men simulanter fecerat illud Papa, qui saepe de austeritate dicti Ludovici loquendo ex hoc 
gratulabatur in immensum, adscribcnj feni ei Tulli Gaesaris audaciam et virtutem ». 

* Theodoricus de Niem, op. cit. lib. II. cap. XXXVI: « Ipse vero Innocentius, qui fuit 
vir pacificus, milis et probus » , 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 203 

conoscere che l'asserto delle lodi prodigate, secondo lui, dallo 
Zio al nepote per il massacro di S. Spirito non è vero, o a dir 
meglio non è esatto, come spero di poter dimostrare fra poco. 

E utile intanto ricordare che Stefano Infessura, nato circa 
trentacinf|ue anni soltanto dopo questi avvenimenti, non sospetto 
certo di soverchia parzialità a favore dei Pontefici e della Curia, 
e che anzi tenta nel suo Diario di far credere ad accordi per il 
delitto fra il Papa ed il nepote, non accenna affatto a cotali 
encomii. Ed anche il Platina, nato in età assai più lontana, è 
vero, ma certamente poco henevolo anche esso , come è noto, 
verso Innocenzo , non accoglie il racconto di Teodorico e tace 
intorno a questi elogi, che a lui avrebbero offerta gradita occa- 
sione a denigrare il Pontefice. E questo silenzio a me non sem- 
bra senza importanza. Inoltre è noto che, scorsi appena pochi 
giorni dalla strage di S. Spirito, i Romani, convinti della in- 
nocenza del Papa V, liberarono dalla prigionia tutti i Curiali e 
resero loro i beni confiscati; e l'opinione pubblica, voltasi per 
tal convinzione in favore d'Innocenzo, cominciò a desiderare il 
suo ritorno in Roma. Ora a me sembra difficile credere che il 
Pontefice, con parole di elogio dette con l'intendimento preciso 
loro attribuito da Teodorico, cioè imprudenti, anzi provocatrici, 
volesse proprio allora richiamare sopra di sé, quasi a dispetto, 
gran parte degli odii popolari e alienarsi scientemente le simpatie 
rinascenti dei Romani, dalle quali appunto allora Egli doveva 
sperare il prossimo suo ritorno in Roma e la pace e la tran- 
quillità della Curia. Giudichi chi ha fior di senno e giusta co- 
noscenza del cuore umano ! 

Ma si dovrà dunque concludere che Teodorico, Segretario 
del Pontefice e scrittore ordinariamente schietto e sincero, abbia, 
in questo importantissimo punto della sua storia, asserito il falso? 
Una tale ipotesi non è accettabile, ed io credo doversi spiegare 
diversamente il fatto. 

I biografi di Innocenzo sono tutti concordi nel descriverlo 
parlatore singolarmente facile, copioso ed elegante ^, ed è pur 



' F. Givgorovius, op. cit. pag. 666. — Theodoricus de Niem, op. cit. lib. II, cap. XXXVII. 

' Ciacconius, Historiae Ponlificum Rom. tomo II, anno i40i, n. 713: «adduntque 

illum singularemque facundiam et venusiatem in dicendo obtinuisse». 



I 



204 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

noto che Egli non seppe valersi sempre di questa sua qualità 
in maniera moderata e prudente. Infatti, essendo ancor Cardi- 
nale, Egli fu solito dire dei Pontefici, suoi predecessori, che essi 
per negligenza o per timidezza non avevano curato di estinguere 
lo scisma che dilaniava la Chiesa \ ridonando così la pace 
alle coscienze turbate. La sua elezione al Pontificato fece perciò 
battere di viva speranza i cuori di tutti, e non potendo Egli a 
sua volta, e non per solo suo fatto, conseguire l'unione tanto de- 
siderata, dovette certo pentirsi di quelle imprudenti parole che gli 
fruttarono giuste molestie dai contemporanei e biasimo non affatto 
immeritato dai posteri. Ora non è improbabile, secondo il mio 
avviso, che, nella foga di colloquii confidenziali, inspirati dalla 
gioia indulgente per lo scampato pericolo, possano essergli sfug- 
gite, alludendo genericamente aU/ indole fiera ed audace del 
nepotej, parole di " lode , che , per l' ancor troppo viva e triste 
memoria del delitto di Ludovico Migliorati , furono , contraria- 
mente all'intenzione sua, riferite invece particolarmente alla 
strage di Santo Spirito. Il Segretario pontificio, a cui , per il 
triste compiacimento di trovare nelle espressioni degli altissimi 
personaggi uno sfogo a maligne supposizioni, vennero riportate 
le suddette parole di elogio, credette forse officio di storico im- 
parziale di farsi eco di tali inesatte interpretazioni. Ora, anche 
così giustificate, non può dirsi che le parole d'Innocenzo siano 
state opportune e prudenti ; ma non v' ha chi non veda qual diffe- 
renza enorme corra fra le probabili intenzioni del Pontefice e 
l'interpretazione di cui le sue parole furono oggetto. 

Dobbiamo ora trattare un'altra questione: Innocenzo punì 
lo scellerato delitto del nepote? È noto che gli scrittori dell'e- 
poca ed i posteriori sono discordi intorno a tale argomento, alcuni 
affermando, altri negando il castigo senza addurre però, a so-, 
stegno delle proprie asserzioni, alcun documento ^. Ora io, nella 



* Ciacconius, 1. e. « laooceniius enim, quum adhuc Cardinalis esset, carperò negli- 
genliam et timiditatem priorum Pontificum consiievcrat, quod diceret eoruin socordia fa- 
cium ne schisma haclenus extinclum et sublalum esset». 

* Teodorico parla solo di rimproveri e Nicolò della Tuccia asserisce che Ludovico 
fu scomunicalo. Di una penitenza canonica parla il Gregorovius, ma ncfn adduce docu- 
menti; ed il Giorgi, fallile le ricerche falle dal Levi per lui nell'Archivio Vaticano, 
crede che il breve con cui essa fu imposta sia da ricercare nell'Archivio della Peni- 
tenzieria Apostolica. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 205 

speranza di poter risolvere definitivamente la controversia, sono 
lieto di richiamare l'attenzione degli studiosi sopra un docu- 
mento, da me rinvenuto nell'Archivio Vaticano e precisamente 
nel Regesto d'Innocenzo VII n. 331, foglio CCXVII, che io 
crèdo possa gettare molta, anzi completa luce su tale questione. 
Il documento è una copia della lettera « titulus » ^ d'Inno- 
.cenzo scritta in Roma, in data del 9 Ottobre 1406, in risposta 
ad una petizione di Ludovico, con la quale il Pontefice accorda 
al nepote ed alla sua moglie, di cui veniamo così a conoscere 
il nome, la facoltà di essere assoluti da un confessore ordinario 
anche nei casi risercati alla Santa Sede e -per quei delitti che 
avevano dato luogo a senteìize di scomunica^ di sospensione e 
di interdetto ^. Ora a me sembra certo che questa importante 
concessione di Innocenzo, cosi chiara ed esplicita e così condi- 
zionata ed alla quale non è possibile dare altre interpretazioni, 
riveli manifestamente una grave pena canonica inflitta al nepote 
appunto per il delitto commesso <k p-o commissis », giacché non 
consta in alcuna maniera che Ludovico si fosse reso colpevole, 
per il passato, d' altro misfatto così grave da meritare tale pu- 
nizione ecclesiastica. E quindi l'accurato esame di tutto il do- 
cumento e della sua data ci permette di stabilire con quasi asso- 
luta certezza, giova ripeterlo, che Innocenzo, in pena del delitto 
di S. Spirito, inflisse al nepote una delle maggiori punizioni ca- 
noniche, dalla quale, dopo quattordici mesi circa, sollecitato dalle 
preghiere di Ludovico e della consorte sua, concedette eh' egli po- 
tesse essere assoluto con la lettera di già menzionata. Stabilita così 
questa importante verità, essa, a sua volta, concorre validamente 
a dimostrare inesatta la famosa asserzione di Teodorico, relativa 
agli elogi di Innocenzo e già da noi discussa ; giacché non è pos- 
sibile ammettere che il Pontefice, dopo aver punito l'atto nefando 
del nepote con una (frarAssima ][)ena canonica , e non con soli 
rimproveri, lo abbia poi ritenuto degno di plauso e di lode. 

Ma il Regesto d' Innocenzo VII n. 333 ci permette di sta- 
bilire un altro fatto di discreta importanza per noi, e che getta 



* A. Giry, Manuel du Dlplomatique : La Chancellerie Pontificale, troisième période, 
pag. 688-89. 

' Vedi l'Appendice: Documento N. 1. 



I 



206 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

qualche luce sulla vita poco nota di Ludovico Migliorati. Al 
foglio CCXVIII è riportata la copia del « titulus » ' del Pon- 
tefice, che, in data 11 Aprile 1405, nomina il nepote Rettore 
di Todi , la qual città non sembra che fosse allora in condi- 
zioni normali di buona amministrazione. Sempre in data del 
mese di Aprile un'altra copia di un « mandamentum » ^ d' In- 
nocenzo dello stesso Regesto raccomanda ai priori di quella Città 
il nepote e li esorta a comportarsi con lui con sincerità e con 
affetto. Finalmente il foglio CCLXVI dello stesso Regesto riporta 
la copia del « mandamentum » ^ del Papa , in data del 6 Giu- 
gno 1405, il quale revoca a quella Città i privilegi che godeva. 
Questi documenti, riguardando solo indirettamente i fatti che io 
debbo trattare, mi limito ad accennarli soltanto per tener conto 
specialmente delle date nelle quali essi furono scritti. E noi 
possiamo stabilire, come dicevo poco prima, con molta probabi- 
lità, che Ludovico fu assente da Roma dai primi giorni di Aprile 
del 1405 fino al principiare di Giugno dell' anno medesimo e 
forse anche più a lungo ; ed è appunto questa circostanza che 
io prego i lettori di non voler dimenticare. Intanto mi sia le- 
cito accennare brevemente che il Regesto n. 334 fa menzione 
degli altri due parenti di Ludovico Migliorati, Antonio e Gen- 
tile, che furono dal Pontefice nominati Rettori, il primo di Narni, 
Terni, Rieti e di Amelia, ed il secondo di Todi nel Luglio e nell'A- 
gosto del 1406 ''. Ed è cosa quasi da destar meraviglia che questi 
congiunti, data la debolezza dell'indole d'Innocenzo, la tristezza 
dei tempi e l'audacia del rifiorente nepotismo, non abbiamo ten- 
tato, con imprese pari a quella di S. Spirito o rivaleggianti con 
quelle non meno feroci del Prignano e del Tomacelli, di illu- 
strare il proprio nome e di eternare la loro memoria. 

Intorno alla causa che spinse il Migliorati al delitto non 



' Innocentius Dilecto filio Nobili viro Ludovico do Melioratis domicello Sulnio- 

nensi Givilalis nostrae Tuderlinae eiusque Comilatus, Terrilorii et Dislriclus prò nobis 

et Romana Ecclesia Rectori salutem Datuni Romae apud Sanctiim Petrum 

secondo Idus Aprilis pontificatus nostri Anno primo (Regesto N. 333 fol. CCXVIII Ar- 
chivio Vaticano). 

* Regesto N. 333 fol. CCXXVII (Archivio Vaticano). A Giry op. cit. pag. 689. 
» Regesto N. 333 fol. CCLXVI (Archivio Vaticano). 

* Archivio Vaticano Regesto N. 334 fogli CXXII e CLXVII. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 207 

mi sembra doversi spendere molte parole. Il Giorgi crede ^ che 
la più lontana origine della strage del 6 Agosto sia da ricer- 
care nell'amicizia che strinse Ludovico al Mostarda e nelle sug- 
gestioni malvagie di costui, che stanco di poltrire nell'inazione 
infruttuosa, spinse lo sconsigliato nepote del Pontefice, sdegnoso 
anch'esso di quell'ozio, al misfatto. Giova però considerare in 
primo luogo che il Migliorati ultimamente era stato per un tempo 
non breve, assente da Roma, come ho testé dichiarato, e che 
perciò alle istigazioni del Mostarda era forse mancato il tempo 
necessario per compiere 1' opera loro ; e che secondariamente è 
strano credere che Ludovico si sia lasciato vincere dal fastidio 
dell'inoperosità proprio allora quando i palesi preparativi belli- 
cosi dei Romani e di Ladislao promettevano al piìi presto guerre 
e saccheggi. Esclusa poi, per le ragioni di già esposte, ogni idea 
di premeditazione e di mire politiche, alle quali però crede il 
Giorgi ^, io penso doversi attribuire il delitto ad un istante di 
esaltazione feroce dell' animo malvagio di un soldato che , non 
sapendo resistere a continue e studiate provocazioni, tentò ven- 
dicare sé stesso e lo Zio nella nota ed indegna maniera. 

Ed ora debbo osservare, per amore di sincerità, e come sin- 
tomo non del tutto trascurabile, il fatto per cui non pochi scrittori 
posteriori , notoriamente di parte pontificia , non escludono per 
nulla nel delitto di Ludovico ogni responsabilità d'Innocenzo, ed 
anzi senza sottintesi la stabiliscono. Non intendendo né sapendo 
spiegare agevolmente lo strano fenomeno, dovuto forse a cause 
infinitamente varie , io mi limito ad accennare soltanto a tali 
scrittori ed alle opere loro nelle quali si conserva e si mantiene 
viva la memoria così ingiusta del fatto. E in primo luogo noto il 
Codice Ottoboniano Vaticano 828 (cart. in 8' sec. XVII carte 232) 
contenente una serie non interrotta di cenni cronologici e di epi- 
grammi relativi alle vite dei Pontefici da S. Pietro a Grego- 
rio XIII ed i ritratti a stampa dei Papi medesimi. Ogni cenno 
biografico è compendiato in quattro soli distici ; e non fa perciò 
meraviglia che vengano ricordati soltanto gli avvenimenti più 
importanti di ogni Pontificato. Autore di queste brevi biografie 



• I. Giorgi, op. cit. pag. 203. 

* I. Giorgi, op. cit. pag. 202. 



k 



20B INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

in versi, secondo una nota apposta nella prima pagina del Co- 
dice ', è ritenuto il noto Angelo Massarelli, segretario del Con- 
cilio Tridentino e morto nel 15G6 vescovo di Telese % oppure 
il Domenicano Abramo Bzovio, il famoso continuatore degli an- 
nali del Cardinale Baronio. In ogni modo è certo che le biografìe 
sono opera di scrittore ligio alla Curia Pontificia, e fa meravi- 
glia che egli abbia creduto di accennare al fatto di S. Spirito, 
nella biografia d' Innocenzo VII % in modo così poco favorevole 
alla buona fama del Pontefice. 

Così pure il Codice Vaticano Urbinate 1638, nel « Gior- 
nale » d'Innocenzo VII e precisamente nella descrizione della 
« Essecutione di Giustitia ordinata dal Papa et eseguita dal suo 
nepote » "* segue, a preferenza di altri favorevoli, assai da presso 
il racconto ostile dell'Infessura, e tuttavia non può ritenersi il 
rozzo scrittore come un nemico della Curia. E finalmente ai 
nostri giorni 1' Adinolfi , uomo notoriamente devoto al Papato , 
accennando al fatto di S. Spirito % accetta anch'esso la narrazione 
dell'Infessura e con quella, contrariamente però alle proprie inten- 
zioni, la condanna del Pontefice. In compenso la moderna critica 
storica, anche quella di confessione diversa dalla Cattolica, la 
quale ha però il torto di trattare troppo di sfuggita un argomento 
abbastanza grave, per quanto forse sconfinante dalla cerchia dei 
suoi lavori, assolve Innocenzo da ogni responsabilità nel delitto 
di Ludovico Migliorati; ed il cattolico Reumont ed i protestanti 
Gregorovius e Papencordt concordano in tale giudizio nelle opere 
che abbiamo già menzionato. 

Esaminati così, con la maggior diligenza possibile, i diversi 
particolari del tragico avvenimento, gioverà, per la migliore co- 
noscenza del fatto e dei tempi nei quali esso si svolse, accennare 
brevemente agli avvenimenti che agitarono Roma fino alla morte 
di Innocenzo. 



' Cod, Óllob. 828: (nota in 1* pagina) « (Auclore Massarello fortasse) ex caracHei'e 
aut potius Abi-ahamo Bzovio Ord. Praed. » . 

* B. Gains, Series episcoporum Ecclesiae Romanae pag. 931. 

' Vedi Appendice: Documento N. 2. 

■^ Vedi Appendice: Documento N. 3. 

' P. Adinolfi, La Fonica di S, Pietro ossia Borgo nell'età di mezzo pag. 203. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 209 



VII. 

Appena la notizia del truce delitto fu diffusa per la Città, 
il popolo, eccitato dai malcontenti, insorse furibondo a prender 
vendetta di tanto insulto, imprigionando i Curiali e mettendo il 
fuoco alle case dei Cardinali. Il terrore invase il Vaticano ed 
il Papa che dapprima non seppe a qual partito appigliarsi, come 
già si è detto, decise infine di sottrarsi con la fuga. Abbando- 
nata Roma si diresse co' suoi alla volta di Cesano, sempre in- 
seguito dai Romani, e dopo infinite angoscie e fierissime soffe- 
renze, descritte con efficacia somma da Teodorico, potè trovar 
rifugio in Viterbo ^ Intanto il popolo Romano, nel giorno se- 
guente alla sua fuga, uccidendo e saccheggiando, aveva invaso 
il Borgo ; e Giovanni Colonna che si atteggiava a campione della 
libertà Romana e cui il popolo , irridendo , chiamava Giovan- 
ni XXIIP, il giorno 8 di Agosto compì lo scempio della misera 
città ponendo a sacco le regioni di Ponte, di Parione e della 
Regola. Egli inoltre aveva di già occupato il palazzo Vaticano 
e si apprestava a tiranneggiare la città. Ma questa, come è noto, 
era miseramente divisa in altre inquiete e fiacche fazioni, acer- 
bamente ostili r una all' altra , le quali con i loro rancori, fo- 
mentati dall'ambizione di Ladislao e della famiglia Colonna, acce- 
lerarono, come sempre, la nuova ed incondizionata sottomissione 
della città al governo Papale. Infatti gli avversari dei Colonnesi, 
gelosi dei loro successi , invocarono l' intervento del Re di Na- 
poli ed ai 20 di Agosto il Conte di Troia, alla testa di un nu- 
meroso nucleo di cavalleria, in nome di Ladislao, invase il Borgo. 
Contro costoro insorse il partito dei pochi veri amanti di libertà e 
dei fautori del Pontefice, collegati forse dal riconoscimento dell'in- 
nocenza del Papa e dal pensiero che alle diverse tirannidi immi- 
nenti era ben preferibile il mite governo d'Innocenzo. Il Conte di 
Troia fu respinto ^, venne tenuto a dovere il Castel S. Angelo, 
che parteggiava per Ladislao, ed ai 23 di Agosto, ottenuta la resa 



* K. Eubel, Das Itinerar d. Pàpste z. Zeit des grossen Schismas publicato in « Hislo- 
risches lahrbuch » XVI, 545 sgg.; per notizie particolareggiate su tale itinerario. 

* Theodoricus de Niem op. cit. lib. II cap. XXXVII. 

27 



I 



210 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

del Campidoglio, favorevole anch'esso al Re, furono eletti come 
reggenti tre « boni viri » che per impedire certo mali più gravi, 
spedirono ambasciatori a Viterbo ad invocare l'aiuto del Ponte- 
fice. E infatti soldatesche Pontifìcie, capitanate da Paolo Orsini 
e dal Mostarda, giunsero, il giorno 26 Agosto, presso Roma, 
già abbandonata dal Conte di Troia, e sconfìssero nei prati di 
Nerone Giovanni Colonna, che tentò di afìi'ontarle e di impedire 
all'Orsini l'accesso al Vaticano. Era così ristabilita in Roma, 
per la fìacchezza e le discordie del popolo, e per la brutale e non 
mai sazia ambizione dei nobili e di Ladislao, la signoria Papale. 
Fu nominato da Innocenzo il Senatore, e questi tranquillamente, 
mercè i buoni ofiicii dei Cardinali Colonna e Stefaneschi, quasi 
come la memoria del sofferto oltraggio fosse perduta, potè il 
giorno 11 Novembre, occupare il suo posto fra le maggiori ono- 
ranze dei Romani ^ 

Finalmante venne deliberato dal Parlamento di restituire 
ad Innocenzo il pieno dominio di Roma, e nel Gennaio del 1406 
il vicario Pontifìcio fu acclamato dal popolo in Campidoglio. 
Cospicui cittadini recarono ad Innocenzo in Viterbo il suggello 
e le chiavi di Roma ed ivi vennero ricevuti con lieto animo dal- 
l'addolorato Pontefice. Questi infine, il giorno 13 Marzo, mosso 
dalle insistenti preghiere dei Romani, fece, per la porta Portese, 
il suo ingresso in Roma fra le liete ovazioni del popolo festante, 
che lo accompagnò, salutando e acclamando, fino al Vaticano ^. 
Il Gregorovius aff'erma che Ludovico de' Migliorati facesse parte, 
in tal giorno , del numeroso seguito del Pontefice e che orgo- 
glioso e fiero cavalcasse fino a S. Pietro a fianco dello Zio, sde- 
gnando la misera folla, che innanzi a lui, in segno d'onore, 
piegava la fronte^. Ma non dicendo l'illustre storico da qual 
fonte tragga questa notizia e tacendo, intorno a tale importante 
circostanza, concordemente gli scrittori contemporanei, né accen- 
nandovi affatto i posteriori Platina, Rainaldi eCiacconi, è lecito, 
con grande fondamento di verità, il dubitarne. E forse agli infe- 
lici cittadini di Roma, rei di non aver potuto, per i loro vizii, 



' Muratori R. I. S. t. XXIV col. 977. (Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo). 
* Muratori R. I. S. t. XXIV col. 978. (Diario di Antonio di Pietro dello Schiavo). 
" F. Gregorovius op, cit. Voi. 6« pag. 668, 69. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 211 

restituirsi a vivere libero, fu risparmiata, con provvido consiglio, 
l'onta suprema, non scevra del resto di pericoli, di dovere ac- 
cogliere con liete onoranze il nefando assassino dei loro amba- 
sciatori. Egli forse, da solo, dovette raggiungere il Pontefice poco 
dopo il suo trionfale ingresso in Roma. 

Nò le cose perciò, nella misera città, erano ancora tran- 
quille: il Castel S. Angelo opponeva ancora valida resistenza e 
molestava con le artiglierie la città Leonina e le adiacenze del 
ponte, e molti nobili di Roma e di campagna, tuttora ribelli, 
ad istigazione di Ladislao, riempivano di stragi la città, o di- 
fendendosi nelle loro fortezze infestavano il contado. A questo 
punto della narrazione, con sentimento di profonda tristezza, 
l'animo nostro è commosso dalle miserrime condizioni del po- 
polo Romano, che nel flagello di tante sciagure riceveva il me- 
ritato ma severissimo castigo delle proprie colpe. 

Ma Paolo Orsini cinse intanto d'assedio il Castello, ed il 
Pontefice scomunicando i Colonna , gli altri nobili e lo stesso 
Ladislao ^, gettò il terrore in mezzo ai suoi implacabili nemici. 
Il Re di Napoli , temendo le conseguenze di tal condanna , do- 
mandò pace ; e questa, trattata in Napoli dall' Orsini e da Lu- 
dovico de' Migliorati, fu ratificata in Roma il giorno 13 Ago- 
sto 1406. Ladislao, appellato poco prima, nella Bolla di scomu- 
nica « maledictionis alumnus » scellerato e perfido, fu detto in- 
vece, dopo la sua sottomissione al Pontefice, carissimo figlio in 
Cristo « benedictionis filius > e nominato difensore, conservatore 
e vessillifero di Santa Chiesa ^. Anche il Castel S. Angelo era, 
poco prima, il 9 di Agosto, venuto in soggezione d'Innocenzo, 
ed i Romani poterono finalmente, dopo altri accordi coi nobili, 
godere qualche mese di relativa pace e di tranquillità. Però il 
giorno 6 Novembre dello stesso anno 1406 morì il Pontefice in 
Vaticano e ben presto disparve ogni speranza di vita calma e 
serena. 

Ma qui appunto deve aver termine il modesto mio compito, 
ed a me ora non rimane che riassumere il mio giudizio intorno 
al Pontefice Innocenzo VII, verso il quale la moderna critica 



Raynaldus, Annales ecclesiastici ad annum i406 N. 4, 5, 6. 
Raynaldus, Ann. eccles. ad annum 1406 N. 7. 



I 



212 INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 

storica ha dimostrato, secondo il mio avviso, un rigore ecces- 
sivo. Ora io credo di poter affermare con sicura coscienza che 
Egli fu uomo d'animo singolarmente mite, onesto e pacifico, che 
fu ingenuo e schietto, dotto \ ma di una intelligenza non supe- 
riore, e degno certo di tempi migliori. In lui però non possono 
disconoscersi, in certi difficili momenti, una qualche debolezza 
e leggerezza di spirito ed un soverchio affetto per indegni nepoti. 
I contemporanei gli dettero anche il vanto di grande competenza 
nelle cose finanziarie. 

P. Brand. 



' Theodoriciis de Nieni, do schisniate lib. II cap, XXXIX. 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 213 



DOCUMENTO N. 1. 

Innocentius etc. Dilecto filio nobili viro Ludovico de Melioratis do- 
micello de Sulmona et dilectae in Xpo. filie nobili mulieri Maaie eius 
uxori Valvensis diocesis salutem etc. Benigno sunt illa vobis conce- 
denda favore per que sicut pie desiderare videraini conscientie pacem et 
anime salutem deo propitio consequi valeatis. Hine est quod nos vestris 
devotis supplicationibus inclinati vobis auctoritate apostolica indulgemus 
ut aliquem ydoneum et discretum presbyterum secularem sive religio- 
sum in vestrum possitis eligere confessorem qui confessionibus vestris 
diligenter auditis prò commissis debitam vobis semel tantum absolutio- 
nem impendat et iniungat penitentiam salutarem, etiam si talia fuerint 
propter que sedes apostolica sit merito consulenda, vosque nichilominus 
ab omnibus excomunicationis , suspensionis et interdicti sententiis, si 
quas hactenus incurristis, etiam si absolutio earum sedi predicte fuerit 
specialiter reservata hac vice dumtaxat absolvat in forma ecclesie con- 
sueta, iniuncta inde vobis penitentia prò commissis salutari et aliis que 
de iure fuerint iniungenda, ita tamen quod idem confessor de hiis de 
quibus fuerit alteri satisfactio impendenda, eam vobis per vos facien- 
dam iniungat quam vos quantocius facere studeatis. Nulli ergo etc. no- 
stre concessionis infringere etc. Si quis etc. 

Datum Rome apud sanctum Petrum sexto idus Octobris anno se- 
cundo. 

Grat(is) de mandato domini nostri pape ^ 
P. de Grualfreduus (sic) ^. 

lo. Illsung. 
(Innoc. VII de curia an. II lib. II Reg. Vat. 334, fol. 217) 



• Affermano il Giry (op. cil. pag. 698) ed il De Mas Lalrie (Trésor de Chronologie, 
d'Histoirc et de Géographie pour l'étude et l'empiei des documents du moyen àge) che 
questa notazione è particolare al quarto periodo della Cancelleria Pontificia e perciò essa 
non sarebbe in armonia con questo documento appartenente al 3*. Giova considerare però 
che il documenlo fu scritto negli ultimi anni soltanto del 3" periodo e cioè a brevissima 
distanza dal cominciare del 4», secondo le distinzioni del Giry e del De. Mas Latrie. Ora 
questo fatto può forse spiegare l' anomalia sopra accennata, tanto più che alle distinzioni 
dei diplomatisti conviene dare soltanto un valore relativo e non uno assoluto. 

" Mancando tuttora, per quanto almeno io sappia, liste esatte di nomi degli officiali 
della Cancelleria apostolica del XV secolo (il Cardinale vice-cancelliere nel 1405, era come 
è noto, Giordano Orsini), io ignoro se questo cognome sia esatto o se debba leggersi 
t de Gualfredinis » . Si dica lo stesso per il nome seguente. 



Ili INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 



DOCUMENTO N. 2. 
Estratto dal Cod. Ottob. Vat. 828 già descritto, relativo alla vita 



di Innocenzo VII 



" Appulus hic fuerat, Pelignis natus aquosis, 

" Vir pius ingenio clarus et eloquio. 
" Parthenopis Regem Romana eiecit ab urbe, 

" Quem scierat solio damna parare suo. 
" Hinc odium incurrit Regis : vitaeque perielura 

" Ut vidit Cives velie creare sibi, 
-' Urbe abit, auctoresque doli necat, imperiumque 

" Sublata assumens seditione, redit. 



DOCUMENTO N. 3. 

Estratto dal Cod. Urb. Vat. 1638, contenente il " Giornale „ di Papa 
Innocenzo VII. 

Essecutione di Griustitia ordinata dal Papa, 
et eseguita dal suo nipote. 

L' Anno 1405 furono mandati 3 Deputati al Popolo del Popolo Ro- 
mano, à far una Istanza, che essi supponevano poter ricevere ex gratia 
da Innocenzo — et furono ammessi alla Chiesa Lateranense dove si 
trovava il Clero Pontificio, alla presenza de quali e del Papa fu espo- 
sto Che il Popolo Romano humilissimo et obbedientissimo della santa 
sede Apostolica e del suo vicario veniva pregiudicato in 3 Cose, le quali 
da Papa Urbano V*' gl'erano state promesse di osservare; la prima era 
la restitutione del Castello S. Angelo, la 2^^ una parte del Campidoglio, 
e la 3* il Ponte molle quali 3 cose essendo state per lo passato sotto 
la Cura e dominio del Senato prorogativamente concesse in custodia a 
Senatori, ma, che havendole Papa Urbano sesto tolte con la forza dell' Ar- 
mi ingiustamente al suo legittimo, et antico sovrano, decentemente po- 
tevano essere ritornate nel suo felice Pontificato. Stiede il Papa Intre- 
pido ad ascoltare questa loro petitione ; Dissimulando il fatto, disse, che 
porgessero la supplica al Cardinale Partecipante. In questo il Papa vi 
fece un rigoroso rescritto, e sigillata la Poliza, fii restituita alli Peti- 
tori, e gli fu detto da parte del Papa, che portassero quella supplica 
alla Contrada di S. Spirito vicino la Città Lione dove habitava Ludovico 
Antonio da Sulmona suo nipote; Questi senza dubio poterono credere che 
quel Rescritto fosse di Gratia, ma per loro disgratia fu di Giustitia, e la 



INNOCENZO VII E IL DELITTO DI LUDOVICO MIGLIORATI 215 

più severa e tirannica che Inventasse 1' Arte d' Astrea; perchè Costoro 
andati tutti e 3 Come deputati, e Cavalieri di stima, (come sarebbe à 
dire Ambasciatori de' Personaggi) entrorono nella Casa, lassati passare 
dalle Gruardie, e presentata la supplica col rescritto Pontificio, furono 
da soldati della Guardia di quel Palazzo portati ad' alto, e con violen- 
za, urli, e strepiti gittati per le fenestre li suddetti Deputati, e rinfor- 
zate le Guardie per Causa del rumore, che subito nacque per tutta la 
Città, che rotto il Ponte molti Calarono à basso, Altri presero l'Armi; 
11 Popolo Romano battendo il tamburro à simiglianza di Guerra, sotto 
le sue Insegne radunò 7m. soldati, à quali diede 1' Armi. Non fu mai 
più veduta in tanto imbarazzo quanto questo giorno per la morte di 
quei 3 Cavalieri, che essendo 1' offesa grave in disprezzo del Senato non 
si guardò al Denaro, solo all' utile dell' Impresa. Li Cardinali che sta- 
vano nelli loro Palazzi benissimo conscii dell' ordine e Consenso prestato 
all' essecutione suddetta, serrarono le Porte, e misero le Guardie; à quali 
fu portato rispetto, e in queste Case entrono (sic) la maggior parte delle 
Donne nobili Romane per fuggire la rabbia del ferro maneggiato da 
quei omicidij ; si riempi roma di Gridi, e strepiti, ogni cosa era à foco e 
sangue, non si sentiva che spari d' artigliaria, schioppettaria, genti morte, 
rotte le guardie del Borgo Castello passavano le genti con gran furia ^ 



' Interrompo a queslo punto la rozza narrazione poiché credo che quella parte che 
ne è stata riportata sia sufficiente per dimostrare come il cronista, che pure non è certo 
un nemico della Curia, tenti aggravare, per quanto è in lui, la rcsponsabiUtà d'Innocenzo. 
È superfluo aggiungere che, fatta eccezione per tale sua importanza indiretta, il docu- 
mento non ha quasi valore storico. 



IN MEMORIA DEL COMM. G. B. DE ROSSI 



Dalla cortesia del chiarmo e revino p. Abbate D. Giuseppe 
Cozza-Luzi, sotto-bibliotecario di S. Romana Chiesa, mi è stata 
trasmessa una greca composizione, scritta per onorar la memoria 
del compianto comm. G. B. de Rossi dall'esimio e pio archiman- 
drita D. Girolamo Demetriades, il quale fu uno dei più caldi e 
sinceri ammiratori di quel sommo maestro di storia e di archeo- 
logia cristiana. Il Demetriades insegnò in Roma V ellenica let- 
teratura nel Collegio di Propaganda; e gravemente poi sofferente 
nella vista, si è ritirato a compiere santamente la sua carriera 
a Betlem, in venerazione del santo suo omonimo, il gran Dot- 
tore della Chiesa. 

I concetti e le parole, tanto nella poesia che nella dedica, 
secondo che mi fa saviamente notare il eh. p. Cozza-Luzi, sono 
tratte dalla Bibbia; e nel metro, specialmente dei secondi versi, 
l'Autore usa delle facilità, non schivate da qualche antico. 

In omaggio alla cara e sempre venerata memoria dell' il- 
lustre comm. de Rossi, il quale non solo partecipò attivamente 
alla prima fondazione della nostra Accademia storico-giuridica 
nel 1879, ma ne fu sempre insigne ornamento e decoro con le dotte 
sue conferenze e con molteplici pubblicazioni fatte in questo pe- 
riodico, mi è grato divulgare lo scritto del rev. Demetriades; 
rendendo vive grazie al eh. p. Abbate Cozza-Luzi e per la co- 
municazione che me ne ha favorita, e per la elegante traduzione 
che egli stesso si è compiaciuto fare del greco testo originale. 

G. Gatti 

28 



218 m MKMORIA DEL COMM. G. B. DE ROSSI 

fì, loJcivVYl 

€K TOV UpoSpOjUiOV TofJ M 

XcL^ÒùV STTOÌVVjULiaV 

dvsdsl^Qvìg ev Tolg Kcttpolg roìg èayjiroig 
Xv^vog XafjLTTpóg 

dvOLKYipv'fai TY\V T?Ìig dslcig ÌKKkYl(TlCLg 

€v Tolg itcLKcLioìg rpoiraioig 
vÌkyìv ytoà Só^av 

Sto K €(TaSi Yi jULVYifJLYi (TOV SiafJLSVSl TTavsvKKeYig' 

SiSctyfjLaTa TroXvOdXiMct KctXXiirsg 

svOs/xsvog sv (ìt(èKoig 

dpeTrig iTctpsyùòv Qviaavpòv kcl) ao(plY\g d(pQiTOv. 

Tig 6^VfXVY]a€l 

(TYiv ìiCLXoKOLyaStav 'Koi ayavo(ppoatjvYiV'^ 

KvSalvovGi as Kalirsp diroiKOfxevov, 

oflfv fxsyoj fxsv sv y^ ro aov yiXsog ^ 

fxsyiffTov Ss tÒ yspag sv ovpctvoo fxsrd rSìv dytoìv 

svda aiùtìvioog So^d^srai 

ovpdviog I X Y 2 

Oùx àéxìQTt 0£oì} Màxapo? xeri' ouvofxa -koXKoXq 

"Otti uEp £{jt,|»aiv£i y]Bz(x. ty]v te (pucnv 
ToOt' àpa y.xi trot Icoàvvy) fOCKjiu.^pois. ^ixitìq? 

Tevopiéva) yéyovsv tou Opo^póp-ou XptTToO. 
S£{xvoTàTrjv yàp £7r(ovu(i,^/]v Xà^£;, ouvtxa Xùj^vo? 

Ola TTEp £xXap.7rpò; (^cchzK; èv xécjjLO). 
Kai Ti; £7rtGrTYj(i.wv tji,òéXXov aéOfiv £{i)<£Tai àXXo; 

Twv T£ TraXaioTàTwv 6l8s. v6y)(ji.a aa^cSc;; 
"Oo-a* cLp-/^OLi(x uaXatà T£ yara xéx£u0£ Tpóuata 

Xpio-Ttavòiv Upòiv £{ji<pa^v£i; Xap.T:pà);, 
Kal véov £x Twv vi'xog à£tp£t; xal izMoc, laO'kóv 

'D; àyaOòi; «Jwpwv GeioSótwv Tapi.^TQ;. 
T(p pà a£ Oaui^ao-TÒv Tcspì t' ^^oj^ov 2[jt.[jt.£vai àXXcov 

nàvT£? àYao-(Tàp.£vo^ ^aatv àptirpEirécoc;- 
Kaì Xóyov aÌEtjJLV/^aTov ^;^£[ azo uà; XiOo;, u)a-T£ 

AY)X(0(7at xX£ivòv uàvioT* IcoàvvTQv. 
*Q Màxap, oùx àXóyw; j^pwvTai a-up,ppà§[Jt.ovt 7ràvT£; 

Syj O7ro0/][xo(TuvY) x' ì^tAVoauvv) x* àp£Tyj' 
Toì>V£xa xaì [i,£Tà TrÓT(i.ov ào^$ip.ov à^GtTov aUi 

Touvo[ji.a a£ro piévEi x* ào-pEo-Tov tò xXéo;. 



IN MEMORIA DEL COMM. G. B. DE ROSSI 219 

Giovanni 

che dal Precursore di Cristo ti appellasti 

com' egli splendesti qual fulgido luminare ai di nostri 

nel predicar largamente le vittorie e le glorie 

della chiesa divina nelle antiche memorie. 

La tua ricordanza 

quinci serbasi e per tutto e sempre gloriosa. 

Depositati negli scritti 

ci lasciasti molto fecondi ammaestramenti 

con un tesoro immanchevole di virtù e sapere. 

Chi poi saprà esaltare coi carmi la tua probità e mitezza? 

Benché dipartito tutti ti esaltano. 

Laonde è pur grande la fama tua nel mondo, 

massimo poi in cielo è il tuo premio insieme ai santi 

ove eternamente si glorifica Cristo figlio di Dio Salvatore 

il Pesce celeste IXeYS 

Non indegnamente a molti si conviene il nome di un santo del Signore , 
mentre ne illustra l' indole ed i costumi. 

In te quello del Precursore di Cristo ebbe pur bella ventura, o Giovanni, 
illustre in tutto tra i mortali. 

Fu poi bella sorte per te una cosi venerabile appellazione, secondo cui 
apparisci chiara lampa nel mondo. 

E qual' altro de' sapienti più che te è da celebrarsi? e chi meglio ebbe 
chiara l'intelligenza delle antichissime cose? 

Quante mai la terra nascose delle primitive e vetuste memorie sacre cri- 
stiane, tu metti in splendida luce. 

Quindi riporti vittorie di nuovo genere e bell'onore, qual buon dispensa- 
tore dei doni da Dio largiti. 

Tutti perciò ben degnamente celebrandoti acclamano come 1' ammirato 
e r eccellente tra tutti gli altri. 

Anche ogni pietra pare abbia scritte le tue parole indimenticabili, le quali 
ricordano il glorioso Griovanni in perpetuo. 

Or tu pur beato mira che tutti non senza ragione concordi si giovano 
de' tuoi insegnamenti, della tua scienza e virtù. 

Perciò dopo la morte immanchevolmente venerando rimane eziandio il tuo 
nome, e la gloria, come quella (del Battista), è lampa inestinguibile. 



PUBBLICAZIONI PERIODICHE RICEVUTE DALL'ACCADEMIA 



Ita.lia,i:ie 



Annali di Statistica. — Serie quarta, fase. 90. 

Archivio della R. Società romana di Storia patria — Voi. XXIII (1900) fase. 1-2. 

— Biblioteca della Società medesima — Il Regesto di Farfa, voi. 5". 

— Miscellanea id. — G. A. Sala, Diario romano 1798-99, parte 2''. 
Atti della pont. Accademia de' Nuovi Lincei —Anno LIII, Sessioni 1-7. 

— Memorie deirAccademia medesima. — Voi. XVI. 

Atti della R. Accademia dei Lincei — Serie quinta. Rendiconti della classe di scienze 
morali, storiche e filologiche, voi. IX (1900) fase. 1-4. 

— Memorie della classe medesima — Serie quinta, voi. II. 
Bessarione — Voi. VII, n. 47-50. 

Bullettlno della Commissione archeologica comunale di Roma— Anno XXVIII (1900) fase. 1-3. 
Bullettino dell'lmp. Istituto archeologico Germanico. Sezione Romana — Voi. XV (1900) 

fase. 1-2. 
Bullettino dell'Istituto di diritto romano — Anno XI (1899) fase. 1,2. 
Civiltà (la) Cattolica — Quaderni 1189-1208. 
Corte (la) suprema di Roma — Anno XXV (1900) fase. 1-3. 
Cultura (la) — Anno XIX (1900) n. 1-3. 
Digesto (II) italiano — dispense 406-438. 
Enciclopedia giuridica italiana — fascicoli 282-292. 
Foro (il) Italiano — Voi. XXV (1900) fase. 1-19. 
Gazzetta ufficiale del regno d' Italia — Gennaio-Ottobre 1900. 

Indici e cataloghi pubblicati dal Ministero della P. Istruzione — Voi. IV, parte 2^", fase. 6. 
Legge (la), monitore giudiziario ed amministrativo — Anno XL (1900) voi. II n. 1-17. 
Mélanges d'archeologìe et d'histoire— Année XX (1900) fase. 1-4. 
Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie —Anno Vili (1900) fase. 85-93. 
Rivista italiana per le scienze giuridiche — Voi. XXIX, fase. 1-3 (dispense 85-87). 
Romische Quartalschrift fiir christliche Alterthumskunde und fìlr Kirchengeschichte — 

Anno XIV (1900) fase. 1-3. 
Sinossi giuridica — Anno XVIII, fascicoli 157-160. 
Temi (la) romana — Anno XX (1900) fase. 1-10. 



222 PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALL'ACCADEMIA 

Annali dell'Università di Perugia (Facoltà giuridica). Perugia — Nuova serie, voi. IX 

fase. 1-3. 
Annuario critico di giurisprudenza pratica. Genova — Anno XII (1900) fase. 1-5. 
Archìvio giuridico « Filippo Serafini ». Modena — Nuova Serie, voi. VI fase. 1 (disp. 370). 
Archivio storico italiano. Firenze — Serie quinta, toni. XXV disp. 1-3 (n. 217-219). 
Archivio storico lombardo. Milano — Anno XXVIl (1900) fase. 25-27. 
Archivio storico per le province napolitane. Napoli — Anno XXV (1900) fase. 1-3. 
Archivio storico siciliano. Palermo — Anno XXV fase. 1-2. 
Archivio (nuovo) Veneto. Venezia — Anno X (1900) tona. XIX (n. 37, 38). 
Atti della R. Accademia Lucchese. Lucca — Voi. XXIX. 

— Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca — Voi. 13, parte l"". 

Atti della R. Accademia delle scienze di Torino. Torino — Voi. XXXIV (1898-99) disp. 1-5. 

Att del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti. Venezia — Serie Vili, tom. 11 disp. 2 9. 

Atti della Società di archeologia e belle arti per la provincia di Torino. Torino — Voi. VII 
fase. 2. 

Atti della Società Ligure di storia patria. Genova — Voi. XXX. 

Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le Provincie di Romagna. Bolo- 
gna — Serie terza, voi. XVII, fase. 1 -3. 

— Documenti e studii pubblicati per cura della medesima. Bologna — Voi. II. 
Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di storia patria per le Provincie Modenesi e Parmensi. 

Modena — Serie terza, voi. VI parte 2**. 

— Monumenti di storia patria delle provincie Modenesi. Modena — Serie delle crona- 
che, voL XV. 

Bollettino della Società Umbra di storia patria. Perugia — Anno VI (1900) fase. 1-3. 
Circolo (il) giuridico. Palermo — Serie terza, voi. XI (1900) fase. 1-8. 
Commentari dell'Ateneo di Brescia. Brescia — Anno 1899. 
Miscellanea di storia italiana. Torino — Serie terza, tom. IV. 
Rivista bibliografica italiana. Firenze— Anno V (1900) n. 13, 14. 
Rivista di filologia ed istruzione classica. Torino ~ Nuova serie, anno VI fase. 1-3. 
Rivista di storia, arte, archeologia per la provincia di Alessandria. Alessandria — An- 
no IX (1900), fascicoli 29, 30. 
Rivista storica italiana. Torino — Anno XVII (1900) fase. 1-5. 
Studi Senesi. Siena — Voi. XVII (1900) fase. 1-3. 



PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALL'ACCADEMIA 223 



Straniere 



Analecta Bollandìana. Bruxelles — Tom. XVIII fase. 4, tom. XIX fase. 1. 
Annales du Musée Guimet. Paris — Tomes XXVIII, XXIX. 

— Bibliothèque d'études — Sèrie Vili tom. VII. 

Annali dell'Accademia Jugoslava di scienze ed arti (Ljetopis Jugoslavencko Akadcmije). 
Zagabria — Fascicolo 14 (1899). 

Antichità pubblicate per cura dell'Accademia Jugoslava di scienze ed arti (Slarinc). Za- 
gabria - Tom, XXll. 

Archeografo Triestino. Trieste — Nuova Serie, voi, XXIII fase. 1-6. 

Basler Cronìken, herausg. von der histor. und antiquar. Gesellschaft in Basel. Leipzig — 
Tom. V fase. 1. 

Beitrage zur vaterlandischen Geschiclite. Basel — Nuova serie, tom. V fase. 3. 

Bibliothèque dea Écoles fran^aises d'Athènes et de Rome. Paris. 

Livraison 81 (Courbaud Edm., Le bas-relief romain à représentations historiques). 

Bullettino di archeologia e storia dalmata. Spalato — Anno XXIII (1900) fase. 1-9, 

Bulletin de correspondance hellénique. Athènes — Année XXIII (1899) fase, 7-11. 

Bulletin International de l'Académie des Sciences de Cracovie. Cracovie — Comptes rendus 
des séances, Année 1900, Janvier-Juillet. 

— Acta historica res gestas Poloniae illustrantia ab a. 1507 ad 1795 — Tom, lì. 

— NIonumenta medii aevi historica, res Poloniae illustrantia — Tom. XV. 

— Collectanea ex archivo Collegii historici — Tom. Vili. 

— Scriptores rerum Polonicarum. — Tom. XVI (Stanislai Temberski Annales). 

— Starodawne prawa polskiego Pamniki — Tom. X, 1 . 
Échos d'Orient. Constantinople — Année IVe n. 1. 

Études religieuses, philosophiques, historiques et littéraires. Paris — Année XXXVll (1900), 

tomes 82-85 (n. 1-20). 
Heidelbeger (neue) Jahrbucher. Heidelberg — Anno IX (1899) fase. 1,2. 
Historisches Jahrbuch. Miinclien — Voi. XXI (1900) fase. 1-3. 
Indices lectionum Universitatis Friburgensis. Fribourg (Suisse) — Sem. aestiv. 1900; sem. 

hiem. 1900-1901. 

— Collectanea Friburgensia, fase. IX (Schnlirer G., die Verfasser der sog. Fredegar- 
Chronik). 

Mémoires de l'Académie de Vaucluse. Avignon — Tom. XIX (1900) n. 1, 3. 
Mittheilungen der Gesellschaft fiir vaterlandische Alterthiimer. Basel — 2^ Serie, n. 1, 2. 
Mittheilungen des Instituts fiir oesterr. Geschichtsforschung. Innsbruck — Voi. XXI (1900) 
num. 1-3. 

— Erganzungsband V, 2. 

Monumenta historlco-iuridica Slavorum meridionalium. Zagabriae — Pars P, voL VII 
(Statuta eonfraternitatum et corporationum Ragusinarum). 



224 PUBBLICAZIONI RICEVUTE DALl' ACCADEMIA 

Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalium. Zagabriae — Tom. XXIX. 
Nouvelle revue historique de droit frangais et étranger. Paris — XXIVe année (1900) n. 1-2. 
Polybiblion, revue bibliographique universelle. Paris — Partie littéraire. Année 1900, 
livraisons 1-10 (Janvier-Octobre). 

— Partie technique. Année 1899, livraisons 1-10 (Janvier-Octobre). 
Réforme (la) sociale. Paris — Quatrième Sèrie, tom. X fase. 105-112. 
Revue Bénédictine. Maredsous — Année XVII (1900) n. 1-4. 

— Anecdota Mardesolana — Voi. Ili pars lì (s. Hieronymi comment. in psalmos). 

— Documents inédits pour servir à l'histoire ecclésiastiquo de la Belgique - - Tome I. 

— Monastlcon beige — Tom. I fase. 2. 

Revue catholique des Institutìons et du droit. Grenoble. — Année XXVII (1899) n. 1. 

Revue de droit International et de législation comparée. Bruxelles — Tom, XXXII (1900) n. 1-4. 

Revue generale du droit. Paris — XXIVe année (1900) fase. 1-4. 

Revue historique. Paris— XXVe année (1900) tom. 72 (n. 143-144). 

Revue des questions historìques. Paris — XXXIVe année (1900) tom. 67 (n. 133, 134). 

Revue de l'histoire des religions. Paris — XlXe année, tom. 39. 

Studien und Mittheilungen aus dem Benedictiner-und dem Cistercienser-Orden. Brunn — 

Voi. XXI (1900) fase. 1-3. 
Zeitschrift der Savlgny-Stiftung fiir Rechtsgeschichte. Weimar — Voi. XIX, XX. 



Roma, Ottohì-e 1900. 



SITULUS ARGENTEUS 



Considerazioni sopra il § 96 dei fragmenla vaticana di diritto 
ROMANO ANTEGiasTiNiANEO : De re uxoria ac dotibiis. 



Apud omnes ferme nationes sunt leges inter 
sacras res habitae, et pars magna religionis. 

Vico, de universi iuris uno principio 
et fine uno. CLXVII, 4. 



Nella giurisprudenza antegiustinianea bisogna comprendere 
i fragmenta iuris romani vaticana. Di questi molti appartengono 
air illustre uditora di Papiniano, a Giulio Paolo, che, per logico 
acume, nell'interpretazione delle leggi, occupa un posto eminente 
su gli altri giureconsulti. E il § 96 de re uxoria ac dotibus fa 
parte appunto del libro VII Res]}onsorum di Paolo : 

96 « Die nuptìarum (vir) virgini optulit niunuSj et duxit 
eam. quaero de donatione. Paulus respondìt ^ si ante nuptias 
uxori futurae situlus ar gente us traditus est. donationem 
perfectam videri ; quod si post nuptias donatio intercessiti ius 
civile donationem inpedisse. quoìiiam igitur die nuptiarum. mu- 
nus datum proponitur, facilius in iudicio. examinari posse tem- 
pus donationis et matrimonii ». 

Questo frammento, che integralmente riproduco dall'opera 
di Ph. Eduardo Huschke : Turisprudentiae anteiustinianae quae 
supersunt^ in usum maxime academicum ^ , ispira la seguente 
nota air Huschke relativa al situlus argenteus: — § 7) Sic ex V** 
ed. Momms. Cum situlus, quem Glossae exponunt xà§o;, mundo 
muliebri adnumeretur (Paul. S. R. 3, 6 § 83), suspicor moris 
fuissej ut mundus muliebris tan^/uam nujJtiale munus in eius- 
modi vase a marito ìwvae ìtuptae offerretur, iinde per inde situli 
nmien traxerit , atque Galli munus a cado vel potius cadello 
€ cadeau » dixerunt, et ipsi Romani alia munera sportulas. 

' Lipsiae, in aedibus G. B. Teubneri, 1886. Identico è il frammento pubblicato 
posteriormente dal Lenel, Palingenesia Iuris Civilis iurisconsultorum reliquiae quae lusti- 
niani digestis continentur, ceternque iurisprudentiae civilis fragmenta minora secundum auc- 
toreset libros disposuit Otto Lenel. Ex officina Bernhardi Tauchnitz, Lipsiae, 1889 II p.l234, 
e dal Mommsen, Colledio librorum iuris anteiustiniani, Berolini ap. Weidmannos 1890, 
lom. Ili p. 48. 



226 SITULUS ARGENTEUS 



Secondo questa opinione il situi us ar gente us non sarebbe 
altro che il vase destinato a ricevere i doni fatti alla sposa dallo 
sposo, e la parola sìtidiis deriverebbe dalla grecanica xà§o; che, 
alla sua volta, avrebbe data l'origine a quella gallica cadeau. 

Tale opinione però a me sembra del tutto erronea, non tro- 
vando essa alcuna giustificazione nelle fonti. 

Di vero nel § 83 Paul. S. R. 3, 6, di che nella citata nota, 
non leggo altro che questo : « Mundo muliebri legato ea cedutiti 
per qiiae mundior mulier lautìorque efficitur, telut speculimi, 
conchae, situli, item pyxideSy unguenta et rasa, in quibus ea 
sunt; item sella ba^nearis et celerà huiasmodì ». Epperò non si 
parla del situlus argenieus. 

Il dire poi che la parola situUts venga dalla glossa tradotta 
nella grecanica xà^oc; nuli' altro mette in essere. Infatti basta 
riscontrare il significato delle voci Kà^o;, ó; kà5§o;; StTXa, t] ; 
S^TXae, ai; StiXiov, to; SixX^a; Si'tXov, per convincersene ^ Nean- 
che poi è sicura la derivazione di cadeau da xà§o;. Infatti nel 
Orand Dictiomiaire universel du XIX siede del Larousse, Paris 
1867, alla parola cadeau leggo: « Cadeau s. m. (ka-dó), du lat. 
catelluSj petite chaine, sens parfaitement justifié par le lien que 
le cadeau établit entre celui qui le donne et celui qui le recoit ; 
la forme ne paraitra pas moins bien expliquée si Ton considero 
que cadeau s'est dit cadel, que le changement de la dentale t en 
la dentale d n'offre aucune difficulté, et qu'enfin catel est régu- 
lièrement tire de catellus >. 

Ed il Littré nel suo Bictionnaire de la langue francaise 
scrive: « Cadeau — Etym. Catellus, petite chaine, de catena >. 
E così in Plauto (Cure. 5, 3, 13) trovo catellus per collana. 

Ma queir opinione è erronea per un' altra importante con- 
siderazione. In nessuna fonte trovo menzionato il situlus come 
adoperato a contenere, conservare o custodire gioielli o cose pre- 
ziose ^. Anzi r opinione stessa è proprio esclusa dalle fonti. Ne 
ricordo alcune. 

* V. Thesaurus graecae linguae ab Henrico Slephano, 1841 Parisiis excudebat Am- 
brosius Firmin Didol; Ducange, Glossarium m, et i. graecitatis; Ducange, Glossarium m. et 
i. latinitatis T. VII, Niort L. Favre 1883. 

' Senza fare dell' inutile erudizione mi limito a ricordare il Forcellini, Lexicon totius 
latinitatis v. situlus, sitella; v. anche Das Privatleben der Ròmer von Ioachim Marquardt, 
Leipzig 1886 p. 648 nota 9. 



SITULUS ARGENTEUS 227 



L' una la rinvengo nella satira sesta di Giovenale, verso 200 
e seguenti : 

« Si tibi legitìmis pactam iunctamque tahellis 
non es amaturus, ducendi nulla videtur 
causa ; nec est, quare coenam et mustacea perdas, 
labente officio, crudis donanda; nec Uliuh 
qtwcl pritna prò nocte datur^ cum Imice beata 
Dacicus, et scripto radiai Germanicus auro ». 

Da' quali versi apprendo che il premio quod depositae xir- 
gìnìtatis novae niiptae a marito prima nocte datar j, veniva offerto 
in un piatto, lanx, e non nel situlus. 

L' altra fonte la trovo in Marziale : lances donaque. 

Sul proposito mi piace ricordare una pittura murale rinve- 
nuta a Pompei e che si conserva nel Museo nazionale di Napoli 
(LVI n. 9317) : Due figure ; quella a sinistra rappresenta un ge- 
nietto alato che nella mano destra tiene un piatto (lanx) con 
doni, nella sinistra una fiaccola. Or la fiaccola dilegua ogni dub- 
bio, sol che si pensi eh' essa era il simbolo delle nozze. 

Così in Festo si legge (p. 245): Patrimi et matrimi pueri 
praetextati tres niibentem deducunt ; unus^ qui facem praefert 
ex spina alba, quia noeta nahchant, dao, qui tenent nuhenlem ; 
V. pure Catull. 61, 182. Similmente ha in altro luogo Festo 
p. 289 : Rapi solet fax, quae praelucente nova nupta deducta 
est. E Plinio N, H. 4, 16, 75: Spina nuptiaram facibas aiispi- 
catissima ^ 

I doni nuziali , d' ordinario , erano contenuti anche in un 
cofanetto. Molti documenti lo provano. Così in una dipintura 
parietaria di Pompei rappresentante Marte e Venere, questa sta 
per levarsi una collana per riporla nella cassetta che tiene Amore 
ritto a sin. {Bull. deWInst, di corr. ardi. 1883 p. 52. Mau, 
Scavi di Pompei; v. pure Bull. 1876 p. 230, Sogliano n. 138). 

Sul proposito ricordo alcuni di tali documenti, tratti dal Ca- 
talogo dei vasi antichi dipinti delle Collezioni Palagi ed Univer- 

' Anche l'altra pittura pompeiana LVII n. 9342 rappresenta un fanciullo alato con 
piatto contenente doni nella sin. e nella destra ha il calice. Nell'opera dell'egregio prof. So- 
gliano: Le pitture murali campane. Eroti volanti n. 261. Reg. IX. Is. 1* n. 20; ala orien- 
tale: Eros con lunga face fra le mani. 



228 SITULUS ARGENTEUS 



sitarla descritti dal Dott. Giuseppe Pellegrini R. Ispettore dei 
Musei e Scavi di antichità (Bologna presso il Museo Civico 1900). 

Di tale opera , che è un ricco tesoro di fonti utilissime , 
trarrò anche vantaggio nel corso del presente lavoro. 

Tali documenti sono quelli descritti ai numeri 516 , 541 , 
544, 546, 548, 567, 628, 629, 637, 646 e 686. 

Ne riporto alcuni, e di alcuni altri dirò in seguito. 

628. AsKOs. Coli. Palagi 825. 

Sul davanti del vaso testa femminile, verso d. Nel campo, 
a d., uno specchio ed un cofanetto; a s., un flabello. Nella parte 
posteriore, palmetta a girali. 

629. Lekane. Coli. Palagi 922. 

A. Eros seduto sopra una roccia verso s., un cofanetto se- 
miaperto ed un grappolo di uva nella d. 

B. Testa femminile a s. in cuffia aperta. 
637. Kantharos. Coli. Palagi 767. 

A. Eros a volo verso d. , tenendo un cofanetto ed un ce- 
stello a palla nella d., un tympanoii nella s. Ad., una colonna 
ionica; a s., nel campo, una corona ed una face. 

B. Donna seduta verso d. sopra una cassettina, fra due co- 
lonne ioniche, con un cestello pieno di offerte e un grappolo di 
uva nella d. Nel campo tenia appesa. 

686-89 Lepastai (kylikes a coperchio). Coli. Palagi 1214. 
All'estremo sul corpo, ramo di lauro. 

Sul coperchio del n. 686: Eros volante a s., uno specchio 
nella s. , una corona nella d. , ed un cigno dipinto in bianco; 
donna seduta sopra una roccia verso d., un cofanetto nella d. ed 
un tympanon nella s. ; due grandi palmette aperte, come sopra. 

Così pure presso Eustath. Iliad. XXIV, 29 p. 1337, 43: 
iuauXiav rjfxépav xaG' yjv ir^ io\j vu[/.ptou oìxt'a y) vu[jt,pY] irpwTov 
£7ry)ùXi(TTai, xaì ìizolùXkx. Tà [jt-sià tyjv iyj:)]j,i^-r]^ riiJ.ipixv lou yàikou 
5wpa uapà Tou ty)*; vùjJipYj; iiaTpò? (p£pó(JL£va Tot? vui^fioic, èv aj^Vj- 
[xaTi izoi^ufie;' izoci^ yap , (py^aiv , riys.^10 )^Xavi5a Xeux-rjv ^^((ov xal 
Xap,7cà(5a xaiwfxév/^v, l-Kiiiix tzolì^ ÉTépa xav/]{pópci;, siTa 'konzoLi <:{>ipou- 
o-ai Xixav(5a;, (7[jt,Y]Y[jt.a'ca, ^opsra , xTéva;, xotTa;, àXa(3àaTpo!J? , 
ffav^àXta, Grjxa;;, {Jt.wpa, v^Tpa, ivioTi, <p/)0"t, y-ocl T7]v upofxa. E così 
Photius s. V. XsxavEti; : Asxavsr; èv Tor? Ì7z(xu'kioi(; TtaTéps? taf;; 
vup.patc; 5wpa ^7r£p.Tiov, èv p-èv lar^ xoiTt'fTì xpuo-ia èv Bs. Tar<; Xfixa- 



SITULUS ARGENTEUS 229 



vi'ai TrapOsvixà iraiyvta. Asxava;, x£pa[jt,éa Xouài;, xal Tà èxiréTaXa 
ipupXta. 

E i cofani e le arcelle si trovano usati anche nei tempi 
(li mezzo, come ricavo dal Cecchetti. « Stavano nelle altre ca- 
mere disposti in bella mostra i doni, e V arcella contenente la 
dote » (La vita dei Veneziani fino al 1200, Costumi p. 25 e seg.). 
E in altro scritto: «Anzi è noto quanto anticamente s'incon- 
trino, nelle scritture veneziane, le arcelle o cofani nei quali le 
spose recavano le cose pili preziose » ; e sul proposito egli cita 
documenti: 1301, 22 aprile, arch. conv. s. Lorenzo. A Caterina 
« filie mee, prò suo maritare > L. 1000 « et suas zoietas et suos 
cophanos ornatos decenter »-1330, 25 febbr. m. v. ; Gr. Ili, e. 19 t. 
Cofano acquistato in occasione di nozze, (la donna nel Medio- 
evo a Venezia p. 41 e 42). - È poi importante il cofano di ar- 
gento da me riferito nel corso del presente lavoro. 

Anzi è importantissimo il notare che Giovenale parla, nel 
primo verso, di pactam et ianctam legitimis tahellis ; queste sono 
proprio le tabulae niqjtiales. Così leggo in Apuleio A^wtog. 68 
(11, 1): /«c/^ qiiidem tabulas niqjtiales cum quo iitbehatur — ; 
veruni enimi'ero variìs frustrationibus nuptias eludit. 

Esclusa quindi come erronea la citata interpretazione del 
situluSj altra conviene ricercarne, e tale ricerca costituisce lo 
scopo del presente lavoro. 

Riscontrando i lessici della lingua latina rinvengo due soli 
significati della situla e del situlus : secchio, secchia; urna; 
urna da estrarre le sorti ed i suffragi. V. Vallauri, Lexicon la- 
tini italique sermonis ; Porcellini, Lexicon totius latinitatis v. si- 
tulus, situla, sitella, sitellmn. 

Il Forcellini scrive : « Situla est etiam urna ex qua edu- 
cuntur sorteSj, sitella. Plaut. Gas. 2, 6, Q>: Adsmit quae impe- 
ravisti omnia ^ uxor, sortes, situla^ atque egomet. Et ibid. 11 : 
Appone liic sitella ni: sortes cedo mihi >. 

Sitella, ae, f. et sitellum i , n. nomen deminut., a situla vel 
situlus j, parva situla, umetta. Gloss. Gr. Lat. xà§tov , sitella ^ 
siteUum (idem supra recenset: xà5o;, sitala, situlus). Hinc Bit- 
schei, valde tanien dubitanter, sitellum, sensu tamen translato, 
restituii Plaut. Trin.2,4, 91, uhi vulgo salillimi legitur: (v. eum 



230 SITULUS ARGENTEUS 



in altera sua Trìnummi editione p. 67, 2). Pro urna, e qua 
sortes ducuntar. Plaut. Gas. 2, 4, 17: Et sitellam huc tecum 
afferto cum aqua et sortes. Et quaeso, ut tua sors ex sìtella 
effugeì'it. Liv. 25, 3 ad fìn.: sitella aliata est, ut sortirentur, 
uhi Latini sujfragìum ferrent. Cic. fragni, prò Cornei, maiestat. 
reo, apud Ascon. Bum tahellae diribentur, dum sitella defertur, 
dum aequantur sortes, dum sortitio fit ». 

Il eh. prof. Gherardo Ghirardini in un pregevole lavoro. La 
situla italica 2^rimitiva studiata specialmente in Este: Parte I. 
Origine e propagazione della situla m Italia (Accademia dei Lin- 
cei, Monumenti voi. II, col. 162-252, anno 1894) così scrive nel 
capitolo II, nome, tipo, uso della situla: 

« Il nome situla, che la latinità ha imposto al vaso usato 
per estrarre l'acqua dai pozzi e in genere per contener liquidi *, 
rispondente esattamente alla voce italiana secchia ^, fu dagli stu- 
diosi e illustratori delle antichità primitive italiche ^ tolto a de- 
signare un certo tipo di vaso a tronco di cono rovescio, il quale 
in effetto non ha veruna attinenza per la tecnica e quasi nes- 
suna per la forma con la situla dei tempi romani, ma può non- 
dimeno essere ragionevolmente appellato così per 1' uso , a cui 
in un gran numero di casi ha senza dubbio servito : di attingere 
e contenere l'acqua > (1. e. col. 191). 

E più innanzi : « In quanto all' uso della situla, come fu 
sopra osservato, possiamo affermare che servì originariamente ed 
essenzialmente per conservare e trasportare acqua ed altri liquidi. 
Nella tomba, ove si scoprì la situla di Villanova, fu raccolta 
r ansa di una mestola o ramaiolo , chiamato dal Gozzadini ca- 

• Cf. Plauto, km^K V, 664; Paolo, Big. 18, 1, 40; Isidoro, Orig. XX, 15. 

* Situla, sit(u)la, siila, sicla, secchia. 

' Il primo che mise fuori questo nome per additare un vaso della specie, di cui si 
tratta, fu, per quanto mi consta, il Cavedoni, che nel 1842 lo applicò incidentalmente 
all'esemplare di Cembra. Veggasi l'Indicazione antiquaria del R. Museo estense del Cataio, 
p. 45, nota 53. « Vuoisi qui ricordare l' insigne vaso di rame fornito di manico, a foggia 
di situla, trovatosi, non sono molti anni, in sul territorio di Trento». E situla appellò poi 
quel vaso il Giovanelli (Dei Rezi, dell'origine dei popoli d' Italia, ecc. Trento 1844; cfr. Le 
antichità regio-etrusche scup, presso Matiai, 1845, p. 3). Il Gozzadini nel 1854 impose egual 
nome, sebbene non in via delìnitiva, all'esemplare di Villanova, di cui scrisse {Di un sepol- 
creto etrusco scoperto presso Bologna, p. 24): « avrà contenuto il vino pei sacrifizi, com'era 
proprio della situla » senza escludere « che fosse il vaso dell'acqua per le abluzioni o 
lustrazioni». Cfr. La nécropole de Villanova, p. 66-67. Inseguito il nome diventò presso 
che generale, e lo usarono non pure gli archeologi italiani; ma anche gli stranieri, seb- 



SITULUS ARGENTEUS 231 



pèdo capedimcala ^, simile a quelli che si ebbero poi in gran 
numero anche dagli altri sepolcreti bolognesi insieme con le stesse 
sitale ^. Del resto anche le situle, che nel periodo etrusco della 
Certosa di Bologna succedettero alle primitive, servivano allo 
stesso uso di contenere liquidi; come ne fa fede il fatto, che nelle 
singole tombe della Certosa si trovò ordinariamente una situla 
insieme ad una coppia d'attignitoi e ad utia oinochoe od olpe » 
(1. e. col. 195). 

Pertanto dalle cose esposte risulta doversi altrove ricercare 
la spiegazione del frammento. Rimontiamo dalla specie al ge- 
nere, dal situlus argenteits alla sitala o situlus. 

Or bene il situlus figura nelle cerimonie religiose. 

« Di carattere spiccatamente religioso e sacro è la pompa 
« espressa nelle due prime zone della situla della Certosa (di 
« questa situla il Oherardini parla a pag. 172: Necropoli della 
« Certosa - Tomba n. 68 - Famosa situla istoriata, scoperta nel 
« 1870, pubblicata piti volte). E nella seconda di queste zone, 

< ove figura uno stuolo di uomini e donne, che procedono condu- 
« cendo animali destinati al sacrifìcio e recando utensili ed ar- 
« redi, troviamo, fra quesH ultimi, ripetutamente rappresentata 
« la sitala stessa, la quale si dimostra quindi adoperata anche 
« nelle cerimonie di culto. 

« Uno di que' due uomini col capo coperto del caratteristico 
« cappello ad ampie tese, che camminano ultimi nella processione 
« e che si credono comunemente sacerdoti, reca con la dritta un 

< secchiello di forma conica un po' rigonfia.... La rappresentanza 
« della pompa sacra della situla della Certosa ci chiarisce pertanto 
« della larga applicazione che si fece di questa specie di vasi ai riti 



bene i francesi adoprassero e adoprino anche la parola seau, di eguale significazione 
derivala da situlus, i tedeschi Eimer. Il Semper {Der SUI *, II p. 3, 4) chiamò pure situla 
la secchia degli amichi Egiziani, che serviva per eslrarre l'acqua dal Nilo e nolo la 
diversità fra codesta silula e l' idria greca destinata invece ad attinger l'acqua scendente 
dalle fonti. Ma anche il tipo della situla egizia è essenzialmente diverso dal nostro. Cfr. 
op. cit. la fig. data a p. 4 e 32. 

' Gozzadini, Di un sepolcreto etrusco scavato presso Bologna, tav. V, fig. 13; Cfr. 
p, 2'i. Lo stesso, La nécropole de Villanova. pag. 67. 

* Intorno agli scavi Amoaldi, tav. Vili, fig. 9; cfr. pag, 5i. Due di codeste capedun- 
cole sono anche nella tomba del predio Caprara n. 39 contenente due situle. Cfr, Brizio, No- 
tizie 1889, tav. I, fig. 37 ; p. 31, n, 3-4. Cfr. anche Sacken, Das Grabfeld von Hallstatt, 
Uv. XXV, fig. 4. 



232 SITULUS ARGENTEUS 



« religiosi » ^ Fin qui il Ghirardini. Anche l'Oberziner accennò 
che la situla di Cembra era stata adoperata per uso reHgioso ^. 

Ma un documento anche più importante di questi con- 
ferma l'uso della situla nei riti religiosi dei Romani. È questa 
una tavola del R. Museo Borbonico (voi. X, tavola LV), così 
descritta dal Quaranta : « Nella parte inferiore evvi la figura di 
un sacerdote dalla lunga barba. Egli stringe nella sinistra mano 
un secchietto ed un piccolo tridente, forse per rivoltare le viscere 
delle vittime, e nella destra un aspersorio simile in tutto ai no- 
stri, e di color d'oro al pari del secchietto. A queste parole det- 
tate dai dotti Ercolanesi in dichiarazione delle due figure per noi 
proposte dobbiamo aggiungere che il cennato tridente ci pare piut- 
tosto un ramoscello, solito pure ad usarsi nelle lustrazioni ». 

La situla figura anche nei monumenti descritti da H. Dut- 
schke, Antike Bildwerke in Oberitalien , Leipzig 1878 n. 31. 
Rdmische Reliefs mit Opferztig voi. ILI, p. Il, n. 218. Larenaltar 
des Augustus voi. Ili, p. 120, n. 621. Relieff'ragment einer Isis- 
pristerin, voi. IV, p. 273. Die herabtràgende L. hàlt eine situla, 
die R. (Arm fast ganz abgebrochen) erhob ein Seistron, welches 
selbst nur zum Teil erhalten ist. N. 859. Zicei Bakchische Re- 
liefs p. 373. 422. Etraskische Aschenkiste. Orestes mythos vol.V, 
p. 175. Anche importante è ricordare una situla in bronzo de- 
scritta nell'opera dei sigg. II. Thédenat et A. Héron de Ville- 
fosse : Les trésors de vaisselle d'argent troiivés en Gaule, pub- 
blicata nella Gazette arcliéologique 1885, p. 334 e seg. « Le ba- 
ron de Witte a public une situla étrusque en bronze de la collec- 
tion du prince Ladislas Czartovisky ; l'artiste l'a ornée de diffé- 
rentes scènes ; on y voit entre autres la nymphe Amymone qui 
va tirer de l'eau à un puits ; elle tient la situle et le treuil au- 
tour duquel est enroulée la corde ^ >. 



' Dal vedere coleste silule nelle scene di processioni e di banchelli che compaiono 
sulle silule istoriale, l'Hoernes traeva la ragionevole deduzione, che tali vasi ornali ele- 
gantemente fossero fatti per essere adoperali in quelle occasioni appunto, che essi slessi 
nella loro decorazione figurata rappresentano. Cfr. Millheilungen der anthrop. Gesellschaft 
in Wien, XXI (1891) p. [81]. 

* G. A. Oberziner, I Reti in relazione cogli antichi abitatori d' Italia, pag. 188 
Roma 1883. 

* Bulletin des Antiquaìres de France, 1881 p. 276; — Gazelle archéologique l.VII, 
i881, 1882 p. 6. 14 pi. I, II, 



SITULUS ARGENTEUS 233 



È nota la storia mitologica di Amjmona ('Aunj(jL(óvr)). Qui 
solo noto, col Vinet, che Amymona, figlia di Danao e d' Ele- 
phantis, essendosi data al suo liberatore Nettuno, questi le in- 
dicò la sorgente ch'essa cercava. 

In un vaso lucano si vede la Danaide , affranta e vinta, 
seduta, un'anfora nella mano, al piede della sorgente di Lerna, 
trasformata in una fontana monumentale e Nettuno diritto, or- 
nato del suo tridente (Gargullo Grimaldi Aìinal. deWbist. t. XVII, 
p. 58; Man, iiied. IV, 14, 15). Vi figurano anche quattro per- 
sonaggi nei quali si può riconoscere Mercurio, Pane, Venere e 
Amore. La stessa favola si trova ancora sopra uno specchio 
greco-etrusco della biblioteca del Vaticano (Gerhard, Etrusk- 
Spietjel, t. I, p. 65, pi. LXIV). Si vede Amymona, in piedi 
presso Nettuno, e tenendo un'urna sopra una pietra incisa della 
collezione Kestner (Guigniaut, Nouv. galer. myth. n. 5088; 
Muller - Wieseler, Denkm. der alt. Kunst, II, 7, n. 82). Sopra 
altre pietre essa è figurata sola, la si riconosce al tridente di 
Nettuno ch'essa tiene in una mano, mentre che nell'altra essa 
porta un vaso che ricorda la fontana di Lerna (Tolken, Erkl. Ver- 
^eichn. III, 2, n. 181, 182; Muller - Wieseler, 1. I, n. 82, 82^; 
Wicar, Galerie de Florence, I, pi. XCI). Tutto ciò ho ricavato 
dal pregevole articolo di Ernest Vinet nel Diclionnaire des antì- 
qitités grecqiies et romai/ies di Daremberg e Saglio, v. Amymone. 

Anche in una tavola del Tempio d' Iside a Pompei evvi 
effigiato un vecchio bianco-vestito, evidentemente un sacerdote, 
con in mano il sittihis. 

Ora quello che il Quaranta ritiene un semplice secchietto 
è proprio il situUis, come è sìtulus anche quello ora ricordato, 
e che vien definito u^perov, hydrion, nel libro : Le case e i monu- 
unenti di Pompei disegnati e descritti (v. Tempio d'Iside p. 15). 

Tra le sacre cerimonie presso gli antichi figura il matri- 
monio. Ora anche qui riappare la sitala o il sitalus. 

L' uso del bagno nuziale è antichissimo. Esiste nell' India, 
e l'acqua, cui si attribuisce la virtù di purificare, pria di essere 
adoperata è benedetta (de Gubernatis, Usi nuziali ). 

Quant' è alla Grecia narra Tucidide che anche a' suoi tempi 
era in vigore 1' antico rito di adoperare 1' acqua pria delle ceri- 
monie nuziali e per le altre sacre funzioni {Hist. B. P. II, 15). 

30 



234 SITULUS ARGENTEUS 



E il passo di Tucidide trova piena conferma nel dipinto 
della vetusta idria volcense della quale si occupò anche il Ge- 
rhard, Auserlesene gnechische Vaseìibilde}% III. 306. « In questo 
« dipinto (cosi E. Guhl e W. Koner , La vila dei greci e dei 

< romani, Torino 1887) vediamo alla sinistra dello spettatore la 
€ sacra fonte Callirroe (come indica una scritta posta lì accanto), 
« la quale sgorga da una testa di leone, sormontata da una specie 

< di atrio dorico. Una fanciulla, portante in mano il solito ramo 
« di alloro o di mirto per le lustrazioni, guarda con uno sguardo 
« significativo l' idria che si va riempiendo dell'acqua destinata al 
« bagno nuziale. Cinque altre fanciulle occupano il restante campo 
« del dipinto ; alcune hanno le idrie vuote sulla testa e sem- 
€ brano aspettare che sia venuta la loro volta di attinger l'ac- 
« qua; altre al contrario son già sulle mosse per ritornarsene 
« coi vasi riempiti. L' opinione del Gerhard, che sia qui rappre- 
« sentata una schiera di vergini raccolta per una solenne pro- 
« cessione, è in piena contraddizione colle testimonianze scritte 
« dell' antichità. Se si tien conto, invece, della numerosa popo- 
ne lazione di Atene , e ancora del costume ateniese di celebrare 
« le nozze di preferenza nel mese rau.f[kiov, nel mese nuziale, 
« apparirà naturale, che in un medesimo giorno poteano celebrarsi 
« molti matrimonii ; e doveva quindi avvenire di frequente che 
« più fanciulle, mandate da diverse coppie di sposi, si incontras- 

< sero alla fonte. Una scena cosiffatta ha appunto voluto rap- 
« presentare il pittore > (1. e. / greci, la vita e le occiq.azioni 
della donna p. 266, v. la fìg. 207 a p. 188). 

Sul proposito potrebbe anche ricordarsi il celebre affresco 
scoperto nel 1806 sull' Esquilino e che da Papa Pio VII fu ftxtto 
apporre in una parete d' una stanza annessa alla Biblioteca Va- 
ticana, conosciuto sotto il nome di nozze Aldobrandine, che il- 
lustra il bagno nuziale (XouTpòv vufxjpixóv), nonché la pittura mu- 
rale scoperta negli scavi del Palatino, pubblicata ed illustrata 
dal Perrot (Mémoi^es arcliéologiques, 1873 p. 14 e segg). 

Ed è cosi che si spiega la funzione del XouTpopópoc; nelle 
cerimonie nuziali presso i greci. AouTpapópo; ó, y], era chi por- 
tava l'acqua pel bagno nuziale, ó tpéocov Tà XouTpà; XouTpóv è 
r acqua con la qual'3 si bagnavano gli sposi. 

Innumerevoli fonti provano ciò, ed io mi limiterò a ricordare 
le più importanti. 



SITULUS ARGENTEUS 235 



Cosi nella Lysistrata di Aristofane si leggono i seguenti versi: 

Cliorus mulieruììi. 
Si forte sordes habes, balneum tibi praebebo. 

Chorus semini . 
Tu mihi balneum, obsoluta? 

Chorus ììiidìerum. 
Et quidem nuptiale ^ 

E ciò trova conferma in Euripide, Eustazio, Arpocrazione ^ 
Singolare è poi un passo di Eschine. Egli ricorda le fan- 
ciulle della Troade le quali, bagnandosi nelle acque dello Sca- 
mandro , nel giorno nuziale , consacravano al Dio simbolico la 
loro verginità ^ . 

Ma questo rito delle abluzioni nelle cerimonie nuziali trova 
splendida conferma negli usi funebri. Di vero l'acqua veniva 

XOPOS TYNAIKQN. 

et pu[x[i.a ruy/avEi? e'ywv, XouTpòv E^to tiol^V^uì. 

XÓPOS FEPONTQN. 
£i[Ao\ où XouTpòv, 0) aarpa ', 

XOPOS PYNAIKQN 
xai laura vu[j.«ptxóv ys. 

* Eurip. Phoen. 47: àvu[jLtvaia 8' lujjirjvò; Èxr]3cóOrj XouTpo'fópoj xXiSa;- Schol. è'Ooi; r^v 
■coti notXoiioli; , ort '(■^r^^i Tt;, Ik\ to?; lyjtiìp'.Q'.i Kora^otc, à;roXouia0ai. Schol. eìwOaat -{àp o\ n<x- 
Xaio\ à7:oXouEa0ai £7:\ toT; è^ycopion; :ioTa;xo'i; xa\ :rEptòpa'.vsaOat Xa[JLpàvovTE? CISwp tcov TtorajAttv 
xai TTjyòjv <j'j|J.3oXixw5 -aiSortuav EÙyj'iEvot, IkÙ ZcooTuotòv tò uowp xcà YÓvtfxov. 

Euslalh. ad Iliad. XXIII. 141, p. 1273 : xa\ toT? tzoo Yapu t£Xeutw(jiv ri Xourpo'f ópo;, 
(pajiv, ErtETiOETO xaXrt; Et? I'vBei^'.v tou OTt aXouTOi; rà vujx^ixà xat àyovo; aTCEUi, v. HeSVCh. S. 
Xipuaj e Xourpoyópa. 

E nel Lessico di Arpocrazione v. Aouxpo'^ópo? : eGo? 7)v rot; YajAouai Xoutpà [j.£Ta7ié[jL- 

TTEaGat xarà ttjv tou ya^iou rijiipav, e7:£[a;:ov S' in\ rauta tòv ÈYYuraTw ycvou? j^aTSa òtòpEva xa\ 
oviToi ÈXouTpo^ópouv. 

* VEvófiiarai 8: ev t^" TpwaSi yr)', tà; Ya[j.ou;j.ivas TcapGivoui; £7i:\ tÒv Sxa[j.av8pov f'p^EaOai 
xa\ Xouaa[iiva? ir/ a\)zo\) lò l'^io; touto wgTiEp t-póv ti ÈtciXcYEiv >ài3£ ij.ou, Sxa[Jiav8pE, Trjv ::ap- 

OEvtav. V. in proposilo W. A Becker, Charikles, II, 3 "'. v. anche Petersen, dor Hausgottes- 
dienst d. a. Griech. 1851, S. 37. 

Nò meno importarne è ciò che scrive Polluce: Onomasticum HI, 43: Aristophanes 
in Glauco, veste tectus lacera devirginavi. Dicuntur etiam quaedam faces nupliales, co- 
rona, et stola. Et quaedam Mulier lavacra forens, Aquigerula. Athenis quidem Gaiiirrhoe 
fonte, postea ex eo qucm Enneacrunon vocant. alibi vero undecumque libuerit. Vocantur 
autem haec, lavacra sponsalilia, 

'ApicjTO^avr,? rXauxto, KaXu<|/a? xaXu[i.[ji3CTo; rpt^tovu.» o:i7:ap0cv.uaa, xaXouvTat òì xa\ 
33c8i; vu[J.-fixa\, xa\ axl-favoc, xat aToXr,- xa\ XouTpà ti; xo;i.t^ouaa, XouTpoaópo;. 'AOrjVTjit [xlv, 
EX TT^s KaXXipp'jr,;. 

ElT'auOti;, EX tJ;; 'EvvEaxpouvou xXrjOEtjr,;- àXXà/oOi 8:, oOev av xa\ Tu//Jt. ÈxaXsÌTO 61 
rauTa, xa\ vujjisixà Xourpa. 



236 SITULUS ARGENTEUS 



adoperata per lavare i corpi di quelli che morivano celibi , sui 
monumenii dei quali era effigiato un fanciullo portante un'idria 
aquario. Ciò vien provato dagli scritti di Demostene, di Pol- 
luce e dello stesso Arpocrazione \ nonché da alcune dipinture ^. 

Dalle quali cose rimane chiaramente dimostrato che appresso 
i Greci questo sacro rito del bagno era in uso nelle cerimonie 
nuziali e simbolicamente era ricordato anche nei monumenti dei 
celibi : Ttóv Sì à^àj^wv XouTpopópo; tw [j.vY][i.aT£ ep^o-iaTo xópr) , 
ày-yerov ly^oufjOL 0(5po^ópov, y) ù^piccv, rj xpwa-o-òv, f] xàXinv ; l'acqua 
veniva rappresentata nelle figure mediante il vase che la con- 
teneva. 

Questo costume divenne romano, come verrò dimostrando, 
ma conviene ora, per non allontanarmi dai greci, esaminare altre 
fonti, fornire cioè lo studio di alcuni vasi. Voglio parlare di 
alcuni di quelli descritti nel mentovato Catalogo dei vasi antichi 
dipinti delle Collezioni Palagi el Uìiicersitaria descritti dal 
Dott. Giuseppe Pellegrini. Mi sembrano notevoli i seguenti : 

414. Anfora. Coli. Universitaria. 

A. Donzella, in chitone cinto, a s., una phiale rossa nella d. 
alzata, una situla pur rossa nella s. abbassata. 

B. Efebo ammantato, a s., una cassettina nella d. alzata. 
427. Cratere a campana. Coli. Palagi 725. 

A. Suir èo-j^àpa, di forma quadrata e munita di piccola base, 
siede la defunta eroicizzata Menade (chitone dorico con apoptygma 
cinto, hymation intorno alla parte inferiore della persona, orec- 
chini, collana, braccialetti bianco-gialli), la d. appoggiata al 
tirso, la s. in cui tiene un tympanon, protesa verso un satiro 
nudo (amante elisiaco) che le sta di contro in piedi, in atto di 



' Demostene in Leochar. § '8: rjppwaTTicrsv ó 'ApyjàSrii; xai teXeutS tÒv [Jiov aTróv-o; 
Tou MeSuXioou h.-^ai^o^ ò'jv xt toutoj arjji.ETov ', XouTpo-^ópo? ècpiarrjxsv iiCi ~Sì tou 'Ap^taSoo ta'^to. 

PoHucis, Onoraasticon lib. Vili cap. VII § 6 : Innuptorum porro monumento, Puella 
adslabal aquigera, vas habens aquarium, hydriam scilicet, gutturnium, urnam aur pelvim. 
Insistentem aulem tumulo imaginem: sive aquigera esset, vel alia, quaepiam, statuam 

IsaeuS VOCavit twv Sì «yiipitov Xourpo'fópo? Tw [j.vT|[jiaTi è^iararo /.ópr) , ayyeXo'^ r/_ouaa uopo- 
cpópov, r) óSptav, f) Ttpj/ouv, f, xpwjgòv, f) xaXTìtv. ttiv 81 j-^>.aTa;jiivrjV axlva, e'cte XouTpo-^ópo; 
siri, £iT£ aXXr) ti?, ÈTitaTrjjia 'laaTo; xixXrjxev. 

Harpocrat. 1. e. : èOo? Sì r,v xa\ roti; àyi^o'(; à7:oOavouai XouTpo^opstv xai ìm (Xoutpo- 
<j)ópov ìnif) tÒ jxvT^jjLa ecp'.aTaaOai- touto Sì r,v 7ia~; ùSpiav s'/^wv. Xiyst 7:£p\ toutcov As'ivapy^o; 
e'v rt TÒ) xa-à Qioò'jtox» xa\ Èv x^ xaxi KaXXidOlvou? tliay^iX'.x. 

* Brònsted, Biief Description of thirty-two ancient greek vases pi. 27. 



SITULUS ARGENTEUS 237 



porgerle con la d. un corno potorio e tenendo una situla nella 
s. abbassata. Dietro la donna , un efebo nudo , cinto il capo di 
tenia bianca , danza tenendo con ambo le mani il mantello ri- 
piegato. 

B. Due palestriti in corsa a s. ; il primo ha la clamide ri- 
piegata sul braccio s. e si volge verso il compagno che lo segue, 
impugnando nella destra uno striglie. Nel campo bastone curvo. 

428. Cratere a campana. Coli. Palagi 835. 

A. Un giovine (il morto eroicizzato = satiro) siede sul pro- 
prio hymation, appoggiandosi con la s. a un tirso e stendendo 
la d., in cui tiene una phiale, verso una donzella (amante eli- 
siaca =» Menade) che si avanza verso di lui, il tympanon nella s. 
protesa, una situla nella d. abbassata (chitone cinto, opisthosphen- 
done radiata, orecchini, collana, braccialetti bianco gialli, scarpe). 

446. Aryballos. Coli. Universitaria. 

Una delle due donne ha il solo hymation avvolto intorno 
alla parte inferiore del corpo; l'altra, in chitone cinto, reca una 
phiale nella s. e una situla nella d. Nel campo, finestrino lumeg- 
giato di rosso. 

546. Pelike. Coli. Palagi 797. 

A. Il giovine seduto (= satiro), si appoggia con la s. al 
tirso, e stende la phiale verso una giovine donna (= Menade) che 
gli sta di contro, tenendo una situla nella s. abbassata ed uno 
specchio nella d. alzata. Fra essi, in alto vola verso il giovine, 
Eros, uno specchio nella s., una tenia nella d. 

La donna seduta (Menade), si appoggia con la s. al tirso 
ed alza la d. in cui tiene un cofanetto semiaperto, verso il gio- 
vine (satiro) che le sta dinanzi, un tympanon nella s. Nel campo, 
foglia di uva. 

567. Anfora a volute. Coli. Palagi 911. 

A. Sulle anse, maschera di Medusa con serpi fra i capelli 
e due piccole ali sulla fronte: bianca con particolari in nero e 
giallo. 

Nello svolto del labbro, ovoli ; al di sotto, meandro a onda, 
seguito da piccolissimo astragalo bianco-giallo. Sul collo, rosette 
e phialai alternate, dettagliate di bianco-giallo e accompagnate 
da fiorellini a tre petali : al di sotto, testa femminile in bianco, 
di tre quarti verso s. (Selene), col nimbo, fiorellini bianchi nei 



238 SITULUS ARGENTEUS 



capelli , orecchini a goccia e perle , collana di perle gialle , in 
mezzo ad un ricco intreccio di fiori e foglie. Sulle spalle, bac- 
cellatura ed ovoli neri. Sul corpo: scena del culto dei morti; 
tributo alla tomba di una donna. In mezzo, sopra una larga e 
bassa base decorata di meandro a onda , sorge Y heroon , ionico 
distylo, un frontone ed acroteri di volute ; le parti anteriori del- 
l' edificio son dipinte in bianco ; le parti interne, viste di scorcio, 
sono lasciate nel color dell'argilla. Dentro 1' heroon sta seduta, 
di tre quarti verso s., sulla sommità d'una colonna ionica alla 
quale si appoggia anche col braccio s. , una giovine donna di- 
pinta in bianco (la defunta eroicizzata) , in chitone manicato a 
pieghe e contorni gialli, cuffia aperta ed hymation bianco-giallo 
con bordura in rosso-scuro, avvolto intorno alle gambe, orecchini, 
collana e braccialetti ; ella tiene un cofanetto da toilette con fiori 
sopra ed una ghirlanda di mirto nella d. alzata. 

In terra, addossato alla parete dell' heroon, è un grosso ala- 
bastron bianco; nel campo, una tenia appesa. Fuori dell' heroon, 
lateralmente ad esso, stanno in piedi due donne che recano doni, 
in chitone dorico cinto ed hymation , cuffia aperta radiata sul 
davanti, scarpe, orecchini, collana, braccialetti, uno specchio 
neir una mano, protesa verso il sepolcro, una situla nell' altra, 
abbassata. Nel campo, tenie, specchio, fiorellino e due ciste sotto 
le figure laterali. 

B. Dalle due parti della stele si avanzano correndo due donne 
recando doni; quella di d., un flabello nella d. , un cestello con 
frutta ed una ghirlanda nella s. : quella di s., una cassetta da 
toilette sormontata d'un grappolo d'uva nella s., uno specchio 
nella d., una tenia gialla sul braccio d. Nel campo tenie, rosette 
e foglie di edera. 

571. Kelebe. Coli. Palagi 938. 

A. Personaggi disiaci =* Menadi e Satiri, in colloquio amo- 
roso fra loro. Un giovine nudo (morto eroicizzato = satiro), con 
la d. appoggiata a un tirso, siede verso s. sull' hymation posato 
in terra, volgendo la testa verso una donzella (amante elisiaca 
==» Menade) che sta ritta alla sua d., in atto con la d. di sco- 
starsi leggermente il chitone dal seno e tenendo nella s. abbas- 
sata una situla. Ai piedi del giovine, cestello pieno di frutta. 
A d. di questo gruppo sta un Sileno, nudo, con tenia gialla sui 



SITULUS ARGENTEITS 239 



capelli, la d. appoggiata al tirso da cui pende svolazzando una 
tenia bianca, con la d. alzando all'altezza della persona un cra- 
tere a campana ad ornati neri. 

Egli sta in colloquio con un' altra giovine donna (Menade) 
appoggiata col gomito s. ad una piccola stele sepolcrale, in forma 
di pilastrino, e intenta, come la prima, a scostarsi con la d. il 
chitone dal seno; In terra, ce3pugli e girali. Nel campo, in alto, 
ghirlanda di mirto e finestrino. 

B. Due coppie di efebi ammantati. 

572. Kelebe. Coli. Palagi. 

A. Scena come sopra. Nel mezzo, un giovine nudo (morto 
eroicizzato => satiro), cinto i capelli di una specie di corona fatta 
d' ornamenti bianco-gialli a salsicciotto, siede verso s. sulF hy- 
mation collocato in terra, appoggiandovisi con la mano s. e te- 
nendo nella d. un cestello con una focaccia dentro ad una tenia: 
appoggiato alla sua spalla d. è il tirso fiorito , ad uno dei cui 
rami è appeso un campanello. Dinanzi a lui sta in piedi , ad- 
dossata ad una piccola stele sepolcrale metà bianca e metà gialla, 
una donzella (amante elisiaca = Menade) vestita nella solita fog- 
gia, il tirso n^lla d., un flabello nella s. stesa verso il giovine. 
Dalla parte opposta , pure addossato ad una stele come sopra , 
sta un secondo giovine (satiro), il tirso con lunga tenia nella s., 
una situla nella d. Nel campo rosetta, tenia, foglie di edera. 

B. Tre efebi ammantati; quello di mezzo tiene nella d. una 
cista, quello di d. un bastone. Nel campo palla. 

579. Kelebe. Coli. Palagi 947. 

A. Eros nudo, una phiale nella s. protesa, una situla nella d., 
si avanza a gran passi verso una donna (Menade, ovvero sia morta 
eroicizzata), seduta verso s. sopra una roccia, una tenia nella d. 
alzata, un grappolo d'uva nella s. ; appoggiato alla sua spalla s. 
è il tirso. 

Nel campo, tenia, foglie e alberelli. 

B. Due efebi ammantati , uno dei quali con bastone. Nel 
campo, palla. 

582. Kelebe. Coli. Palagi 941. 

A. La donna ha il tirso con tenia nella s., un cestello con 
focaccia ed un tympanon nella d.; il giovine, una situla nella s., 
il tirso con tenia nella d. Nel campo, rosette, fiori, foglie di edera. 



240 SlTULUS ARGENTEUS 



B. Testa femminile, in cuffia chiusa radiata sul davanti, di 
profilo a s. 

584. Kelebe. Coli. Palagi 940. 

A. Menade danzante verso d. in chitone cinto, un tympa- 
non nella s. alzata. La segue, pure danzando, un satiro giovi- 
netto, una situla nella s., una face spenta nella d. Viene ap- 
presso un giovine, pure tutto nudo (Dionysos?), col mantello 
ripiegato sulle braccia, ritto in piedi, quasi di prospetto, la s. 
aperta stesa innanzi, la d. appoggiata al tirso. Nel campo, una 
phiale di scorcio. 

B. Tre efebi ammantati, uno dei quali con bastone. Nel 
campo, diptychon e paio di balte res. 

590. Cratere a campana. Coli. Palagi. 

A. La Menade seduta tiene una ghirlanda nella d. protesa. 
Il satiro, in piedi dinanzi a lei, le porge una phiale nella s.; nella 4- 
ha una situla. In mezzo, alberello di lauro. Nel campo, rosetta e 
due finestrini. 

B. Due efebi ammantati, quello di d. appoggiato ad un ba- 
stone. Nel campo paio di halteres. 

601. Cratere a campana. Coli. Palagi 184. 

A. Una Menade, una cista rettangolare nella d., una situla 
nella s., corre ad., volgendo indietro la testa verso un satiro che 
l'insegne, il kantharos nella s., il tirso con lunga tenia nella d. 

B. Due efebi ammantati, di fronte, la destra appoggiata ad 
un bastone. Nel campo ghirlanda. 

602. Cratere a campana. Coli. Palagi 735. 

A. La Menade tiene uno specchio nella d. una phiale con 
frutta nella s.; il satiro, una situla nella d., il tirso nella s. 
Nel campo, rosetta e tenia. 

B. Due efebi ammantati, di fronte ; in mezzo di essi, pic- 
cola stele sepolcrale in forma di pilastrino. Nel campo diptychon 
e rosetta» 

604. Cratere a campana. Coli. Palagi 751. 

A. Menade e satiri in danza; scene di significato analogo 
a quello dei nn. precedenti. Un satiro, col mantello bianco av- 
volto intorno alla persona, si avanza, in entusiastico movimento 
di danza, verso d. Lo segue una Menade, in chitone cinto con 
apoptygma, ghirlanda .di edera fra i capelli, orecchini, collana, 



SITULUS ARGENTEUS 241 



braccialetti, scarpe, un tympanon nella s. , un grosso grappolo 
di uva nella d. Chiude la rappresentazione un secondo satiro, 
parimente danzante , con tracolla di perline bianco-gialle , una 
situla nella d., una grossa anfora a fondo acuminato sulle spalle. 
Il terreno è indicato con file di punti. Nel campo, rosette, fi- 
nestrino, foglie di edera. 

B. Tre efebi; i due laterali ammantati, quello di mezzo, 
semiammantato, appoggiato con l'ascella d. ad un bastone bianco, 
con phiale nella d. In terra, ramoscello di edera. Nel campo, 
phialai e finestrino. 

610. OiNOCHOE. Coli. Palagi 909. 

Satiro con tenia e collana bianco-gialla, in danza a s., una 
phiale nella d., una situla nella s. Appoggiato alla sua spalla s. 
è il tirso. In terra, girali, alberelli di lauro, phiale con frutta. 
Nel campo rosetta. 

633. Rhyton a testa di cinghiale. Coli. Palagi 849. 

Lateralmente all'ansa palmetta inclusa in voluta; quindi, 
sul dinanzi, satiro nudo con scarpe e tenia bianco-gialle, in danza 
a Sj, un kantharos nella d. alzata, una situla nella s. abbassata. 
Nel campo, rosette e foglioline di edera. 

644. Skyphos. Coli. Palagi 747. 

A. Satiro stante, il tirso nella d., una situla nella d., una 
situla nella s. 

B. Donna in rapido movimento ad., uno specchio nella d., 
un cestello a palla nella s. 

Ed ora occorre esaminare un' altra non meno importante 
serie di vasi tratta dallo stesso catalogo. In questi non si trova 
dall' egregio sig. Pellegrini menzionata la situla bensì 1' hydria 
e la phiale. 

364. Lekythos. Coli. Palagi 1166. Da Atene. Disegno assai 
bello. Epoca del primo sviluppo. 

Scena sepolcrale. Sui gradini del tumulo di forma ovoide e 
riccamente ornato di tenie, ora quasi del tutto perdute, siede in 
atteggiamento mesto e pensoso una giovine donna (la defunta 
eroicizzata?). Ella appoggia il gomito s. sulla gamba e inclina 
leggermente il mento sulla mano s., in una posa piena di grazia 
e di raccoglimento : veste chitone dorico rimboccato, ed ha ac- 

31 



242 SITULUS ARGENTEUS 



canto a sé, sui gradini del tumulo, un' hydria, sulla cui bocca è 
deposto il drappo involtato che serviva per portarla in capo. A s. 
sta in piedi, volta verso il tumulo, un'altra donna, di forme ma- 
tronali, in chitone talare e sphendone ; ella reca fra le mani un 
cestello dentro cui è una corona di ulivo o di mirto. 

Dall' altra parte del tumulo sta ritto , quasi di prospetto , 
ma guardando a s. verso il sepolcro, un efebo nudo, con endro- 
mides, la clamide ripiegata sul braccio s^ e ripresa con la mano d. 
di dietro la schiena, il petaso sulla spalla, la s. appoggiata a 
due lance. 

452. Aryballos. Coli. Palagi 1298. 

Una donzella (ovvero sia la defunta eroicizzata) sta seduta 
sulla parte superiore di una colonna ionica (monumento sepol- 
crale), tenendo una cassettina da toilette nella d. , una corona 
nella s. Nel campo, phiale, tenia, rosetta. 

484. Skyphos. Coli. Palagi 1354. 

A. Satiro nudo, con scarpe, seduto su roccia verso d., un 
grappolo di uva nella d. , una ghirlandina di mirto bianca 
nella s. 

B. Donzella (Menade), in chitone e cuffia aperta, seduta nello 
stesso modo, un grappolo d'uva nella d., una phiale nella s. 

494. Anfora. Coli. Palagi 1445. Sul collo ramo di lauro 
e baccellatura; sotto le figure, striscia a meandro. 

A. Culto dei morti ; omaggio di libazione al defunto. — Egli 
(il morto eroicizzato) appoggia la s. sul tumulo e stende con lad. 
la phiale verso una giovine donna, in chitone dorico, aperto sul 
fianco s., un apoptygma cinto, opisthosphendone, orecchini, col- 
lana , braccialetti gialli , la quale avanzandosi verso di lui con 
una grossa tenia nella s. , gli versa da bere coli' oinochoe che 
tiene nella d. 

499. Hydria. Coli. Palagi 904. 

Eros, nudo, si avanza da s. , una phiale colma di frutta 
bianche nella s., una corona nella d,, verso una donna (la de- 
funta eroicizzata) in chitone dorico e fascioni neri lungo l'aper- 
tura laterale, collana e braccialetti bianchi, la quale siede verso d. 
sopra una cassa a semplici ornati, tenendo nella d. uno specchio. 
Nel campo, finestrino e foglia di edera. Il fusto è indicato da 
grossi tocchi bianchi, imitanti sassi. 



SITULUS ARGENTEUS 243 



500. Kelebe. Coli. Palagi 1441. Sullo svolto del labbro, 
ramo di lauro. 

A. Efebi e donzelle in colloquio amoroso: scene della vita 
elisiaca. A s. un giovine nudo, coli' hymation ripiegato sulle 
braccia, guaina al fianco s., corta lancia e scudo rotondo, ori- 
ginariamente dipinto giallo, nella s. ; spada sguainata nella d. 
alzata, sta ritto, di tre quarti verso s., di contro ad una gio- 
vine donna, raffigurata come sposa, e messa in animato colloquio 
con lui ; ella veste chitone manicato con apoptygma cinto, velo 
che le scende giù dal capo dietro la schiena, cuffia aperta, orec- 
chini, collana ,' braccialetti gialli. Fra le due figure, in terra, 
piccolo cespuglio. A d., un gio-vine simile al primo, seduto sulla 
propria clamide posata in terra, il petaso bianco dietro le spalle, 
la s. appoggiata ad una lancia, stende la d. per ricevere l'omag- 
gio della libazione da un' altra giovine donna, in chitone mani- 
cato con apoptygma cinto, sostenuto sotto le ascelle da nastro 
trapunto, orecchini, collana, braccialetti gialli, la quale gli porge 
con la s. una phiale dorata, tenendo nella d. abbassata 1' oino- 
choe, pure in origine dorata. Nel campo, metà di uno scudo ro- 
tondo appeso. 

B. Due coppie di efebi ammantati ; uno di essi si appoggia 
con la d. a un bastone, un altro tiene nella d. uno striglie. 

501. Kelebe. Coli. Palagi 952. 

A. Scena come sopra. Nel mezzo sta seduto su sgabello 
plettile un giovine interamente nudo (il morto eroicizzato) eccetto 
uno stretto strophos, forse di pelle, intorno alla vita ; egli si ap- 
poggia con la s. ad una lancia, porta in capo un alto elmo ri- 
curvo in punta, a guanciere e folto cimiero equino, e stende la d., 
munita di phiale, verso una giovine donna (l'amante elisiaca), 
che si avanza alla sua volta per porgergli la libazione, in chi- 
tone manicato cinto ed orlato in basso di meandro, cuffia aperta, 
un'anfora lucana (nestoris) nella s. abbassata, un cestello nella s. 
alzata. Dalla parte opposta, sta in piedi, di tre quarti verso il 
centro, un altro giovine, in corto giubbino a strie longitudinali, 
frangiato all' estremità, cinto alla vita, la lancia appoggiata alla 
spalla s. , lo scudo alla gamba d. , intento a collocarsi in capo 
con le due mani 1' alto pilos di pelle , che completa il costume 
italico di cui è vestito. 



244 SITULUS ARGENTEUS 



B. Tre efebi ammantati, il primo con bastone, il secondo 
con strigile nella d. 

514. Anfora. Coli. Palagi 812. 

A. Culto dei morti; tributo ad una tomba. Nel mezzo, 
heroon sepolcrale in antis, con acroteri di palmette, sopra largo 
basamento decorato di fascioni con meandro a onda ed arabeschi : 
le parti anteriori in bianco, le parti interne, vedute di scorcio, 
nel color dell' argilla. Dentro V heroon è un grosso sboccio di 
foglie con un fior di papavero in cima. A d. un giovine nudo, 
con i capelli .cinti di tenia gialla, endromides , la clamide al 
braccio s., il piede s. sopra una piccola cassetta, il d. sopra un 
rialzo del terreno indicato da punti, stende inclinando la persona, 
uno specchio verso il sepolcro. Dalla parte opposta, una donzella 
stante in chitone cinto, hymation sulle braccia, cuffia aperta, 
orecchini, collana, offre nella s. uno specchio, tenendo un ramo 
di lauro con tenia nella d. Nel campo, finestrino e due phialai. 

B. Due efebi ammantati , uno dei quali appoggiato ad un 
bastone, 1' altro in atto di collocare un piccolo frutto bianco sopra 
una bassa stele sepolcrale, che si trova in mezzo ad essi. 

Nel campo ghirlanda appesa. 
. 515. Anfora. Coli. Palagi 3261. 

A. Scena come sopra. In mezzo, le stele sepolcrale, con 
frontone desinente in acroteri di palmette, decorato di due larghe 
tenie, una bianca, 1' altra nera. A d. un giovine nudo, coronato 
di ulivo, r hymation al braccio s., si accosta alla stele, tenendo 
nella d. una tenia, nella s. una cassetta. Dalla parte opposta, 
una donna, nell' ordinario costume apulo, si approssima parimente 
alla stele recando una cassettina nella d. , una ghirlanda con 
tenie nella s. 

B. Due efebi ammantati di fronte, uno con bastone, l'altro 
con phiale. 

525. Anfora. Coli. Palagi. Ramo di lauro nella porzione 
superiore del collo ; meandro a croci sotto le figure. 

A. In mezzo, sopra larga base quadrata, la stele sepolcrale, 
con frontone sormontato di acroteri di palmette, decorato di due 
tenie, una bianca e l'altra nera. A d. un giovine nudo, l' hymation 
al braccio s., offre una phiale nella d., tenendo un ramo di lauro 
nella s. Dalla parte opposta, una donzella vestita nella solita 



SITULUS ARGENTEUS 245 



foggia, stende verso la stele la s. con un cestello a palla, che 
ella tiene per l'ansa; nella d. ha un ramo di lauro. Nel campo, 
rosette. 

B. Due efebi ammantati di fronte. 

527. Anfora. Coli. Palagi 814. 

A. Scena analoga ai nn. precedenti ; il giovine sta a s. ed 
offre nella d. una ghirlanda; la donna, ad., fa omaggio di una 
phiale e di una tenia. 

B. Due efebi ammantati. 

528. Anfora. Coli. Palagi 844. 

A. Scena analoga ai nn. precedenti. In mezzo, il sepolcro, 
indicato da una bianca colonna ionica con base a capitello. A s. 
siede su roccia (tumulo sepolcrale) una donzella (la defunta eroi- 
cizzata), con una phiale nella d. alzata ed un ramo di lauro 
nella s. A d. sta in piedi un giovine, offerendole un grappolo 
d'uva nella s., e tenendo nella d. appoggiato alla persona un 
ramo d'albero fiorito. Nel campo, rosetta e tenia. 

B. Due efebi ammantati, di fronte. 

529. Anfora. Coli. Palagi 845. 

A. Donzella ed efebo in colloquio amoroso; scena della vita 
elisiaca. Una donzella, con cestello a palla nella s., stende con 
la d. la phiale con ramoscello dentro, verso un giovine, che le 
sta di contro, appoggiato ad un bastone, porgendole con la d. 
un ricco nastro. Nel campo, rosetta, tenia, ghirlanda. 

B. Due efebi ammantati di fronte. 

530. Anfora. Coli. Palagi 868. 

A. Scena analoga, ma inversa, a quella del n. precedente. 
Seduto in terra sul proprio hymation sta il defunto (il giovine), 
un ramo d' albero bianco in una mano e con la phiale nell'altra, 
protesa verso la donna (amante elisiaca) , che ritta di fronte a 
lui reca nella d. abbassata un ramo d' albero, nella s. una cas- 
setina rettangolare. 

B. Due efebi ammantati, di fronte: in mezzo ad essi, pic- 
cola stele sepolcrale. Nel campo, diptychon. 

534. Pelike. Coli. Palagi. Sul collo, ramo di lauro; sotto 
le anse, grande palmetta aperta col vertice in alto, fiancheggiata 
da girali fogliati ; sotto le figure tutt' intorno al corpo del vaso , 
meandro interrotto da riquadri spartiti, con punti. 



246 SITULUS ARGENTEUS 



A. Donzella ed efebo in colloquio amoroso ; scena della vita 
elisiaca. Una giovine donna in chitone cinto, cuffia aperta, col- 
lare e braccialetti bianchi, siede sul suolo, indicato da puntini 
bianchi, appoggiandovisi con la mano d. ed alzando la s., in cui 
tiene una phiale, verso un giovine nudo, che sta ritto di fronte a 
lei, con r hymatìon ripiegato sul braccio s. e tenia bianca nei ca- 
pelli, porgendole nella d. uno specchio. In mezzo alberello fiorito. 

535. Pelike. Coli. Palagi 826. 

A. Un giovine nudo (il defunto eroicizzato), con tenia nei 
capelli, siede verso s. suU'hymation posato in terra, appoggian- 
dovisi con la mano s. e stendendo la d., in cui tiene una phiale, 
verso una donna (amante elisiaca = Menade) , in cuffia aperta 
radiata, chitone cinto, braccialetti gialli, la quale sta ritta di- 
nanzi a lui, offerendogli colla s. un tympanon e tenendo nella s. 
abbassata un grappolo di uva. 

538. Pelike. Coli. Palagi 827. 

A. Il giovane seduto si appoggia con la s. ad un bastone 
e tiene nella d. protesa una lunga tenia. La donna, in piedi di 
fronte a lui, una cista o cofano semiaperto nella s., uno specchio 
nella d. Nel campo rosetta. 

B. Due efebi ammantati, di fronte. 

539. Pelike. Coli. Palagi 860. 

A. Di fronte alla donna, seduta su roccia uno specchio 
nella s., sta in piedi Eros, nudo, con sandali, collana, periske- 
lides e braccialetti bianchi, porgendole con la s. la phiale, e te- 
nendo nella d. un ramoscello di lauro. Nel campo, rosetta e te- 
nia bianca. 

B, Due efebi ammantati con bastone nella d. Nel campo 
paio di halteres. 

540. Pelike. Coli. Palagi 800. 

A. La donna, seduta su roccia, stende verso il giovine la 
mano d. aperta por ricevere la phiale, che egli le offre con la s., 
tenendo una ghirlanda di mirto nella d. Nel campo finestrino e 
rosette. 

B. Due efebi ammantati, di fronte. 

541. Pelike. Coli. Palagi 830. 

A. Eros siede a s. su roccia, tenendo nella d. un cofanetto 
rettangolare ed una filza di rosette. Nel campo phiale. 



SITULUS ARGENTEUS 247 



B. Testa femminile, in cuffia, aperta di profilo a s. Nel 
campo, rosetta e foglia di edera. 
544. Pelike. Coli. Palagi 858. 

A. Donna, vestita nella solita foggia, la mano d. posata 
sulla roccia su cui siede, e retrospiciente, leva in alto con la s. un 
cofanetto rettangolare ornato di lunga tenia bianca. Finestrino, 
phiale, fiorellini nel campo. 

B. Testa femminile a s. in cuffia aperta radiata. 

548. Hydria. Coli. Universitaria. Allo svolto del labbro, 
ovoli ; sul collo, due rami di lauro fioriti e foglie sottili , con 
rosetta in mezzo. Bell'esemplare. Culto dei morti ; tributo alla 
tomba d'una donna. 

Dentro Theroon sta in piedi una donna (la defunta, rappre- 
sentata quale signora della casa), tutta bianca dettagliata di 
giallo, in cuffia aperta radiata, chitone ed hymation, intenta a 
sollevare con la d. il coperchio di un cofanetto da toilette che 
reca nella s. stesa versa di lei un'ancella, pure tutta bianca, in 
chitone dorico e cuffia chiusa, l' hymation ripiegato sul braccio s., 
un cestello a palla nella s. abbassata. Nel campo, tenia appesa 
a mo' di festone. Ai lati dell' heroon, su due piani, stanno quattro 
donne che fanno le onoranze e recano doni tutte vestite nella 
solita foggia. Quella di s.', in alto, siede sopra una cista e tiene 
una ghirlanda nella s., una phiale con ramoscelli di mirto 
nella d. La seconda donna, di contro a lei, a d. in alto, sta 
pure seduta, ma sul suolo indicato da puntini bianchi, ed ha 
una phiale con ramoscello di mirto nella d., un ramo di lauro 
nella s. La terza donna, a s. in basso, sta in piedi e reca uno 
specchio nella s., un ramo di palma con tenia nella d. Final- 
mente l'ultima donna, a d. in basso, si avanza a gran passi 
verso la tomba, portando un oggetto, in forma di scaletta (così 
detto « sistro apulo ») nella d., un cestello con dentro una fo- 
caccia nella s.; dinanzi a lei appoggiato all' heroon, è un grosso 
alabastron bianco. 

549. Hydria. Coli. Universitaria. 

Dentro l' heroon siede sopra un ricco sedile, originariamente 
dipinto in giallo , appoggiandovisi con la mano s. e tenendo i 
piedi sopra uno sgabello, una donna (la defunta eroicizzata) tutta 
bianca dettagliata di giallo, in lungo chitone cinto, cuffia aperta, 
collana ed orecchini. 



248 SITULUS ARGENTEUS 



Ell'è raffigurata in atto di scostarsi leggermente con la d. 
il chitone dalle spalle, mirandosi in uno specchio che le porge 
un'ancella ritta di fronte a lei, con le parti nude dipinte in 
bianco, i capelli in giallo e il chitone nel color dell'argilla con 
dettagli in nero. Intorno all' heroon, come nel n. precedente, 
stanno quattro donne che prestano le onoranze e recano doni ; 
la prima, a s. in alto, seduta in terra, tiene nella s., una phiale 
con dentro un frutto bianco (pomo) e nella d. uno specchio ; la 
seconda, di contro a lei a d., pure seduta in terra, posa la 
mano d. sul ginocchio e tiene nella s. una ghirlanda ; la terza, 
sotto la prima donna a s. seduta come la seconda, ma volgendo 
la testa verso il sepolcro, reca nella s. un flabello ; la quarta, 
sotto la seconda figura ad., chinandosi con la persona verso 
r heroon, offre una ghirlanda di mirto nella s. una phiale con 
frutta (pomo bianco) nella s. Nel campo, palla, 

551. Hydria. Coli. Palagi 930. Sul collo, ramo di lauro; 
sotto le figure, meandro. 

Nel mezzo, su alta e larga base, sorge la stele sepolcrale, 
di forma rettangolare, ornata di due grosse tenie, una bianca 
l'altra nera. A s. sta seduto sul proprio hymation un giovine 
nudo (il morto eroicizzato), una phiale nella d. protesa, un ramo 
di palma nella s. Dalla parte opposta si approssima alla tomba 
una donna, nel solito costume, una tenia nella d., un flabello 
nella s. Nel campo, tenia e phiale. 

574. Kelebe. Coli. Palagi 950. 

A. Sul proprio mantello posato in terra siede verso d. il de- 
funto eroicizzato : corto giubbino cinto alla vita , ed altissimo 
berretto di pelle di fiera. Egli sta appoggiato con la d. a due 
lance e stende con la s. una phiale verso una giovine donna (a- 
mante elisiaca) che si trova in piedi dinanzi a lui, nel solito co- 
stume pugliese, una ghirlanda nella d. protesa, una cista nella s. 
In mezzo, un gran fiore sorgente dal terreno. 

B. Due efebi ammantati, con bastone nella d. Nel campo 
paio di halteres. 

577. Kelebe. Coli. Palagi 956. 

A. Donzella ed Eros. La donna seduta su roccia tiene un 
grappolo d'uva nella d. protesa ed uno specchio nella sinistra. 
Dinanzi a lei, chinato alquanto della persona e posando il piede d. 



SITULUS ARGENTEUS 249 



sull'orlo di una phiale, sta, in luogo dell'amante elisiaca, lo stesso 
Eros, in atto di offrirle una phiale con la s. ed una ghirlanda con 
la d. Nel campo, tenie e bucranio. 

B. Due efebi ammantati con bastone. Nel campo diptychon. 

578. Kelebe. Coli. Palagi 954. 

A. Eros seduto verso d. sopra una roccia, stende le braccia, 
tenendo nella d. un ramo di lauro e nella sinistra una phiale, 
verso una giovine donna (Menade, ovvero sia morta eroicizzata), 
che sta ritta dinanzi a lui, una ghirlanda con tenia nella d. 
protesa, il tirso nella s. Nel campo, bucranio. 

B. Due efebi ammantati con bastoni. Nel campo, diptychon, 
palla e foglia di edera. 

592. Cratere a campana. Coli. Universitaria. 

A. Donzella ed Efebo =: Menade e Satiro, che si rincorrono; 
scena della vita elisiaca. La Menade, in chitone cinto, opistho- 
sphendone radiata ecc. corre a d., il tirso nella d., una ghir- 
landa nel s., volgendo indietro la testa verso il Satiro, che la 
segue, tenendo una face accesa nella d., il tirso (a metà sva- 
nito) nella s. 

In terra, alberelli di lauro. Nel campo tenia. 

B. Due efebi ammantati ; in mezzo, piccola stele sepolcrale 
in forma di pilastrino. Nel campo phiale. 

593. Cratere a campana. Coli. Palagi 783. 

A. Eros, una ghirlanda nella d., una tenia nella s., si 
avanza a gran passi a s. Dinanzi a lui, viticcio. 

B. Donzella seduta su roccia a s., un ramo di lauro con tenia 
nella s., la phiale nella d. Dinanzi a lei viticcio. Nel campo tenia. 

631. SiTULA. Coli. Palagi 708. 

A. Efebo e donzella in colloquio amoroso; scena della vita 
elisiaca. Un giovine nudo (= Satiro), siede verso s. sul proprio 
hymation, tenendo nella s. il tirso, e nella d. protesa una phiale 
con un grappolo di uva. Dinanzi a lui sta in piedi una donna 
(= Menade) vestita nel solito costume, con cestello pieno di of- 
ferte nella s., una ghirlanda con tenia nella d. In mezzo, un 
cratere a calice. Nel campo rosetta, tenia, bucranio. 

645. Skyphos. Coli. Palagi 717. 

A. Donzella ed Efebo in colloquio amoroso : scena della vita 
elisiaca. La donna in chitone dorico cinto, cuffia aperta periata, 

32 



250 



SITULUS ARGENTEUS 



scarpe, orecchini, doppia collana di perle, braccialetti, sta seduta 
verso s. sopra una roccia, sulla quale appoggia la mano s., te- 
nendo nella d. alzata una phiale con ramoscello di mirto dentro. 
Dinanzi a lei sta in piedi il giovine nudo appoggiato con l'a- 
scella d. ad un bastone, la s. stesa verso la donna. Fra le due 
figure, in alto, vola verso d. un uccello (una l'uyH, torcicollo?), 
recando fra le zampe una corona. Nel campo rosetta. 

A. Eros, in rapido movimento a s., una larga tenia in cia- 
scuna mano. Nel campo rosetta. 

646. Skyphos. Coli. Palagi 714. 

A. Eros seduto verso s. sopra una roccia, una phiale con 
tenia nella d. 

B. Donna seduta verso s. sopra una roccia, un cofanetto 
nella d., uno specchio nella s. 

Altre fonti non meno importanti credo utile ricordare. 

E fra le altre, ne ricavo alcune dall'opera del Wieseler ^, 
I, B. n. 213: « Vasengemdlde aus Unteritalien, in der Sammlung 
von Mr. Hope zu London (jetzt vesteigert? Und in wessen Besitz 
gekommen?) Persephone, von Pluton auf seinem Viergespanne 
hinweggefiihrt ; nimmt von ihrer Mutter Demeter (welcher der 
Maler die brennende kienfackel, deren oberer Theil hinter dem 
RUcken der Figur sichtbar ist, in den rechten Arm geben wolte) 
freundlichen Abschied. Hecate geleitet mit Fackeln den Zug, 
der sich bei Nacht begiebt, wie auch die am Rimmel sichtbaren 
Sterne anzeigen. Die Taube der Aphrodite und Eros (mit Schale, 
Myrtenkranz und Binde, bekannten Liebessymbolen) fiiegen liber 
dem bràutlichen Paare ; Hermes (in der Chlamis und mit dem 
auf dem Rucken liegenden, undeutlich dargestellten Petasos, sonst 
ohhe Attribute) sicht ihm entgegen, um es in die Unterwelt 
hinabzugeleiten. Nach Millingen Uned. monum. Ser. 1, pi. 16 ». 

L. e, n. 287. « Aphrodite von zwei Eroten getragen. Vasen- 
gemàlde. Millingen, Ancient. tmed. tnoìiuments 1.1, p. 13. Aphro- 
dite auf einem Hippokampen. Th. II, taf. VI, n. 68 ». Nella de- 
stra tiene uno specchio, nella sinistra il situlus. 



* Denkmàler der alten Kunst nach dtr ausioahl und anordnung von C. 0. Miiller, 
zweite bearbeitung durch Friederich Wieseler, Gòltingen 1854. 



SITULUS ARGENTEUS 251 



L. c, n. 668. « Eros und Psyche und ein anderer, grtJs- 

serer Eros, mit Fackel und Schale oder wohl eher Kranz, wohl 
Hymenrios, welche ebenfalls auf sitzende Frau zueilen, ihr Ge- 
sicht nach der entgegengesetzten Seite hin zu den gequàlten Sch- 
metterlingen zuckkehren ». 

Dal Lenormant ^ (pi. 110) ricavo la seguente notizia di un 
altro monumento. 

« Les deux dernières planches de ce volume représentent des 
bas-reliefs en marbré. Sur l'une, Hercule au repos tend sa coupé 
à une femme voilée qui apporto un petit vase et dans laquelle 
certains archéologues ont cru reconnaifre Hébé (v. Finati, Mus. 
Borb. XIII, 51) ». 

Così pure nel Baumeister ^, s. v. Horen, si legge: 

« So auf einem Relief in Villa Albani, wo die Horen nach 
der fiirheren Deutung zur Hochzeit des Peleus und der Thetis 
ihre Gaben darbringen (Abb. 759, nach Zoega, Bassiril, 1. 52), 
welches jedoch jetzt wohl allgemein hochstens mit entfernter 
Anspielung auf dieso mythologische Scene (s. unter « Thetis ») 
erklart wird zu dem rechter Hand sitzenden Brautpaare der 
Jungling ist heroisch nackt, nur die Clamys deckt seinem Un- 
terleib, die Braut vollstàndig auf rOmische Weise verhiillt- 
treten Hephaistos und Athena oder, um romisch zu reden, Vul- 
can und Minerva heran und bringen dem Bràutigam kriegs- 
wafFen zum Geschenk. Dahinter folgen die Horen, voran die 
des Winters, einen Hasen und eine Ente an der Stango tragend 
und einen Eiber (das echt italische Tier, vgl. Ilor. sat. II, 2, 89), 
hinter sich schleppend ; dann die des Friihlings mit einem Blu- 
menkorbe und einem Ziegenbocklein ; darauf der Sommer mit 
Blumengewinde ; endlich der Herbst mit Trauben und Fruchten 
im Gewandbausche. Sie bringen den Eheleuten also den materiel- 
len Jahressegen. Der dahinter schreitende Knabe, welcher sich 
eben unwendet, um seine Fackel zu putzen, damit sie heller auf 
lodern, wird flir Hesperos oder Hymenaios gehalten, der Jung- 
ling hinter ihm fur Komos, den Vertreter der Festlust mit 

' Chefs-d'cemre de l'art antique, deuxième serie, lexte par. M. F. Lenormant sous- 
Bibliothécaire de l'Inslilut, Paris 1867. 

* A. Baumeister, Denkmàler d«r klassischen Altertums , Munchen und Leipzig, 
druck und verlag ran R. Oldenbourg 1884. 



252 SITULUS ARGENTEUS 



Fackel und Weinkanne, oder auch fUr einen Wassertràger (mit 
Bezug auf das Brautbad). Die gròsste Schwierigkeit aber macht 
die letze rlickwàrts gewendete weibliche P'igur, welche ein 
geflUgelter Eros fortzudràngen scheint ». 

E nell'opera pregevole dei sigg. Daremberg e Saglio {Dict. 
V. Hymenaeus) il eh. sig. J. A. Hild scrive: 

« Le sarcophage de la ville Albani qui représente ou les noces 
de Pélée ou celles de Cadmos et d'Harmonia \ nous montre, der- 
rière les Horae apportant aux mariés leurs dons, Hymenaeus cou- 
ronné de fleurs, portant une longue torche sur l'épaule gauche 
et dans la main droite une hydrie qui rappelle l'eau pure avec 
laquelle il était d'usage de faire des lustrations sur les jeunes 
mariés ^ ». 

Ed anche una pittura murale di Pompei : l' arrivo d' Io a 
Canopo, descritta dal Quaranta ^ merita d'essere ricordata. « Die- 
tro alla cennata donna star ne veggiamo in piedi altre due : la 
prima è coronata di fronde tuttoché una calantica le ricopra i 
capelli, l'altra gli ha inghirlandati ma sciolti in vago errore. 
Quella tiene un sistro nella dritta mano, ed un caduceo nella 
manca, ed oltre a ciò un secchietto pel cui manico passò un 
braccio ; questa nella destra mano tiene pure un sistro, ed una 
lancia nella sinistra. Amendue queste figure par che festeggino 
l'arrivo d'Io ecc. » 

E qui torna opportuno ricordare i versi di Ovidio ^ : 

... virgo love digna, tuoque beatum 
Nescio quem factura toro, pete, dixerat umbras 
Altorum nemorum , et nemorum monstraverat umbras 
Dum calet, et medio sol est altissimus orbe. 

La situla apparisce anche in altre dipinture di Pompei. 
€ Ces tableaux, scrive il Winkelmann % qui offrent des pe- 
tites fìgures d'un très-beau fini, semblaient encore faire désirer 

' Muller-Wieseler, Denkmàler II, lab. 75, n. 961 et souvent ailleurs ; cf. Archaeol. 
Zeit. 1866. p. ^^^62. 

» Gf. Poli. Ili, 43; Hesych. Xourpo?6pos et Xt?óa; ; Eustath. 7^ XXIII, !4' ; Schol. 
Eurip. Phoen. 347. Pour les représentations, coUect. Sabouroff, lab. 58 et 59. 

' V. Museo Borbonico voi. X, tav. II, p. 1 bis e segg. 

* Metam. Uh. 1 v. 589 segg. 

' Histoire de l'art chez les anciens, t. II § 25 p. 135. 



SITULUS ARGENTEUS 253 



des morceaux d'une touche plus libre et d'une manière plus har- 
die. Ce désir a aussi été rempli par deux tableaux qu'on a dé- 
couverts à Pompeia dans une grande chambre derrière le tempie 
d'Isis, et qu'on a exposés dans le cabinet d'Herculanum. Les 
figures en sont moitié grandes comme nature, et représentent l'his- 
toire d'Isis ou Io. Dans l'un, Io, caractérisée par deux cornes 
sur la téte, est représentée nue, avec sa draperie rabattue jus- 
qu'aux cuisses. Elle est assise sur l'épaule gauche d'un Triton 
ou de Prothée, qui la soutient de la main gauche. Io se soutient 
aussi de la main gauche, pendant qu'elle présente la droite à 
une belle figure de femme entièrement drapée, qui la lui serre, 
et qui de l'autre tient un serpent court dont le cou est enflé. 
Cette figure, assise sur une base, a derrière elle un enfant qui 
joue avec un vase, nommé sìtula. On volt encore derrière la méme 
figure un jeune homme debout, l'épaule gauche découverte, et 
qui représente probablement Mercure ; car il tient de la main 
droite élevée un sistre et de la gauche un caducée, avec un très- 
petit vase, ou sìtula, suspendu au poignet de la méme main. 
Une quatrième figure, debout comme Mercure, et drapée de blanc 
comme les autres figures, à l'exception du Triton, tient pareil- 
lement un sistre de la main droite et une petite baquette de la 
gauche. Le Triton, ou le dieu Prothée, sort de la mer, ou du 
Nil derrière des écueils qui sont comme blanchis par l'écume 
des flots. A gauche on voit un crocodile de couleur d'acier, et 
à droit un Sphinx sur une espèce de piédestal >. 

Ricordo anche le seguenti pitture che si ammirano nel Mu- 
seo Nazionale di Napoli. 

N. 9319, LVI. Genio alato con coppa e fiaccola. 

N. 9325, LVI. Genio alato: nella s. fiaccola, nella d. la situla. 

N. 9342, LVII. Genio alato con piatto con doni nella s. e 
nella destra bicchiere. 

N. 9922, LXXXIV. Genio alato con manto rosso con poculo 
nella destra e fiaccola nella sinistra. 

N. 9232, XLVII. Genio alato col ritone e la situla. 

Qui trovano pure luogo alcune pitture murali che ricavo 
dall'opera del Prof. Sogliano : Le pitture murali campane sco- 
verte negli anni 1867-79. 



254 



SITULUS ARGENTEUS 



I DIPINTI SACRI ROMANO-CAMPANI. 

/ Lari. 

12. Reg. VII. Is. 15% n. 12; cucina. A. 1.60. L. 1.14. 
Nel mezzo sta l'altare di fabbrica, sporgente dal muro in forma 
semirotonda e imbandito delle solite frutta non piìi riconoscibili. 
Intorno all'altare si avvince un gran serpente giallo a rilievo 
che con la metà del suo corpo sovrasta ad esso. Al di sopra vi 

sono i due Lari col rhyton e con la situla p. 91. — Bull. 

Inst. 1873 p. 236. Fiorelli Descr. Pomio. p. 313. 

13. Reg. VII. Is. 15% n. 7; cucina. A. 0.85. I due Lari 
coronati e vestiti di tunica e pallio, col rhyton e la patera ; di 
essi quello a dr. è in gran parte distrutto : in mezzo un' ara ar- 
dente, ai cui lati stanno due figure, l'una a dr. virile, l'altra 
a sin. muliebre, con lunghe chiome, che stendono entrambe una 
mano sull'ara, e delle quali la virile tiene nella sin. un' acerra. 
Al di sotto al serpente che si avvicina all'altare. — Fiorelli, Scav. 
di Pomp. p. 105, n. 19 ; Descr. Ponip. p. 311. 

14. Reg. IV. Is. 13^, n. 2 ; angolo nord-est del peristilio. 
Edicola fatta a guisa di tempietto che mostra sulle pareti 

i Lari (n. 0.48), i quali dal rhyton fanno zampillare il vino 
nella situla. — Gior. scav. Pomp. n. 3.111, p. 50. Fiorelli, Descr. 
Poììip. pag. 423. 

15. Reg. 1, Is.3*, n. 30; viridario. Abbastanza danneggiato. 

Genio familiare e Lari. 



16. Reg. IX, Is. 3% n. 13; bottega. A. 0.80. L. 1, 20. 

17. Reg. VII, Is. 3% n. 13; cucina. A. 0.59. L. 2.07. 

19. Reg. I, Is. 1% n. 2 ; bottega. 

20. Reg. V, Is. 2% n. 13 ; bottega. Molto distrutto. 

21. Reg. IX, Is. 6*, n. 4; cucina. A. 0.55 {rhyton e patera). 

22. Reg. IX, Is. 2% n. 16; cella penarla (?) A. 1.30. L. 1.34; 
{rhyton e situla). 

23. Reg. IX, Is. 2*, n. 17 ; cucina. Svanito del tutto. 



24. Reg. Vili, Is. 8% n. 



10 ; cucina. Mal conservato. 



SITULUS ARGENTEUS 255 



25. Reg. IX, Is. 6^, n. 3.; cucina. L. 1.32. Danneggiato 
superiormente. 

20. Reg. IX, Is. 9% n. 20; instrinum. A. 1.20. L. 1.57. 

27. Reg. I, Is. P. n. 8 : hospitium. Distrutto. 

28. Reg. VI, Is. 14*, n. 39; cucina sotterranea. A. 1.30. 
L. 1.87. 

29. Reg. I, Is. 3*, n. 24 ; peristilio. Svanito quasi com- 
pletamente. 

30. Reg. VII, Is. 3% n. 11, 12; cucina. L. 2.31. Danneg- 
giato superiormente. 

Lari e Penati. 

32. Reg. IX, Is. ad oriente dell' Is. 5*, n. 1... si vedono 
i Lari, ciascuno fra due alberetti, nel solito atteggiamento di 
far zampillare dal rhyton il vino nella sitala . 

33. Reg. IX, Is. 7*, lato ovest; dirimpetto ai n. 17, 18 
deiris 2^ A. 2.15. L. 3.50. 

Fra i due Lari, che dal rhyton fanno zampillare il vino 
nella sitida, vedesi il Genio con patera e cornucopia innanzi ad 
un'ara ardente, dietro a cui è in proporzioni minori un tibicine, 
che suona la doppia tibia. In alto sono sospesi due festoni di 
frondi, su i quali appariscono a sin. il busto della Luna con nimbo, 
luna falcata sulla fronte e flagello, e a dr. quello del sole, che 
ha pure nimbo radiato intorno al capo e flagello. Al di sotto è 
un altare ornato nel mezzo di tre teste di Medusa, al quale si 
avvicinano dai lati opposti due serpenti. Bull. Inst. 1871 p. 199. 
Fiorelli. Scav. di Poìnp. p. 104. n. 3. 

35. Reg. IX, Is. 5*, n. 2 ; nella breve fauce che mena al 
porticum n. 22. A. 1.58. 1.06. 356. Reg. VII, Is. 7% n. 5. 

Amore cavalcando una pantera, e portando il ritone nella 
sin. — Fiorelli, Scav. di Pomp. p. 124 n. 200. 

303. Reg. 'VII, Is. 15*, n. 3; oecus a sin. dell'androne. 
(Eros) veduto di spalle, con patera nella dr. — Bull. Inst. 

1872, p. 197. Fiorelli Scav. di Pomp. p. 123 n. 189 : Descr. 
Pomp. p. 309. 

304. Reg. VII. Is. n. 29 : exedra. 

Due Eroti con patera. — Bull. Inst. 1868 p. 43. Fiorelli, 
Scav. di Pomp. p. 123 n. 181 : Descr. Pomp. p. 207. 



256 SITULUS ARGENTEUS 



305. Reg. I, Is. 3* n. 29 : tablino. 

Con la patera e le infule. — Bull, Tnst. 1873 p. 238. Fiorelli, 
Scav. di Pomp. p. 1-22 n. 174. 

306. Reg. IX, Is. 2% n. 27: triclinio. 

(Eros) con patera nella sin. ed urceo nella dr. — Giorn. 
Scav. Pomp. n. 1. II, p. 11. Fiorelli Scav. d. Pomp. p. 124, 
n. 198. Descr. Pomp. p. 390. 

321. Reg. VII, Is. 7*, n. 10; primo cubicolo sul lato ovest 
dell'atrio. (Eros) con calathus e fiaccola. — Fiorelli, Scav. di 
Pomp. p. 123, n. 284. 

401. Reg. VII, Is. 7^, n. 6; primo oecus sul lato est del 
peristilio. A. 0. 2S. L. 0. 76. Quasi distrutto. 

Due coppie, composte ciascuna di un Erote e di una Psiche, 
stanno d' incontro. Per la grande corrosione dell' intonaco non 
si distinguono le loro movenza ; sembra però che gli Eroti rice- 
vano qualche cosa dalle Psichi. Alla estremità sin. evvi una ta- 
vola (?), innanzi alla quale si piega un Erote con coppa nella d., 
forse per raccogliervi qualche liquido , che stilla dalla tavola. 
— Bidl. Inst. 1871 p. 234 e 1872 p. 130 e Gior. Scav. Pomp. 
n. s. 11, p. 371. Arch. Zeit. 1873, taf. 3. Fiorelli, Scav. di 
Pomp. p. 126, n. 223 ; Bescr. Pomp. p. 244. 

Del pari ricordo le seguenti che rinvengo nella Relazione 
del Fiorelli \ 

17. Lare vestito di tunica e pallio, ed avente tra mani il 
ritone e la secchia, che sta in piedi sulle spire di un serpente, con 
l'altro Lare svanito (R. VII, 1, XII, tv. VII, n. 28 f.) HLB. 38. 

20. I due Lari col ritone e la situla, ai lati una nicchia or- 
nata di fiori; sotto è un serpente accosto all'ara (R. I, I, III, 
tv. XII, n. 30 e). 

Genio familiare e Lari. 

29. Genio familiare col cornucopia e la patera, presso di 
un' ara, che a sin. ha il tibicine in atto di suonare, ed un Ca- 
millo con r urceo e la patera : ai lati stanno i Lari col ritone 

* Gli scavi di Pompei dal i861 al 1872. Relazione al Ministero della P. I. di Giu- 
seppe Fiorelli, Napoli 1879. 



SITULUS ARGENTEUS 257 



e la situla, e sotto un serpente che si avvicina all'altare (R. IX, 
I, III, tv. XI, num. 9-10 a) Cxiorn. Pomp. II, 134. Bull. 
Inst. 1871, p. 207). 

31. Genio familiare con cornucopia e patera, libando sudi 
un' ara cui è involto un serpe ; avanti è un Camillo, che porta 
il disco ed un volatile simile a gallo, ed incontro il tibicine 
quasi poggiato all'altare. Stanno ai fianchi i Lari, uno dei quali 
a metà svanito, col ritone e la secchia ; e sotto i due serpenti, 
che si avvicinano ad uno sporto di fabbrica su cui è il frutto 
del pino, e di mezzo ad essi un uomo con anfora sulle spalle, 
che si curva a vuotarla in un grande dolio : sopra questa figura 
leggesi HERMES (R. 1, I, n. 8). 

Lari e Penati. 

34. I due Lari col ritone e la situla, stanno aggruppati 
presso di un altare, avendo ai lati, da un lato Giove poggiato 
allo scettro e con l'aquila in mano, dall'altro Minerva con 
galea, scudo e lancia, l'egida sul petto, e la civetta ai piedi. 
Sotto è un serpe presso l'ara (R. VII, I, II, tv. IX, II, 14, I). 
Bull. Inst. 1868, p. 16, HLB. 60 \ 

35. I due Lari col ritone e la situla ai lati di Vesta, che 
velata e sedente, poggia i piedi ad un suppedaneo, e tiene il cor- 
nucopia in una mano, nell'altra la patera, libando su di un* ara; 
dietro al suo trono è la parte anteriore dell'asino, e sotto l'al- 
tare co' serpenti (R, VII, I, XII, tv. VII, n. 1.1. d). HLB. 61. 

E così pure nel Bullettino dell' Instituto trovo altre dipin- 
ture, e fra queste : 

> 17, muro di fondo a d : Amore verso sin. con veste co- 
me 16 e anelli ai piedi, non alle mani. Rivolge indietro (a d.) 
la testa coronata di foglie e porta nella d. alzata un piatto o 
basso canestro con fronde e fiori, nella sin. abbassata una sec- 
chia (Scavi: Reg. V, isola 2^. Mau, Bull. deW Inst. di Corr. 
Ardi. 1885 p. 167). 

19. 20, nel muro di fondo ; 19 a sin. Amore che nella sin. 
porta un piatto, nella d. stesa indietro la situla. 

21. 22. nel muro d. ; 21 a sin. Baccante, che nella sin. 
porta la situla, nella d. protesa una ghirlanda che s'inarca so- 



258 SITULUS ARGENTEUS 



pra la testa >. (Mau, Scavi di Pomi^ei^ Bull, dell' Inst. dì Corr. 
Arch. 1884 p. 107). 

Importantissima è poi quest'altra pittura descritta da En- 
nio Quirino Visconti ^ 

« Me trouvant à Naples en 1776, et parcourant avec des 
regards avides les peintures antiques sorties des fouilles d'Her- 
culanum et de Pompeia, je m'arrétois plus particulièrement sur 
celles qu'on n'avoit pas encore publiées. Je fus frappé à la vue 
du fragment d'un ancien tableau exécuté sur l'endroit d'un mur, 
soit à la simple fresque , soit par le procede réuni à celui de 
la peinture encaustique *. Farmi les figures que ce tableau re- 
présente, et qui sont à peu près d'une proportion de demi na- 
ture, la première qui attira mon attention fut celle que l'on 
voit debout sur la gauche du spectateur, en habit militaire, et 
dont la physionomie ressemble à celle de Scipion l'Africain l'an- 
cien. Le sujet du tableau me parut étre un festin nuptial. La 
couleur presque noire de quelques figures et le contraste bien 
marqué de la carnation extrémement brune de l'homme et du 
teint de la femme, placés l'un prèa de l'autre sur un de ces 
lits dont les anciens se servoient pour prendre leurs repas, me 
parurent indiquer que la scène se passoit en Afrique, et que le 
principal personnage étoit un Africain. Je n'esitai pas alors à 
reconnaìtre dans cette peinture le festin nuptial de Massinissa 
et de Sophonisbe, célèbre à Cirta dans le palais de Syphax. 

« Ayant fait prendre un dessin exact du tableau, un examen 
plus attentif et plus détaillé n'a fait que confirmer mon premier 
jugement : ainsi j'ais fait graver cette intéressante peinture 
comme le seul monument authentique par le quel on puisse re- 
connaìtre les portraits de Massinissa et de Sophonisbe. 

« Le lieu de la scene est une salle au rez-de-chaussée donnant 
-sur un jardin, et dont le plafond est soutenu par des colonnes. 
On peut la regarder comme un trìclinitim, ou salle de festin. 

« La porte qu'on voit à travers une fenétre est ornée de fes- 
tons formés de branches de laurier ou de quelque autre arbre 

' Iconographie Grecque par Ennius Quirinus Visconti, Milan Ì8J6, 

* M. Fea, dans ses notes à l'Histoire de l'art par Winckelmann (liv. XI, e. 1, S 2, 

de l'édition de Rome) a fait mention de celle peinture inedite d'après les renseignements 

que je lui en avois donnés. 



SITULUS ARGENTEUS 259 



de bon augure, ainsi qu'il étoit d'usage dans les fétes nuptiales 
des Grecs \ dont les rites s'étoient solemnisées par des banquets 
somptueux méme chez les Carthaginois *, qui avoient emprunté 
des nations asiatiques l'usage de ce coucher sur des lits pour se 
mettre à table. La salle est ornée de statues placées dans les 
entre-colonnements ; la statue d'Apollon est représentée comme 
étant de bronze dorè ; l'autre statue, qu'on suppose de la méme 
matière, est d'une teinte verdàtre. Les nouveaux mariés sont à 
demi-couchés sur le méme lit : l'homme, dont le teint est très 
brun, a la téte ceinte du diadéme royal : ce diadéme est blanc, 
tei que le portoient, à l'exemple des rois grecs successeurs d'A- 
lexandre, les rois qui régnoient dans ces contrées au temps des 
guerres puniques, et tei que Syphax le portoit lui-méme. 

« La reine, dont la beante frappe les yeux par l'éclat de son 
teint, par la régularité de ses formes, par la grace de sa pose, 
a un bandeau pareli autour de la téte ; elle tient dans sa main 
droite une coupé d'argent, et paroit attendre qu'on la remplisse ; 
un brasselet d'or entoure son poignet, et une bague orne le 
doigt anulaire de la main gauche. Le roi d'une taille fort avan- 
tageuse, a l'air troublé, de sa main droite il serre son épouse 
contre son sein ; le gesto qu'il fait de sa main gauche est celui 
d'un homme qui s'excuse : ses yeux sont fixés sur le Romain 
qui s'approche d'un air imposant et sevère. Deux jeunes femmes, 
dont l'une semble étre une négresse, sont après de la reine ; un 
esclave presque nu et d'un teint très brun est dérrière le Ro- 
main, dans l'action d'apporter des fruits sur un plateau rectan- 
gulaire. Des tapisseries, auloca^, sont tendues autour du lit sui- 
vant l'usage > (Visconti 1. e. tom. Ili, p. 411 e seg.). 

Fin qui la descrizione dell' illustre archeologo. Io però 
credo farla seguire da un passo di Livio ben importante : 

€ et mixtum in poculo ferre ad Sophonisbam iubet, ac 

simul nuntiare Massinissam libenter primam ei fidem praesta- 
turum fuisse, quam vir uxori debuerit. Quoniam arbitrium eius 
qui possint, adimant, secundum fidem praestare, ne viva in po- 



' CaluUe, Argonaut. V, 294 ; Juvenal, Sat. VI, v. 79. 
• Justin, liv. XXI, e. 4. 



260 SITULUS ARGENTEUS 



testatem Romanorum veniat. Memor patris imperatoris patriae- 
que et duorum regum, quibus nupta fuisset, sibi ipsa consuleret. 
Hunc nuntium ac simul venenum ferens minister quum ad So- 
phonisbam venisset, « Accipio , inquit , nuptiale munus , neque 
€ ingratum, si nihil maius vir uxori praestare potuit. Hoc ta- 

< men nuntia, melius me morituram fuisse, si non in funere 

< meo nupsissem >. Non loquuta est ferocius, quam acceptum 
poculum, nullo trepidationis signo dato, impavide hausit ^ >. 

Credo utile infine ricordare una fonte tratta dalla numi- 
smatica. 

Anche nelle monete della famiglia Cassia descritte dal Mo- 
relli è raffigurata la situla. 

Tab. 1, I. VESTa Quintus CASSIVS. caput deae Vestae ve- 
latum. 

Templum Vestae rotundum, cum statua deae eiusdem in 
summo fastigio , in medio templi sella curulis est ; a lateribus 
hinc est inde urna, et tabella inscripta A. C. 

Urna longior, in summo amplior, et circa orifìcia an- 

sulas habens, piane ita in denariis cernitur, ut a Morellio depicta 
est; quod non monerem nisi hac quoque in parte, quod et sae- 
pius per negligentiam fit , aliorum delineationes a vero aberrare 
cernerem. Fuit illa urna recipiendis suffragiorum tabellis, quam 
sitellam nuncupat Cicero in Orat. prò Cornelio p. 1292 ad Gron. 
Dum tabellae dirihentur, dum sitella defertiir: dum aequantur 
sortes : dum sortitìo fit. Ab altera templi parte tabella ponitur 
inscripta A. C. id est Absolvo. Condemno ^. 

Ma altre fonti credo indispensabile esaminare. 

Appresso i Romani è anche attribuita all'acqua la virtti di 
purificare. Essa ha quindi importanza nelle cerimonie sacre. E per 
non fare dell' inutile erudizione riporto ciò che scrisse il Jordan : 

« Der tàgliche Gebrauch von Wasser fiir die Sàuberung des 



• T. Livii lib. XXX, cap. XV. 

* Thesaurus Morellianus sive Familiarum romanarum numismata omnia diligentis' 
sime undique conquisila a celeberrimo antiquario Andi*ea Morellio, Amstelaedami 1734 
pag. 76 e seg. Richiamò la mia attenzione su questa moneta l'insigne archeologo Dottore 
Carmelo Mancini. 



SITULUS ARGENTEUS 261 



Tempels versteht sich von selbst : zum Uberfluss sagt Plutarch 
(Numa 13) xaO' rjfxépav. Die bekannte Vorschrift aquam iugem 
vel qiiamlibet praeterquam quae per fistulas venit bei den heili- 
gen Handlungen zu gebrauchen hat Festus 161*, bewahrt und 
demgemass reinigen die Vestalinnen die Brandruine des Kapitols 
aqua e fontibus amnihusque hausta: Tacitus hist. 4, 53. 

« Bedeutungsvoll'ist das Wasser die Vestalinnen grade so, 
wie far alle, die mit dum Kult zu thun haben, der Aufhag Nu- 
ma's an die Vestalinnen ' fur Feuer und Wasser zu sorgen ', ist 
ein klàgliche Erfindung. Doch man wird die Zeichen deudenter 
nicht bekehren ^ ». 

Ed ecco i citati luoghi di Plutarco e di Tacito; 

£t£ (5è j^pfjvai Mouo-aif; xaGiepwo-at tò yja^io^ ìy.zX'zo icaì toù? 
TT£pì aÙTÒ Xetfxwva?, oszon là iroXXà (potTwa-at (Tuv(5taTp^(3otjatv aÙTtp 
TT)v Sé TCY]Y7^Y, Y] xaTàpo£t TÒ yja^io-^^ OStop ispòv k-K0^tX\(x.i Tar<; 
'Eo-Tiàdi TiapOévot;,. oiiw;; Xa[jt,j3àvou<Tai xaO' Y][xfpav ayv^Cwo-i xal 
pa^vwo-i TÒ àvàxTopov. — Praeterea locum istum et prata , ubi 
secum Musae frequenter convenirent atque communicarent, deabus 
istis, et fontem quo locus is rigatur, Vestalibus conservandum, 
ut quotidie inde haurientes, aspergerent ea purgarentque fanura 
(Plutarco, Numa XIII). 

Ed ora il bellissimo brano di Tacito : « Curam restituendi 
Capitoni in L. Vestinum confert, equestris ordinis vi rum , sed 
auctoritate famaque Inter proceres. Ab eo contracti haruspices 
monuere « ut reliquiae prioris delubri in paludes aveherentur; 
templum iisdem vestigiis sisteretur: nolle deos mutare veterem 
formam ». Undecimo kal. lulias, serena luce spatium omne, quod 
tempio dicabatur, evinctum vittis coronisque ingressi milites, 
quis fausta nomina, felicibus ramis : dein virgines Vestales, cum 
pueris puellisque patrimis matrimisque , aqua e fontibus amni- 
busqiie hausta perluere. Tum Helvidius Priscus, praetor, prae- 
eunte Plautio Aeliano pontifice, lustrata suovetaurilibus area, et 
super caespitem redditis extis « lovem, lunonem, Minervam, prae- 
sidesque imperii deos » precatus, « uti coepta prosperarent , se- 
desque suas, pietate hominum inchoatas, divina ope adtollerent », 



' Der Tempel der Vesta und das Hans der Vestalinnen voa H. Jordan, Berlin 1886 
p. 63, nota 1. Der Dienst im Hause. 



262 SITULUS ARGENTEUS 



vittas, quis ligatus lapis, innexique funes erant, contigit » (C. Cor- 
nelii Taciti, Hìstoriarum lib. IV, 53). 

Né debbono dimenticarsi due altre fonti ; una tratta dallo 
stesso Plutarco, l'altra da Ovidio. « Perchè si comanda alla no- 
vella sposa che tocchi il fuoco e l'acqua? Forse perchè in questi, 
come elementi e principi, si riconosce il maschio e la femmina, 
e r uno d' essi dona i principi al moto , e 1' altra ha proprietà 
di suggetto e materia? Ovvero perchè il fuoco purga, e l'acqua 
lava, e conviene alla sposa si mantenga sempre sincera e casta? 
perchè siccome il fuoco senza 1' umore risecca e non nutrisce, 
e r acqua senza il calore è sterile e oziosa, così il maschio e la 
femmina scompagnati riescono vani e non operanti, ma la con- 
giunzione del maritaggio dona perfezione al commercio della vita? 
perchè non si deono i maritati giammai abbandonare , anzi 
accomunar tutte le fortune , ancorché non fussero per aver co- 
mune altro bene che il fuoco e l'acqua? > ^ 

Ed ecco il luogo di Ovidio: 

An, quia cunctarum contraria semina rerum 
Sunt duo discordes, ignis et unda, Dii, 
lunxerunt dementa patres ; aptumque putarunt 
Ignibus et sparsa tangere corpus aqua? 
An, quod in bis vitae causa est ; haec perdidit exsul ; 
His nova fit coniux: haec duo magna putant? ^ 

Ma si sono rinvenuti dei vasi nei quali si può riconoscere 
il sìtulus argenteus? Ho creduto utile esaminare sul proposito, 
fra le moltissime, l'opera di H. Thédenat et A. Héron de Ville- 
fosse : Les trésors de vaisselle (Targent trouvés en Gaide,, pub- 
blicata nella Gaiette archéologique fondée par Fr. Lenormant 
et J. de Witte^ année 1887. Vi si parla di secchietti d'argento. 

€ Dans ces trois pièces les ornements abondent ; mais ils 
sont incontestablement marqués de la tare qui déprécie les oeu- 
vres des basses époques de l'art antique. Ce déchet semble se 
faire moins sentir dans le petit seau d'argent que dans les deux 
autres pièces ; et pourtant tous les trois ne laissent aucun doute, 

* Opuscoli di Plutarco volgarizzati da Marcello Adriani, XX Cagioni d' usanze e 
costumi romani I. 

* P. Ovidii Nasonis, Fastorum lib. IV vers. 787 e seg. 



SITULUS ARGENTEUS 263 



ni par l'origine gréco-romaine, ni sur la période de décadence 
à laquelle on doit les attribuer. 

« Tout porte à croire qu'il faut les ranger parmi les produits 
de cet art exubérant, mais non point encore difforme, qui, vers 
les derniers temps du paganisme, cherchait parfois à se rattacher 
aux traditions classiques de la Grece. En voulant alors trop bien 
faire, on laissait voir de toutes parts les subtilités prétentieuses 
de la corruption et les faiblesses d'une exécution molle et re- 
làchée. 

« ...Sur la situla on voit trois scènes de mythologie érotique, 
à savoir: Hylas ravi par les nymphes du fleuve Ascanios, Daphne 
surprise dans son bain par ApoUon accompagné de Cupidon arme 
d'une torche enflammée, et enfin Leda embrassée par le cygne 
de Jupiter, que l'amour soutient sur son dos ^ ». 

E in altro luogo: « Nous avons mentionné plus haut un seau 
en argent trouvé a Herculanum ; Winckelmann le decrit ainsi : 
- Je me rappelle un vase en ovale et forme comme un petit seau ; 
il est d'argent et muni d'une anse ; sur ce vase, si je ne me 
trompe, était représenté en rélief Hylas enlevé par les Nymphes 
quand Hercule l'envoya puiser de l'eau ^ ». 

Nella detta opera sono indicati anche i luoghi in cui si sono 
rinvenuti simili vasi di argento. Essi sono : 

« Pompei — En mars ou avril 1835 trouvaille, dans une 
maison, de quatorze vases en argent ^ ; plusieurs sont décorés de 
bas-reliefs avec sujets figurés... A cette trouvaille appartiennent 
les deux belles coupes, en forme de canthare, publiées dans le 
Museo Borbonico ^ et représentant des Centaures et des Centau- 
resses sur lesquels sont montés de petits Amours 

Vase en forme de canthare ; de chaque coté un Amour monte. 



' Ce seau a été dessiné et expliqué par Raoul Rochette, Choix de peintures de Pompei, 
p. 199 ; par Koehne, dans les Mémoires de la Société archéologique de Saint Pétersbourg, 
L. l p. I, i, et enfin dans les Antiquités du Bosphore cimmérien conservées au Musée de 
l'Ermitage imperiai, 854, I, 1, p. 1, XXXIX. 

* Lettres sur les decouvertes d' Herculanum p. 9. 60. 

» Bull, dell' Insta, di Corrisp. archeol. t. VII (1835) p. 38; Annali, t. X (1838) p. 177, 
17 ', Rernardo Quaranta, Di quattordici vasi d' argento dissotterrati in Pompei nel 1835, 
Napoli 183'. in-4\ 

''Tom. XIII, pi. 49. Due vasi d' argento dissotterrati in Pompei. 



264 SITULUS ARGENTEUS 



l'un sur un lion, l'autre sur un taureau ; dans le champ, masques, 
vases, thyrses, etc ^ 

« Moldavie. — Coupé de l'epoque de Septime Sevère, trouvée 
en 1837; on y voit figurés les amours de Jupiter et de Leda, d'A- 
pollon et de Daphne, et l'enlèveraent d'Hylas par les Nymphes » ^. 

Merita qui esser ricordata anche una tazza d'argento de- 
scritta dal Reinach (pi. XXXVIII): 

1. Tasse à deux anses, avec ornements gravés et dorés. Le 
motif de la guirlande se retrouve pi. IX. 

1. Découverte avec le n. 5 de la pi. XXXVII et les nn. 3, 
4, 5 de cette planche dans le tombeau à dalles renfermant un 
squelette de femme dont la téte était ornée d'une couronne de 
laurier en or {hitrod. pi. LXIII). L'Ermitage possedè plusieurs 
tasses de forme pareille. (Annali dell' Instit. 1840, tav. d'agg. 
B, 16: V. Reinach, Antiquitées chi Bospìiore Ciìnmérien, Paris 
Firmin Didot 1892). 

Ed ora non sarà inutile tener discorso su gli arredi di argento 
di un'antica toeletta, scoverti sull' Esquilino nell'estate del 1793, 
che vennero illustrati da Ennio Quirino Visconti ^. 

€ Il ricco ritrovamento , egli scrive , di antichi argenti da 
scavo accidentale presso il monistero delle Religiose Minime 
suir Esquilino venuti a luce, e per forma e per vista non m'era 
ignoto — È in primo luogo da considerarsi che l'intrinseco valore 
di questo tesoro ascende al peso d'oncie 1029 d'argento purissimo 
in buona parte dorato, nel che supera di gran lunga qualunque 
trovato d' antichi argenti non monetati di che la storia antiqua- 
ria faccia rammemoranza. I pezzi d' argento di vetusto lavoro , 
e degni per la lor mole di qualche considerazione sono stati or- 
dinariamente pezzi soli e scompagnati La presente argenteria 

all' incontro consiste non in pochi utensili , ma in un vasella- 
mento assai numeroso, i cui pezzi, fra' quali alcuni di grandezza 

» Museo Borbonico, t. XV. pi. XXXV. 

' Arneth, Die antiken Gold und Silber - Monuments des k. k. Munz - und Antiken Ca- 
binettes in Wien. p. 17. 

* V. Opere italiane e francesi di Ennio Quirino Visconti raccolte e pubblicate per 
cura del Doli. Giovanni Labus, Milano 1817 p. 210 : Lettera su di una antica argenteria 
nuovamente scoperla in Roma, a sua Eccellenza Reverendissima, Monsignor della Somaglia; 
dalla biblioteca Chigi li 18 ottobre 1793. 



SITULUS ARGENTEUS 265 



e d' integrità ragguardevole , han per la maggior parte connes- 
sione tra loro, e furono ab antico artefatti per esser tutti uniti 
a comporre una sola suppellettile, che acquista perciò il pregio 
di curiosità unica e singolare, da tenersi assai in maggior conto 
di qualsivoglia altro di monumenti argentei sinora indicati. 

« I pezzi più considerabili mi sembrano a prima vista desti- 
nati al mondo ynuìiehre d'una qualche illustre Romana del quarto 
quinto secolo dell' era nostra , talché potesser comodamente e 
convenientemente chiamarsi gli arredi d' un'antica toeletta. 

« Il più vistoso per artifizio e per mole è fra questi utensili 
una cassetta d'argento (n. 1) 

« 1 bassirilievi che si spiccano attorno attorno da tutto 
r esterno della cassetta non lascian dubbio l' uso al quale fu pri- 
mieramente ordinata. Son tutti allusivi allo studio d' ornarsi, e 
ad una giovine sposa. Il ritratto di lei è unito a quello del ma- 
rito, ambedue in mezze figure, appunto appunto così disposte 
come nelle immagini scolpite sovente ne' sarcofagi o dipinte nei 
vetri cemeteriali. Anzi, come in questi vetri medesimi, la sposa 
è collocata a man destra, e tien nelle mani un volume conte- 
nente, giusta la congettura del Bonarroti, i patti delle nozze o 
la scritta matrimoniale.... 

€ I quattro trapezi che formano il pendio del coperchio rap- 
presentan ne' bassirilievi Venere Marina colle . Nereidi : un Tri- 
tone le regge innanzi lo specchio , siccome in un bel cammeo 

Farnesiano Queste immagini, che, al pari di quelle del piano, 

negli abiti e nei fregi son messe a oro, occupano tre lati : il poste- 
riore (n. 4), eh' è senza dorature, offre un più curioso argomento, 
la deduzione cioè della sposa al palagio del novello marito, co- 
spicuo per molti toli o cupolette , come altre fabbriche espresse 
in qualche medaglia contornìata, e sostenuto da colonne spiral- 
mente baccellate : il qual sostegno , avendo sin da' buoni tempi 
dell' architettura incominciato a ricevere questo forse lezioso ab- 
bellimento , di rado nella decadenza del buono stile ne rimase 
privo 

« Un quarto monumento è uscito l'ultimo dallo stesso ascoso 
tesoro , che pel suo peso di oncie 62 d' argento non è de' men 
ragguardevoli: sua figura non ordinaria lo rende raro ed osser- 
vabile, nulla meno che i suoi fregi di bassorilievo (n. 22, 23, 

34 



266 SITULUS ARGENTEUS 



24). È una specie di grande scodella con un manico piatto e 
rettangolare che si attiene ad essa in quella guisa che i manubri 
delle antiche patere di bronzo, o que' de' nostri tegami. Nella 
cavità della scodella è condotta di getto una gran conchiglia 
che tutta la comprende, e dentro alla quale comparisce Venere 
ignuda in atto di acconciarsi la chioma, assistita da due Cupi- 
dini, come quella che « geminorum mater Amorum » fu detta 
dair antichità ; un de' quali le presenta lo specchio orbiculare , 
suo non insolito attributo; 1' altro il fiore o giglio, suo distintivo 
più erudito e più raro. Tutto l' orlo della scodella è fregiato 
d' un giro di piccole conchiglie : nella superficie poi superiore 
del manico si offre un altro bassorilievo rappresentante un gio- 
vine succinto con asta nelle mani e cane ai piedi, che non tanto 
dal suo carattere di cacciatore, quanto dall' esser così vicino a 
Venere, si dee ravvisar sicuramente pel suo diletto Adone. In- 
tanto non vo' tralasciare che vasi di questa figura mi sembran 
fatti per l'uso de' bagni, e particolarmente per quella maniera 
di bagnarsi che gli antichi stimarono sì deliziosa , che i Greci 
dicevano alóvrjo-tv, i Latini loerfusìonem : quando la persona non 
discendeva nella vasca o labro, ma si facea versar l' acqua tepida 
giìi per le membra incominciando dalla cervice : metodo di ba- 
gnarsi ancora al dì d' oggi comunemente in costume per tutto 
il levante » \ 

Posteriormente questa argenteria fu descritta dal D'Agìn- 
court (op. cit. voi. Ili, p. 135, 136): 

« Le diverse parti, egli S3rive, furono trovate quasi tutte 
in mia presenza, nsU' estate del 1793, al piede di una collina 
vicino alla Suburra presso il monte Esquilino in una possessione 
delle religiose minime... Il pezzo principale, n. 1, è uno scri- 
gno di argento, che sembra essere stato destinato a rinchiudere i 



' A me però sembrerebbe che della palerà potette anche essere adoperala per 
Vablutio capitis che nelle cerimonie nuziali si mantenne anche nei tempi di mezzo. Alla 
patera qui descritta è simile per la forma la trulla o mestola di bronzo che fu trovata in 
Roma nella vigna ove sono le due rovine di sacri edifizi dedicali ai martiri sepolti nel 
cimitero di Pretestalo e che al p. Marchi parve ballesimale e l'acquistò come un tesoro 
pel Kircheriano (v. De Rossi Bull. Crist. 1867, p. 88). Opinione divisa dal Garrucci che 
ritiene la mestola dovesse servire ad infondere l'acqua sul capo del battezzando {Storia 
dell'Arte Cristiana voi. VI, tav. 461, fig. 1, 2, 3). Sul proposito v. pure Garrucci, 1. e. 
tav. 462. 



^'' 



SITULUS ARGENTEUS 



267 



gioielli, e i diversi ornamenti o mobili della toeletta di una gio- 
vine sposa. 

« I bassirilievi, che si vedono sul davanti nella parte infe- 
riore, come pure quelli del coperchio fanno allusione ad un si- 
mile uso. L'uno n. 1 offre il trionfo di Venere Marina; l'altro, 
n. 5, quello delle Nereidi ; un terzo n. 4, nuovo nella sua com- 
posizione, mostra la sposa, che va al palazzo del suo marito 
solennemente accompagnata » \ 

Questo tesoro d'argenti venne anche descritto dal Bdttiger, 
ma assai meno del Visconti egli disse ^. Di questa collezione d'ar- 
genti fanno un semplice cenno i sigg. H. Thédenat et A. Héron 
de Villefosse nell'opera sopra ricordata, v. Gaiette Archéologiquej 
1884 p. 231. 

Riproduco qui appresso alcune delle figure dei bassirilievi 
dello scrigno, e propriamente quelle di che ai numeri 4 e 7, (fìg. 1 
e 2), nonché quelle della patera, di che ai numeri 22, 23, 24 (fig. 3). 

Credo però importante far notare i particolari della scena di 
che nel mentovato n. 4, la dedizione della sposa a casa dello 
sposo. ^, scena che, a quanto mi consta, non è stata fino ad ora 
studiata né descritta nei dettagli da nessun archeologo. 

Or bene nel lato si- n. 4 

nistro n.4 (fig.l) essa 
presenta la sposa che 
procede fra due ancel- 
le : quella alla sua di- 
ritta porta lo specchio. 
Il gruppo a diritta è 
di tre persone : quella 
di mezzo porta lo scri- 
gno delle gioie ed ha, alla sua destra, un fanciullo o fanciulla, ed 




Fig. 1. 



* storia dell'Arte dimostrata coi monumenti dalla sua decadenza nel IV secolo fino 
al suo risorgimento nel XVI di G. B. L. G. Seroux D'Agincourt, Prato 1826-1829. 

* Sabina oder Morgenszenen im putzzimmer einer reichen ròmerin von C. A. Bòttiger 
Leipzig 1806. I pezzi sono così descritti : Toilettenkàstchen, Salbenbehàitnisse und Putz- 
geràthe der Ròmerin Asteria, aus dem vierlen lahrhunderle, im lahre 1794 gefunden. 

' Questo monumento che, per la prima volta, viene da me descritto, conferma 
l'importanza della àudio in domum e conforta l'assunto dell'egregio Prof. Salvioli rela- 
tivamente alla stessa di che nello scritto : La benedizione nuziale fino al concilio di Trento 
specialmente in riguardo alla pratica e alla dottrina italiana del secolo XIII al XVI. Arch. 
Giur. LUI, p. 173 e seg. 



268 



SITULUS ARGENTEUS 



alla sinistra altra ancella che nella destra 
sinistra una patera. A terra, nell'angolo 
figura, vi è il situlo. 

Neln.7(fig.2) 
è la persona che 
porta la face. 

Nel n. 22 è la 
patera , che nei 
dettagli del cen- 
tro e del manico 
trova luogo nei 
numeri 23 e 24 
(fig. 3). 

Situlus, situ- 
la, in tempi an- 
cora più prossi- 
mi, denota il vase 
dell'acqua bene- 
detta. 

Così leggo nel 
Glossarium del 
Ducange : Situ- 
lus, sitala, vas 
aquae benedi- 
ctae. Inventar, 
ann. 1419 ex 
Tabul. Eccl. No- 
viom. : Item %i- 
Ms.: 'Aitò aiiXa? tivò? ì'zoli^ì^oq \j. ^ 

Ed ora altri due documenti, pria di 
delle fonti. 




Fig. 2. 



tiene un'anfora e nella 
inferiore a destra della 



niis Situlus cum 
aspergerìo ar- 
gentei prò aqua 
beneàicta. Item 
quidam Situlus 
parvus mestelli 
ad faciendaìn 
aquam henedi- 
ctam ^ . 

E nel Thesau- 
rus di Enrico 
Stephano : « Eu- 
cholog. p. 833 : 

x£pàfjL£a. Ibid. : 
BàXks.'Kx.s. yXta- 

pÓV U^COp £t; <JÌ- 

844 : OépETai o-i- 

PaTCTifrixaTO^ tc£- 
7rX-/^p(0[i,évY] u5a- 
T0(; j^Xtapou. 

Vita S. Theo- 
dori Syceotae 



accingermi alla critica 



' Glossarium. mediae et infimae latinitaiìs conditura a Carolo Du Fresne Domino 
Du Gange Niorl, 1886 v. situla. 

* I recipienti di acqua detti fontes e canthari dai latini e xprjvai, Xourpdé, Xour^pe?, 
cpiàXat dai greci, solevano porsi, scrive il Garrucci, davanti alle Basiliche, perchè servissero 
di lavamano pei fedeli che entravano in chiesa ad orare e a comunicare ricevendo in 
mano il pane consacralo. Se ne ha memoria fin dai tempi di Costantino Magno, che ne 
pose uno nell' atrio della sontuosa basilica da esso fabbricata in Tiro (Euseb. H. Eccl. l, 



SITULUS ARGENTEITS 



269 



Il primo é la Rubrica LXX dello Statuto politico di Ohio g- 



gta 



Rubrica LXX. 



nìsi se quarto ad spon- 
se domum accedere 
causa visitationis nec 
etiam ire vel aliquem 
mittere ilio precedente 
die, quo consuevit sihi 
abluere caput , ante 
quam ad domum ipsius 
conducatur neque por- 
tare aut mittere ali- 
qua dona ulli de domo 
spense nisi tantum- 
modo spense, cui si vo- 
luerit mittere , man- 



« Prohibemus ut nullus sponsus audeat 

n- 24 n. 22 n. 23 




Fig. 3. 



det : neque sponsa mittere audeat aliquod munusculum nisi spon- 
so. Si quis vel si qua contra fecerit soldos centum comuni emen- 
dat de quibus accusator habeat soldos viginti ». 

Le disposizioni di che nella cennata Rubrica sarebbero state 
dettate nel 1272 o giù di lì ^. 

L'altro documento è riferito dal prof. Sai violi ^. <(.\J ars 
notarla di Raineri da Perugia, egli scrive, contiene una formola : 
« Qualiter mundualdus copulet mulierem viro ». Il mundualdo di 
Lucia € apprehendens ipsam per manum dedit et tradidit eam in 
coniugem Alberto....'*. La quale formola risponde perfettamente 
ai riferiti documenti e ad altri già noti pel Friuli ^ e pel Vene- 



X. cap. 4), e sappiamo che simile vaso detto <ptaXr) da Paolo Silenziario (Cinnam. De reb. 
Constant.) fu fatto porre da Giustiniano davanti alla basilica di Santa Sofìa: era di diaspro, 
e si vedevano d' intorno in giro dodici bocche di leone che versavano l'acqua, (V. R. Gar- 
rucci, Storia dell' arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa Prato 1880, voi. VI, 
tav. 427 : fontes di acqua lustrale delle chiese di Africa, di Roma, di Costantinopoli, base 
per uno di tali vasi scoperto in Apt, p. 32-33). 

' V. Statuto politico di Chioggia pubblicalo dal sig. Enrico Resta nella monografia. Gli 
antichi usi nuziali del Veneto e gli Statuti di Chioggia nella Rivista italiana per le scienze giu- 
ridiche diretta da F. Schupfer e G. Fusinato, Torino 1899 dispense 77-78 p. 205 e seg. 

* Resta 1. e. 

» Salvioli G. La benedizione nuziale, Arch. giur. LUI, 173 e seg. 

* N. 97 {Scripta anecd. antiqu. gloss. ecc.) II, p. 29. 

" Prampero e altri citati nella mia storia. Anche Zdekauer, lìiv. it. delle scitnze 
giur. pubblicò una foi'mola toscana. 



270 SITULUS ARQENTEUS 



to ^ e alla seguente forinola lombarda del secoloXV: « L'una e 
l'altra parte ha invitado i so parenti e amisi e uno notaio o altro 
domanda: Madona K. te piase de tor N. qui presente per tuo le- 
gitimo sposo e marito? et dicat ter. E a ti N. te piase de tor M, 
per tua legittima sposa e mogera ? In segno de zo voy P. la be- 
nediciti sborzandoghe una coppa ovvero zayna de vino e luy la 
sposerà de uno anello d'oro o d'argento secondo la legge lom- 
barda comanda ». 

Tutti questi documenti e fonti da me raccolti rappresentano 
tante pietruzze d' un mosaico che dev' esser composto dalla cri- 
tica storica per chiarire il significato del situhis argenteus. 

Come notai, l'interpretazione data dall' Huschke non è esatta. 
Ma, pria di lui, niun altro che pur ebbe agio di esaminare mo- 
numenti in cui appariva la situla o il situlus seppe attribuire a 
questo il vero significato. 

Le numerose rappresentazioni degli antichi monumenti fer- 
marono l'attenzione degli eruditi, ma questi non vi ravvisarono 
che scene nelle quali appariva il costume greco di dar vasellami 
tanto allo sposo che alla sposa. 

Reputo opportuno ricordare in proposito ciò che scrisse il 
Gerhard^: «Ho determinato, come appartenente a wt^^e^ie ^/onz 
una terza classe principale di queste antiche dipinture, che fa- 
cilmente si riconoscono dai soggetti rappresentati relativi ad en- 
trambi i sessi, e son degni pel loro non tenue numero che se ne 
faccia particolare discorso. 

« Alla vista di quelle copiose stoviglie nuziali, che molte sono 
tra' vasellami volcenti, attici e nolani, ed anche più tra gli apuli 
e lucani, bisogna convenire che que' regali fossero solenni e fre- 
quenti. Ed infatti è indubitato che presso tutti i popoli di greca 
costumanza si dessero in dono vasellami tanto allo sposo, o per 
mano della sposa stessa o per mano de' di lei parenti , a guisa 
di gambrion ^, quanto talvolta alla donna dall'uomo, confor- 

♦ An. 1344, Gloria, Moa. Il, 2, 24. 

* Odoardo Gerhard, Rapporto intorno i vasi volcenti, v. Annali dell' Istituto di cor- 
rispondenza Archeologica 1831, 1" fase. p. 93. 

' Gambrion ossia regalo fallo allo sposo da' parenti della sposa: Pind. 01. VII inil. 

«ttàXav cbj ti Tt? BwpriatTat veaviot Ya[A,3pàì :ipo7iivwv. Phot. LeX. V. xlpafjiov. Hesvch. V. Xexa- 



SITULUS ARGENTEUS 271 



me air antica usanza già praticata anche da Giove verso Ale- 
mena ^ 

« Rispetto al modo pittoresco dei regali in discorso, è do- 
minante il leggiadro a figure rosse, ma non ne fu escluso nem- 
meno r arcaico ove la qualità del soggetto lo richiedeva, siccome 
nelle pompe nuziali rappresentate a somiglianza della reddita di 
Proserpina (215) e nelle frequenti idrie sulle quali le processioni 
di donne idrofore sono composte co' soggetti atletici (206). Nelle 
quali rappresentazioni, sempre dipinte a figure nere, d'argomento 
ed aspetto solenne , solea essere prescritta la forma dell' idria 
corintia e dell'anfora tirrena; mentre altre forme, più o meno 
usuali nelle rappresentazioni nuziali , in tal caso s' incontrano 
sempre a figure rosse, siccome la kalpis , lo stamnos , 1' anfora 
nolana, la olpe e la lekythos. 

« Accennando queste forme, come quelle alle quali si dee as- 
segnare r uso di nuziali doni, conviene osservare particolarmente 
il perchè alcune delle medesime piìi all' uomo , altre piti alla 
donna dovessero riferirsi. L' idria corintia che solamente di gran 
mole s' incontra, secondo le sue piìi comuni rappresentazioni, dee 
considerarsi per modo di regola come un vaso atletico (861); 
ma r uso dello stesso vaso pei servigi dell' acqua lustrale (uso 
manifesto per le dipinture delle idrofore) lo determina ancora un 
vaso muliebre, e lo rendeva adattato d'assai a ricevere quella de- 
stinazione comune ad entrambi i sessi, che si osserva in molti di 
siffatti vasi per l'unione d'atletici e nuziali soggetti. La kalpis, 
vaso acquario anch'esso, ma non mai di sì rilevante grandezza, per 
questa ragione si fa piti speciale all'uso muliebre, e perciò nell'e- 
legante maniera a figure rosse, comprendeva o soggetti donneschi 
rappresentazioni di costumi giovanili meno solenni ». 

I miei studi e le fonti da me raccolte mi mettono in grado 
non di comporre un rozzo mosaico, ma di presentare un disegno 
completo, anzi, oserei dire, la viva rappresentazione della realtà. 

Dalle fonti del mondo greco e romano la situla o situlus si 



* Vasi regalati alla donna dall'uomo, siccome da Giove ad Alcmena: favola più 
volte menzionala dagli antichi e già confrontata da Panofka (Kunstblatt 182S, pag. 292) 
sotto l'aspetto delle forme, poiché lo stesso vaso viene accennato come una kylix da 
Pausania e come patera da Plauto, mentre Ateneo lo chiama karchesion e un vaso dipinto 
lo mostra nella forma della kalpis. 



272 SITULUS ARGENTEUS 



presenta adoperata nelle sacre funzioni. Di vero, quant' è alla 
Grecia ricordo il mentovato luogo di Tucidide : upó ti YafAixóSv xal 
è; àXXa twv Upcov vo(ji,iC£Tai tco 'ùBolii y.pfi(jBcci (1. e). E l'acqua 
lustrale, come si rileva dal citato passo di Polluce, appare nei 
monumenti funebri, dalla situla oppure da altro vaso eh' è de- 
stinato a contenerla : ir] 05piav, ri -npó^^ouv, ìri xpwao-óv, 7^ xàXiiiv » 
(v. 1. e.) ; nei monumenti nuziali (vasi e bassirilievi) che 
presentano l' idria adoperata ad attinger l' acqua alla sacra fonte 
Callirroe (v. 1. e), e ciò apparisce anche dalla funzione dell'ac- 
qua lustrale nelle cerimonie nuziali. 

Sul proposito ricorderò ciò che scrisse il Bottiger : « Aber bei 
gewissen Veranlassung, als wenn z. B. cine Braut badete, war die 
Sache feierlicher und mit einem gewissen Geprànge verbunden, 
das sich selbst bei unsern deuteschen Vorfahren als, nach den 
Kreuzzligen des Baden Religionssache geworden war, in allerlei 
steifen Ceremonien zeigte, z. B. in den Badehemden, die Braut 
gab und empfing. So muss man denn auch auf unserer vase das 
Fussbad erklàren, wozu ein geflUgelter Knabe der schonen Braut 
den Fuss uber einer zierlichen Bade-urne hàlt > ^ 

E ciò che scrive il Becker ^ : « Der Begleiter des Erzàh- 
lenden, welcher, die Einfalt eines der Màdchen benutzend, die 
Rolle des Skamander ^ so naturlich spielte, dass, als vier Tage 
darauf bei dem Fest aufzuge zum Tempel der Aphrodite die nun- 
mehr Vermàhlte ihn unter den Zuschauern erblickte, sie, zur 
Amme sich wendend , ausrief : ópa; , tìtOt^ , tòv Sxà[xav§pov, ^ 
TÌ^v irapOev^av g^wxa ; fuhrte zu seiner EntschuldigUQg an, dass 
in Magnesia ein junger Mann auf dieselbe Weise den Màander 
vorgestellt habe : also herrschte auch dort derselbe Gebrauch >. 

Appresso i Romani anche sacra è l' idria situlo che dir si vo- 
glia. Credo opportuno ravvicinare qui le figure trovate a Pompei tra 
le quali quelle del Tempio d'Iside da me ricordate (v. 1. e.) con le fi- 
gure di due pietre incise che ricavo da un utile libro del Reinach "*. 

* e. A. Bottiger, Griechische Vasengemdlde T voi. p. 142. 
» L. e. II. 367. 

' V. 1. e. del presente lavoro. 

* S. Reinach, Bibliothèque des monuments figurés grecs et romains. "Vierres gravées 
des collections Marlborough et d'Orleans des recueils d'Eckhel, Gori, Levesque de Gravelle, 
Manette, Millin, Stosch. Paris, F. Didot 1895. 



SITULUS ARGENTEUS 273 



< PI. 1, 9-16x12. Jaspe. Isù (ChabouiUet, n. 2028; Respe, 
n. 315). Au revers, on lit : IXCO COAOMON CK. BXCD 

(inscription gnostique) >. Ora in questa figura Iside ha nella 
mano destra il sistro, nella sinistra l' idria. 

< PI. 82, 1, 10-13x10. Cornaline. Ists et Anuhis (Lafage, 
Divinitées crAleocandrie, n. 167) >. Iside ha nella mano destra la 
situla, nella sinistra il sistro. 

E neir importante Catalogne general et raisonné des camées 
et figures gravées par M. ChabouiUet: 

2604 : Bague d'or massif. Une PRASE gravée en creux, 
forme le chaton ; sujet Isis debout, tenant d'une main le sistre, 
et de l'autre le seau Isiaque. A ses pieds, deux palmes et deux 
couronnes. 

Quanto all'uso sacro della situla presso gli Egiziani rimando 
il lettore all'opera di Frider. Kopp, Palaeograpltia critica p. IV, 
lib. Ili cap. 1 Inscriptiones Aegyptiacae § 607. E solo mi limi- 
terò a ricordare ciò che scrive 1' Helbig : « Nel museo egizio- 
etrusco ho veduto per la prima volta la secchia d' argento dorato 
pubblicata presso Dempster de Etruria regali 1 tav. LXXVII, 1, 
LXXVIII e presso Inghirami Mon. etruschi III tav. XI, XX (in- 
completamente anche nei Denkm. d. a. K. I tav. LX n. 302) il 
quale monumento finora mi era sfuggito, perchè esposto in stanza 
riservata.... A prima vista ho riconosciuto, che le scene grafiche 
sopra la secchia , cioè pompe di guerrieri e di uomini e donne 
che portano oggetti da sacrifizio, tanto riguardo il soggetto, 
quanto riguardo lo stile, si rafi*rontano alle ben conosciute tazze 
d'argento trovate nelle tombe cere tane dette di Regulini e Galas- 
si \ ad un analogo cratere proveniente da un sepolcro prenestino ^ 
(W. Helbig , Scavi e Viaggi, Viaggi in Etruria, Bull, dell' Inst. 
di Corr. Ardi. n. XI novembre 1879 p. 251. 

E a presumere pertanto che l'uso del situlus fosse stato 
importato dall' Egitto in Grecia ed in Roma, poiché appunto l' E- 
gitto, come dottamente dimostrò l'insigne Prof. Peperà, rappre- 
senta il momento di transizione della civiltà dall'Oriente nel- 
l'Occidente ^ 

• Ann. dell' Inst. 1876 p. 20, 202. 

» Mon. dell' Inst. Voi. X, tav. XXXIII, anno 1876 p. 2S2, 2S3. 

* Storia del diritto, Primo periodo ; Diritto dell' Oriente p. 290. 

35 



274 SITULUS ARGENTEUS 



Il ritrovarsi la sitala nelle tombe ^ e nei monumenti di Pom- 
pei sopra ricordati, i citati luoghi di Plutarco e Tacito, le scene 
dipinte sulle situle ed anche ciò che scrisse l'Oberziner dimostrano 
chiaramente l'uso sacro del situlo. E tale uso trovasi conservato 
nei tempi posteriori. 

La situla, sostituita talora dalla phiale, figura nelle dipinture 
dei vasi da me ricordate. Or bene non tutte quelle figure rap- 
presentano scene nuziali, ma sempre in esse rinvengo la libazio- 
ne ^, come la ritrovo nei citati monumenti pompeiani. Per me 
è sufficiente ch'essa si trovi nelle scene nuziali di che sopra, scene 
riconoscibili sotto tanti aspetti. L'abito della sposa che s'incontra 
nel n. 500: chitone manicato con apoptygma cinto; velo che le 
scende giù dal corpo dietro la schiena ; cuffia aperta, orecchini, 
collana e braccialetti, abito ed ornamenti che si trovano in altre 
innumerevoli scene da me accennate; i cofanetti da toilettej gli 
specchi, le ghirlande di mirto e di lauro % la face ^, i rami di 
lauro, le decorazioni stesse dei vasi nelle quali abbonda nei fregi 
il lauro, ricordano pure i versi di Giovenale ^, e lo stesso Eros 
che prende il posto dello sposo non lasciano alcun dubbio. 



' Sul proposito giova far parola di due frammenti d' una secchia trovata a Miannay, 
distretto di Abbeville, in un sepolcro dell'epoca merovingia, descritti dal Le Blant {Mém. 
de la soc. des. ant. de Fr. 1874, pag. lil) e da A. Van Robais {Bull, de la soc. des anti- 
quaires de Picardie, 1875, n. 5). Tra le figure, evvi quella cosi descrilla dal Garrucci « vi 
si vede Cristo stante in piedi che schiaccia il serpente, e alla sua sinistra i due proge- 
nitori, e in mezzo d' essi l' albero col serpe avviticchiato rivolto ad Eva. Sicché il ser- 
pente che fece prevaricare l'uomo e la donna è poi schiacciato da Cristo » (loc. cit. 
lav. 461, n. 4). 

* Nel Journal of hellenic studies , voi. 1 , p. 202 , trovo questo studio di Cecil 
Smith : An archaic vase with representation of a marriage procession. Ne trascrivo un 
brano : 

between these two flgures walks an auletes plaving upon the doublé flutes : 

then foUow four flgures, one carrying an oinochoe, probably containing wine for the 
sacrifice, two with torches, the oaSe? vt[ipixai {Ar. Pan. 1318), and two with chaplets. ecc. 

E qui noto che nel periodo etrusco della Certosa di Bologna nelle singole tombe si 
trovò ordinariamente una situla insieme ad un' oinochoe (1. e). 

* Le corone di mirto e di lauro trovansi adoperate nelle feste nuziali. In un dipinto 
pompeiano figura il mirto sacro ad Afrodite v. E. Guhl e W. Koner 1. e. J. Greci p. 6; 
V. n. 2, p. 71 del presente lavoro ; v. anche Bòlticher Baumcultus der Hellenen, Berlin 1837 
V. pure Dr. 0. Comes, Illustrazioni delle piante rappresentate nei dipinti pompeiani, il quale 
riferisce i seguenti luoghi: Yirg. Georg. Y, v, 124; Ovid, Fast. lY, v. 141; Virg. Bue. 
VII, V. 61, 62. 

* V. 1. e. nel presente lavoro. 

* Ornentur postes et grandi ianua lauro (Sat. VI, vers. 80). 



SITULUS ARGENTEUS 275 



Or bene se si tien conto della libazione nelle rappresenta- 
zioni matrimoniali, sembra a me aver trovata la spiegazione 
delle parole di Paolo di che nel citato frammento. 

La situla o il situlus che, per le cose dette, è reputato sacro, 
ed è il simbolo della virginità, vedesi adoperato appunto nelle scene 
di libazione, come si ha nelle dipinture pompeiane ed in quelle 
nuziali dei vasi da me riportati ai numeri 414, 427, 428, 546, 571, 
577, 579, 599. 

Né si obbietti che alle donne era interdetto l' uso del vino ^ ; 
imperocché, come nota il Marquardt : « Lorsqu'on faisait des li- 
bations avec du vin, les femmes en buvaient et cependant cela 
leur était défendu, en general, à Rome. Serv. ad Aen. I, 737 > ^. 

Questa consecrazione é giustificata. L' illustre Prof. Schupfer, 
con quella sintesi che gli é propria, così avverte ^ : 

< Il matrimonio abbisognava veramente di una consecrazione 
religiosa, almeno secondo la coscienza del popolo, se non anche 
secondo la legge ; e guai alle nozze che erano state contratte 
senza l' intervento degli Dei ! Erano nozze maledette. Quando 
Teseo re, della Tracia, sposò Procne, figliuola del re d'Atene, 
nessun Dio vi avea preso parte : 

.... Non pronuba Inno, 
Nec Hymenaeus adest '', 
e non poterono sortire un buon effetto >. 

Questa consacrazione pertanto, che nei tempi più antichi po- 
tette esser una delle forme solenni e necessarie delle nozze ed 



* A questo proposito il Vinnio scrive: Legem hanc primum a Romulo scriptam 
fuisse Dionysius testatur (1. 2): ubi illum alt exislimasse, e vinolentia plerumque nasci 
sluprum, e stupro vero insolentiam. 

Exactis aulem regibus, legem hanc eandem per multas aetates Romae viguisse 
eliam Gellius demonslraret (lib. 10 cap. 23): ex quo intelligi debet, eam in XII Tabulas 
relatam fuisse. 

Fabius pictor in Annalibus scripsil, Matronam, quod loculo, in quibus erant claves 
vinariae cellae, resignavisset, a sua inedia mori coactam. Calo, ideo propinquos foeminis 
osculum dare, ut scirenl, an temelum olerent. Hoc lum nomen vino erat : unde et Temu- 
lentia appellata. Hoc igilur legis aniiquae ius fuit. (v. D. lustiniani Institutionum ecc. cura 
et studio Arnoldii Vinnii, Venetiis 1778). 

* Marquardt, Le Culle chez les Romains tom. I, p. 204, n. 2, trad. par M. Brissaud, 
Paris 1889. 

* Schupfer: La famiglia secondo il diritto romano, 1876. 

* Ovid. Metam. VI, 428 e seg. 



276 SITULUS ARGENTEUS 



appartenere ad una di quelle forme di cui parla Servio \ col 
decorso del tempo, venne rappresentata dal semplice situlus che 
n'era il simbolo, che, per le ragioni da me addotte, potea esser 
riguardato come sacro ed anche come simbolo della verginità. 

La dipintura di Ercolano mirabilmente descritta da Ennio 
Quirino Visconti è un esempio delle nozze in cui si trova il 
situlus ^. 

E questo, rimasto a denotare un simbolo, trovasi nei doni 
riferiti dal Gerhard ^ ed anche in quelli di tempi posteriori, come 
ricaviamo dal Cecchetti "* : 

< Fra i doni nuziali, nei quali si abbondava anche verso 
altri principi, v' erano forse quelle vaghe coppe che per la bel- 
lezza e per la fragilità, che superò le ingiurie di quattro e cinque 
secoli, sono ora in pregio grandissimo, anzi esagerato » ^. 

Né la libazione in occasione di sponsali può dirsi subito scom- 
parsa. Le fonti da me citate lo dimostrano e la consuetudine che 
appare confermata nelle fonti è proprio dei Longobardi : « Con- 
chiusi gli sponsali, era uso che gli sposi bevessero dal medesimo 
nappo, quasi ad esprimere la futura comunanza della vita, dopo 
la quale non conoscevano più ritegno, per il che la chiesa ebbe so- 
venti volte ad opporvisi nei concili » (Schupfer, La famiglia presso 
i Longobardi p. 122 Arch. giiir. I, 1868). E lo Schupfer riferisce 
il seguente brano di P. Diacono: 

«... Illa (Theudelinda) vero consilium cum prudentibus 
habens, Agilulfum ducem Taurinatium, et sibi virum, et Lango- 
bardorum genti regem elegit. Erat enim isdem vir strenuus, et 
bellicosus, et tam forma, quam animo ad regni gubernacula 
coaptatus. Quam statim regina ad se venire mandavit, ipsaque 
ei obviam ad Laumellum oppidura properavit. Qui cum ad eam 

* Serv. ad Georg. I, 31; Serv. ad Aen. IV, 374; IV, 214. È noto l'uso dei pagani 
di scolpire un goilo e una palerà sui lati del piedistallo od ara, dentro alla quale, e tal- 
volta di sotto, ponevano le ceneri del defunto : con tali strumenti di sacrifizio dichiarando 
consacrato quel luogo, e quel sepolcro inviolabile per religione (v. Garrucci 1. e. 1 voi. 
p. 222, il vaso simbolico ecc.). 

* L. e. del presente lavoro. 

* L. e. del presente lavoro. 

* La donna nel medio evo a Venezia note di Bartolomeo Cecchetti, p. 44 e 4S. 

» Il Lazari nella t Notizia delle opere d'arte e d'antichità della Raccolta Correr» 
Venezia, tip. del commercio, 1859, p. 96) descrive, come nuziale la famosa coppa mura, 
nese, del 1440, che reca la effigie di due (sposi) ed una cavalcata di donne. 



SITULUS ARGENTEUS 277 



venisset, ipsa sibi post aliquot verba vinum propinari fecit. 
Quae cum prior bibisset, residuum Agilulfo ad bibendum tribuit. 
Is cum reginae accepto poculo manum lionorabiliter osculatus 
esset, regina cum rubore subridens, non debere sibi manum 
osculari ait, quem osculum sibi ad os iungere oporteret. Moxque 
eum ad suum basium erigens, ei de suis nuptiis , deque regni 
dignitate aperuit » ^ 

Non si creda però che il sitidus stesse a rappresentare l'ac- 
qua che la donna ricevea entrando in casa dello sposo, poiché 
questa non solo coli' acqua ma anche col fuoco la ricevea, opperò 
tale cerimonia avea luogo quando già il matrimonio era stato 
celebrato ed avvenuta la deductio in domum ^ : il frammento in- 
vece contempla la donazione anteriore alla celebrazione. 

E pure escluso che il situlus _ stesse a rappresentare l'urna 
da trarre le sorti o l'auspicio che solca aver luogo nelle ceri- 
monie nuziali ; giacché da ninna fonte risulta adoperata la situla 
il sitidus neir aruspicio in occasione di nozze. 

Bisogna dunque rinvenire altra spiegazione. Or bene a me 
sembra interpretare rettamente il frammento rimontando alla eti- 
mologia delle parole spondeum, spondeo, sponsa, sponsiiSj spon- 
salia. 

Stando all'etimologia, Sttov^y], ìr\ significa libazione, come ap- 
pare dai lessici. Così nello Stefano leggiamo: « Sttov^t], t], Li- 
batio, [Delibatus, Latex, add. gì. et Suov^a^, Liba. Pind. Istm. 
5,35]: NexTapéa; a-Tiov^aro-tv àpHat- Theognis 762: 'Hjxerc; Sì aruov5à(; 
0£crrcnv àpsaa-àfjLevoi utv(0{i,£v. Aesch. Suppl. 982: 6Ù£tv T£ 'kd^ii^ G', 
co; 0£or; 'OXufxirbt; o-irovSà;. Et alibi saepius eodem numero. Soph. 
fr. Naupl. op. schol. Pind. Isthm. 5, 10: Atò; acoTrjp^ou o-ttovSy] 
TptTou xpaif^po; ». 

E SttovS^ov è il poculum adoperato nelle libazioni. < Stcov- 
Siov, TÒ, dicitur w Tòv oivov £Tiio-ir£vSoua-t. Polluce [10, 65] teste, 
Vas (s. Crater, aut Patera), quo vinum libant in sacrificiis, aut 
conviviis >. 

E spondeo j, che vale in latino promettere, fidanzare, deriva 
proprio da Suov^iq. 



' Pauli Diaconi 1. e, cap. XXXIV. De morte Anthari regis, et de regno Agilulfi. 
' Festus p. 87, v. facem in nuptiis; Varrò ap. Servium, ad Aen. IV, 167. 



278 SITULUS ARGENTEUS 



Di vero il Porcellini ^ scrive : « Spondeo, spondes, spopondi, 
sponsum, spondere. Verbum transitiv., quod Varr. 6, LL. 7, a 
med. et Verrius apud Fest. p. 329 Milli, a sj^onte dictum pu- 
tant, quod spondere dicatur, qui sponte, id est voluntate, pro- 
mittit. Alii a dTrov^-/] , libamen, item foedus, quod a a-iriv^o), 
libo : quod in foederibus et pactionibus libamina Diis offerebant. 
Hanc notationem agnoscit idem Verrius ibid. et magis proban- 
dam puto cum recentioribus, qui eam conferunt cum radice San- 
scrita spand et Germanico spende7i eiusdem signifìcationis >. 

Anche spandere sta per fidanzare, impalmare, promettere 
in isposa : sp)ondere puellam sua?n alieni^ Cic: promettere sua 
figliuola ad alcuno. 

Spondeum, i, n. Vox graeca, cruovSErov, qua significatur po- 
culum libatorium in sacrificiis adhibitum, a o-tiov^y), libatio. Apul. 
ll.Met. De penetrali fonte petitum (liquorem) spondeo libat.-Re- 
censetur inter donaria in ìnscr. in Bulìett. deW histit. Archeol. 
a. 1871, p. 56: Spondeum I argenteum et patera. 

Spondeo. § 2, Praecipue in sponsalibus ; nam spondere dici- 
tur pater, qui filiam alteri in matrimonium promittit (unde spon- 
SHS et sp)onsd)'^ promettere in isposa. Plaut. Trin. 5.2. 33. Spon- 
den' ergo tuam gnatam uxorem mihi ? Charm. Spondeo, et mille 
auri Philippum dotis. Et 2. 4. 170. Nunc tuam sororem filio 
posco meo. Le. Quando ita vis, Dii bene vertant ; spondeo. Adde 
Aul. 2. 2. 78, et Cure. 5. 2. 74, et aUbi. 

Sponsa, ae, f. Est mulier alieni promissa in matrimonium, 
pacta, sperata, et nondum uxor ; sposa^ novizia, v. spondeo § 2. 
Ter.Andr.2. 1.24: sponsam hic tuam amat. Horat. l.Ep. 19.21. 
Flebili sponsae iuvenemve raptum plorat. — 

Sponsus, i, m. Est is, qui desponsus est, nondum maritus; 
sposo. Cic. 2. Invent. 20. a med. Sponsi nomen appellans iden- 
tidem. Horat. 3. Od. 2. 10. Sponsus regius. 

Sponsalia, ium et iorum , n. 2). Sunt stipulatio, seu pro- 
missio futurarum nuptiarum ; sponsali, sposalizio. Ulp. Big. 
23. 1. 2. Sponsalia dieta sunt a spondendo. Nam moris fuit ve- 

' Forcelliai, heodc, tot. Latinit. s. v. 



SITULUS ARGENTEUS 279 



teribus stipular! et spendere sibi uxores futuras. luvenal. 6. 25. 
Conventiim tamen et pactum et sponsalia nostra Tempestate pa- 
ras. — 3) Spoìisalia apud Latinos per stipulationem contrahe- 
bantur ; idest per interrogationem et promissionem factas inter 
eum, qui daturus erat aliquam mulierem in uxorem, et inter 
eum, qui accepturus. Geli. 4. 4: Sponsalia in ea parte Italiae, 
quae Latiura appellatur, hoc more atque iure solita fieri scripsit 
Serv. Sulpicius in libro, quem scripsit de dotibus. Qui uxorem, 
inquit, ducturus erat, ab eo, unde ducenda erat, stipulabatur, 
eam in matriraonium ductum iri : qui daturus erat, itidem spon- 
debat. Is contractus stipulationum sponsionumque dicebatur spon- 
salia. Tunc quae promissa erat , sponsa appellabatur ; qui spo- 
ponderat ducturum, sponsus. Sed si post eas stipulationes uxor 
non dabatur, aut non ducebatur, qui stipulabatur, ex sponsu age- 
bat. ludices cognoscebant. Et mox: Hoc ius sponsaliorum obser- 
vatum dicit Servius ad id tempus, quo civitas universo Latio lege 
lulia data est. Plin. 9. 58. 1. Mediocrium sponsalium coena. 
Senec. 1. Benef. 9. a ìned. Decentissimum sponsaliorum genus. 
Liv. 38. 57. Sponsalibus rite factis. Ovid. 19. Heroid. 29. Dic- 
tatis ab eo feci sponsalia verbis. Svet. Aug. 53. Dies sponsalio- 
rum. — 4) Spo7isalia interdum sumuntur prò convivio sponso 
praeberi solito. Cic. 2. Q. fr. 6 : A. d. Vili Id. Apr. sponsalia 
Crassipedi praebui. Huic convivio Quintus tuus defuit. Id. ibid. 5 
scripserat. Tulliani suani Crassipedi prid. Non. Apr. esse despon- 
satam. Adde Plin. 1. ep. 9. V. loc. in Nuptiae § 1. ad fin. — 
5) Item prò arrhis et muneribus sponsorum. Imp. Alex. Sev. Cod. 
5. 3. 3. PoUicitatione a fratre quondam tuo sponsalium gratia 
facta, etc. Adde Impp. Dìoclet. et Maxim, ibid. 71. 1. 

Qui è opportuno ricordare ciò che scrive il Pacchioni : « La 
parola sponsio^ egli dice, ci si presenta collegata con un ceri- 
moniale proprio di tutti gli antichi popoli ariani, nel compiere 
qualche atto, d' importanza, il bere ^ Questo cerimoniale è dei 

* L. Meyer, Gr. II, Beistimmend Schveizen. Z. XIV, 147. Rod. Sanscr. Skad. - Skand 
sich gefallig machen, befriedigen. Jemand etwas anbieten Spond - spendere feierlich gelo- 
ben versprechen (spend-to), sponsus, sponsa der die Verlobte ; sponsum Vertrag, Verlob- 
niss ; sponsus, sponsio, spoìxsor Biirge, sponsalis, sponsalicius (spond lare) sponsare ; cor- 
l'espondere, consponsos {antiqui decebant fide mutua coUigalos). Vgl. aT^evSiv = spenden, 
Darbringen den GòUern, azovSr, = spende Traukopfen, libatio. PI. a;:ov5at Bùndniss. 



280 SITULUS ARGENTEUS 



più solenni, ma non si rannoda a formalismo religioso o ai riti 
sacrali, ma bensì alla coscienza di chi lo pone in essere \ L'eti- 
mologia della parola esclude quindi ogni stretta relazione fra gli 
atti propriamente detti e la sponsio ^. Essa ci conduce invece alla 
constatazione di una comunanza di radici alla quale doveva cor- 
rispondere in un senso ampio una comunanza di istituti. L'eti- 
mologia di Verrio va classificata fra le molte ad orecchio degli 
antichi grammatici, mentre la vera etimologia attesta dell'esi- 
stenza di sponsio più nelle origini del popolo Romano. Allora 
non riescirà strana l' ipotesi che i Sabini e i Latini agricoltori 
scendendo nei giorni di mercato dalle proprie casupole nel Fo- 
rum a porre in essere quel piccolo commercio che la costituzione 
della loro società permetteva, solessero santificare con un uso che 
esiste tuttora, bevendo, i contratti minori, mentre la forma so- 
lenne e pubblica della mancipatio ofi'riva loro il modo di com- 
piere sotto la tutela dello stato i più importanti ». (G. Pacchioni : 
Actio ex sponsu, in Arch. giur. 1887, p. 397 seg. V. pure Cic- 
caglione. Sponsali nella Enciclopedia giurìdica italiana). 



* L'epoca cui risale la radice skand e il cerimoniale cbe essa indica è di mollo 
anteriore a quella in cui può parlarsi di riti sacrali applicati ai rapporti del viver sociale. 
Nella religione come in tutte le istituzioni umane un periodo di empirismo precede il pe- 
riodo della sistemazione. Il formalismo religioso sorge assai di buon ora, ma è preceduto 
da un periodo in cui le forme sono inconscie e non prescritte; quando esse diventano 
tali cessano in gran parie di essere considerate religiose e passano nel campo degli usi 
e delle consuetudini^ Se la libazione divenne in certi casi formalilà sacrale, rimase cer- 
tamente nel maggior numero di casi pura consuetudine, obbligante solo per forza di tra- 
dizione. 

• Il Ballhorn Rosen, Zur Vorgeschichte des Ròm. Rechts p. 58 collega la sponsio al 
cullo di Semone Sanco, e suppone che in essa intervenisse una libazione. Dieso (sponsio), 
dice egli, besland iu einem unler Verrichtung einer Weinlibation, mithin heiligen Ver- 
sprachen, das auf eine vorgangige, der Inhalt den elben ausdriickende Frage mithin auch 
sonsl in Form eines Eides erfolgte. Anche il Cogliolo sembra inclinalo ad accellare questa 
teoria che unisce in un solo istituto la consuetudine della libazione solenne, e la forma- 
lità del giuramento. Egli accetta la teoria del Leist in ciò che riguarda la sponsio nella 
sua applicazione al diritto internazionale (PadelloUi-CogUolo, o. e. 78 [o]) ma nei rap- 
porti di diritto privato crede che le piìi antiche convenzioni si facessero innanzi l'Aro 
Maxima di Ercole (o. e. p. 16 ) [u] ). Pur tuttavia sembra a me che non si possa attribuire 
un' indole diversa alla sponsio a seconda della natura dei rapporti che metteva in essere. 
Mentre ci sembra che il Leisl abbia avvantaggiato la critica ponendo in rilievo la natura 
originaria dell' istituto, ci sembra non si possa da essa fare astrazione venendolo a con- 
siderare nel campo del diritto privato. Quanto alla libazione cui allude il Ballhorn Rosen 
non ne troviamo traccia alcuna [Danz o. e. p. 1 6-108] nei tesli, sicché siamo indotti a 
ripudiare la sua teoria come quella che unisce un illegittimo connubio di concetti diversi. 



SITULUS ARGENTEUS 281 



Dagli studi da me forniti e dalle fonti citate sembrerebbe 
doversi piuttosto accettare l'opinione del Leist Graeco-Ttalische 
Rechtsgeschichte, Iena 1884 [§ 60], e cioè « che la sponsio non 
sarebbe che la o-ttovSy) greca, la quale passata da prima in Sicilia, 
divulgatasi poi nell' Italia meridionale, sarebbe giunta nel Lazio, 
e dal Lazio sarebbe finalmente passata a Roma. Tale ipotesi è 
accettata dal Muirhed [An mtroduction to the shedy of the Corpus 
luris, Edinburgh 188G p. 227) che la conforta con la etimologia 
che di spoìidere dà Verrio collegandolo collo o-uév^stv greco e sul- 
l'autorità di Gaio (III, 93) che pure accenna alla derivazione greca 
della parola sponsio (v. Pacchioni Le. p. 396 e seg.). 

E sul proposito mi piace riportare ciò che scriveva 1' Hen- 
zen neir occuparsi dell' inventario di oggetti preziosi dati a due 
fani (res traditae fanis iitrisque) nel Bullettino dell' Istituto di 
Corrispondenza archeologica: « A tempi più recenti, non posteriori 
però del primo secolo, spetta altra lapide a forma di stela (alta 
m. 0,95, lunga 0,b2, spessezza 0,35, su base di m. 0,26), con- 
tenente r inventario di oggetti preziosi dati a due fani (res tra- 
ditae utrisque fanis). Non è la prima volta che simili documenti 
sono venuti alla luce (cf. Or. 2510; Or. Henzen 6139,6140,6141); 
ma r inventario nemorense è di particolare importanza, facendoci 
conoscere pili d'un oggetto nuovo, alcuni eziandio di spiegazione 
'difficile e dubbiosa ». 

L'iscrizione, riprodotta nel voi. XIV del Corpus inscr. Latin. 
n. 2215, è concepita in questo modo: 

RES • TRADITAE • FANIS • VTRISQVE 
SIGNA • N • XVII • GAPVT • SOLIS • I • IMAGINES 
ARGENTEAS • IIII • GLVPEVM • I • ARAS • AENEAS 
DVAS • DELPHIGAM • AENEAM • SPONDEVM • I • 

5 ARGENTEVM • ET • PATERA • BASILEVM • ORNATVM 

EX • GEMMIS • N • I • SISTRVM • ARGENTEVM • INAVRATVM 
SPONDEVM • INAVRATVM • PATERA • GVM • FRVGIBVS 
GOLLAREM • EX • GExMMIS • BERYLLIS • SFATA LIA • GVM 
GEMMIS • II • GOLLARExM • ALTERVM • GVM • GEMMIS 

10 N • VII • INAVRES • EX • GEMMIS • N • X • NAVPLIA • Il • 
PVRA • CORONA • ANALEMPSIAGA • I • GVM GEMMIS 
TOPAZOS • N • XXI • ET • GARBVNGVLOS • N • LXXXIIII • GANGELLI 

36 



282 SITULUS ARGENTEUS 



AENEI • GVM • HERMVLIS • N • Vili • INTRO • ET • FORAS 
VESTEM • LINIAM • TVNIGAM • I • PALLI VM • I • ZONA • I • 

15 GVM • SEGMENTIS • ARGENTEIS • STOLA • I • VESTEM • ALTERA 
LINTEA • PVRA • TVNIGAM • PALLIVM • STOLA • ZONA 
BVBASTO • VESTEM • SIRIGAM • PVRPVREAM • ET 
GALLAINAM • LABELLVM • MARMOREVM • GVM 
GOLVMELLA • HYDRIA • HYPSIÀNA • ET • LENTEA 

20 PVRPVREA • GVM • GLAVIS • AVREIS • ET • ZONA 

AVREA • TVNIGAS • II • PRAEGINGTA • ET • DISGINGTA 
ET • PALLIOLVM • VESTEM • ALTERA • ALBA • TVNIGA 
STOLA • ZONA • ET • PALLIVM 

E relativamente alle parole sjoondeiwi 1 argenteum V lien- 
zen nota: « Spondeum, gr. o-itov^erov, è un vaso per le libazioni; 
cfr. Apuleio Met. II. 20. de jjenetrali fontem petituìn spondeo 
ìibat > e quanto al sistro : « sìstram argenteum inauratum, no- 
tissimo istrumento del culto isiaco ». 

E più innanzi, dichiarando la prima parte dell' inventario, 
che termina col v. 16 : 

« La disposizione dei versi nella nostra iscrizione sembra 
significare che qui ne finisca una prima parte ; giacché esce dalla 
riga la parola bvbasto che dà principio a quel che segue. Ora, 
se consideriamo gli oggetti fin qui annoverati, parecchi di essi 
pare riferiscansi al culto egiziano della dea Iside. Ciò è innega- 
bile riguardo al sistrum (v. 6) : ma anche il hasilemn (5) ab- 
biamo già detto ritrovarsi altrove attribuito ad Iside, e ad Iside 
Bubastide ha rapporto la corona analempsiaca nell' iscrizione sum- 
mentovata d' Ostia. Sappiamo inoltre che i sacerdoti d' Iside e 
tutti gli addetti al culto di lei vestivano abiti di tela (cf. Apul. 
Metani. 11. 10), di modo che egregiamente possono ascriversi 
ad Iside anche le vesti mentovate nelle ultime linee, sia che ab- 
biano servito a vestir l' immagine della stessa dea, sia che i sa- 
cerdoti ne abbiano fatto uso. 

« Venendo alla seconda parte dell' inventario, il nome di Bu- 
basto (v. 17) reca qualche difficoltà, essendo nome d'una città 
d' Egitto, celebre pel culto della dea da lei denominata Bubastis 
che unita ad Iside abbiamo veduta in iscrizione ostiense. Pari- 
mente congiunte trovansi Iside Augusta e Bubastide in una la- 



SITULUS AROENTEUS 283 



pide di Oedenburg (C. 1. L. Ili 4234), e bene adunque sta- 
rebbe se ad un inventario d'oggetti sacri ad Iside qui facesse 
seguito un altro che ha rapporto a Bubastide. I due fani per 
conseguenza mentovati nel v. 1 avrebbero da riferirsi a quelle 
due divinità > (v. G. Henzen, Bull, dell' Inst. di Corr. Arch. 1871, 
p. 56 e seg. 

Ma le forme religiose che accompagnar doveano gli spon- 
sali scomparvero : ed allora rimase un ricordo dello spondeum : 
il situhis argenteus. Situlus, per le cose dette, rivestiva un ca- 
rattere sacro almeno ne rievocava il ricordo. Epperò, nel citato 
frammento di Paolo compare il situlus argenteus : or come spie- 
gare la importanza di questo? 

Io ritengo che il situlus argenteus rimase a rappresentare 
né più, né meno che V arrha sponsalitìa. 

Ed a proposito dell' arrha ^ mi piace ricordare quanto scrive 
l'egregio Prof. F. Brandileone ^ in una dotta monografia. 

« La dazione dell' arrha servi molto probabilmente in un 
primo periodo, anche in Roma come in Grecia, a rendere per- 
fetto ed obbligatorio l' accordo ^ ; nel periodo successivo però, e 
quando sia la vendita comune, sia gli sponsali si perfezionarono 
col semplice consenso, V arrha fu giuridicamente riguardata sol- 
tanto come argomento dell' obbligo contratto, affinchè potesse con 
facilità essere provato in caso di contestazione ^. Come arrha, 
e nella compra- vendita e negli sponsali, il compratore e rispet- 
tivamente lo sposo erano soliti di dare al venditore, e rispetti- 
vamente al padre della fanciulla, o a chi ne teneva le veci, o 



' Arrhae sponsaliorum nomine datae. Cod. lustin. V, I, 3. 
' Contributo alla storia della subarratio. 

* Gfr, i luoghi di Plauto raccolti dal Costa, il dir. priv. rom. nelle comedie di Plauto 
(Torino, 1890), p. 261 sg. e ibid. p. 36S sgg., e quelli di Terenzio indicati dallo stesso 
Costa, il dir. priv. nelle comedie di Terenzio (Bologna, 1893), p. 69. Per il diritto greco, 
vedi Meyer v. Schòmann, Att. Process. (ed. Lipsius), 2, 712 sgg., Hoffmann, Beitràge zur 
Geschichte des griechischen u. ròm. Rechts (Wien, 1870) p. 88 sgg., e Tamassia, il Lau- 
negildo in Grecia, neW Arch. giur. 44, p. 365 sgg.; e pel diritto romano, v. Pernice, La- 
beo J, p. 466. Ferrini, SuW origine del contratto di vendita in Roma (Modena, 1893), nelle 
Memorie dell' Accad. di Modena, voi. IX, ser. Il, p. 179 sgg. 

* Dig. XVIIl, I, 35 : Gaio III, 139. Inst. lust. Ili, 23 pr. 



284 SITULUS ARGENTEUS 



del danaro, o anche, e molto spesso, un anello, o altro oggetto 
di ornamento muliebre \ 

« Nella conclusione del matrimonio però ben presto s'intro- 
dusse l'uso che l'arra data negli sponsali, invece di essere re- 
stituita allo sposo, venisse lasciata in dono alla sposa. Quest'uso 
anzi sembra abbia fatto sì, che come arra sponsalizia venissero 
a preferenza dati degli oggetti destinati a servire di ornamento 
muliebre. Fra questi oggetti non tardò poi molto ad essere ge- 
neralmente prescelto l'anello ^, nella linea del quale, come quella 
che non subisce interruzione, gli antichi vedevano simboleggiata 
la fede costante ed inviolata ^. E se per questo non fu raro l'uso 
dell'anello come arra nelle contrattazioni comuni, esso finì o 
insieme ad altri oggetti o anche da solo ad esser sempre dato 
come arra sponsalizia alla sposa , che in segno di fede se ne 
adornava quel dito della mano sinistra, dal quale si credeva par- 
tisse un nervo o una vena in diretta comunicazione col cuore ^. 

« Adunque l'anello sponsalizio romano, che, da un lato, avea 
il valore giuridico dell' arra usata nella compra-vendita, valore 
rimastogli da quando il matrimonio non era stato altro che un 
caso specifico di tale contratto, possedeva, d'altro lato, anche 
il significato simbolico-morale di rappresentare la fede nell'os- 
servanza dell'accordo concluso » ^. 

Rimane dunque, anche per le considerazioni deWarrha spon- 
salitia in genere, fermata la nostra interpretazione del situlus. 

Ma v'ha dippiìi. Nella collezione degli oggetti preziosi del 
Museo Nazionale di Napoli mi fu dato esaminare e studiare, mercè 
la gentile permissione accordatami dall'egregio Prof. Sogliano, 



* Olire le forili già ricordate dall' Hoffmann, ijber den Verlobungsring, 1. e. §S 5 e 6, 
cf. Bruns-Sachau, Sijrisch-romisches Rechtsbuch, L. 91 (pag. 25), Syr. P. 45 e 46 (p. 60 sg.), 
Ar. 53 e 56 (pag. 96), Arm. 57 e 58 (pag. 130 sg.). 

» Giovenale VI, 27; Tertulliano, Apolog. e. 6; Isidoro, Orig. XIX. 32, 4, 5; Dlg. 
XXIV, 1, 36, 1. 

* Cfr. W. A, Lauterbachii Tractatio iuridica de arrha, §61; Hoffmann, Verlobungs- 
ring, 1. e. § 7 ; E. Kronecker, quaestiones quaedam de natura arrhae in iure romano, (Dis- 
serl. inaug. Berolini. 1874) p. 45 sg. 

* Cfr. Macrob. Saturn. VII, 13; A. Gelilo, Noci. AH. X, 10; Plinio HisLnat. XXIII, 
1, 4; Isidoro, Orig. XIX, 32, 3. Cfr. Marquardt, Privatleben d. Ròmer (1886), I, 41 sg. 

' Sul concetto di fides nei rapporti contrattuali romani cfr. Douz, Der sacrale Schutz 
in ròm. Rechtsverkehr, p. 127 sgg. e Pernice Labeo, 1, 408 sgg. 



SITULUS ARGENTEUS 



285 



un anello d'oro che già fu descritto dal Mommsen nel Corpus 
Inscr. Lai. voi. X n. 8072, 1, anello che viene a confortare sem- 
pre più la mia opinione. 

Ne riproduco qui accanto la figura ingrandita (fìg. 4). In 
questo anello dunque, che è segnato col n. 25078 
negli oggetti preziosi del Museo Nazionale di Na- 
poli, ed in cui quel vas viene a rappresentare il situ- 
lus, riconosco evidentemente V arrha spoìisalitia^ e 
per il disegno e per le parole, viene a provare ma- 
tematicamente la certezza delle mie affermazioni. 

Fig. 4. 

Resta dunque dimostrata esatta la interpretazione da me 
data del frammento che finora rimaneva oscuro, e spiegato, per 
la prima volta, un altro uso della situla o del situlus in una 
delle cerimonie più importanti del diritto privato sociale. 




Avv. Alberto de Gasparis. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

(Continuaz. e fine: v. fase, precedente) 

Gap. IV. 
La Vicesima hereditatium. 

Colpiva questa le eredità, in ragione essa pure, come dice 
il nome, del cinque per cento ; e quindi chi era chiamato a succe- 
dere ad alcuno nel possesso di beni dovea per tale tassa pagare 
allo Stato la ventesima parte del valore d'essi ^ 

Fu istituita, come tante altre, da Augusto con una delle 
sue leggi Giulie ; e, precisamente, nell' anno 759 quando egli 
fondò la cassa di sovvenzione per i soldati che terminavano la 
carriera, cassa che fu detta erario militare ed alla quale ap- 
punto assegnò i proventi della nuova contribuzione '. Per verità, 
già Cesare avea pensato ^ a una tassa di questo genere, e l'a- 
vrebbe probabilmente anche stabilita, se il ferro dei congiurati non 
avesse troncato ogni cosa. 

Comunque, Augusto ne riprende il progetto, e, prevedendo 
le difficoltà che 1' esecuzione sua avrebbe incontrato '* (tantopiù 
ch'egli intendeva secondo il consiglio di Mecenate, allargarlo, cioè 
stabilire una vera e regolare imposta: un vectigal, non un tri- 
buto), dà grande importanza appunto al fatto che già Cesare vo- 



* Anche qui la definizione va presa nella sostanza, non alla lettera, che allora 
avrebbe subito bisogno di schiarimenti e restrizioni parecchie, che verremo invece notando 
nel corso dello studio. 

* Il Bouchaud (De l'impót du vingtième, pag. 18) dice che ciò che principalmente 
determinò Augusto a mettere tale imposta sulle successioni fu il pensiero che non sarebbe 
stata di troppo grave carico al popolo, giacché colui che tutto a un tratto raccoglie una 
grossa eredità, non si duole molto se deve pagare una modica somma. — Non pare che 
l'autore scambi qui il vero scopo della tassa con una semplice circostanza che d'un fiore 
ne attenuava il peso? 

* E sembra che, almeno in parte, l'abbia anche riscossa, poiché nell'anno 711, 
sotto il consolato di Irzio e Pausa, il Senato approvò il progetto di Cicerone d'un tributo 
che Cesare medesimo, dopo il suo ingresso in Roma, avea appunto riscosso e impiegato 
nel ricompensare i veterani. Né , certo , a ragione si potrebbe supporre che tale denaro 
abbia potuto essere Vaurum coronarium. 

* Già un tentativo in proposito fatto con Antonio era abortito. 



288 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

leva istituire una simile imposta, e anzi dichiara apertamente 
d'aver trovate tra le carte del suo padre adottivo uno scritto che 
ne trattava. 

Assai viva fu, ciò nondimeno, 1' opposizione ; e siccome da 
senatoria, qual'era in principio, dilagò presto a minaccioso mal- 
contento generale. Augusto, per superarla, dovette fìngere d'avere 
smesso il pensiero di tale gabella, ma nello stesso tempo accen- 
nare che, in cambio, per provvedere alle risorse dell' erario, 
avrebbe stabilita l'imposta fondiaria, cioè l'antico tributo ^ - d'es- 
sere esenti dal quale popolo e senatori erano ben contenti -, di 
cui per il momento lasciava in nube il tasso, come anche il 



* Il tìibutum ex censu si pagava in proporzione delle sostanze - di solito il due 
per mille, conforme alla necessità, onde talvolta fu soltanto dell'uno, tal' altra in ragione 
del Ire, e serviva per i bisogni della guerra, sopratutto per le paghe delle milizie. Se 
l'erario Irovavasi sufBcientemente provvisto di denaro, non si ordinava il tributum, per 
cui cessò del tutto dopo il grande bottino fatto nella guerra macedonica (146 av. Cr.); 
e se, verso la fine della repubblica, le contribuzioni dei provinciali, che propriamente si 
chiamavano stipendium, ricevettero il nome di tributum, fu appunto perchè l' imposta dei 
cittadini era stata abolita, o, per meglio dire, caduta in disuso, perchè Roma, come a 
tanta disianza di tempo ancora oggidì il parlamento inglese, mai non aboliva nessuna 
legge, ma la lasciava cadere in disuso, ossia, una volta che una legge non rispondeva 
allo scopo suo, non la cancellava, né, tampoco, la modificava, sibbene o la lasciava sem- 
plicemente sussistere o ne faceva addirittura un'altra che aggiungeva al corpo delle già 
esistenti. Siccome poi quella di prima non veniva più applicata, cosi essa cadeva in de- 
suetudine ; non si aveva insomma 1' abolizione ufficiale, ma la pratica. — Un esempio di 
leggi disposizioni aggiunte ad altre a scopo di queste modificare, e praticamente abo- 
lirle, troveremo anche nell'iscrizione di Palmira, di cui s'avrà a discorrere in altro capitolo, 
la quale, poi che appartiene a un mondo piuttosto greco che romano, ancor meglio forse 
ne attesta l'influenza delle tradizioni e consuetudini di Roma. Da ciò in buona parte de- 
riva che a noi moderni il sistema fiscale dei Romani, come già ebbe a notare il Clama- 
geran (Histoire de l'impót en Franoe) ci paia un chaos, appunto perchè le costituzioni si 
succedono le une alle altre nei codici di Teodosio e di Giustiniano senza che si veda 
chiaro il legame che le unisce - anzi talora 1' una contraddice a quella che la precede - 
e non si abbia mai un'esposizione generale e metodica. Questo disordine tuttavia - cui 
cospirano anche la natura stessa della lingua latina, che, sempre flessibile, abbondante ed 
energica, in materia giuridica sembra invece mancare di precisione ; e la ricchezza dei 
particolari e la mancanza di sintesi degli scritti dei giureconsulti - è più apparente che 
reale ; e là ove si crede di non trovare che l' arbitrio e il capriccio, per poco che si ap- 
profondisca lo studio, non si tarda a scoprirvi un corpo di idee tra loro unite da rapporti 
logici e insieme rigorosamente intrecciate, distinzioni bene spesso sottili e vere, classifi- 
cazioni naturali derivate dall'intima essenza del soggetto stesso. 

La riscossione del tributo, a differenza di quello dei vectigalia, non veniva affidata 
a pubbUcani, del quale fatto, che non si sia seguito anche per esso il sistema dell'appalto 
ma vi attendessero i tribuni aerarli, assai probabilmente si dovrà vedere il motivo nella 
più stretta sua dipendenza dallo Stato per Vimperium. Tale, se bene io intendo, è l'avviso 
del Garlowa (op. cit.) che a questo proposito fa pur rilevare, non sappiamo però con 
quanta esattezza, che invece dei vectigalia disponeva come padrone il popolo. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 289 

modo d' esazione ; e , perchè non si capisse che la sua era una 
manovra fìnta, che cioè non avrebbe fatto per davvero, inviò 
delle persone nei campi a fare l'estimo dei terreni. E allora i 
senatori, atterriti dalla minaccia che cominciava ad eseguirsi, 
chinarono il capo, e la ricesima hereditatiam fu approvata. 

Non possediamo il testo della legge che la regolava, quindi 
dobbiamo argomentarlo dai cenni fugaci e sparsi che se ne tro- 
vano negli autori ; d'essi uno dei più istruttivi è forse quello di 
Dione (Storia di Roma, LV, 25) secondo il quale questa tassa 
colpiva tanto le eredità che le donazioni ^, eccetto quelle che ve- 
nivano fatte a parenti strettissimi o a poveri. — Non si consi- 
derava il modo dell'eredità, cioè se essa veniva >j? testameìito, 
oppure ah intestato, ma sempre, ove eredità si desse ^, l'imposta 
colpiva, solo eccettuando degli eredi i liberi , i legitimi heredes 
e i 2^^oximi cognati ^ ; e siccome nel computo dei beni non en- 
travano i comestibili ^, si vigilava a che non venissero fatti pas- 
sare come tali, generi che non lo fossero. 

Cosa assai rimarchevole, e forse carattefistica di questa ga- 
bella ^, è che tale tassa la pagarono i cittadini romani , non i 
peregrini, né i soci, né i provinciali ; il che del resto era però 
naturale, giacché costoro anche non godevano i vantaggi né gli 
onori del civis romanus^ ed erano già sottoposti alle altre con- 
tribuzioni. 

Senza dubbio ne andarono pure esenti i cittadini di Ales- 
sandria % sebbene i loro diritti fossero molto prossimi a quelli 
della cittadinanza romana; e così dicasi dei Latini, anche nel 



' V'ha chi sostiene che tale imposta non spettasse i legati o lascili ma solo le 
eredità; però l'argomento che si adduce per infirmare la dichiarazione tanto esplicita di 
Cassio Dione - che , si badi , è confermata anche da iscrizioni , - e cioè che tale tassa 
non si trova mai delta vicesimo legatorum o vices. donationum, non è, come si vede, di molto 
peso. Un' egregia trattazione dei diversi genera legatorum (leg. per vindicationem, l. per 
damnationem, l. sinendi modo relictum, l. per praeceptionem, etc.) vedasi nel Karlowa, op. 
cit., voi. 2", pag. 915 e segg. 

' Quindi nei bassi tempi anche le chiese erano sottoposte a questa contribuzione. 

' Plinio li dice domestici heredes, e Dione r.iv^ auyysva? e anche Jiavu Trpoar.xovTs;. 

^ Non ci occorre alla mente la disposizione legale moderna che comanda si lascino 
al fallito, pur nell'asta di tutti i suoi beni, gli utensili di prima necessità? 

* Se, cioè, la vicesima libertatis era pagata, oltreché dai cittadini di diritto romano, 
anche da quelli di diritto latino. 

* Onde i figli di Cleopatra non pagarono nessuna tassa ereditando da Antonio. 

37 



290 ■ LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

caso che ereditassero dai Romani ; di quelli di Rimini, di Vol- 
terra e degli abitanti delle altre dieci colonie latine \ Per la 
qual cosa si può ben considerare che la vicesima he.rediiatimn 
per i cittadini di Roma o, con espressione più precisa , per coloro 
che avevano la cittadinanza romana, abbia tenuto luogo del 
tributo. 

Molto probabilmente dovette appartenere a un progetto di 
generale organizzazione delle finanze, non foss' altro che per il 
grande, effettivo bisogno che queste avevano di venir regolate. 
Cesare, infatti, avvezzo fino da giovane a dissipare, avea esau- 
rito il tesoro ; le provincie trovavansi oramai emunte dalle 
guerre, e perfino i ricchi tesori dei templi d'Italia essi pure 
erano saccheggiati. Quindi ora che la pace era ritornata e le 
cose pubbliche si riassestavano, prima cura del vincitore dovette 
essere quella di assicurare all'erario le entrate e la quiete ai 
paesi dell' impero. Ed ecco che i lavori del catasto, già da Ce- 
sare iniziati, sono da Augusto con tanta lena proseguiti che poco 
più di vent'anni appresso possono servire di norma alle imposi- 
zioni finanziarie delle provincie ; e come in queste vengono tas- 
sati i fondi, i campi, etc, così in Roma si colpiscono le eredità. 

Ma torniamo più da vicino all'argomento nostro. 

Com' è naturale, per conoscere i beni e le disposizioni di chi 
moriva, bisognava aprirne il testamento ; e ciò si faceva di so- 
lito non più tardi del quinto giorno dopo la morte del testatore. 
Nel caso però che gli eredi non fossero presenti, si aspettava 
tante giornate quante erano le ventine di miglia di strada che 
essi dovean fare per recarsi alla città del morto. 

Era pure prescritto dalla legge Giulia che l'apertura avve- 
nisse davanti a un magistrato; e siccome i Romani fino ah an- 
tiquo furono soliti affidare le carte contenenti le ultime loro vo- 
lontà agli archivi dei templi, così da questi gli eredi veni- 
vano a ripeterle e, guardandosi bene dal romperne i sigilli, le 
portavano al pretore, perchè procedesse alla loro apertura. Que- 
sta, ordinariamente, come abbiamo detto, non si faceva subito. 



' Tale immunità dei Latini ci spiegherà il procedere di Caracàlla che nella con- 
cessione, 0, meglio, estensione ai peregrini della cittadinanza romana, salterà a pie pari 
questo gradino intermedio della latinità. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 291 

e quindi il magistrato avea tempo intanto di accertarsi nella 
identificazione dell'erede ^ 

Tale procedura subì in seguito qualche modificazione ; e, ad 
esempio, il pretore non aperse il testamento se non avanti a 
dei testimoni alla cui presenza anche lo leggeva ^ ; le parti in- 
teressate lo firmavano, indi, nuovamente -sigillato, veniva ripo- 
sto negli archivi del tribunale ^. 

Ma la vicesima hereditatium non ebbe solo un intento fi- 
scale, sibbene anche, per quanto meno evidente, lo scopo di ren- 
dere più numerosi i fecondi connubi *. E infatti i cittadini ro- 
mani dovettero sentirsi ben stimolati e persuasi alle unioni ma- 
trimoniali, poi che, se non avevano parenti prossimi cui lasciare i 
loro beni, si vedeano questi vicesimati dallo Stato, vo' dire, a poco 
a poco alla volta se li vedeano ingoiare dal pubblico tesoro ^. 

Questo intento di accrescere la popolazione libera dell' Ita- 
lia, oltre quello d'impedire la formazione di troppo grandi ric- 

' Veramente Augusto avrebbe desiderato che il teslamenlo venisse aperto statim 
Pftst mortem testatoris affinchè la riscossione dell'imposta potesse farsi il più presto pos- 
sibile. 

* La lettura si dovea fare di giorno, dalle due alle dieci ore. 

* Regole tulle che curavano non già solo gli interessi del fisco, ma anche quelli 
degli eredi , poiché salvaguardavano i testamenti da falsificazioni. E quando la vicesi- 
ma hereditatium fu imposta anche alle Provincie, in esse pure queste medesime norme 
valsero e Vinsinuatio del testamento si fece al tribunale. 

^ Che si abborrisse dal matrimonio lo dica Q. Metello Numidico che, nelle « Noctes 
Atlicae », Gelilo ci presenta censore che parla a! popolo quum eum ad uxores ducendas 
adhortaretur (libro I, cap. VI): « Si sine uxore possemus, Quirites, esse, omnes ea molestia 
careremus » eie; parole che Gellio cosi commenta riferendo il giudizio del relore Castricio: 
Metellum, sanctum virum, illa gravitate et fide praeditum, cum tanta honorum atque vitae 
dignitate , apud populum loquentem nihil decuit aliud dicere, quam quod verum esse sili 
atque omnibus videbatur. 

* Anche il Bachofen (che nell'opera - Ausgewàhlte Lehren d. ròm. Staatsrechts - 
al capii. - Die Erbschaftssteuer - fa un' ampia trattazione dell' imposta che noi ora stu- 
diamo) rileva il carattere elico, per così dire, di tale tassa, giacché la dice appartenere 
a qua' possedimenti coi quali il sesto secolo si senti spinto a ovviare alla decadenza dei 
costumi. (Dice VI secolo perchè egli crede che questa gabella risalga, in una coi prov- 
vedimenti della legge Voconia, appunto a tale tempo, opinione alla quale noi preferiamo, 
perchè più accreditata, quella che assegna la vices. hereditatium all'anno 6 dopo Cristo). 
A un minuto esame delle prescrizioni della legge Giulia procede questo autore sempre 
fondandosi più che altro sul Digesto; ad esempio: quanto ai legali non si ferma all'e- 
nunciazione della regola t al possesso dei legati assoluti si va non alla morie del testatore 
sibbene all'apertura del testamento », ma addirittura ne fa per cosi dire la genesi, e ac- 
curatamente ne persegue le questioni, studiando tutte le forme e modificazioni che la re- 
gola assunse per opera dei vari giuristi e imperatori. 



292 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

chezze, l'ebbe pure un'altra legge, la famosa lex lulia et Pa- 
pia Poppaea sopra il celibato, stabilita definitivamente l'anno 
nove (dopo Cr.). Per essa infatti ogni erede celibe, salvo i pa- 
renti più prossimi (quelli, cioè, dei primi tre gradi), era spo- 
gliato dei suoi diritti, e quindi i beni che egli avrebbe dovuto 
ereditare, divenivano proprietà dello Stato. Anche riguardo i 
legati stabilì questa legge norme molto importanti, ma non è 
però a credere eh' essa sia stata 1' ultima riforma introdotta nel 
giure sulle eredità, poiché tutto il diritto relativo a queste fu 
alla fine da Giustiniano riveduto, e in buona parte si rinnova- 
rono le disposizioni anteriori alle Papié ^ E a ogni modo pos- 
siamo ritenere che del diritto di successione, fino a che durò la 
tassa d' eredità, la lex lidia vicesima fu sempre la base, ben 
poche essendo state le aggiunte e le modificazioni notevoli che 
le si fecero. Grande quindi fu l' importanza di tal legge, alla 
quale risale perfino, come ha dimostrato il Bock, 1' origine del 
diritto di pegno. 

Riforma di molto rilievo alla vicesima liereditatium V ap- 
portò Traiano fissando la somma al disotto della quale le suc- 
cessioni non dovevano venir colpite dall' imposta ; (sgraziata- 
mente Plinio, che è 1' autore che ci dà questa notizia, - Pane- 
girico, XL - nuli' altro aggiunge e quindi non conosciamo tale 
somma) ^. E per contrassegnare questa disposizione d' ancor 
maggiore liberalità, le diede anche valore retroattivo, e così fu- 
rono a molti perfino condonate le somme che non avevano an- 
cora sborsato. 

Ma Traiano portò alla tassa in discorso anche qualche altra 
modificazione ; ad esempio stabilì che dell' eredità si calcolasse 

' Ad onta però di entrambe queste leggi, Giulia e Papia Poppea « né si resero 
pili frequenti i matrimoni nò si allevò maggior numero di figliuoli » (Tacito, Ann. Ili, 25). 

Alle prescrizioni che riguardavano i celibi si derogò per Costantino e a quelle 
che concernevano i coniugi per Onorio e Teodosio IL Cfr. Garretti : Della storia e delle 
condizioni d'Italia sotto gli imperatori romani, (libro II). 

* Un bassorilievo scoperto una trentina d'anni fa a Roma ci torna a tal proposito 
preziosissimo, rappresentando il foro, l'imperatore e un mucchio di tavolette, simbolo evi- 
dente delle prescrizioni che venivano da Nerva abrogate, cui un magistrato con un tiz- 
zone appicca il fuoco. — Vedasi il BuUettino dell' istituto di corrispondenza archeologica 
dell'a. 1872, nel quale fascicolo è appunto riportata la comunicazione che della scoperta 
in discorso diede l'Henzen, primo segretario dell' Istituto medesimo. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 293 

la vìcesimaj sottratte però le spese per i funerali del testatore ^ ; 
per comprendere la discreta importanza della quale disposizione ^ 
occorre ricordarsi che i Romani amavano tanto sfoggiare nelle 
pompe funebri ^ da scialarvi non di rado tutta la sostanza del 
morto per poco che dessa non fosse pingue. Per la qual cosa si 
prescrisse pure , ma ciò da Adriano , che il loro importo totale 
doveva essere proporzionato agli averi e alla posizione sociale 
del trapassato, onde perfino le sue stesse disposizioni rimasero 
senza valore ogni qual volta importarono spese esorbitanti ^. 

— . L' estimo dei beni tornava pressoché sempre difficilis- 
mo e dava luogo a un' infinità di contese e litigi tanto da parte 
degli eredi, come di chi riscuoteva la tassa ^; che se poi il te- 
statore avea prescritto qualche legato in alimenti, ancor più irto 
presentavasi il computo, giacché si dovea calcolare, va da sé, 
in approssimazione, quanto avrebbe vissuto quegli in favore del 
quale era il legato, e la spesa giornaliera della sua tavola^. 

' Secondo il Bachofen, ciò era già stato prescritto da Augusto ; nel qual caso Tra- 
iano non avrebbe fatto che richiamare in vigore una prescrizione obliterata. 

' Un'altra delle liberali disposizioni che alla vicesima hereditatium apportò Tra- 
iano fu che non solo il figlio succedendo al padre fosse esente dalla tassa, ma anche 
questi qualora dovesse suscedere al figlio nec eodem momento, quo pater esse desiisset, 
hoc quoque amitteret quod fuisset (Plinio; panegirico) ; e così pure sottrasse al pagamento 
dell'imposta il secondo grado di parentela, onde perfino le successioni tra fratelli, e fra 
nonni e nipoti andarono esenti dalla vicesima. 

Da questo panegirico di Traiano (cap. 40) si rileva pure che coloro però che ten- 
tassero di sottrarsi al pagamento dell'imposta venivano multati del doppio e talora anche 
del quadruplo di essa, 

* Balsami, vesti, cerimonie, trasporto, epitaffio, etc. Se però gli eredi, per propria 
volontà per disposizione testamentaria, erigevano al defunto un qualche ricordo monu- 
mentale, le spese per questo, come quelle che non erano ritenute necessarie, secondo le 
disposizioni augustee non andavano esenti dalla tassa, e quindi non si sottraevano nel- 
l'estimo dei beni (Dig. XI, 7, 4 § 6). Ora invece, per le innovazioni di Traiano, l'erede 
poteva impiegare nelle spese funerarie anche tutta l'eredità. 

* Benché non del tutto qui a proposito , crediamo opportuno ricordare che se i 
doni tra vivi non furono per lungo tempo sottoposti a nessuna restrizione, però nel VI 
secolo di Roma, per l'avarizia di certi padroni che, nell'occasione dei Saturnali, se ne 
facevano fare dai propri clienti di vistosissimi, la legge intervenne,' dapprima colla dispo- 
sizione Publicia, che proibi di regalare i ricchi se non con candele; poi con quelle di 
Cincio Alimento, fra le quali importantissima questa che nessuno, pochi eccotluati, po- 
tesse ricevere doni, oltre un valore stabilito (modus legitimus; quale?). Cfr. E. Cuq: Les 
institutions iuridiques des Romains. 

» Il numero 449 del volume IX del G. I. L. ci offre l'esempio di un testatore che 
sembra voglia che le sue disposizioni - tali bisogna supporre, che non venivano esen- 
tate dalla tassa - si eseguiscano prescindendo dalla deductio vicesimae. 

* Per una felice combinazione ci è giunta la tabella di Macro in base alla quale 
si calcolava appunto la probabile durala dell' età , per massimo della quale si ritenne la 



294 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

Ma, come già si è detto, due erano i casi di esenzione sta- 
biliti da Augusto in riguardo a questa vicesima. Il primo era 
quello degli stretti parenti ; il secondo quello che considerava 
le piccole eredità de' poveri. 

Di entrambe tali clausole è certo perfettamente inutile ri- 
levare la grande giustezza ; però, affine di meglio comprenderle, 
è indispensabile di chiarire, come s' è fatto per T espressione 
€ stretti parenti >, il significato di « piccola eredità » (che Plinio 
appella parvam et exilem)^, e vedere se per avventura tale pre- 
scrizione Augustea non sia stata per qualche periodo di tempo po- 
sta in non cale, violata, e alla fine richiamata in vigore. 

Alla prima di queste domande risponde il disposto della legge 
Voconia \ che dice piccole eredità quelle ^ non oltrepassanti l'im- 
porto di cento mila sesterzi, somma che la Papia prende come 
limite della ricchezza d'un liberto S 

Si potrebbe supporre che nessuno mai abbia osato trasgre- 
dire una simile prescrizione, come quella che era stata posta 
già dal divo Augusto e il cui principio informatore era sicura- 
mente di molto saggia economia. Eppure non fu cosi. Successori 
d'Augusto fecero riscuotere, o, per lo meno, lasciarono si riscuo- 
tesse la vicesima anche su eredità inferiori ai cento mila sesterzi, 
e così pur questa seconda provvida eccezione sollevata e sancita 
dalla legge Giulia andò frustrata. 

Però Traiano come ristabilì, se non creò, la disposizione 
sulle spese funerarie, così si fece obbligo di richiamare in vi- 
gore eziandio quest'altra antica regola, ed è pur certo che, 
quasi per compensare gli abusi del tempo trascorso, largheggiò, 

sessanlina. Non crediamo prezzo dell'opera trascriverla dal momento che la si può vedere 
nel Digesto (XXXV, % 68) , e commentata da Bachofen. Cosi pure, occorrerà forse notare 
che anche da essa si rileva che il conto veniva sempre fatto molto vantaggioso per l' erario ? 

* La legge Voconia fu fatta votare dal tribuno della plebe Quinto Voconio Saxa 
l'anno 169 av. Cristo (585 di Roma), ma si vuole che il vero ispiratore di essa sia stato 
M. Porcio Catone. 

* 11 Burmann aveva pensato ai cento aurei di cui parla Giustiniano, ma egli stesso, 
atteso che l'editto justinianeo e, naturalmente, di tanto posteriore alla legge Giulia, du- 
bitò molto della propria ipotesi. 

* Non è però a credere che anche nelle eredità superiori a tale somma i primi 
100,000 sesterzi non fossero tassati, che ciò non sarebbe punto vero. Del resto pur questa 
slessa ipolesi dei 100,000 sesterzi non è molto sicura, poi che Plinio, come già si ò riferito, 
narra avere anche Traiano fissato la somma, al disotto della quale la vicesima non si do- 
vea riscuotere. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 295 

come già Nerva ^ nelle concessioni a nuove famiglie di citta- 
dini del diritto di cognazione per il quale vennero sottratte al 
pagamento dell'imposta ^. 

A quanto ne dice Zonara, la vìcesima hereditatium sarebbe 
stata completamente abolita da Antonino Pio ; ma la notizia non 
è attendibile ^: piuttosto potrà essere logico pensare che questo 
buon imperatore abbia estese le esenzioni e tolti tutti gli abusi 
che soleano affliggere i contribuenti, cioè proibite le indebite ri- 
scossioni : ma non più là, che la vera abolizione dell' imposta 
sarebbe stata misura troppo grave. Così pure è molto probabile 
che anche i susseguenti imperatori l'abbiano mantenuta, essen- 
doci noti quasi tutti per avidi di denaro. Notizie però a riguardo 
di tale tassa, possiamo dire, manchino per i tempi di M. Au- 
relio, Coramodo, Pertinace e Settimio Severo ; solo con Cara- 
calla esse tornano e abbondanti, la qual cosa si deve senza dub- 
bio al fatto che, mentre gli imperatori succitati nulla di rilievo 
modificarono della vìcesima in discorso, Caracalla invece e sulle 
finanze romane in genere e sull'imposta d'eredità in particolare 
esercitò colle misure e innovazioni sue un' azione assai grande. 

Tornerà quindi necessario che noi pure ci fermiamo a dir 
qualcosa dell'operato di questo principe. 

— Egli, indulgendo al pazzo suo genio di tutto sacrificare 
agli interessi del fìsco, anche i più evidenti principi di giusti- 
zia, come quasi tutte le altre imposte, raddoppiò anche questa '*, 
e ne tolse ogni esenzione. Ma non basta. La brama sua dell'ar- 
gento non era ancora soddisfatta; ed egli macchinò ed eseguì 

' Questi veramente fu il primo che apportò alla vìcesima una modificazione, poi- 
ché stabili che nelle successioni tra madre e figlio e tra figlio e madre neppure occor- 
resse lo im cognationis, ma sempre esse andassero esenti dall'imposta. 

' Quando si trattava della successione d'una persona ch'era da peregrino dive- 
nuta cittadino romano, siccome secondo la legge il novus civis non avea più parenti (che 
egli per il fatto stesso che era divenuto cittadino avea rotto ogni legame di parentela), i 
prossimi suoi eredi non potevano godere del favore accordato dalla legge Giulia a meno 
che r imperatore loro concedesse lo ius cognationis o la patria potestas. (Cfr. Mispoulel: 
op, cit., voi. II, § 118). 

* E perchè strana, e perchè da nessun altro autore confermata, ma anzi contrad- 
detta, come, ad esempio, da Capitolino che di Marco Aurelio scrive t addidisse leges de 
vicesima » . 

^ Ne elevò cioè il canone , come già s' è detto che fece per la vicesima libertatis 
manumissionum, alla decima parte della sostanza. 



296 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

un atto che, sotto la parvenza di clemente patriottismo - falso, 
ad ogni modo, pur esso -, non era da altro indettato che da 
bieca avidità, e che di gravissime conseguenze fu a Roma fe- 
condo : intendiamo parlare del dono eh' ei fece a tutti i sudditi 
dell'impero della cittadinanza romana K Cosa infatti volle essa 
dire se non sottomissione anche dei provinciali alle imposte dap- 
prima pagate solo dai cittadini di Roma ? Buon per lui che il 

* Questo allo di Caracalla dell' eslensione della ciltadinanza romana fu variamenle 
giudicato. La maggior parte però degli storici è d'accordo nel considerarlo come un atto 
d'avidità fiscale: e, crediamo, a ragione, tanto più che riesce troppo sintomatico l'avere 
Caracalla saltalo nella concessione il grado intermedio di cittadinanza, quello della lati- 
nità. Gli è infatti che, accordando questo, non sarebbe al fisco venuto nessun guadagno, 
poiché i Latini erano pur sempre considerati esenti dall'imposta : bisognava dunque con- 
cedere proprio la cittadinanza di Roma, e ciò egli fece. Ulpiano (Dig. I, 5, 17) e Dione 

(LXXVII, 9) : OJV l'vExa xa"t 'Pwjjiaious TràvTot; Toù; Iv Tri àp'/r, aùtou, Xófiiì ^lìv tijìGìv, '^pyw 
5à ono; ::X£tuj aÙTw xa\ ex tou toioutou Tvpoa^, Sta tÒ toÙ; $évou; xà T^oXXà aùtcióv [xrj auv£- 

TeXstv, aniSsi^ev), ci attestano quanto siamo venuti dicendo di tale imperatore e vedono 
essi pure in questo suo allo nienl' altro che spirito fiscale; s. Agostino invece {De civitate 
Dei, libro V, cap. 17) ne giudica in modo assai diverso; lo dice « gralissime atque huma- 
nissime factum » , giudizio che per la legge degli estremi richiama tosto tra i moderni 
quello del Gibbon (Hist. de la décadence et de la chute de l'empire romain : cap. VI e seg.): 
t questo favore straordinario non derivava da generosi sentimenti, ma fu dettato da una 

sordida avarizia Caracalla non ebbe sentimento alcuno d'umanità ». Mentre però il 

Santo nel suo apprezzamento ottimista rimane solo, allo storico inglese invece fanno eco 
quasi tutti gli altri moderni. Il Bachofen infatti , che già più volte nel corso di questo 
capitolo ebbi occasione di mentovare, dice chiaramente (1. e), che quanto ai privilegi di 
cognazione Caracalla ristabili le norme vigenti prima di Nerva e fece regalo ai peregrini 
del diritto di cittadinanza romana al fine di averli soggetti, come i veteres cives, alla tassa 
di cui discorriamo. 

Cosi pure l'Hirschfeld nelle sue Untersuchungen eie. (tom. I p. 295) non ripetendo 
dalla sola avidità l'atto di Caracalla, eziandio questa necessariamente ammette: «die 
Verleihung des Bùrgerrechtes an alle Provinzen durch Caracalla war sicher nicht blos 
ein Act der Habsucht, sondern die letzte Consequenz des Regierungsprincips seines Vaters, 
gleiches Recht fùr alle Unlerlhanen zu schaffen, Regierung und Verwaltung im ganzen 
Reiche zu uniformiren ». E il Garzetti nell'opera Della storia e della condizione d'Italia 
sotto il governo degli imperatori romani (cap. Ili) cosi si esprime : « Il furore e la rapa- 
cità di Caracalla non si restrinsero, come in tanti altri imperatori cattivi alla sola Roma 

Egli crebbe tutte le imposte , ed estese la cittadinanza romana a tutto l'impero al solo 

oggetto di poterne ritrar più danaro » . Insomma dei moderni forse il solo Madwig pare 
non si associ all'opinione generale, poiché nello studio suo - Die Verfassung und Ver- 
waltung des Ròmischen Staates -, dopo aver osservato che le conseguenze che il decreto 
di Caracalla dovea avere per l'Italia non si fecero immediatamente sentire, s'affretta a 
notare che «malgrado l'avidità che Dione Cassio rimprovera a tale imperatore, e mal- 
grado la successione al trono di uomini poco devoli all' Italia, l' immunità della penisola 
seguitò per cinquanl'anni » . Ma ancora una volta valenti storici che ebbero dopo di lui 
a occuparsi dello slesso argomento, come il Baudrillart nella uscente enciclopedia La- 
rousse, e un po' prima il Desjardins (op. cit.), ascrivono 1' estensione del diritto di citta- 
dinanza da Caracalla compiuta a mero spirilo fiscale e la credono importante causa della 
molta popolarità di questo principe nell'esercito. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 297 

popolo romano non conservava ornai pili energia per opporglisi, 
ed egli così potè impunemente concepire e stendere i suoi esosi 
decreti. E invero la costituzione di Caracalla non migliorò in al- 
cun modo, ma anzi peggiorò la condizione de' provinciali, per- 
chè, senza sollevarli dalle imposte che in addietro pagavano, 
loro accrebbe quelle che prima erano a carico de' soli Romani , 
e perchè li assoggettò alla milizia senza accordare loro per que- 
sti nuovi aggravi altro compenso che di potersi dir cittadini, 
imparentarsi co' Romani, cedere i beni ai creditori e andare esenti 
da certi gastighi. 

Con questo profondere la cittadinanza, come ben osserva 
uno storico, non v'ebbe .in certo modo più cittadini : perchè, 
non ritraendo i provinciali alcun effettivo vantaggio dal venir 
dichiarati Romani, poco loro importava di esserlo. I veri e an- 
tichi cittadini vedendosi abbassati alla condizione di chi già ad 
essi era suddito, tutto perdettero il lor nobile orgoglio ^ ; lo 
Stato concentrossi nel principe e la forza sua si ripose ne' sol- 
dati e neir oro. 

Quanto poi all' Italia, essa, da questo momento che Cara- 
calla estese la cittadinanza , cessò dall' essere ^ il paese del 
mondo romano nel quale poteano abitare soltanto cittadini. Roma 
restò, è vero, la capitale dello Stato, la sede, il centro del go- 
verno, ma r Italia non fu più la patria né la dimora dei pa- 
droni dell' impero, poiché non vi s'ebbero più se non dei sudditi ; 
e si può dire invece che, siccome mantenne l' ineguaglianza dei 
carichi ^, sotto il regno di Caracalla essa abbia visto finire la 
propria libertà, cominciare i privilegi '^. 

* Anche i greci facevano gran conio del diritlo di cittadinanza che spettava solo 
ai figli nati da genitori che fossero veri cittadini e non già forestieri accasati in città. 
Vedasi ad esempio l'embaleria del marziale Tirteo: xoupot Ttaripojv noXiarSv... 

* Già prima di Caracalla molle città dell' impero aveauo ricevuto la cittadinanza 
romana. I paesi della penisola l'avevano conseguila, fino dal termine della guerra sociale 
colla legge Plauzia Papiria, tulli, tranne la Gallia transpadana cui la eslese Cesare, po- 
nendo in tal modo l'ultima condizione indispensabile a rendere uno e compatto il popolo 
italico. Vedasi in proposilo Matscheg: Cesare e il suo tempo (cap. IX). 

* Non fu sottomessa all'imposta fondiaria né alia capitazione ; di qui che 1' immu- 
nità da questi due tributi, il prediale e il personale, fu da questo tempo considerala come 
prerogativa non più della cittadinanza romana, ma del dirilto italico. 

* Si è un tempo dubitato se proprio al figlio di Severo si dovesse far risalire 
tale estensione della cittadinanza romana. Il passo di Dione non sembrava decisivo, e 
per contrario quello del legislatore (In orbe Romano qui sunt, ex constitutione Imperatoris 

38 



298 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



Con Macrino però le cose tornano, per quanto era possi- 
bile, nello stato primiero, e anche la tassa di cui ora discor- 
riamo viene ristabilita quale vicesìma. Macrino cioè, molto più 
discreto di Caracalla, si fece un dovere di abrogare le esose mi- 
sure introdotte dal suo predecessore, e quindi, come per l' im- 
posta di manumissione, così per questa di eredità, rimise il ca- 
none del cinque per cento, ben mostrando per tal modo « boni 
pastoris esse tendere oves, non deglubere » K 

È chiaro che per questa tassa, il cui reddito - vuoi annuale 
che triennale o quinquennale - dovea variare di molto, il pro- 
cedimento dell'appalto non era senza difficoltà; e sarebbe quindi 
ragionevole supporre che qui debba essere stato abbandonato. 
Tuttavia nel primo secolo così non accadde. Come tutti gli altri 
vectigalia, anche la vicesima hereditatium venne riscossa da pub- 
blicani costituiti in società, che come già quelli della vicesima 
manimiisìiioìtuyn, eran detti vicesimarii. 

In seguito però ì' attendere a questa tassa passò quale uf- 
ficio, come a veri e propri magistrati , ad appositi procuratori , 
e in parte, sembra, anche ai prefetti dell'erario militare. En- 
trambe queste cariche erano assai ambite dai cavalieri, cui di 
solito spettava il coprirle, poiché orrevolissime e tenute in molto 
pregio ^ ; tuttavia anche liberti poterono essere talora procura- 



Antonini, cives Romani ejfecti sunt) pareva indicare quale autore di lauta disposizione An- 
tonino Pio anzicliè Caracalla. Ma il dubbio naturalmente svanì, tostochè fu dimostrato Ul- 
piano non parlare del Pio, ma proprio d'Antonino Caracalla. Infatti, siccome egli a indicare 
il successore d'Adriano o M. Aurelio sempre dice divo Pio, divo Marco, cosi, ogniqualvolta 
ei scrive Antonino, devesi intendere Caracalla. — Di questo Cesare si sa pure che introdusse 
0, per lo meno, richiamò in vigore un antico uso, secondo il quale l' Italia doveva ap- 
provvigionare r imperatore e la sua corte , apprestare insomma quello che si disse nel 
medio evo il phodrum. Ma ecco che anche intorno questo nuovo carico il Madwig, che 
ben si potrà dire il paladino rivendicatore di Caracalla, sostiene nell' opera sua già citala, 
che non lo si deve chiamare una vera innovazione, poiché sempre, dice egli, gli abitanti 
delle regioni d' Italia dovettero far le spese per i viaggi dell' imperatore e rifornire di 
viveri le truppe. 

' Svet. Tiber. e. 32: v. Dione Cassio: libro LXXVIII, cap. 12. 

* E che il principe si compiacesse di affidare le procuralure appunto quale alto 
onore più specialmente a persone benemerite e illustri lo fa credere il numero 4753 del 
voi. IX del C. I. L., epigrafe posta da un figlio in memoria del padre ex-procuralore 
d'Augusto (Traiano). 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 299 

tori \ ad esempio sotto Claudio ; e qualche volta perfino gente 
di bassissima estrazione ^. 

Ma qui occorre subito un' avvertenza. 

Si è detto che anche per la vicesima hereditatium si seguì 
da principio il sistema dell'appalto, e solo dopo il primo secolo 
essersi venuto introducendo, per opera specialmente di Adriano, 
quello della diretta riscossione ; orbene : come va allora che già 
durante l' impero di Claudio si siano avuti dei procuratori vice- 
simae hereditatium ? ^ — Una risposta decisiva e appieno sod- 
disfacente noi non sapremmo dare ; ci sembra tuttavia che oc- 
corra accettare una delle due supposizioni : o tali procuratori 
non sono già gli esattori imperiali della tassa, ma semplici ispet- 
tori degli appalti e degli uffizi dei pubblicani della vicesima: o 
veri propri procuratori, cioè impiegati dell' imperatore incari- 



* Ricordiamoci della frase dell' Hirschfeld , il quale, riferendosi appunto special- 
mente ai tempi di Claudio, quando spadroneggiavano Palla e Narciso, potè dire (op. cit.; 
p. 287): (( In tutta l'amministrazione si vede l'orma della turba dei liberti imperiali: in 
quella degli acquedotti, in quella dell' annona, in quella dei giuochi, in quella della tassa 

d'eredità si trovano liberti Imperiali, parte come direttori indipendenti, parte come 

aiutanti » . 

' Lampridio (XIT) ci dice avere Elagabalo incaricato della vicesima un mulattiere. 
Non aggiunge però lo storico se della stazione di Roma o d'un'altra, né dice se proprio 
l'abbia creato procuratore, ma semplicemente: «Ad vicesimam beredilatium mulionem 
curare iussit » (Anton. Heliogabalus) , periodo cui il Casaubono e il Salmasio fanno se- 
guire le note: « Hoc est, destinava procuratorem ad vicesimam hereditatium », — « Pro- 
curator ad vicesimam, procurator a vicesima, et procurator vicesimae dicebatur; tot enim 
modis haec efferebant » . 

' Non si confondano i procuratores vicesimae hereditatium con i procuratores here- 
ditatium, (impiegati della famiglia imperiale, che a nome di essa e per essa andavano al 
possesso delle eredità che le venian lasciate) che non hanno nulla a che fare tra loro. 
Ren a ragione e opportunamente l'Hirschfeld per il primo fece avvisati di questa facile 
confusione gli studiosi. Che il malvezzo di ostentare numerose e alte relazioni legando 
nel proprio testamento parecchie somme alla famiglia imperiale e ai vari conoscenti e 
amici fosse divenuto molto grave, si da impensierire il legislatore, lo dimostra certo elo- 
quentemente la legge Falcidia - 40 av. Cr, - (Paul. XXXV, II, 1) che obbligò ogni testa- 
tore a lasciare ai veri naturali eredi almeno il quarto de' suoi beni. « Lex Falcidia lata 
est, quae primo capite liberam legandi facultatem dedit usque ad dodrantem (tre quarti 
dell'asse) bis verbis: qui cives Romani sunt, qui eorum post hanc legem rogatam testa- 
mentum facero volet, ut eam pecuniam easque res quibusque dare legare volet, ius po- 
testasque eslo, ut hac lege sequenti licebit. Secundo capite modum legatorum constituit 
his verbis : « quicumque civis Romanus post hanc legem rogatam testamentum faciet, 
is quantam cuique civi Romano pecuniam iure publico dare legare volel, ius potestasque 
eslo, dum ita detur legatura , ne minus quam partem quartam hereditalis eo testamento 
heredes capiant; eis quibus quid ita datum legatum erit, eam pecuniam sine fraude sua 
capere liceto isque heres, qui eam pecuniam dare iussus damnatus erit, eam pecuniam 
debeto dare, quam damnatus est » . 



300 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



cati della riscossione dell' imposta ; nel qual caso si dovrà am- 
mettere che mentre in Italia, forse per una ragione d'opportu- 
tunità, si n«ò appaltare anche questa tassa, nelle provincie in- 
vece, ove si istituirono - naturalmente in riguardo dei cittadini 
romani o di diritto romano residentivi - uffici della vicesìma, si 
sia tosto adottato il sistema della diretta riscossione. (Anche il 
Bachofen ammette il sistema dell' appalto solo per l' Italia, e 
crede che nelle provincie tale tassa sia stata invece riscossa da 
impiegati imperiali. A riguardo però de' procuratori che a inco- 
minciare dal IP sec. furono anche in Italia e perfino in Roma, 
egli pensa che essi, anziché costituire un ufficio centrale di di- 
retta riscossione, come coli' Hirschfeld opineremo noi ^ abbiano 
sempre avuto il semplice incarico di vigilare gli appalti). 

Comunque i procuratori di tale imposta, che talvolta sono 
detti procuratores Augustorurii ^, ricorrono nelle iscrizioni così 
di frequente ^ come forse nessun' altra specie di impiegati im- 
periali delle finanze; e siccome in tali iscrizioni mancano invece 
sicure traccie di società di pubblicani, torna viemeglio persua- 
siva la congettura che verisimilmente sotto Adriano ^ si sia com- 



' Infatti che i procuratori imperiali siano stati posti solo a controllo dei pubblicani 
non è ammissibile, non foss'allro che per il grande sviluppo di tale corpo d' impiegati ; 
ed è poi anche contradetto in modo aperto dalle parole di Emilio Macro lib. I ad legem 
vicesimam hereditatiwn Dig. II, 15, 13) : Nulli procuratorum principis inconsulto principe 
transigere licei. 

* Al numero 7S83 del volume X del Corpus s'incontra, è vero, l'appellativo pro- 
curator Augustorum, ma poiché non vi ricorre l'espressione procurator vicesimae heredi- 
tatium ma la sem-plice procurator hereditatium si può dubitare non si tratti qui d'uno di 
quei procuratori di cui s'è fatto ora cenno alla nota n, 42. 

Q . GABINIO . BARBARO 

V . E . A COMMEN . PRAEFEC 

PRAET . PRAEF . VEHIC . PER . 

FLAM . PROG . PROV . SICILIAE 

PROG . HERED . PROG . AUGGG . 

N . N . N . PRAEF . PROV . SARO 



— Un procurator Augustorum stationis hereditatium ci è attestato, ad es., dall'epigrafe 
n. 5898 del volume IX. 

* Tanto per citare uno dei molli esempi , notiamo il n. 5357 voi. IX, il quale si 
riferisce a un procurator Augusti vicesimae hereditatium della regio Ilaliae quinta Firmum 
Picenum. 

* Un'importantissima carica istituita da questo imperatore, e dalla quale il Baronlo 
crede si abbia a datare il passaggio al fisco dei redditi della vicesima hereditatium, fu 

nella deìVadvocatus fisci. In proposilo ad essa cosi si esprime l'Herzog (Geschichte und 

q 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 301 

pita una riforma del sistema amministrativo, e all' appalto sia 
venuta sostituendosi la diretta riscossione. 

Tali procuratori probabilmente dovettero appartenere quanto 
allo stipendio, alla classe dei centenari ^; e diciamo solo pro- 
babilmente in vista di qualche epigrafe che ci presenta procu- 
ratori ducenari pur di questa stessa vicesima. Così la seguente 
{C. I. L. X, 4721). 

L . VIBIO . FORTVNATO • L • /. 
HARVSPICI . AVG • N • MAGISTR[o 
A . STVDIIS . PROC . DVCENARIO 
STATIONIS . HEREDITATlVxM ^ 

Numerosissimi dovettero essere gli uffici della vìcesima he- 
reditatium, poiché se ne incontrano e nelle provinole (cioè nelle 
Spagne, nelle Gallio, nella Pannonia, nell'Asia, nella provincia 
del Ponto, etc), e in Italia (cioè nella Campania, nella Cala- 
bria, nella Tuscia, nel Piceno, etc), e due nella stessa Roma^ 



System der Ròmischen Staatsverfassung) : Eine wesenllicke Neuerung war es dass die re- 
chlliche Verlretung des Fiskus, d. h. die Fùhrung der Fiskalprocesse, iiberhaupt die er- 
folgung der Anspruche des Fiskus den Procuratoren und besonderen Advocaten iiberge- 
hen wurde, wodurch der Fiskus eiue bessere jurislische Vertrelung gewann. 

• Hirschfeld: op. cit., p. 263. 

* Lo Hirschfeld però la interpreta come riferenlesi a un procuratore della statv) 
di Roma, e sulla quale fonda la congettura che, al pari degli idiologi dell' Egitto e dei 
procuratores summarum rationum, anche i procuratori dell'ufficio centrale della vicesima 
hereditatium abbiano appartenuto alla categoria dei ducenari, e solo quelli - certo però 
infinitamente più numerosi - degli altri uffici della vicesima essere stati noverali tra i 
centenari: onde toma forse lecito supporre che, se lo stipendio fu di regola di cento 
mila sesterzi, pure abbia potuto varia»"e a secondo dell'importanza delle circoscrizioni pro- 
curatorie. Ci sia per altro lecito d'osservare anzitutto che la lapide dell'iscrizione in di- 
scorso non fu trovata proprio a Roma e nemmeno nel Lazio, ma nella Campania; e in 
secondo luogo, che anche in altre epigrafi, che pure non si riferiscono a Roma, ricorre 
l'espressione statio vicesimae haereditatium , come, ad es., in quella del voi. IX, n. 3898 
e in quella del XII, 1296, onde non è forse a supporre, come sembra fare lo Hirschfeld, 
che, ogni qualvolta si trova in una epigrafe la parola statio, si deva necessariamente 
pensare a quella di Roma. Certo della tassa d'eredità la $tatio per eccellenza era l'ufficio 
centrale di Roma; tuttavia ci sembra ammissibile che talora si abbia potuto, per quanto 
inesattamente, chiamare statio anche qualche ufficio di provincia, come, ad es., quello di 
Vienna (num. cit. del voi. XII). 

» Uno sguardo alle iscrizioni mostra che le regioni italiche e, specialmente, le pro- 
vinciali, erano combinate in distretti amministrativi secondo criterii geografici, cosicché 
in un medesimo distretto si trovavano provincie senatorie e provincie imperiali. Quesia 
indipendenza delle delimitazioni distrettuali finanziarie dalle politiche non è un fatto né 
strano né nuovo; già l'abbiamo incontrato studiando la tassa portorio; per le stesse ra- 



302 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

Non tutti però furono di grado e importanza uguali, ma alcuni 
semplici ausiliari di quelli delle capitali, vale a dire di quelli 
che concentravano in sé tutta 1' amministrazione del distretto. 
Solo a ognuno di questi ultimi stava a capo un procuratore, il 
quale poi, a dirigere gli altri uffici, delegava dei liberti quali 
suhp'ocuratori ; cosicché, se anche parecchie provincie erano riu- 
nite in un solo distretto , a nessuna però mancava un apposito 
ufficio diretto da un capo. 

Gli stessi impiegati che ebbero le società dei pubblicani si 
ritrovano appresso dei procuratori ; ossia, anche quando la di- 
retta riscossione prese il postò della indiretta, le medesime ca- 
riche che si avevano prima, mentre cioè era in vigore il sistema 
dell'appalto, non cessarono e i lor nomi pure hanno perdurato ; 
e quindi nelle epigrafi continuamente ritornano i magùtri, i 
promagistri , i jòrmci'pes tahularii \ i tabularli , i tahellioneSy 
gli adiutores tabidariorum, gli exactoreSy i dispensatores, gli, 
arkariiy i vilìci, ^ etc. 

L'Italia per qualche tempo, benché divisa, come s' é accen- 
nato in varie circoscrizioni, sembra avere costituito ^ un unico 
grande distretto amministrativo nel quale sia stata compresa 



gioni si ripresenta qui, tanlo più che a incominciare appunto dai tempi di Adriano, la 
distinzione tra le provincie dell'imperatore e quelle del Senato andò via via scomparendo, 
e i redditi della vicesima hereditatium , da qualunque provincia provenissero , rifluivano 
tutti in uno stesso tesoro. 

' I principes tabularii erano liberti che tenevano i conti dell' amministrazione ; 
avanzavano di grado passando, non già a cariche superiori, ma in uffici di circoscrizione 
piìi importante. I dispensatores e gli arìcaru erano schiavi che facevano da cassieri, i pri- 
mi a Roma, i secondi nelle provincie. 

La ragione principale che dovette spingere tanto le città che gli imperatori e i 
privati a servirsi di preferenza di schiavi nell'amministrazione intera o parziale dei tesori, 
fu certo questa, che lo schiavo e ogni cosa sua era di assoluta proprietà del padrone e 
quindi potea venir torturato e perfino ucciso qualora si mostrasse infedele. Lo slesso 
schiavo, del resto, poi che sapeva di non poter giuridicamente possedere, si dovea sen- 
tire poco tentato ad appropriarsi la roba altrui, se non a patto di goderla di nascosto, 
onde la maggior probabilità che fosse fedele uno schiavo che non un libero. (Ma vedasi 
in proposito il recentissimo studio di Leon Halkin: Les esclaves publics chez les Ro- 
mains). 

* Di un vilicus vicesimae hereditatiuin stationis Viennensis troviamo ricordo, ad 
esempio, nell'epigrafe n. 1926 del voi. XII del C. I. L. 

* Non si può precisare il quando, poiché dell'epigrafe n. 2980 del Corpus Inscri- 
ptionum Graecarum non si conosce la data. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 303 



anche Roma ; ma poi questa pare abbia fatto a sé, e goduto di 
una posizione privilegiata \ 

In Roma , già s' è detto, erano due gli uffici della vicesi- 
ma : uno, quello incaricato della riscossione dell' imposta nella 
città; un secondo, quello centrale dell'intera amministrazione 
della tassa per tutto l' impero. Al primo, come a ogni altro di 
rilevante importanza, stava a capo un procuratore ; invece al 
secondo - a partire almeno dagli inizi del IIP secolo - un ma- 
gister e un proìnagistro ^ Tali due uffici continuarono a sussi- 
stere separati fino ai tempi di Gordiano IIP (a. 240 ; in seguito 
però sembra che quello che tutti gli altri sorvegliava rivedendone 
i conti, abbia assorbito, per così dire, in sé quello che riscuoteva 
in Roma la tassa, si siano insomma entrambo uniti e fusi in 
uno solo (statio). 

Come in generale nelle contestazioni concernenti il fìsco e 
l'erario militare, anche quelle che sorgevano a proposito della 
vicesima hereditatium le trattavano e decidevano i procuratori 
della tassa e i prefetti dell'erario ; pur dal quale fatto si rende 
così manifesto che, siccome il Senato non aveva realmente più, 
anche in tale ramo dell'amministrazione, che un potere pressoché 
nominale ^, essi, i procuratores XX hereditatium , in una coi 
magistri dell' ufficio centrale di Roma, dovettero essere a ri- 



' In quanto gli impiegati dell'amministrazione sua centrale occupavano un posto 
più allo di quello dei circondariali. Anche per questo particolare, come per altri di tal 
genere, cfr. lo Hirschfeld, op. cit. 

' Entrambo erano sempre cavalieri ; tuttavia il promagistro, benché primo dipen- 
dente, era di grado inferiore ai procuratori. L'Hirschfeld calcola che il suo stipendio do- 
vette essere di sessantamila sesterzi. — Parecchie sono le epigrafi che ci offrono esempi 
di tale impiegato (così i nn. 5835, 5836 voi. IX del C. I. L. X), e il n. 1620 del voi. VI ; 
rarissime invece quelle di magistri (esempio: Wilmanns, 1293), onde si rende verosimile 
la supposizione che, almeno da quando i due uffici si unirono a cosliluirne un solo, la 
carica di magister sia stata compresa in quella di procurator di questo unico ufficio. 

* Già s' è visto, parlando dell'erario di Saturno , come , incominciando da Nerone, 
i Cesari abbiano avuto pur su di esso un potere assoluto quasi alla pari di quello che 
aveano sul fisco. Però negli inizi del Cesarismo nelle questioni intorno le imposte il cui 
gettito toccava al fisco si giudicava secondo l'ordinaria procedura civile, cioè in Italia i 
processi si discutevano davanti ai pretori, nelle provincie davanti ai governatori. Ma tale 
sottomissione del fisco alla giurisdizione comune non durò a lungo, e, per non parlare 
del regno di Tiberio, durante il quale già incomincia a venir meno, sotto Claudio un 
senato-consulto dell' a. 53 affida ai procuratori imperiali la giurisdizione tra il fisco e i 
privati, (Momrasen: Ròm. Staatsrecht trad. frane, tom. V p. 317). 



304 



LE IMPOSTE INDIRETTE Di ROMA ANTICA 



guardo dell'imposta di successione, subito dopo il principe, l'au- 
torità più alta. 

Da quanto siamo venuti dicendo intorno a tale tassa noi 
crediamo si possa ornai affermare che essa dovette avere un'im- 
portanza grandissima. 

A che, infatti, i senatori dapprima, tutti i cittadini di poi, 
ne avrebbero tanto osteggiata l'imposizione se non avessero com- 
preso che sarebbe riuscita un ben gravoso carico, una falce per 
le loro ricchezze ? E, d' altra parte, perchè Augusto, a prezzo 
perfino dell' impopolarità e di passare per un tiranno, tanto in- 
sistè su di essa, da farla accettare per forza ? 

Già s' è notato nel corso di questo studio ch'egli, nell' isti- 
tuire tale contribuzione, ebbe anzitutto di mira, quale scopo da 
raggiungere, il perenne rinsanguamento dell'erario militare^; 
orbene, noi dobbiamo riconoscere che il mezzo ch'ei scelse fu in- 
vero adeguato al grande fine. 

Alcuno potrà dire enorme la quantità di denaro che questa 
tassa faceva ogni anno rifluire nel tesoro imperiale ; a noi basti 
riferire in proposito, pur passandoci del calcolo del Gibbon, quello 
dato dal Pauly ^, che cioè, tenendo conto che la metà soltanto 
delle ricchezze dei cittadini romani fosser colpite dalla vicesima, 
questa potrebbe uguagliarsi ad una imposta fondiaria del canone 
del due e mezzo per cento. 

Una lacuna assai dispettosa nella storia della vicesima he- 
reditaiium, lacuna che neanche gli accurati studi della scuola 
tedesca poteron colmare, è segnata dalla completa mancanza di 
sicure notizie intorno la fine di tale tassa. 



* Lo scopo etico, per cosi dire, dell' imposta, scopo che abbiamo pure messo in 
rilievo, certo non dovette avere nella mente d'Augusto che un'importanza secondaria ed 
essere subordinato a quello finanziario. Unicamente per esso, è probabile, egli non si sa- 
rebbe tanto incoccialo nel volere ad ogni costo la vicesima, non foss' altro perchè egli 
medesimo avrà dubitato della reale efficacia anche di tale disposizione sulla generale de- 
cadenza dei costumi. E, valga il vero, a che giovarono infatti per questo lato essa e la 
sumptuaria, e la lex lulia de adulteriis et pudicitia, e quella de maritandis ordinihus, e 
perfino la famosa lulia et Papia Poppaea (la quale però sostanzialmente altro non fu che 
una nuova redazione della precedente, de marit. ordinibusj'ì Vedasi Tacito: Ann. Ili, 2o: nec 
ideo coniugia et educationes liberorum frequentabantur, praevalida orbitate. 

* Opera citata. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 305 

L'ultima traccia che ci mostri questa contribuzione in vi- 
gore è del tempo di Gordiano IIP, e consiste in una epigrafe 
che ci addita nel suocero dell' imperatore appunto un i^rocura- 
tor XX hereditatium ; ma da tale tempo in avanti ^ manca ogni 
esplicito ragguaglio intorno a questa imposta. Solo si incontra 
in proposito una costituzione di Giustiniano che dice vicesima 
hereditatis ex nostra recessit repuhlica ^. Senza dubbio tale no- 
tizia è di valore, poi che limita, per cosi dire, la storia del- 
l' imposta, cioè ne assicura che la soppressione di questa si ha 
a ricercare innanzi a tale tempo (a. 531); ma è pur certo che 
neanche questo passo dell' imperatore giureconsulto getta una 
chiara luce sulla questione che ci occupa, e perchè non lascia 
capire se la vicesima recessit a' suoi tempi o già prima, e per- 
chè sembra lasci quasi sospettare non tratti d' una vera aboli- 
zione generale dell' imposta, ma solo d' una locale soppressione 
di essa. 

Lo studioso si trova quindi abbandonato a congetture più 
meno verosimili, ad argomentazioni che, se ad alcuni soddi- 
sfano, altri non persuadono, appunto perchè semplici argomen- 
tazioni, non comprovate né documentate. Vediamo ciò nondimeno 
se per avventura a qualche sodo risultato si possa arrivare pure 
per questa via. 

È chiaro che la vicesima hereditatium era indirizzata a 
tenere luogo per i cittadini romani del. tributo e agguagliare 
così i loro pesi a quelli dei provinciali. Questa ragione, per 
vero dire, già con Caracalla fu alquanto calpestata poi che a 
tutti gli abitanti dell' impero, pur lasciandosi le imposte di pri- 
ma, s'era aggiunta anche questa sulle eredità; però l'Italia, s'è 
detto, continuò ad essere esente dalle altre contribuzioni, quindi, 
almeno in parte, il principio augusteo era rispettato. 

Ma sulla fine del terzo secolo lo stato delle cose mutò quasi 
completamente. Quel gravissimo riordinatore che tanta orma la- 
sciò di sé nella storia di Roma, vogliam dire Diocleziano, avendo 
introdotta anche in Italia l' imposta fondiaria, è chiaro, venne 

' Se il Bachofen alla fine del suo pregevolissimo studio inlorao a questa tassa 
dice « Noch unter Valens flnden wir sie in Kraft », gli è perchè indotto in errore da una 
epigrafe che lo Hirschfeld chiari poi falsa. 

* Codice lustinianeo; VI, 33, 3. 

39 



306 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

a togliere alla vicesima ogni ragion d'essere; e quindi riesce, 
quasi non diciamo necessariamente supponibile, che, se non egli 
stesso \ qualche suo immediato successore deve averla abolita. 

Ed ecco che uno studioso, il Poisnel, fermando la sua at- 
tenzione sul panegirico che il retore Nazario tessè in onore di 
Costantino, crede trovarvi in esso, più che l' indizio, la prova 
che a questo imperatore si deva la soppressione della vicesima. 

Lo diciamo subito : lo studio del Poisnel non ci convince 
completamente, e, o noi e' inganniamo, anche altri lascerà pur 
sempre dubitosi ; tuttavia, siccome è a ogni modo un notevole 
contributo alla storia dell' imposta di successione, e perchè forse 
altri potrà convincere, brevemente lo riferiamo. 

Il panegirista termina il suo discorso laudatorio con un 
elogio delle diverse misure legislative prese da Costantino, e in 
ultimo così si esprime : « Securae facultates ambitione sui gau- 
dent ; nec aliquis habendi quam plurimum metus, sed in tanta 
honorum affluentia magna verecundia non habendi ». Orbene, si 
domanda il Poisnel, qui si parla d' un' inquietudine che trava- 
gliava i ricchi appunto perchè ricchi, inquietudine che sarebbe 
stata tolta dalle misure di Costantino : cosa vuol dunque dire 
il panegirista, a che fatto può egli mai qui alludere se non al- 
l' abolizione dell' imposta che colpiva la ricchezza, cioè della vi- 
cesima hereditatiam ? Anche Plinio ebbe a parlare d'un 'pericu- 
lum legis vicesimae che toglieva il desiderio d' arricchire ; ma 
Costantino ha abolito la tassa - e di ciò può essere un indizio 
la nuova contribuzione fellis o gleba dell' ordine senatorio, intro- 
dotta dallo stesso imperatore - ed ecco sottentrare al 2:)enc'ulum 
la sicurezza de' beni di fortuna e la voglia di sempre più pos- 
sedere. - 

Questo, molto in breve, il ragionamento del Poisnel che è 
adunque pienamente convinto essere stata l' imposta d' eredità 
abolita da Costantino. 

Tale sua opinione, ognuno converrà, è tutt' altro che di- 
sprezzabile. Anche non avesse a proprio sostegno nessun docu- 



' Ipotesi questa che crediamo poco ripugni ad accettare, poi che si sa avere Dio- 
cleziano dato un nuovo, generale assetto alle finanze dell' impero « vielleicht schon 

vor der Diocletianischer Sleuerreform die vkes. hered aufgehoben sein diirfte » (Gfr. Hirs- 

chfeld, op. cit. p. 68). 



LE liMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 307 

mento sarebbe pur sempre verosimile, per la ragione suesposta 
che la vicesimaj, se non da Diocleziano, probabilmente da uno 
dei suoi prossimi successori, deva essere stata abolita. Ma il no- 
stro autore conforta la propria teoria anche colla citazione di 
un testo, e viemeglio essa cresce di attendibilità. Sgraziata- 
mente però questo non è un' opera storica, e quindi non ci dà 
ragguagli precisi ed espliciti, ma, come s'addice a un panegi- 
rico, (che ad una solenne arringa apologetica disdirebbero tecni- 
che espressioni e minuti particolari apprezzamenti generali e 
vaghi suir operato di colui alla glorificazione del quale esso in- 
tende. - In ciò la forza, ma, nello stesso tempo, anche la debo- 
lezza dello studio del Poisnel. 

È chiaro infatti che dal momento che non si può preten- 
dere che Nazario abbia dovuto fare i nomi delle leggi da Co- 
stantino abolite e di quelle introdotte, per questo stesso mo- 
tivo non si può infirmare il ragionamento di chi illustra le sue 
parole, presupponendo che Costantino abbia introdotte certe di- 
sposizioni, tanto più se queste tornano verosimili. Ma , nello 
stesso tempo, chi proprio ne assicura e convince che a queste e 
non ad altre, cui forse noi manco pensiamo, non abbiano po- 
tuto riferirsi le parole del retore ? Vale a dire dove la necessità 
che del timore che vien meno e di cui Nazario discorre, la causa 
sia proprio da vedere nella vìcesìma hereditatium e sua aboli- 
zione ? - Ecco le ragioni per le quali noi diciamo l'opinione del 
Poisnel probabile, molto probabile, ma non al tutto convincente. 

Adunque, ripetiamo : non si conosce con certezza chi abbia 
soppresso la tassa di eredità, e nemmeno si esclude che su di 
lui, chiunque sia stato, abbia forse agito non tanto lo spirito 
d'alleviare i sudditi, come piuttosto il desiderio di semplificare 
la procedura finanziaria \ 

Difiicilmente però alcuna cosa scompare del tutto, senza 
proprio lasciare nessuna traccia di sé. Cosi, alla vicesima che 

» Cosi opina anche il Bachofen : « sie nicht sowohl eine Erleichterung der 

Unterthaiien, als vieiraehr eine Vereìnfachung dei- Sleuerverfassung » (op. e cap. cil.). 
Questo autore inclinerebbe a credere che solo Giustiniano abbia abolita la vicesima, per- 
chè, osserva, Giustino t schàrft die alte Grànze der armen und reichen Erbschaften aufs 
neue ein »; ma, ricordiamoci, ch'egli fondandosi sulla falsa epigrafe del tempo di Valente, 
anche crede che la vicesima esistesse di certo sulla fine del secolo IV, e quindi è facil- 
mente indotto a interpretare come riguardante la tassa ogni accenno a studi sulle eredità, 



308 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

cessa, vedesi seguire, cioè quasi sottentrare in vece sua, la lucra- 
tiva descriptio \ imposta che colpiva le eredità dei decurioni 
che passavano a eredi non decurioni. Apparentemente questa 
contribuzione tornava a favore dei singoli municipi locali, poi 
che ad essi la si pagava ; ma, siccome lo Stato ne prendeva i 
due terzi dei redditi, così, in realtà, faceva capo al governo 
centrale. 

A ogni modo in essa manca il carattere dell'imposta indi- 
retta. La lucrativa descriptio del decurione, bene osserva il Pois- 
nel, è, come la gleba del senatore, un annesso dell'imposta 
fondiaria. Il periodo storico delle imposte indirette si è chiuso 
coi secoli fiorenti dell' impero. 

È quasi incredibile quanto scarse siano le notizie che si 
hanno dei due scrittori della vicesima hereditatium, Macro e 
Ofilio ; per poco forse non se ne ignorerebbero perfino i nomi se 
i giuristi posteriori non li avessero frequentemente citati. - Così 
di C. Aulo Ofilio, che pure scrisse molti libri di capitale im- 
portanza giuridica, tutto quello che si sa è, se non erro, che 
fu uno dei più distinti scolari di Servio ; e, sebbene non cava- 
liere, « Caesari familiarissimus >. Il tempo ci ha invidiato tutte 
le sue opere, delle quali quindi non conosciamo che i titoli, e di 
alcune neppure questi ; sappiamo soltanto che di esse una si oc- 
cupava degli editti pretori, un'altra era detta « de legibus », 
una terza « libri iuris partiti », una quarta (in sedici volumi) 
« actiones >, e una quinta « ad Atticum » (il quale Attico pro- 
babilmente dovette essere il noto amico di Cicerone), della quale 
si ignora perfino di cosa trattasse. Fu uno degli intimi anche 
di Augusto, per piacere al quale è verosimile abbia scritto l'o- 
pera sulla vicesima. Altrettanto ed anche più scarse sono le no- 
tizie intorno ad Emilio Macro che visse ai tempi di Alessandro 
Severo e lasciò due libri (sIxottwv) dei quali si trova qualche 
traccia nel Digesto. In tanta perdita unico conforto è lo spe- 
rare che davvero i loro successori, Labeone, Celio Sabino, Gia- 
voleno, Pomponio, Gaio, Venuleio, Paolo, Ulpiano, come fecero 

* Notisi però che questa tassa non fu certo stabilita da Costantino (che, nel caso, 
Zosimo non avrebbe trascurato di farne menzione), ma s'incontra per la prima volta l'anno 
384 (Cod. Teodos. XII, 1, 107) e si crede quindi la si debba attribuire a Valentiniano li. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 309 

per gli scritti di Ofilio, così anche di Macro ci abbiano riprodotte 
e tramandate le vedute e le opinioni più ragguardevoli e inte- 
ressanti \ 

Gap. V. 
Vectigal rerum venalimn. 

Veniamo finalmente alla quarta delle grandi imposte indi- 
rette di Roma antica, a quella cioè che colpiva le vendite pub- 
bliche, si facessero per asta o per semplice mercato ^. 

Essa pure fu istituita da Augusto ^ dopo le guerre civili, 
e il tasso suo originario fu dell' uno per cento, onde il nome 
particolare di centesima rerum venalium. 

Anche contro tale contribuzione si sollevarono vive rimo- 
stranze, e, all'avvento al trono di Tiberio, il popolo domandò 
venisse abolita ; ma invano : egli stesso, 1* imperatore, mostrò 
con un editto che ciò era impossibile, dal momento che essa 
concorreva ad alimentare il tesoro militare « militare aerarium 
eo subsidio niti » "*, quel tesoro cioè che assicurava ai soldati 
l'avvenire, e quindi 1' efficace difesa ai cittadini. Però due anni 
appresso - essendo morto Archelao, e la Cappadocia ridotta a 
provincia romana - acconsentì venisse dimezzata^, onde il suc- 
cessivo nome all' imposta di ducentesiìna rerum venalium. Ma 
in seguito (a. 31) lo stesso Tiberio si pentì di tale concessione, 
e vi ritornò sopra, di bel nuovo ristabilendo il canone dell'uno 
per cento ^. 



' Cfr. in proposito Krueger: Geschichte der Quellen und Lileratur des Ròmischen 
Rechls, trad. Brissaud p. 84 e 300. 

* Viene spesso confusa con i portoria, ma a torto, che il canone suo fu di mollo 
inferiore, e inoltre tale contribuzione la si pagava solo quando la merce che si metteva 
in vendita veniva comperata; il porlorio invece, già lo sappiamo, si dovea pagare per il 
semplice fatto che si passava con merci una data linea (posto, ponte, strada). 

' Infatti Tacito negli Annali, ancora al libro I, cap. 78, la dice « post bella civilia 
instiluiam » . 

* Tacito, 1. cit. — Adunque pur la riscossione di questa imposta, oltre di quella 
della vicesima hereditatium, tornava a profitto dell'erario militare. 

» Tacito: Anno II, 42: t ducentesimam in posterum statuit». 

« Dione Cassio: LVIII, 16: ÉxaTocsrfjV fjays. — Tale fatto del non esser le imposte 
state sempre esatte nella stessa misura non ci sorprenda, poiché le tasse è naturale ab- 
biano variato, e perchè doveano adattarsi alle circostanze di tempo e di luogo per natura 
mutevoli, e perchè anche risentivano della natura del principe. 



310 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

Quanto a Caligola, egli, ne' primi tempi del suo impero, 
ristabilisce di questo vectigal la forma mite di diccentesima - per 
la quale si pagava in proporzione dell' uno per duecento -, poi 
(a. 38) lo sopprime del tutto ^ 

Ma allora come va che Ulpiano ne parla come di cosa esisten- 
te ? - Forse che la soppressione fattane da Caligola non si sia estesa 
alle provinole, ma solo all' Italia ? - Caligola veramente la sop- 
presse per tutto r impero, ma poi un suo successore la ristabilì ? 

Ecco tre domande alle quali non si può dare risposta si- 
cura, pur essendo lecita e soddisfacente la prima ipotesi, che 
Caligola abbia abolita tale imposta soltanto per l'Italia, e che 
nelle provincie sia quindi rimasta in vigore ^. 

Cosa certo di qualche interesse, benché di non grande im- 
portanza, è il sapere se tale vectigal veniva pagato da quegli 
che comprava o da quegli che vendeva. Entrambo le opinioni 
si potrebbero sostenere, avendosi realmente avuti tutti e due 
tali casi di esazione. Sembra però che la forma prevalente sia 
stata la prima, che cioè la centesima o ducentesima l'abbia do- 
vuta pagare il compratore ; cosi almeno qualche autore sostiene 
essersi fatto ne' primi e negli ultimi tempi dell'impero. Va da sé, 
a ogni modo, che da nessuno e mai non si. pagò quando la ven- 
dita accadeva tra privati, ma solo allorché rivestiva i veri ca- 
ratteri dell' asta (auctio) o di vendita all' ingrosso ^ ed era cioè 
tenuta nel foro o sul mercato da banditori davanti al pubblico "*. 



' Dione Cassio LIX, 9: tò tìXo? t^; éxaroaT?;? xaTÉXuae. (Si vede che Dione igno- 
rava eh' era stata ridotta a ducentesima , che avrebbe detto StaxoaioaTf;?. Cfr. Marquardt, 
op. cil., p. 351, nota 9). 

* Cosi si spiegherebbero in riguardo a queste i cenni del Digesto L, 16, 17 e del 
codice lustinianeo XII, 19, 4. 

* La cosa però non è molto chiara. Se si considera l'espressione ducentesimam 
auctionum colla quale Svetonio {Calig. 16) indica questo vectigal, si sarebbe tentali di cre- 
dere che tale imposta concernesse solamente le vere aste; ma siccome Plinio, parlando 
della centesima (e centesima e ducentesima, sappiamo, non furono che due forme del me- 
desimo vectigal), in quanto colpisce i commestibili, la chiama pensio pauperum, cosi o 
bisogna dire che a Roma si tenessero aste anche di essi, o che tale vectigal abbia ri- 
guardato anche le piccole vendite. 

* Il Mommsen suppone che tali banditori sborsassero in anticipazione all'erario le 
centesime o ducentesime delle merci che avrebber venduto. La congettura è molto ve- 
rosimile: comunque però la cosa accadesse rimane che il vero pagamento dell' imposta 
come tale veniva fatto al momento degli acquisti dai singoli compratori. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 311 



Una vendita molto importante era quella degli olii e dei 
vini ; e sembra che essa abbia perfino occasionato all' imposta in 
discorso un apposito nome ; quello di vectigal ansarli et foricu- 
larii promercalium ^ Ma anche qui la questione se non con- 
troversa è certo poco chiara. 

Infatti tale vectigal foriciilarii è proprio nient' altro che 
una semplice forma del generale rerum venaliumj o è un' im- 
posta a sé ? 

Nel primo caso si capirebbe perchè non si trovi mai in nes- 
suno scrittore la notizia esplicita della creazione di tale imposta; 
nell'altro invece, supponendo che sia sta,ta introdotta dopo della 
venalicia y forse da Caligola ^, potrà parere meno inspiegabile 
che solo a' tempi di M. Aurelio se ne trovi una vera traccia 
(C. I. L. n. 1016) tanto più che questa accenna a tale tassa 
come a contribuzione già in uso da parecchio tempo. 

Non manca neppure chi - a es. Naquet - 1' abbia accostata 
ai portoria; e in vero, anche ritenendo il vectigal foricularii 
un' applicazione della centesima o ducentesima rerum venaliumj 
si può pensare senza difficoltà che sia stato riscosso non sul mer- 
cato ma già alle porte di Roma; nel qual caso, è evidente, ben 
lo potremo dire un dazio ; ma da ciò al noverarlo proprio tra i 
portoria ci corre, pare a noi, notevole diversità. Infatti, come 
mai, se i portoria risalgono fino al tempo dei Re, questa loro 
forma non la si incontra neppure una volta durante la Repub- 
blica? ^ 

* Nome evidentemente dedotto da ansa, forica. 

* Svetonio, nella vita di Caligola, III : « Pro edulibus quae tota urbe venirent , cer- 
tuni, statutumque exigebatur». Tale lesto può tornare di rincalzo all'ipotesi che la cente- 
sima ducentesima rerum venalium colpisse solo le vendite all' incanto , che altrimenti 
esso sarebbe in contraddizione con quelli che dicono averla Caligola completamente abo- 
lita. Sotto tale rapporto gli si può aggiungere anche il seguente, pur dello slesso autore: 

« Vecligalia nova atque inaudita exercuit; nullo rerum alque hominum genere ho- 

mlsso, cui non tributi aliquid imponeret. (Vita di Caligola, XL). — Comunque è assai 
verosimile che Vansarium non sia stato un' imposta speciale che colpisse particolari der- 
rate, sebbene tutte le merci che venivano messe in vendita; e allora si può riferirgli il 
passo di Plinio XIX, 19, secondo il quale tale tassa, in quanto gravava sui legumi, la si 
dovette abolire per le vive e insistenti rimostranze del popolo. 

* Per vero dire il Thibault nell'opera sua che abbiamo varie volte citato, sostiene 
che Vansarium esistesse ancora sotto i Re, e si riferisce il passo di Livio, II, 9: por- 
to riisque et tributo plebs liberata. Ma, già a priori, si può osservare che codesta ipotesi è 
alquanto strana, poiché dal momento che i Romani avevano la speciale parola ansarium 
per indicare l' ansarium, come mai Livio si sarebbe servito per indicare codesta tassa di 



312 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

— Come abbiamo detto e ripetuto , questa contribuzione 
colpiva in generale le aste pubbliche (auctiones). Per quelle 
però di schiavi che trafficanti all'ingrosso facevano a trafficanti 



un'altra denominazione?— Ma, risponde il Thibaull, V amarium era una lassa affine a 
quelle di dogana, ai portoria, e quindi Livio si serve del nome generale portorium pur 
intendendo significare solo l' ansarium. Adagio, diciamo noi. Che cosa precisamente sia 
stalo r ansarium abbiamo visto che non si sa. Sembra una forma della tassa venalicia, 
di quella cioè che si pagava per le vendile sui mercati; sembra un dazio, ma un dazio 
però tutto speciale di Roma e che non corrisponderebbe ai nostri, poiché colpiva delle 
merci solo quelle che venivano introdotte nella città a scopo di vendila ; ad ogni modo 
dovette essere un' imposta diversa dai porloria, non foss' altro perchè speciale ne fu il 
nome, e probabilmenle un dazio di mercato. Ma ammettiamo pure che la denominazione 
di portoria comprenda quella di ansarium, e lasciamo da parte l' inverosimiglianza che 
Livio indichi con un nome generale un'abolizione particolare; che argomenti ha il Thi- 
baull, quali sono le ragioni per le quali egli pensa all' ansarmm e rifiuta il porlorio? Ec- 
cole: l'abolizione del porlorio non potea essere un blandimentum plebi perchè il porlorio 
colpiva più che altro i ricchi, il basso popolo solo lievemente ; e che non v' era nessun 
motivo perchè il Senato abbandonasse il prodotto delle dogane e pedaggi che si riscuo- 
tevano ai confini del territorio romano, e che, nel caso, anziché il popolo, avrebbero pro- 
fittato gli stranieri. 

Qui noi ci permettiamo di fare un' osservazione : l' autore stesso, il Thibault, richia- 
ma alla mente di chi legge che quelli erano tempi mollo difficili per lo Stalo, e invero 
Porsena, istigato dal Superbo, stava minaccioso alle porte di Roma ; ebbene : ciò non do- 
veva essere appunto un motivo perchè si facilitassero dal Senato in ogni modo le comu- 
nicazioni col di fuori, l'approvvigionamento del popolo, gli scambi delle merci, cioè che 
si togliessero le barriere doganali, affinchè i commercianti degli altri paesi s' inducessero 
a venirvi e quindi colla maggior facilità e buon prezzo ogni romano si potesse rifornire 
di quanto gli bisognava? Inoltre: si fosse stalo ai tempi di Cesare, quando, per sua ri- 
forma, il porlorio colpiva solo le merci che dall'estero s' importavano in Italia, cioè, quindi, 
quelle di lusso, ancora ancora si potrebbe sostenere che il popolo non era avvantaggialo; 
ma in questo caso, vale a dire a' primi tempi della Repubblica, quando ogni commerciante 
che voleva entrare in Roma dovea pagare il porlorio per tutto il proprio carico, chi non 
vede che se la tassa veniva soppressa, il commerciante avrebbe venduta la merce a mi- 
nor prezzo - benché in tempo di guerra e vi fosse venuto a rischio e pericolo - e tulli per 
tal modo spendendo di meno, ne avrebbe profittato? - Ma il Thibault sembra basarsi nel 
sostenere la sua nuova interpretazione del passo di Livio anche su di altri autori, e invero 
adduce a conforto del suo avviso un passo di Dionigi (V, 4, 4) e uno di Plinio (Hist. 
nat. 19, 7). Anche qui ci sia permessa qualche osservazione, o, per meglio dire, d' inter- 
rogare noi pure questi autori che sembrano aver risposto allo studioso francese in modo 
cotanto favorevole e decisivo. Cosa dice il primo? iz-clftì; aùroù? àjravxojv È^^rj^taavro sìvat 
Twv xotvwv teXgjv oaa pajiXsuojAivr)? t%ì tJAsmc, ètIXojv. Orbene, noi diciamo che questo è 
parlar mollo chiaro, e che dal momento che l' Alicarnassense narra avere il Senato accor- 
dala r immunità dalle imposte, noi potremo luti' al più far questione se qui si debbano 
intendere proprio tutte, nessunissima eccettuala, le contribuzioni che prima si riscuote- 
vano, ma non addurre questo brano a sostegno dell'abolizione dell' ansamm^ poiché Dio- 
nigi parla in plurale, come si conviene per indicare i portoria, non in singolare, anzi di 
tulle, non di poche - à:iavrcov tCv xo-.vwv TsXoiv -, e precisamente di tutte quelle che si pa- 
gavano sotto i Re - oaa PaaiXcU0[j.;v7](; ti^z TróXsco; ÈtIXouv. 

Ma due, già dicemmo, sono le citazioni del Thibault ; a quella di Dionigi fa seguito 
una di Plinio. Nella menie dello studioso francese questa seconda dovrebbe servire a per- 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 313 

al minuto, i quali poi, a loro volta, vendevano al pubblico, si 
ebbe una speciale imposta ^ 

Fu pur questa istituita da Augusto, secondo narra Dione ^, 
l'anno 7 dopo Cristo, più che altro per avere un fondo di cassa 
col quale pagare un corpo di guardie notturne, i vigV.es. Il ca- 
none della nuova contribuzione fu il quattro per cento; così anche 
ne attesta il nome suo di quinta et vicesima. 

Durante l'impero, da Augusto a Claudio, la dovettero pagare 
i compratori ; ma appresso, da Nerone, fu accollata a chi vendeva. 
Non si creda però che tale disposizione abbia avuta una vera effica- 
cia, poiché in realtà l' imposta andò sempre a colpire chi compra- 
va, dal momento che i venditori di schiavi, dopo l'editto di Ne- 
rone, alzarono, come era da aspettarsi, il prezzo della merce ^. 



suadere che la parola portorìum fu anche altre volle, e non solo da Livio, usata in vece 
della speciale ansarium, e che quindi non ci si deve impuntigliare a tradurre portorium 
per « portorio ». Ma anche qui, sembra a me, che ad esso faccia velo agli occhi l'amore 
per la propria ipolesi, e per conseguenza tiri a soslegno di essa tulio ciò che non le sia 
apertamente contrario. Vediamo il passo. 

« Itaque Hercule nullum macelli vecligal maius fuil Romae, clamore plebis incu- 
santis apud omnes principes, donec remissum esl portorium mercis huius». Qui Plinio 
parla di un'imposta sui legumi, e l'espressione che preme al Thlbaull, è chiaro, è l'ul- 
tima frase « donec remissum esl portorium mercis huius ». Ecco qui, esclama egli, non 
solo Livio, ma anche Plinio indica sotto la denominazione generica di portorium una spe- 
ciale tassa di mercato. - Ma e che perciò? - diciamo noi. A parte infalli che può essere 
stala molto probabilmente intenzione di Plinio rilevare come questa imposta si pagava 
all'entrare in Roma, siamo ad una questione: quando si cominciò ad avere la lassa an- 
sarium ? - Non si sa ; o, per meglio dire di tale imposta, al pari di tutte le forme del ve- 
ctigal rerum venalium, non si ha notizia prima delle guerre civili; che anzi, diremo di 
più: di questa in particolare non si ha cenno alcuno prima di M. Aurelio (luti' al più si 
può timidamente sospettare l'abbia inlrodolla Caligola). Sta bene che l'iscrizione n. 1016 
del voi. VI del C. I. L., che è appunto del tempo di M. Aurelio, mentre ci dà la prima 
notizia suir awsarmm, dal momento che parla d'una legge su di essa, ci mostra che tale 
imposta già esisteva da parecchio, ma certo questa circostanza non potrà autorizzare nes- 
suno a ricacciare tanto indietro, come fa il Thibault, le origini dell' imposta in questione. 

E, ritornando ora alle due citazioni di Livio e di Plinio, osserviamo che se può 
darsi - cosa però strana - che Plinio, parlando di tempi nei quali le varie imposte portoria 
e venalicia coesistevano, abbia, dicendo portorium, voluto esprimere nuli' altro che la sem- 
plice venalicia, certo non cosi potrà dirsi di Livio che, più di cinquant' anni prima di lui, 
scriveva di tempi nei quali la seconda ancora non esisteva. 

' Non riguardò quindi le vendite al minuto: certo non quelle tra privati. 

' Dione Cassio: LV, 31. npoaS:ó{i.:vo? Ss Sri /p7][i.aTwv, I'? T£ Toù; noX-jj-ous xoci è? xf.v 
TÒJV vuxTOcpuXàxcov Tp.o-ff,v, tÓ , T£ TcXo? To T?;? r.cVTSiMGzT^c, U\ TT) TtSv àvSpaTióScov Jipaaa Èar,- 
TaYT), xai xo àpyuptov zo toT; 'zrpaxr^-^oii xoT? tà? ór:Xoixa7Ja; Tioiouaiv Ex tou 5ri[xoa(ou òiSó- 
[AEVov, ÈxIXeuaE {i.r,xÌTi àvaXiax3a6at. 

» Tacilo, Ann. XIII, 31 : « Vecligal quoque quintae et vicesimae venalium manci- 
piorum remissum, specie magis quam vi : quia, cum venditor pendere iuberelur, in partem 

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314 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

Tutt'altro che piccola, benché sicuramente inferiore a quella 
di altre, fu l'importanza di tale tassa, giacché le aste di schiavi, 
specie in Roma ', eran frequentissime. Tuttavia non si può dire 
che questa imposta abbia lasciato numerose traccie ; e invero, 
ad esempio, in tutta la Gallia il Desjardins non ha potuto tro- 
varne alcuna ^. 

Nulla impedisce, sembra a noi , di considerare tale tassa 
come una forma del vectigal rerum venalium ; si deve però av- 
vertire che, mentre il reddito della centesima veniva versato 
nell'erario militare, quello invece di questa contribuzione veniva 
riscosso da servi pubblici e passava tì.'òW' aerarium Saturni^, cioè 
nell'erario dello Stato ^. 

Tanto dell'una che dell'altra non si può con precisione fis- 
sare il limite ultimo, dire cioè quando precisamente siano state 
abolite o, almeno, si sia cessato dal riscuoterle ^. Sappiamo però 
che la prima sussistè pur durante il Basso Impero ^ e che ai 
tempi di Valentiniano IIP, anzi per opera di questo stesso impe- 

pretii emptoribus accrescebat ». Adunque già lo storico latino rileva che l'editto di Nerone 
non fu che un'astuta misura per togliere l'apparenza della tassa; e ben si può dire che 
Montesquieu giustamente illustri tale passo allora che nell'opera sua - Lo spirito delle 
leggi - (libro XIII, capit. 7) scrive: « Le tasse sopra le merci sono quelle che meno sen- 
tono i popoli, perchè non si domandano loro formalmente. Possono esse disporsi con tal 
prudenza, che il popolo appena sappia di pagarle. Quindi è d'una conseguenza grande che 
paghi la tassa chi vende la merce. Sa egli bene che non paga per sé , e il compratore, 
che insomma quello è che paga, la confonde col prezzo. Scrissero alcuni autori che Ne- 
rone avea tolto la tassa del venticinquesimo degli schiaviche si vendevano; tuttavia altro 
non aveva ordinato, che il venditore fosse quello che pagasse in vece del compratore: 
questo regolamento mostrò di togliere l'imposizione, mentre lasciavala intatta». E noi 
non sappiamo quindi capire con quale fondamento il Glamageran nell'iJis^oire de l'impót 
en France, a questo riguardo dell'editto di Nerone sulla venalicia mancipiorum, accusi il 
flilosófo francese d'ingenuità. Forse perchè dice « mostrò di togliere l'imposizione » ? Ma 
se tosto soggiunge « lasciavala intatta » ! 

' I Romani, mentre facevano poco conto dei venditori al minuto (venaliciarii), pre- 
giavano invece quelli che noi diremmo grossisti. 

* On n'a rien trouvé sur la vicesima quinta venalium en Gaule ; mais il devait exisler 
avec les mémes agents que dans les aulres pays ; Op. cit. , IV, 4. 

' Se anche ciò non fosse detto dal Brjfxoatou del passo surriferito del Cocceiano, 
si dovrebbe parimenti arguire dal fatto che le spese per i vigiles - i vuxTo^uXaxot - erano 
a carico appunto del tesoro del popolo. — Fatte queste avvertenze non ci pare necessario 
slaccare tale imposta dal gruppo delle venalicie e noverarla a sé, come fa il Marquardl 
(Staatsverwaltung, III p. 352), poi che ci sembra di non vedere in essa altro che l'applica- 
zione del principio augusteo di colpire con un vectigal tutte le aste pubbliche. 

* La soppressione della venalicia fatta da Caligola, vedemmo, fu effimera, mo- 
mentanea. 

' Cfr. Hurabert: op. cit. (Essai sur les finances chez les Romains). 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 315 

ratore fu sostituita, per i mercati che non fosser quello di Roma, 
dal tributo della vicesima quarta delle cose vendereccie. 

Come ognun vede, questa tassa, che si può considerare 
r ultima forma del vectigal rerum venalium, fu assai più gra- 
vosa della centesima, e perchè, anziché in proporzione dell' uno 
per cento, la si dovette pagare in ragione del quattro e un se- 
sto per cento ; e perchè colpì non già solo certe specie di ven- 
dite, ma tutte le vendite, mobiliari e immobiliari ; e inoltre per- 
chè doveanla sborsare sì il compratore che il venditore ^ 

Quanto al modo di sua esazione esso era probabilmente 
uguale a quello della prima, cioè pare che tale imposta venisse 
riscossa al momento della vendita dall' auctionator che poi la 
rimborsava all' erario del popolo. 

A imporre una tassa cotanto gravosa Valentiniano certo fu 
indotto dalla necessità di rinsanguare il pubblico tesoro che per 
le continue guerre si trovava addirittura esausto. Come troppo 
però gravosa non potè essere mantenuta a lungo, e sebbene Cas- 
siodoro ci dica che durò fino agli ultimi tempi dell' impero , in 
realtà non la vediamo oltrepassare il breve regno di Petronio 
Massimo. 

A proposito di questo vectigal, e intendiamo significare tanto 
la centesima o diicentesima che la quinta et vicesima e il sili- 
quaticum, va notata una cosa, e cioè che nella riscossione di 
tale tassa noi non troviamo impegnati dei pubblicani : fatto que- 
sto che si può dire caretterizzi tale contribuzione. 

Infatti, tanto nei Porteria che nelle due famose Vicesimae, 
essi vi sono perfino gerarchizzati ; invece qui non se ne trova 
neppur l' ombra. Perchè ciò ? ecco la domanda che spontanea 
corre alle labbra. 

Una risposta piena, decisiva, non la si può forse dare ; ma 
è chiaro che parecchie cagioni dovettero concorrere, e, secondo 
noi, in primo luogo, la trista esperienza fatta del sistema d'ap- 



' Da questo fatto, che cioè in ogni compra si doveva pagare allo Stalo una mezza 
siliqua, ossia un quaranlotlesimo del valore, da chi vendeva e da chi comperava, venne 
al tributo il nome di « siliquatico » . In tale contribuzione, come quella che bene spesso 
colpiva vendite di beni immobili, non si ha più una schietta imposta del genere delle 
altre, ma una oscillante fra le indirette e le dirette. 



316 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

paltò (tanto trista che nel corso del Cesarismo lo si viene in 
buona parte a mano a mano eliminando, benché non solo per 
tale motivo, colla creazione dei procuratori imperiali), ed in se- 
condo luogo la natura stessa del vectigal che per venire esatto 
non richiedeva un numerosissimo personale d' impiegati. 

Quando infatti il Tesoro, fosse quello militare o quello del 
popolo romano, aveva a sua disposizione uomini di fiducia, per- 
chè non si dovea valere di essi direttamente, incaricarli cioè 
della riscossione di tale imposta?. Ecco quindi gli auctionatores 
della prima venalicia e del siliquaticiwi, e i servi publici della 
quinta et vicesima. 

Con questi cenni sul Vectigal rerum venalium abbiamo, a 
rigore, terminato il compito nostro, in quanto altre rilevanti im- 
poste indirette non sono esistite presso i Romani, e di quelle 
minori, forse appunto perchè tali, a noi giunsero tanto scarse 
notizie che di alcune d'esse si potè perfino impugnare o, almeno, 
mettere in dubbio se siano veramente esistite. Tuttavia sembra 
a noi che, se non di grande interesse, certo neppure inutil cosa 
tornerà il ricordare anche queste tasse di secondaria importanza, 
benché, ripetiamo, sopra di esse non si possano avere che dati 
ancora più scarsi di quelli concernenti le quattro venalicie di 
cui si è ora discorso ; teniamo quindi parola anche di esse, in- 
cominciando da quella sul sale. 

Cap. vi. 
Salinarum vectigal. 

Quando fu creato? quanto durò? quale il suo canone? ecco 
le tre domande che, come per ogni tassa, qui si ripetono, ^ alle 
quali cercheremo di dare, per quanto ci sarà possibile, esatta 
risposta. 

Prima della cacciata dei Re anche i privati poteano libera- 
mente vendere il sale ; ma siccome per troppa avarizia ne te- 
neano tutti, d'accordo, alto il prezzo, si aveva cioè quello che pur 
troppo anche a' giorni nostri accade, e sovente, per il pane, voglio 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 317 

dire il bagarinaggio, così lo Stato intervenne (506 av. Cr.) e tolse 
ai privati la facoltà di tale vendita che avocò a sé stesso ^ 

Questa misura, la cui giustezza, crediamo noi, non è chi 
non veda, se anche non fu così recisa come Livio indica, do- 
vette pur tuttavia tornare assai provvida, e non rivestire certo 
quel carattere odioso di fiscalità che d'ordinario sogliono avere 
i monopoli, giacché il prezzo del sale sarà stato per essa, non 
v'ha dubbio, ribassato. 

Resta però a sapere se la nuova vendita, oltre che al po- 
polo, tornava vantaggiosa anche all' erario, se cioè, benché fatta 
a un prezzo inferiore a quello prima usato dai privati, pure con- 
sentiva allo Stato un qualche guadagno. — Gli antichi non ci 
lasciarono in proposito nessuna notizia, e quindi può forse tor- 
nare logico il supporre che in questi primi tempi, se pure si 
ebbe un monopolio del sale, esso non sia però stato un'imposta, 
ma semplicemente una privativa nell'interesse dei cittadini me- 
desimi. E a ciò pensare ci sembra si deva essere indotti anche 
da Livio e da Dione Cassio ^, poi che scrivono che 1' anno 204 
av. Cr. i censori stabilirono un novmn vectigal sulle saline. 

Adunque una vera imposta sul sale non si ebbe l'anno 506 
av. Cr., ma solo tre secoli più tardi, essendo censori M. Livio 
e C. Claudio \ 

Ma lo storico latino non ci dà soltanto la notizia della 
creazione della tassa, sebbene continua : « sextante sai et Ro- 
mae et per totam Italiam erat. Romae pretio eodem, pluris in 
foris et conciliabulis et alio alibi pretio praebendum locaverunt > **. 
Né si ignora a quale dei due censori di quell'anno si deva prin- 



* Di questo fatto ci avverte, per quanto laconicamente, Livio, nel passo lib. Il, e. 9, 
la cui genuina forma è per altro un po' contestala: « Salis quoque ventlendi arbilrium, 
quia impenso pretio venibat, in publicum omne sumptum, ademplum privatis ». 

* Livio, annali (XXIX, 37): Vectigal etiam novum ex salaria annona statuerunt. 
Dione Cassio: ó Se Sri Aioutos xai ó Nipwv TtfAriTEuaavTcS etc. Toù; aXa? àTeXEts [J.£/pi« tùts 

ovta? {ìKOTÙ-étc, £;ioir,o-av (fr. 70, pag. 108, vol. I. ediz. di Lipsia, Teubner). 

' Non ci sembra ragionevole dubitare che T. Livio col « novum vectigal » voglia 
esprimere che la tassa sul sale, da abolita che fosse, sia stata rimessa; sarebbe, noi cre- 
diamo, un piegare la sua espressione ad un senso molto strano, come pure bisognerebbe 
fare per quella di Dione Cassio, le quali invece, considerate senza preconcetti, appaiono 
chiarissime e secondo l'uso normale. 

■^ Delle Provincie, come si vede, non fa parola, e quindi nulla sapremmo intorno 
ad esse se a questo proposito non ci soccorressero altre fonti, quali il Codice Teodosiano 



318 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



cipalmente il nuovo vectigal, poi ch'egli anche narra che l'ini- 
ziativa maggiore di tale contribuzione la si fece risalire al cen- 
sore Livio (come quegli che l'avrebbe imposta quasi per ripicco 
vendetta contro il popolo che l'avea poco tempo innanzi a 

torto condannato), al quale perciò « Salinator inditum co- 

gnomen ». 

Se però abbastanza bene si conosce tale tassa per il periodo 
repubblicano, non è così per quello imperiale; difatti assai scarse 
sono, perfino nei codici (ove pure i cenni ai tributi sono più 
che altrove numerosi), le notizie che ci è dato d'incontrare circa 
questo vectigal. 

Tuttavia il Bureau de la Malie crede che esso deva essere 
esistito anche sotto l' impero, benché, cosa rara per tali tempi, 
secondo un canone assai modesto (forse la decima parte del va- 
lore del sale); ritiene pure che abbia colpito, oltre l' Italia, le 
Provincie : ma, sì per l' una che per le altre, essere presto 
cessato ^ 

Il Marquardt invece non fa parola del quando tale imposta 
sia stata abolita, ma solo pensa che le più importanti saline di 
tutto l'impero debbano essere state di proprietà dell'imperatore, 
e fondandosi sopra un passo del codice lustinianeo ^, dice che 
quelle private probabilmente non poterono venire utilizzate da 
chi pure ne era padrone se non per proprio uso e consumo, o 
vendendone il sale agli appaltatori di quelle imperiali (op. cit.). 



e l'orazione di Cicerone «prò lege Manilia», che ci attestano che la gabella in discorso 
si riscuoteva pur nell' Asia. 

Il Garzetli (op. cil.) crede poi di poter aflermare che sia stata imposta a tutte le 
Provincie, giacché, egli dice, tornerebbe strano che gli imperatori, cotanto studiosi di ac- 
crescere le entrate, non avessero conservata questa tassa poco odiosa perchè antica quanto 
lo Stato di Roma. Dopo ciò che si è detto parrà chiaro che tale espressione è esagerata, 
benché non del tutto arbitraria: come quella che si appoggia ad un passo di Aurelio 
Vittore, secondo il quale già Anco Marzio, fondando il porto d'Ostia, avrebbe stabilito un 
salinarum vectigal. Ma di tale testo non crediamo che si deva tenere gran conto perchè 
non confermato da nessun altro. 

* A tale supposizione egli è indotto dal fatto che Diocleziano, come fissò il mas- 
simo prezzo di parecchie merci, stabilì pur quello del sale, ciò ch'egli crede non sa- 
rebbe avvenuto se questa derrata avesse dato luogo a un'imposta perchè, nel caso, appo- 
site leggi ne avrebbero regolata la vendila. 

* Cod. lustin. IV, 61, 11: Si quis sine persona mancipum , id est salinarum con- 
ductorum, sales emerit vendereve temptaverit, sive propria audacia sive nostro munitus 
oraculo, sales ipsi una cum eorum pretio mancipibus addicantur. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 319 

La questione, come si vede, è pressoché insolubile, almeno 
per quello che riguarda la soppressione dell' imposta. Si sono 
emesse delle ipotesi, verosimili, se si vuole, ma non al tutto 
convincenti, come quelle che non sono suffragate da esplicite no- 
tizie degli antichi ^ 

In tanta incertezza però a noi sembra di poter rilevare una 
cosa, e cioè che, se durante l' impero la tassa è persistita (e di 
ciò non ci sembra si possa dubitare non foss' altro perchè Ul- 
piano nella definizione che dà delle vectiyalia cita appunto quale 
esempio di esse il vectigal salinarum), essa tuttavia non fu forse 
più, come durante la repubblica, una vera imposta diretta, ma 
piuttosto una forma della fondiaria : e valga il vero. Tutte le 
notizie dell'epoca imperiale riguardanti questo vectigal j, in prima 
linea quella riferita dal Marquardt, non ci dicono già che per 
ogni vendita di sale lo Stato percepisse una qualche somma, 
vuoi dal venditore o dal compratore, ma ci parlano di salinae ^ 
appaltate a mancipes, i quali naturalmente fanno pensare a so- 
cietà di pubblicani ^ Orbene: non torna forse naturale la sup- 
posizione che il vectigal salinarum non si riscuotesse più dallo 
Stato se non come dritto d'appalto delle saline ? 

Se poi tale forma dell' imposta sia incominciata solo col 
Cesarismo, o risalga invece fino alla disposizione di Livio Sa- 
linatore, non sapremmo dire ^. Ci limitiamo quindi a consta- 



* Olire quelle già riferite, notevoli per tale gabella sono le seguenti testimonianze: 
Cicerone, prò lege Manilla, cap. 6: Quo tandem animo esse existimatis aul eos, qui ve- 
cligalia nobis pensitant, aut eos, qui exercent atque exigunt, cum duo reges cum maxi- 
mis copiis prope adsint ? eie. cum publicani familias maximas , quas in salinis habent» 
quas in agris, quas in portubus alque coslodiis, magno periculo se habere arbitrentur? 
— Codice Teodosiano, XI, 20, 3. XIV, 5, 1. — Perfino il materiale epigrafico fa difetto in 
un modo che può parere strano ; si riduce, se non erriamo, alla sola epigrafe trilingue, 
n. 7856 del voi. X del C. I. L. È dessa iscritta sopra una colonnina di bronzo trovata in 
Sardegna, che si conserva all'Accademia di Torino e che rappresenta il dono che CLEON 
SALARI{us) SOC(iorum) S(ervus) AESGOLAPIO MERRE DONVM DEDIT LVBENS ME- 
RITO MERENTE. 

* Che se poi a questa parola si dà il significato di - magazzeni del sale -, allora 
anche meglio si può dubitare che la gabella in discorso più non esistesse, se non forse 
ridotta alla retribuzione che si sarà dovuta a chi teneva a pigione tali magazzeni: e, nel 
caso, pur meglio si comprenderà perchè Cicerone non l'abbia ricordata nella lettera ad 
Attico II, 16, 1. 

* Già ne parla Cicerone nel passo che abbiamo citato dell'orazione fro lege Manilia. 

* Nel secondo caso bisognerebbe riconoscere che neppure durante la repubblica 
si ebbe mai sul sale una vera imposta indiretta; che tuttavia una contribuzione vi sia 



320 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

tare soltanto il fatto che, se la vendita del sale a Roma ci si 
presenta da prima libera da ogni controllo, poi come un mono- 
polio (probabilmente solo inteso al bene pubblico), e in seguito 
la vediamo dar luogo a un' imposta indiretta, come tale però 
sembra che negli ultimi tempi dell'impero non esista piìi. Tut- 
tavia, siccome le saline di proprietà dello Stato, al pari delle 
miniere \ si usò darle in affitto, dietro pagamento di una data 
quantità di denaro, a privati cittadini, così si può vedere in 
tale somma una contribuzione, ma bisogna pur riconoscere che 
essa non è già una indiretta, ma che rientra nell' ambito del- 
l' imposta fondiaria. 

Altre merci soggette a monopolio furono, presso i Romani, 
il balsamo, la porpora e il minio ; ma la mancanza di notizie 



stata è giuocoforza ammetterlo , poiché , quand' anche si voglia supporre che il sistema 
d'appalto delle saline fosse in vigore già ai tempi dei censori Livio e Claudio, siccome 
lo storico ci parla di un novum vectigal, è chiaro che se i pubblicani ne furono aggra- 
vati, avranno a loro volta alzato il prezzo del sale : onde l'imposta. 

' Delle miniere (latinamente metalla, parola che comprende, oltre i metalli, le cave 
di marmo, di creta, di nitro, di zolfo, salgemma, eie.) alcune erano di proprietà privala, 
altre di proprietà pubblica; col tempo però le prime scomparvero, cioè, durante l'impero, 
finirono tutte, specie quelle d'oro, col diventare proprietà del fisco. (Hirschfeld, op. cit. p, 87: 
Bine Centralisalion der Bergwerksverwallung hai jedoch in Rom offenbar nicht staltge- 
funden). Venivano appallate a privati (il tentativo di valersi dei soldati per il lavoro 
delle miniere - Tac. ann. II, 50 - si trova solo come un caso isolato che falli comple- 
tamente) per una somma che variava a secondo di esse; cosi, ad esempio, quelle di 
piombo della Belica al prezzo di circa 200,000 franchi per anno, le cave di pietre o marmi 
per la decima parte del loro prodotto, eie. Costantino però, affine di incoraggiare la fab- 
brica della nuova capitale, dichiarò liberi i lavori di queste ultime m.iniere e abolì l'im- 
posta relativa , deliberazione che fu approvata anche da Teodosio. (Vedasi il Burmann, 
op. cit.). — Quanto a quelle di zolfo di Girgenli ci sono delle iscrizioni di mandpes e 
publicani incise su tegole (onde il nome di tegulae mancipum sulfuris Agrigentinae) , le 
quali epigrafi dimostrano, come avverti tosto il Mommsen che «certe a saeculo tertio 
imperatores sulfurarias fodinas in Sicilia per mancipes exercuisse » . La scritta di una di 
tali tegole è, ad esempio: (C. I. L. X n. 8044, 1): MANGIPVw SVLFORIS pro\. SICI- 
Liae. etc. 

I lavori nelle miniere, come pesantissimi, vennero quasi sempre affidati a schiavi, 
talvolta, come pena, imposti a chi si era reso colpevole di gravi delitti (e invero Calli- 
strato, Big. XLVIII, 19, dice: Proxima morti poena metalli coercilio), la qual cosa ci spiega 
perchè talora si trovi memoria di piccoli corpi di truppa residenti a guardia in esse o in 
loro prossimità. Anche la sorveglianza di lutti i lavori delle miniere nei primi tempi del- 
l' impero fu affidata a schiavi, ma in seguilo passò a procuratori e subprocuratori e altri 
impiegali dell'imperatore; di taluni de' quali ci sono giunti i nomi poi che incisi, ad esem- 
pio, sui blocchi di marmo che si scavavano ; cosi la iormula « probante Crescente liberto » 
data appunto da uno di questi, ricorda verisimilmente un ingegnere - secondo lo Hirsch- 
feld, un Sachverstàndiger - che regolava gli scavi. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 321 

particolareggiate in proposito quasi impedisce ogni precisa ulte- 
riore affermazione. 

Del balsamo si sa appena che si ricavava dai celebri giar- 
dini d'Engaddi, una volta posseduti dai re di Giudea, e che se 
il fìsco ai mancipes (?) lo passava genuino, non così essi lo ri- 
vendevano al pubblico, ma di molto allungato con altri liquidi 
meno preziosi ^ 

Del monopolio del minio si conosce qualcosa di più, e cioè 
che tale prodotto, appena estratto dalla miniera, ancora greggio, 
veniva spedito a Roma, dove, dopo essere stato lavato, si ven- 
deva p^etio statuto lege^, ne modum excederet (e precisamente, 
di solito, a settanta sesterzi la libbra) colla quale espressione 
Plinio (St. nat. XXXIII) ci avverte che, se pure questo mono- 
polio apportava qualche vantaggio allo Stato, anche tutelava gli 
interessi dei privati , impedendo , per quanto riguardava tale 
merce, i troppo grassi guadagni de' trafficanti ^. 

Ulpiano nella definizione delle vectigaliaj che si è avuto 
più volte occasione di ricordare, parla pure di un vectigal pica- 
riarum ; ma anche di questo io non credo si possa dire alcuna 
cosa se non affermare, sulla testimonianza del sommo giurecon- 
sulto, che esistette ^. 



* Plinio: iV. fl. XII, 54: omnibus odoribus praefertur balsamum, uni terrarum 

ludeae concessura, quondam in duobua tantum hortis, ulroque regio, alterum iugerum XX 
non amplius, altero pauciorum.... dimicatum prò frutice est: seritque nunc eum flscus: nec 
unquam fuit munerosior aut procerior.... Nec manifestior alibi fraus : quippe millibus de- 
narium (820 fr.) sextarii (poco piìi di mezzo litro) emti vendente fisco trecentis denariis, 
veneunt. In tantum expedil augere liquorem. 

* È certo che il minio già fino ab antico in Grecia fu oggetto di prescrizioni ri- 
gorosissime; e a tal proposito torna interessante un trattato di commercio fra Atene e 
l'isola di Geo (C I. A. voi. II, parte I, n. 546) del periodo d'anni 371-63 av. Gr., trattato 
che riguarda appunto l'esportazione del minio e dimostra quale impero esercitasse Atene 
sugli Stati che da lei dipendevano. Tra le molte condizioni in esso segnale vi sono pur 
queste: - che si vuole il trasporto del minio ad Atene, ma in nessun luogo altrove ; che 
se alcuno ne trasporterà altrove, la sua nave verrà sequestrata come pure il carico suo ; 
chi trasporta minio lo trasporti sulla nave che è fissata; se alcuno si servirà di qualche 
altra sarà ritenuto colpevole; etc. 

* Anche nel mondo greco il commercio della pece pare sia stato regolato da spe- 
ciali norme; cosi la silloge Diltenberger al n. 60 ci presenta un pubblico trattato con- 
cernente Aminta e i Galcidesi, nel quale, fra l'altro, si fa parola dell'esportazione della pece. 



41 



322 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



Gap. vii. 

Non poco estesa fu adunque - e da quanto siamo venuti di- 
cendo crediamo si possa cavare tale conclusione - la lista delle 
contribuzioni del popolo romano. Certo però noi non le abbiamo 
qui tutte ricordate, e non già solo perchè, nel caso, avremmo 
sconfinato dai limiti del nostro lavoro, come di quello che do- 
vea trattare soltanto delle indirette, ma anche perchè di pa- 
recchie non ci è giunto che il nome, e di talune neppure esso. 
Così Svetonio, per dire d'un solo, scrive nella vita di Vespa- 
siano che questo principe, oltre ad aver richiamato in vigore 
tasse già da Galba lasciate cadere in disuso, ne introdusse an- 
che di nuove (nova et gravia). Quali saranno state ? - ecco la 
domanda senza risposta. È lecito congetturare che abbiano ap- 
partenuto alla categoria delle imposte indirette, poi che la mag- 
gior parte delle vectigalia, come si è visto, rientra in essa, ma 
nulla possiamo dire di più, attesa la completa mancanza di no- 
tizie in proposito. 

Tuttavia meno chiuso, per così dire, si mostra invece pur 
tale storico nella vita di Caligola, e ad esso quindi dobbiamo 
se almeno il nome da noi si conosce di certe contribuzioni da que- 
sto Cesare introdotte. È Svetonio infatti (e. 40) che ci narra come 
tra i vectigalia nova et inaudita che il successore di Tiberio si 
compiacque di imporre, ve n'era una sui facchini, una seconda 
sulle prostitute, una perfino sui matrimoni, una quarta sui pro- 
cessi, etc. \ contribuzioni tutte però che, probabilmente perchè 
saranno durate in vigore poco tempo, quasi lasciarono di sé nes- 
suna traccia. 

L' ultima tuttavia, quella sui processi, grazie allo stesso 



* Plinio, parlando (St. nat. : XIX, 19) della venalicia applicata ai legumi, dice che 
di essa nullum macelli vectigal maius fuit Romae; la qual frase fa naturalmente pensare 
a un macelli vectigal. Chi però l'abbia istituito non si può dire. Alcuni sospettano Gali- 
gola; ma, poiché Svetonio nell'enumerazione che fa delle tasse introdotte da tale impe- 
ratore, nulla dice di questo vectigal, sembra a noi si possa forse più a ragione attribuirlo 
a Vespasiano, del quale, ricordiamoci, Svetonio scrive appunto vectigalia nova et gravia 
addidisse. Peraltro si deve pure pensare che l'espressione di Plinio può anche non avere 
un significato particolare, ed essere nulla più che un largo sinonimo di edulia. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 323 

Svetonio, non ci è sconosciuta come le altre ^ ma sappiamo che 
colpiva le questioni giudiziarie che trattavano di denaro ; che 
cioè, ogni qualvolta delle persone si disputavano per via giu- 
ridica una somma di denaro, la quarantesima parte di questa 

- onde il nome alla tassa di quadragesima litium - toccava al 
Tesoro. E siccome poteva accadere che i litiganti, per non sbor- 
sare l'imposta, cessassero dal litigare, Caligola prescrisse pene 
contro tutti coloro che si fossero accordati all'amichevole, o aves- 
sero desistito dalle proprie pretese. Quanto abbiano durato tali 
prescrizioni, degne invero di Caligola, noi non sappiamo ; pro- 
babilmente assai poco : può però darsi fino a Galba. 

Incerti adunque sono i limiti della storia pur di questa con- 
tribuzione; e ciò si deve, come al solito, alla scarsezza estrema 
di notizie in suo riguardo ^, scarsezza che per la parte epigra- 
fica si può dire mancanza assoluta. Nessuna iscrizione infatti, 
che noi sappiamo, ricorda la quadragesima litium, e soli monu- 
menti in proposito si credono i grandi e i medi bronzi di Galba, 
come quelli che portano sul rovescio V accenno a una remissio 
quadragesimae. Il Bureau almeno e l'Humbert ^, prendendo in 
esame queste monete, corsero col pensiero all' imposta sui pro- 
cessi, e credettero di poter afi^ermare in base ad esse che Galba, 
il quale, sebbene alquanto avaro, in fondo era un galantuomo (?) 

- non sappiamo quanto s' accordi con questo loro apprezzamento 
il giudizio poco lusinghiero di Svetonio, -deve aver compresa 
l'ingiustizia dell'enorme gabella inventata dal rapace Caligola, 
e aver quindi abolita tale contribuzione. 

L'opinione de] Bureau è certo autorevole, e potremmo sen- 
z' altro farla nostra, che il rischio d'errare non sarebbe grande. 
Tuttavia ci sia lecito di riprendere brevemente in esame la que- 



* che bene si possano dire sconosciute non esitiamo ad affermarlo, e perchè noil 
ài sa quando cessarono (pare siano slate abolite da Teodosio II e Anastasio- a. 420 -), e 
perchè - tranne quella sui facchini e sulle prostitute - non se ne conosce il canone, e 
nemmeno se fossero mensili, giornaliere o annuali. 

* Oltre Svetonio, ne parla soltanto Dione e in termini assai vaghi , dicendo di pas- 
sare sotto silenzio quanto Caligola operava circa le liti e i giudizi dalle quali cose voleva 
assolutamente ricavare il suo profitto (a. 793 di Roma, 39 dopo Cristo). 

* Il primo nell'opera già varie volte citata t L'economia politica dei Romani », il 
secondo in Daremberg. 



324 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



stione, e vedere se proprio non si possa dubitare in nessun modo 
di quanto egli ha affermato. 

Cosa può voler dire remissio? cosa può significare quadra- 
gesima ì - ecco le due domande che crediamo opportuno segnare 
nettamente, e prendere in considerazione. 

La parola remissio riferita a un' imposta può esprimere di- 
lazione del pagamento, riduzione della tassa, o abolizione di 
essa ; - quadragesima può indicare la quarantesima parte di una 
più imposte, o anche indicare una imposta a sé. E pertanto 
la formula remissa quadragesima può venire intesa come dila- 
zione del pagamento della quarantesima parte di una o più im- 
poste ^ - dilazione del pagamento dell'imposta quadragesima -. 
riduzione o abolizione di essa. 

Quattro sono adunque i più importanti significati generali 
che alla leggenda in discorso si possono attribuire. Tenendo però 
conto che mai - opinione questa dello Smith, condivisa pure dal- 
l' Ambrosoli - una dilazione di pagamenti d' imposte diede luogo 
a monete speciali, viene non poco a scemarsi l'ammissibilità dei 
primi due. Restano tuttavia le due altre interpretazioni, e di que- 
ste se l'ultima è la più verosimile ^, neppure la terza, « riduzione 
dell'imposta quadragesima », manca di attendibilità. Comunque 
resta però sempre a stabilire quale sia V imposta indicata col nome 
quadragesima^ poi che sappiamo non una sola ma varie delle con- 
tribuzioni di Roma essere state regolate da tale canone. 

« Se nel rispondere a questa domanda si dovesse tener conto 
soltanto dell' importanza delle singole tasse, la risposta non po- 
trebbe essere dubbia ; giacché di tutte fu il portorio la più no- 
tevole, come quella che non solo risaliva per origine fino a' pri- 
mi tempi di Roma, sebbene giunse pur anche fino alla caduta 
del Basso Impero. Ma, rigorosamente parlando, non si deve aver 
l'occhio solo all'importanza, ed ecco come si può materialmente 
ammettere che la scritta « remissa quadragesima > si riferisca 
non già alla tassa portorio, ma alla quadragesima litium. 



* Ci sembra che tornerebbe cosa un po' strana interpretare la scritta come « abo- 
lizione della quarantesima parte di certe imposte », poiché non si dice, a nostro avviso, 
«abolizione di una parte di un'imposta», ma, nel caso, «riduzione dell'imposta». 

' E in riguardo alla coniazione delle monete , e perchè l' espressione remissa tro- 
verebbe riscontro nella frase vehiculatione Italiae remissa che si ha su monete di Nerva. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 325 

Chi però non vede che, dato l'uso di indicare colla parola 
quadragesima, la forma di portorio in vigore sì per V Italia che 
per le Gallio e nell'Asia \ è assai più verosimile la supposizione 
che anche la formula in discorso si riferisca alla tassa portorio? 

Sta bene che i Romani coniavano le monete per uso loro 
proprio, e quindi avranno egregiamente compreso a quale im- 
posta - fosse pure una delle minori - si riferiva la scritta che esse 
portavano incisa ; ciò nondimeno a noi torna strano che se la 
quadragesima di tali monete era quella sui processi, non la si 
sia ulteriormente determinata coll'aggiungervi, neppure in sigla, 
la parola litium. 

non parrebbe, nel caso, di veder qui venir meno quello 
spirito di quasi scrupolosa precisione che il Romano pur sempre 
conservava e metteva in ogni suo atto? 

Adunque, concludendo, neanche la scritta « remissa qua- 
dragesima y> delle monete di Galba è un documento che da noi si 
possa riferire con assoluta certezza all' imposta sui processi da 
Caligola istituita. Nel caso però neppure si potrebbe fissare il 
preciso suo significato : e se il passo di Svetonio (vita di Vespa- 
siano e. 16) « omissa sub Galba vectìgalia revocasse y> sembra con- 
fermare quello di abolizione , tuttavia non si può dire che cer- 
tamente si riferisca a tale imposta, non foss'altro perchè fa me- 
raviglia che un uomo, in fondo buono e onesto ^ come Vespa- 
siano, abbia proprio voluto per cupidigia di denaro ritornare a una 
simile gabella sommamente odiosa, e che essa poi non abbia la- 
sciato di sé nessunissima traccia. 

Non per questo noi incliniamo fortemente a ritenere che 
tali monete colla loro scritta alludano all' imposta portorio, 
giacché riconosciamo che anche questa ipotesi incontra difiìcoltà 
parecchie, quale il non trovare mai ^ negli scrittori accennato 



' Si ricordino l' espressione quadragesima Galliarum, e l' uso frequente specie in 
Quintiliano di quadragesima per portorium; ad es. nella declamazione n. 359: Praeter 
instrumenta itineris, omnes res quadragesimam publicano debeant; e in Svetonio (vita di 
Vespasiano, cap, I) Sabinus publicum quadragesimae in Asia egit. etc. 

* » Sunt qui opinentur ad manubias et rapinas necessitate compulsum, summa ae- 
rarli fiscique inopia : .... Quod et verisimilius videtur, quando et male parlis oplime usus 
est ». Svetonio (1. e). 

' Se non forse nel passo di Tacilo , che però a rigore si riferisce all' impero di 
Nerone: Manet tamen abolilio quadragesimae, quinquagesimaeque eie. (Ann. XIII, 51). 



326 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 



che Galba abbia soppresso il ^^ortoriunij, misura che pure sa- 
rebbe stata di grande rilievo; ma ci limitiamo a rilevare che 
la questione cui danno luogo le monete in discorso è assai con- 
troversa, e che di tutte le opinioni finora messe avanti ^ nes- 
suna ve n'ha che completamente persuada. 

Portorium: dai Re (Anco Marcio? Servio Tullio) in avanti - sor- 
passa anche V impero. 

Vectigal salinarum : 240 av. Cr. - a' tempi di Diocleziano pare 
più non esista. 



Vicesima libertatis 
cleziano. 



357 av. Cr. - abolita probabilmente da Dio- 



Vicesima hereditatium : 5 d. Cr. 
Costantino. 



soppressa, al più tardi, da 



Vectigal rerum venalium (centesima; quinta et vicesima): a. 7 
d. Cr. - a* tempi di Giustiniano (527-65) ancora sussiste 
un vectigal venalichiìn ; ma in Italia la centesima cessò pro- 
babilmente già nel 38. 

Cap. Vili. 

Incominciando il capitolo precedente ci venne fatto di dire 
che nella categoria delle imposte indirette non rientrano tutti 
i vectigalia, ma solo la maggior parte. Si potrebbe dubitare che 
tale espressione ci sia stata dettata dall' abituale nostra ripu- 
gnanza alle affermazioni perentorie ed esclusive, e che quindi 
non valga se non come una semplice frase prudenziale ; invece 
pensatamente l'abbiamo usata, e qui ora ]a richiamiamo perchè 
davvero corrisponde a una nostra opinione. Infatti non tutti i 
vectigalia si possono dire imposte indirette, poiché talune furono 
piuttosto forme della fondiaria e quindi appartengono alla classe 



• Il Cohen e l' Eckhel ritengono che le monete si riferiscano a qualcuna delle pa- 
recchie imposte che noi non conosciamo. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 327 



delle dirette. E valga il vero : fra le più antiche contribuzioni 
di Roma, anzi la prima in ordine di tempo fu il vectigal ala- 
harchiae, tassa sui pascoli, che prese anche il nome di scriptiira 
dall' uso di tener registrato il numero e la qualità del bestiame 
che, secondo il contratto, era ammesso a quei dati pascoli. 

• Non e' è che dire : fu un vectigal: ma non per questo da noi 
si può classificare tra le imposte indirette, che anzi, se la si 
deve porre in una delle categorie nostre, non esiteremmo a pas- 
sarla in quella delle dirette, poi che essa ci sembra una schietta 
forma dell' imposta fondiaria. 

Lo Stato era padrone di terreni ; altri invece possedeva del 
bestiame, che dovea quindi condurre al pascolo, ed ecco che si 
rivolgeva allo Stato, gli pagava una data somma e se n'andava 
poi liberamente col proprio gregge su que' terreni ; a un di- 
presso come succede a' giorni nostri, specie tra i mandriani e i 
padroni o fittavoli delle montagne che pattuiscono, ancora in 
inverno, coi primi, di ceder loro il pascolo delle praterie purché 
paghino quella data somma che stabiliscono di comune accordo 
in proporzione e del gregge e della durata del pascolo. 

Orbene, questo contratto che ora si fa di solito tra privati, 
in que' primi tempi di Roma \ quando lo si stringeva collo 
Stato, veniva detto scrittura per le ragioni suaccennate, o ve- 
ctigal alabarcliiae, ma era pur sempre la stessa cosa d' oggidì, 
era cioè il pagamento allo Stato della pigione dei pascoli che 
esso possedeva ^. 

Cosi pure delle altre contribuzioni che andarono comprese 
tra i vectigalia nessuna ve n'ha, a mio avviso, che si possa ag- 
giungere alla serie delle indirette : non il vectigal prò aqiiae- 



' Solo in certe Provincie durò fino a' (empi del basso impero; in Italia fu sop- 
pressa circa l'anno 640 di Roma (114 av. Cr.). 

* Abbiamo voluto insistere sulla natura di questa lassa, interessante del resto non 
foss'allro che per la veneranda sua antichità , perchè da alcuni storici delle finanze del- 
l'impero romano, ad esempio, dal Clamageran, fu unita ai portoria, e quindi noverata fra 
le indirette, concetto errato, come ci argomentammo di mostrare. Fosse il Clamageran di 
quelli che credono che anche lo stesso portorium nuli' altro sia stato in origine che una 
entrata demaniale esatta in forza del diritto di proprietà, non si potrebbe allora rimpro- 
verargli d'avere appaiate le due tasse; ma poiché egli pure considera il porlorio un'im- 
posta a sé, non vediamo proprio per quale ragione abbia voluto accostargli il vectigal 
alabarchiae, se non, forse, perchè entrambe vectigal. 



328 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

ductihiis ^, né il cloacarìum ^, e nemmeno il cohminiarium ', 
poi che questi si domandavano in proprio nominalmente alle per- 
sone, e non consideravano già soltanto « la cosa > come vuole 
la natura delle indirette. 

Forse la tassa da Vespasiano imposta, come si narra, sul- 
r orina'* - forse, diciamo - la si potrebbe noverare tra queste se- 
conde ; ma poi che non conosciamo da quali norme sia stata 
regolata ^, riescirebbe arbitrario ogni giudizio in proposito ^. 

* Era detto anche vedigal ex aquaeductibus o vectigal formae. Siccome parecchi 
luoghi della Campania erano privi d'acqua, per condurvela si dovettero costrurre molti 
canali, e poiché le spese di conduttura erano state sostenute dall'erario, cosi i privati, per 
valersi di tali acquedotti , dovettero pagare ogni anno un tanto allo Stato. Quando però 
tale tassa sia stala istituita non si può con sicurezza dire: certo i Romani coslrussero 
canali per l'acqua fino da tempi antichissimi (nell'anno 313 durante la censura di A. Claudio 
Cieco l'acquedotto che prese da lui il nome di Aqua Appia; nel 144 quello della famosa 
aqua Marcia etc); tuttavia, a quale risalga primamente l'imposta in discorso non si sa. 
Il Labatut, a proposito di essa cosi scrive nel dizionario Daremberg: < Anciennement, il 
n'élait accordé aux particuliers aucune concession d'eau, sans doute a cause du peu d'a- 
bondance de l'eau à Rome etc. Mais après la conslruction des nombreaux acqueducs, on 
accorda facilement des concessions, moyennant un droit (vectigal) payé au trésor public. 
Sous les empereurs, les habitants de Rome eurent l'eau sans redevance; mais on conserva 
l'ancien système pour les villes de province: on n'y pouvait obtenir une concession que 
moyennant une redevance à la caisse municipale » . Di più : le concessioni erano essen- 
zialmente personali, tanto vero che non passavano né agli eredi, né al nuovo proprietario 
della casa o edificio che pur fin'allora avesse avuta la comodità dell'acqua; ma appena 
che qualcuna di tali concessioni si rendeva vacante, veniva annunciala in pubblico : « il 
en était fait mention sur le regislre des eaux etc. »: ciò che conferma quanto si é detto 
di sopra, ossia che questo vectigal non fu un'imposta indiretta. 

* L'imposta sulle cloache risale probabilmente a Tarquinio Prisco, come a colui 
che per mezzo di fogne diresse nel Tevere le immondizie. L'attendere all'espurgo deUe 
cloache (cioè incaricarne gente apposita, fu, sotto la Repubblica, ufficio AfÀ censori; in- 
vece durante l'Impero, a incominciare da Adriano , s'ebbero speciali curatores che furon 
detti curatores alvei Tiberis et riparum et cloacarum urbis. Anche di questa contribuzione 
non si conosce il canone ; si sa soltanto che gravava pur essa sulla proprietà, e che ve- 
niva data in appalto a pubblicani. (Vedasi Humbert, op. cit.). 

' Fu il columniarìum vectigal una tassa mollo odiosa, poi che colpiva coloro che ave- 
vano pili di un dato numero di colonne. Pare l'abbia istituita Cesare; cerio a' tempi di Cicerone 
esisteva a Roma e particolarmente nelle provincie: (fu, ad esempio, una delle varie contribu- 
zioni che Scipione impose sugli Asiatici) ma per il suo carattere stranamenle fiscale non 
potè durare a lungo. Quando però e da chi sia stata soppressa non polrebbesi dire; è lecito 
supporre da uno dei primi imperatori, poi che durante tutto l' impero non ne ricorre mai 
menzione. (Gfr. Humbert, op. cit.; e Serrigny, Droit public et administratif romain). 

* Svetonio, vita di Vespasiano, capit. XXIII : Reprehendenti filio Tito, quod etiam 
urinae vectigal commenlus essel, pecuniam ex prima pensione admovit ad nares, scisci- 
tans num odore offenderetur. 

' Il Burmann (op. cit.) pensa sia consistila nell'appalto delle anfore - que' vasi 
ch'eran posti nelle viuzze per gratuita comodità pubblica - « sordidis hominibus , qui 
slipem ab hominibus, qui necessitate coacti in iis lotium reddebant, exigebant » . 

* Come noi abbiamo pubblici gabinetti di decenza, anche i Romani ebbero pub- 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 329 

Neppure fra le contribuzioni che si dissero, a esempio, dal 
Marquardt, straordinarie, ve n'ha alcuna la quale a giusta ra- 
gione si possa schierare tra le indirette ^; e neanche quelle che 
indignarono l'eruditissimo Burmann, vogliamo dire la tassa sul 
fumo, sui focolari e sull' aria - che 1' avarizia di qualche impe- 
ratore pare sia giunta a escogitare perfino un vectigal aerìcwn - 
si potrebbero porre tra esse ; la qual cosa prova ancora una volta 
che se noi troviamo tutte le imposte indirette che ebbero i Ro- 
mani tra i vectigalia, non è però a credere che questi siano 
stati tutti contribuzioni indirette. 

Un documento di molto interesse per la storia delle impo- 
ste indirette dell' impero romano è la legge fiscale di Hadriana 
Tadmor del 137 dopo Cristo, trovata nell'anno 1883 negli scavi 
a Palmira ^, incisa sopra una lapide di circa cinque metri di lun- 
ghezza e due di altezza. Non fu possibile leggerla tutta, essendo 
il testo suo in più luoghi mutilo o guasto: siccome però era scritto 
in due lingue, greca e palmiriana, e se ne avevano due copie, 
si riuscì a comprenderla quasi interamente, e una buona pub- 
bliche latrine che ad essi fanno pieno riscontro ; se non che mentre da noi possono venir 
costruiti da privati, a Roma invece erano opera dello Stato che le appigionava a gente, 
d'ordinario, come è facile supporre, di bassa estrazione, che poi si rifaceva su coloro che 
« subita necessitate deprehensi, se ibi exonerare cogebanlur » (Burmann, op. cit., cap. XII). 
A tale appalto delle pubbliche latrine si riferisce il passo della satira III di Giovenale: 
« Inde reversi - Conducunt foricas et cur non omnia ? » e quello del giureconsulto Paolo 
{Big. XXII, 1, 17 § 5): « Fiscus ex suis conlractibus usuras non dal, sed ipse accipit: 
ut solet a foricariis qui tardius pecuniam infcrunt». Forse in questa contribuzione si po- 
trebbe credere di vedere un'imposta indiretta; quando però si consideri che tali latrine 
erano di proprietà dello Stalo, anch'essa la si dovrà considerare come una delle svaria- 
lissime forme della fondiaria. 

' Un esempio di tali contribuzioni straordinarie sarebbe V aurum coronarium che 
in origine consisteva in somme di denaro che i provinciali e gli alleati offrivano ai ge- 
nerali vincitori perchè potessero degnamente celebrare i loro trionfi (lo si diede pure al- 
l'imperatore sotto diversi pretesti: rebus prospere gestis - indulgentiarum laetitia - amore 
proprio), ma che in seguito divenne una prestazione obbligatoria a profitto dei governa- 
tori. Cfr. Marquardt, Staatsverwaltung, Irad. Vigié II p. 372. 

È chiaro che qui la tassa aveva quanto mai, per cosi dire, il carattere personale, 
e quasi nessuno invece di quelli propri delle indirette, come, ad esempio, di venir pa- 
gata per godere di qualche comodità. 

* Palmyra, nàX[Aupa, la Thadmor (cioè la città delle palme) dell'antico Testamento, 
fu fondata da Salomone come stazione delle carovane nel deserto della Siria. Fino al do- 
minio romano fiori per i commerci, poiché era l'intermediaria fra l'Occidente e l'Oriente; 
ma nel 273 le legioni romane la misero a sacco, e quasi del tutto la rovinarono, si che 
di nuovo non potè più rialzarsi, malgrado venisse da Giustiniano rifabbricata. 

42 



330 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

blicazione ne ha potuto fare ranno successivo il marchese de 
VogUé. 

Troppo lunga, e fors' anche inutil cosa, sarebbe qui ripor- 
tarlo per intero, poi che consta di sessanta articoli, e già ne 
fu ripubblicata la versione dal Thibault ; a noi basterà quindi 
riferirne solo qualche parte, e limitarci a delle osservazioni di 
confronto colle norme che regolavano pur le medesime tasse in 
Roma nelle altre parti dell' impero. 

Tale monumento epigrafico, che dir si potrebbe l'enumera- 
zione delle rendite, verisimilmente municipali, di Palmira, com- 
prende i vectigalia che erano riscossi nella città e suo territorio; 
esse sono : il portorium \ diritti di vendita ^, imposte profes- 
sionali, diritto sulle acque, diritto di macello. 

Una particolarità notevole si rileva tosto al paragrafo IV, 
ove, trattandosi della vendita degli schiavi, è detto che il com- 
pratore deve pagare per ogni schiavo, che acquista, la tassa di 
due denari. 

La mente nostra corre subito al vectigal venalicium di Roma, 
e precisamente alla quinta et vicesima venalium mancipìorum ; 
quando però meglio si considera la questione e si riflette alle 
date, bisogna invece convenire d'essere qui in presenza o di una 
nuova tassa o di una speciale forma della romana. Infatti solo 
prima di Nerone si usò pagare la contribuzione da chi com- 
prava lo schiavo ; dopo di lui, anzi per un suo proprio editto, 
la tassa fu addossata al venditore, e quindi del tempo di co- 
desta legge di Palmira, a Roma era domandata non a chi com- 
prava, sebbene a chi vendeva^. Ma v'ha di più: la quinta et 
vicesima era relativa cioè proporzionata al valore dello schiavo ; 
in questo documento invece, si parla di un' imposta fissa, sta- 
bile : due denari, sempre, per ogni schiavo. Adunque, certo, que- 
sta non fu precisamente quella di Roma. 

' Qui a Palmira non andavano esenti da questa tassa neppure gli instrumenta iti- 
neris (ma solo gli oggetti che i privati portavano con sé per proprio uso); cosi ad esem- 
pio, l'articolo della legge dice: I cammelli, siano carichi, siano vuoti, che verranno con- 
dotti dall'altra parte della frontiera, pagheranno un denaro per testa. 

* Delle quali due prime categorie di vectigalia i carichi appaiono addirittura ec- 
cessivi; vedansi, ad esempio, gli articoli Yllf, X e XI. 

' Pur nella stessa Palmira le tasse di vendita venivano generalmente pagate dai 
venditori ; in questa medesima legge se ne ha la prova, laddove essa parla dei commer- 
cianti in cuoiami; solo quindi la vendita degli schiavi faceva eccezione. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 331 

Quanto alle imposte professionali è da rilevare che anche 
qui a Palmira esisteva quella sulle cortigiane, la quale trovava 
perfetto riscontro con quella di Roma ; infatti il paragrafo 27 
della legge dice che l'appaltatore « da quella cortigiana che 
prende un denaro riscuoterà (mensilmente) un denaro, da quella 
che prende otto assi, esso riscuoterà otto assi, e da quella che 
ne prende sei, sei » ; onde si vede che a stabilire il canone del- 
l' imposta per entrambo le città valeva la stessa norma, che 
cioè la cortigiana dovesse pagare in proporzione dei lucri che 
faceva. 

In seguito però la legge di Palmira fu, a questo proposito 
delle cortigiane, modificata ; e, conforme all' uso frequente in 
Roma di modificare o abolire un articolo di legge coli' aggiun- 
gervene semplicemente un altro o lasciarlo cadere in disuso, 
troviam detto al paragrafo 56, che « l'appaltatore non deve ri- 
scuotere nulla dalla cortigiana che non guadagna almeno un de- 
naro per volta ». - 

S' è detto e dubitato nel corso di questo studio se una vera 
tassa di macello separata e distinta da quella di por torio esi- 
stesse a Roma; qui a Palmira certo vi fu, poi che ne parla 
appunto la sua legge fiscale come di un' imposta a parte. E del 
resto che anche una tale contribuzione si sia avuta a Palmira 
non è forse a maravigliare, perchè, dato il clima della Siria, 
dovette essere di grande opportunità igienica per la città l'avere 
un luogo apposito per l' uccisione e lo scuoiamento degli ani- 
mali \ l'avere, cioè, un macello. Naturale quindi che il muni- 
cipio lo abbia costruito e se ne rivalesse poi volta per volta con 
coloro che dovean servirsene. 

Ma anche a proposito della vendita del sale, vendita, ri- 
cordiamoci, che non è ben chiaro fino a che punto abbia costi- 
tuito a Roma un' imposta, ci torna preziosa 1' epigrafe di Pai- 
mira; se ne rileva infatti (parag. 57) che tale derrata, qualora 
la si acquistasse per rivenderla, dava luogo a un'imposta, e pre- 



' Se anche non si sapesse, per un caso impossibile, che la temperatura a Palmira 
doveva essere elevata, lo si potrebbe arguire pure da questa iscrizione, giacché vi si parla, 
come di cosa spesso ricorrente, di carni guaste e gettate via: twv 81 6ià tò v£xfi[Aara sìvai 
pEiTCToujxIvtov, TÒ tIXo; o^j roagci, — passo che anche riconferma come a Palmira l'imposta 
venalicia spettasse, oltre le vendite all'ingrosso, quelle al minuto. 



332 LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 

cisamente alla contribuzione di un asse per moggio, la qual cosa, 
strana per se, fa pensare che anche a Palmira, e di questo tempo, 
la vendita del sale fosse un monopolio dello Stato, che i veri 
venditori di questa merce fossero appaltatori di tale monopolio, 
e pertanto si rivalessero su coloro che voleano pur essi eserci- 
tare il commercio del sale, sottoponendoli al pagamento del di- 
ritto suaccennato. 

Ecco alcuni paragrafi di tale iscrizione di Palmira : 

Vili. róp,ou xap,iQXtxou [xupou tou èv àXapàaTpoi? £Ì(Txop.ia0évTO(; 
TipàEst -^. KE 

per ogni camello caricato d' olio aromatico in fiaschi che 
viene importato si pagheranno denari 25. 

X. rópLOi» xajxTQXixou (xupou Tou £V à(TXor? alys^ot? £larxo[ji,taGévTO(; 

upàEsi ^. ir 

per ogni carico di camello d'olio aromatico in otri di pelle 
di capra si pagheranno all'entrata (*) den. 13. 

XI. rófxou òvtxou p,upou ToO £V àXa^àaTpot; £Ìa-xo(ji.iaGévTO? TzpàL^zi -)^, Z 

£XXO[Jt,l(T0éVTO? -)(-, Z 

per ogni carico d'asino d' olio aromatico in fiaschi sì all'en- 
trata che all'uscita den. 7. 

XIII. FÓLtou k'kz'qpoìj ToO £V 7.(77.01^ léddOLpdi oùyioi^ ìtzì xafxéXcuj 
£l(Txopi.tc7GévTO!; •7rpà^£t ■^, ir 

£Xxo[jt,t(T6évT:o? -^, I 

per ogni carico d'olio d'uliva in quattro otri di pelle di 
capra portati sopra un camello si all' entrata che all' u- 
scita den. 10. 

XXIX. Ilapà TtOV TiaVT07lwX£làJV (TXUTtXWV... 'Kpà'^El £X a-uvY]0£ta(; 

èxào-Toi» pt-TQVòc; xal kpyxa'vripiou èxàtrTOU -^, A 

dai negozi di cuoiami.... riceverà (il pubblicano), secondo 
il costume, per ogni, mese e ogni bottega den. 1. 

XXXIII. 'O aÙTÒ; 7cpà^£t YÓ[jt,ou iruptxou olvixou àj^upwv xaì TotouTOU 
yévou? Èxào-Toi» yóixou xa[XY]XtxoO xa0' u^òv £xàa-T'/]V -^, A 

riceverà pure per ogni viaggio di camello carico di grano, 
vino, paglia e cose di siff'atta natura den. 1. 

* [nel lerrilorio della città] cfr. Thibault, op. eli., pag. 195. 



LE IMPOSTE INDIRETTE DI ROMA ANTICA 333 

LII. TWV PpCOTÒiV 1Ò xaTà TÒV VÓfJLOV TOO YÓ[i.OU ^TQVàptOV £l(7-/)[i.l 

Tipàadeo'Gat OTav è^toGsv twv opwv eìo-àyETai Vj è^àysTat. 
Le derrate alimentari sono tassate, secondo la legge, a un 
denaro per carico. Si ordina che questo dritto si riscuota 
sia quando esse vengono introdotte, sia quando vengono 
esportate. 
LITI. ToÙQ Sé £U X^P^* ^ ^'■'^^ '^^^ X^P^°^^ xaTaxoti.{^ovTa? àieXer;; 

Coloro che trasporteranno nel circondario o dal circondario 
non pagheranno alcuna tassa, così come è stato convenuto. 
LV. Ka{jt,r]X(ov èàv T£ xsval èàv te 2vyo(ji,oi elaaYovTai !^co0£v twv 
opwv ò^tCkiixi SiQvàpiov éxào-TY)? xaià tòv vópLov, etc. 



DoTT. Giuseppe Bonelli. 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 



Il eh. p. Giovanni Semeria mi fece l'onore di ricordarmi 
nella sua dottissima monografìa sul Cristianesimo di Boezio. 
Anzi, adoperando verso di me parole di troppa cortesia, indi- 
rettamente mi sospinse a ritornare ancora una volta sopra Boe- 
zio, e sopra il suo processo. 

Per verità, intorno a qualche punto del processo di Boezio 
mi era permesso di manifestare la mia opinione anche nella re- 
censione ch'io feci ^ , qualche tempo fa, del noto e prezioso vo- 
lume di Pfeilschifter. Il Semeria ebbe la bontà di tener conto 
di parecchie mie pubblicazioni sulle cose Boeziane , e probabil- 
mente avrebbe ricordate, se le avesse conosciute, anche quelle 
mie linee, nelle quali toccai, ancorché affatto brevemente, del ca- 
rattere religioso della persecuzione politica di Teoderico contro 
i Romani. 

Il Semeria non si propone, com'egli dice, di decidere se la 
morte di Boezio sia stata o non sia stata quella di un martire. 
Soltanto egli vuol mettere in sodo il Cristianesimo di Boezio, 
e raggiunge questo scopo mirabilmente. Sopra tutto, l'esame del 
libro De coìisolatione Philosophiae è condotto con vera sagacia, 
e con grande maestria , così da doversi conchiudere che quel 
libro, lungi dal far dubitare del Cristianesimo di Boezio, lo di- 
mostra invece lucidamente. Un altro argomento è dedotto dagli 
opuscoli teologici, la cui autenticità, anche per il Semeria, è 
definitivamente dimostrata deiiVAnecdoton Holderi. Non crede il 



' Pubblicazioni sulla storia medioevale italiana, annata 1896; Venezia 1899, p. 9-19 
(estr. dai tomi XV-XVII del N. Arch. Veneto). Un cenno su quella parte del processo 
che si svolse a Verona, feci anche nel Compendio della storia politica di Verona, Vero- 
na 1900, p. 45-6. Ho preso in considerazione {Pubblicazioni, ecc. annata 1897, p. 8-9) an- 
che il giudizio che sul processo di Boezio fece Hartmann, Das Italienische Kònigreich I, 
Lipsia 1897, p. 224, e lo trovai meno discosto dal racconto tradizionale, che non sia la 
esposizione di Pfeilschifter. In fin dei conti Hartmann ammette la fusione dell' indirizzo 
religioso coli' indirizzo politico anche nel suo discorso L'Italia e l'impero di Occidente, ecc. 
in Atti e Memorie del Congresso storico di Cividale, Cividale, 1900, p. 155. 



336 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

Semeria che per rassodare il Cristianesimo di Boezio, si possa 
trar partito dal suo martirio, poiché, se restiamo nei limiti della 
critica storica, non lo crede provato. 

Mi permetta di ripetere qui, meglio svolgendoli, quegli argo- 
menti che ho già accennati, parlando, come diceva, del noto vo- 
lume del Pfeilschifter, e che, a mio avviso, depongono in favore 
del carattere religioso, il quale si univa al carattere politico, 
nel processo di Boezio. Lascio all'Autorità competente l'officio 
di parlare del martirio. Io mi accontento di restringere la que- 
stione negli accennati confini. 

Il Semeria ^ esamina largamente le fonti antiche, che par- 
lano della morte di Boezio, per vedere se esse la rappresentino 
sotto r aspetto politico , o sotto il riguardo religioso. Avendo 
anzi tutto chiarito come Boezio, quando discorre delle prime fasi 
del suo processo nel De consolatione Philosophiae parla unica- 
mente di ragioni politiche, viene poscia il Semeria a discutere 
le altre fonti storiche, che possediamo sul processo stesso. 

Prima di tutto esamina il Liber Pontifìcalis, e giustamente 
sostiene che dal complesso della narrazione risulta come ivi la 
condanna di Simmaco e di Boezio sia rappresentata « sotto un 
aspetto religioso ». Per certo, la morte di papa s. Giovanni I è 
descritta come quella di un martire. Ma il carattere religioso non 
si limita a questo avvenimento, sibbene comprende anche la uc- 
cisione dell'uno e dell'altro dei suddetti patrizi. Con questo giu- 
dizio il Semeria corregge le conseguenze negative, evidentemente 
esagerate, alle quali era giunto il Pfeilschifter. 

Tuttavia non so persuadermi di tutte le spiegazioni ch'egli 
dà ai singoli passi del L. P. Il Boissier aveva notato l'appel- 
lativo di haereticuSj, che qui si aggiunge al nome di Teoderico, 
quando si narra l'uccisione di Simmaco e di Boezio. Io avevo 
detto che l'osservazione era acuta. Con questo forse non l'avevo 
senz'altro fatta mia ; ma pur ne avevo rilevato il valore. Il Se- 
meria non solo vuol attenuare, ma mira a distruggere senz'altro 
r importanza di quell' epiteto, nei riguardi della presente quistio- 
ne, avvertendo che esso, in quel luogo, non serve che a bilanciare 
l'epiteto di ortodoxus, appropriato all' imperatore, e che quindi 

' Pag. 18 e sgg. dall'estratto. 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 337 

non è destinato a dar rilievo alcuno al contegno attribuito, in 
quella circostanza, al re. 

Questa conclusione mi pare troppo avanzata. Che haereticus 
serva a fare corrispondenza all'epiteto di ortodoxus e che risponda 
al carattere generale della biografia di Giovanni I, sia pure; 
non mi par questo un motivo sufficiente per distruggere il valore 
della proposizione che c'interessa. Il biografo di Giovanni I vuol 
farci sapere che Teoderico era haereticus, gli dà questo appel- 
lativo, e narra una serie di fatti, destinati a dimostrare la ve- 
rità del suo asserto. Non è poi necessario spingere l'argomento 
più avanti ; basta questo per ricavarne la conseguenza che ne de- 
duceva il Boissier, e alla quale giunse in fine anche il Semeria , 
appellandosi alle caratteristiche generali del libro. 

Né mi pare che si diminuisca l'importanza del L. P., col 
dimostrare che vi si fondono insieme confusamente e inesatta- 
mente il processo di Simmaco e quello di Boezio. A noi inte- 
ressa raccogliere dal L. P., non le particolarità degli avveni- 
menti, ma il loro carattere. Oltre a questo non devesi, credo, 
dimenticare che se c'è cosa perdonabile in uno storico, si è quella 
di avere accostati quei due processi, i quali, se anche cronologi- 
camente divisi, erano fra loro uniti per mille motivi. Basti dire 
che Procopio fece pure qualche cosa di somigliante. 

Se non m' inganno , non si leva la tinta religiosa che il 
L. P. attribuisce ai fatti, coU'osservare che la persecuzione di 
Giustino contro gli Ariani di Oriente aveva a movente una ra- 
gione politica, mentre le cause religiose servivano soltanto di 
pretesto. Non mi fermerò ora a difendere quest'opinione, che cor- 
risponde, fino ad un certo segno, a quella di Pfeilschifter. Ma 
noterò piuttosto che non vedo quali conseguenze se ne possa 
dedurre per il fatto nostro. Il Semeria ne conclude che anche 
nelle azioni di Teoderico e' è « non solo una vendetta religiosa, 
ma una difesa politica > (p. 27). La deduzione non mi pare le- 
gittima, poiché il pretesto religioso messo innanzi da Giustino 
poteva (astrattamente parlando) sospingere Teoderico ad una 
vera e propria vendetta religiosa. 

Ma forse la questione non istà proprio in questi termini, 
cioè non si tratta di sapere se la occasione politica sia da am- 
mettersi, ma se sia da respingersi la ragione religiosa. Che il 

43 



338 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

L. P. accenni o non accenni a ragioni politiche, poco importa. 
Per noi basta vedere se esso ammette le ragioni religiose. Il 
biografo di Giovanni I doveva naturalmente considerare le cose 
sotto questo aspetto, e delle ragioni politiche, se anche le rite- 
neva vere, poteva benissimo non preoccuparsi. 

Finora tralasciai un' altra osservazione del Semeria , ed è 
che la parola haereticii^ nella frase sulla morte di Simmaco e 
di Boezio è data soltanto da una redazione seriore del L. P., 
mancando nel testo più antico. Qui si può osservare che il Se- 
meria, per rispetto al testò del L. P., fece unicamente uso della 
preziosa edizione del Duchesne, senza fare ricorso a quella poste- 
riore del Mommsen \ S'egli fosse ricorso anche a questa, avrebbe 
potuto notare come la redazione dei Codices pleniores vi tenga 
un posto materialmente parallelo a quello dei Compendi Feliciano 
e Cononiano. E vero che il Mommsen accentua il valore compara- 
tivo dei Codices pleniores a danno del Feliciano e del Cononia- 
no, poiché, senza inalzare l'età di quelli, abbassa l'epoca di questi 
ultimi due. Ma ad ogni modo lo spostamento meritava di essere 
considerato , almeno in quanto ci toglie il mezzo di ridurre a 
piccole proporzioni l'interesse dei Codices pleniores. ,Non seguo, 
ben s'intende, la polemica sull'età dei testi del L. P., non es- 
sendomi ignoto che il Duchesne ^, con ragioni gravi , volle ri- 
stabilire l'antichità del Feliciano e del Cononiano. Non seguo 
questa polemica , poiché non m'interessa. Né voglio attenuare 
il valore dei due Compendi. Sibbene mi preme di notare come 
non è agevol cosa il respingere senz' altro il testo dei Codices 
pleniores. 

Concludo accettando, e, se vuoisi, accentuando, la tesi del 
Semeria, che il L. P. concede un carattere religioso anche alla 
uccisione di Boezio e di Simmaco. 

Vengo olY Anonimus Vales. IL 

Il Semeria non nega che l'Anonimo consideri la morte di 
Boezio, quella di Simmaco e quella di Giovanni I come costi- 
tuenti un « insieme di fatti », per mezzo dei quali si prova « un 
nuovo indirizzo nel governo Teodericiano > (p. 31). Ma dopo di 

* Gesta Pmtif. Roman. 1, 133 sgg. 

* La nouvelle édition du Lib. Pontif., in Mélanges d'archéol et d'hist. della École 
frangaise de Rome XVIII, 381 sgg. 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 339 



averci parlato di un < insieme di fatti >, parmi che il Semeria 
introduca in questo insieme una divisione, alla quale le parole 
dell'Anonimo non lo autorizzano. Egli scrive (p. 32) : « Nelle 
ultime vicende teodericiane distingue (fAnon.), a differenza 
del L. P., due fasi o aspetti, l'uno prevalentemente politico, 
l'altro prevalentemente religioso >. 

Se queste parole del Semeria vogliono significare soltanto 
che l'Anon. parla di cause religiose e di cause politiche, bisogna 
ad esse assentire. Qui si tratta soltanto di aspetti. Ma se in- 
vece dobbiamo proprio distinguere in ({xxqìV insieme dì fatti due 
diverse fasi^ cronologicamente distinte, qui non mi so decidere 
a seguire la guida del Semeria. 

Pare che il Semeria opini che la morte di Boezio sia stata 
rappresentata dal l'Anon. come un fatto politico, mentre la fase 
religiosa cominci più tardi. Per altro anche in questa seconda 
fase, egli trova che dal < nuovo sfondo » (cioè dallo sfondo re- 
ligioso) < si stacca la figura di Simmaco », poiché questo se- 
natore è sacrificato soltanto per « un sospetto politico >. 

Infatti l'Anon. a proposito di Simmaco non ha una sola 
parola che alluda a motivi religiosi. Anzi e' è di più : l'Anon. 
non parla, a dir vero, neanche di ragioni politiche. Teoderico 
temeva che Simmaco, adirato per il sacrifizio del genero, mac- 
chinasse qualche cosa contro il suo regno. È, tutto al più, una 
ragione politica che ha per movente lo sdegno personale. Lo 
fece morire, con una calunnia, « obiecto crimine >. Di qual cri- 
men si abbia a pensare, non è detto. 

Dunque, se volessimo accettare il criterio del Semeria, do- 
vremmo parlare di cause religiose solo rispetto al pontefice, di 
cause politiche solo rispetto a Boezio ; per Simmaco penseremmo 
unicamente a ragioni private. 

Le due fasi sospettate dal Semeria , se non m' inganno, 
sfumano. 

A provare il carattere politico, che, nel racconto dell'Anon., 
conserva la morte di Boezio, il Semeria fa anche due altre os- 
servazioni, delle quali è necessario tener qui breve parola. 

Scrive il Semeria (p. 31): « Persino quando al e. 83 l'Ano- 
nimo ha cominciato a parlare di influssi diabolici, non ci pre- 
senta però questi rivolti contro un cattolico, ma contro un buon 



340 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

cittadino : Ex eo enim invenit cliaholus locum, quem ad modum 
hominem bene rempuhlicam sme querella guhernantem suhripe- 
ret>'^. Io darei tutt' altro significato alle parole dell'Anonimo. 
Questo non parla di un cattolico, poiché Teoderico non era tale. 
Egli dice semplicemente che da quel momento (cioè da quando, per 
suggerimento àeW eretico Triwane, il re diede ragione ai Giudei 
e torto ai Cristiani) il demonio trovò la via da corrompere un 
uomo (cioè re Teoderico), che sino allora aveva bene governato 
lo Stato. Qui la politica, in senso stretto, non c'entra affatto. 
Si tratta del governo dello Stato, in generale, è si mira anzi a 
questioni religiose, com'erano quelle accennate poc' anzi , nella 
proposizione che si collega con ex eo alle parole da noi testé 
esaminate; alla proposizione cioè, che si riferisce alle lagnanze 
dei Giudei, alle quali Teoderico e la sua corte assentirono, se- 
condo l'Anonimo, solo per ispirito anti-cattolico. Di qui appa- 
risce che l'Anonimo vuole esplicitamente dare carattere religioso 
a tutto il periodo posteriore del governo di Teoderico, compreso 
naturalmente il processo di Boezio. 

Osserva il Semeria, che l'Anonimo al e. 85 ^, riprendendo 
a narrare il processo di Boezio, dice che il re « coepit adversus 
Romanos subinde fremere, inventa occasione >, e dal conte- 
sto si può desumere che egli attribuisse volentieri a queste pa- 
role un significato esclusivamente politico. Se tale è il pensiero 
del Semeria, non mi par giusto. La parola Romano designa non 
solamente, in senso politico, il discendente degli antichi signori 
del mondo, ma disegna tutto l'uomo, nella politica, come nella 
religione. Si parla dei Romani in forma assoluta, senza fare di- 
stinzioni. D'altra parte è ben chiaro come la distinzione fra stirpe 
e stirpe fosse anche distinzione religiosa, poiché l'Arianesimo era 
proprio degli Ostrogoti, così come il Cattolicismo era proprio dei 
Romani ^ 

Fra il passo ora esaminato e la frase precedente , dove è 
detto del demonio che corruppe il re, e' è la notizia sulla distru- 



* dir. minora I, 326. 

* Chr. minora I, 326. 

* L'Anon. Val. {Chr. min. I, 522) dice pure: «sic gubernavil duas gentes ia uno, Ro* 
manorum et Gothorum; dum ipse quidem Arrianae sectae esset, tamen nihil contra reli- 
gionem catholicam temptaus » . 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 341 

zione deiroratorio di S. Stefano a Verona. Nulla di più chiaro 
ci può essere a dimostrare che la nota religiosa, nella mente del- 
l'Anonimo, si accompagna alla nota politica, per caratterizzare 
gli ultimi tempi del regno di Teoderico. 

La distinzione fra le due fasi, se ben veggo, cade per man- 
canza di fondamento. Rimane invece la distinzione fra i due 
aspetti. Sotto due aspetti , politico e religioso, appariscono, in 
una con tutto l'insieme di quel periodo, anche i singoli fatti. 
Secondo l'Anonimo, Teoderico diede veste politica all'odio ch'egli 
nutriva contro i Romani, e ch'era coordinato a ragioni poli- 
tiche e religiose assieme. Ma si avverta che l'Anonimo non dà 
a Teoderico tutta la colpa di ciò, poiché una gran parte della re- 
sponsabilità egli l'attribuisce alla sua Corte, ai suoi famigliari. 
Il re anzi qualche volta sembra trascinato — trascinato per 
altro di buona voglia — dai suoi ministri. Quando re Teoderico 
« plus credit falsis testibus , quam senatoribus », è guidato dai 
suoi ministri, che gli avevano condotto innanzi i falsi testimoni. 
Ma è guidato, perchè vuol lasciarsi guidare, e preferisce, ad 
occhi aperti, la testimonianza falsa, alla vera. Questa osserva- 
zione siilla responsabilità degli uni e degli altri , parmi facili- 
tare il modo di intendere il vero carattere di quel periodo, sia 
rispetto alla religione, sia riguardo alla politica. 

Procopio considera la cosa solamente sotto l'aspetto politico. 
Non è a prenderne meraviglia, poiché questo storico non poteva 
fare altrimenti, dato il punto di vista in cui egli si era messo 
per narrare la storia dei Goti. Anche Procopio parla di accuse 
calunniose. Le questioni religiose non entravano nell'orizzonte 
di uno storico, che su questi argomenti assume anzi talvolta il 
piglio dello scettico. 

Rimane adesso a dire di S. Gregorio Magno \ il quale 
racconta che un solitario dell' isola di Lipari narrò al suocero 
di Giuliano, difensore della Chiesa Romana, di aver veduto il re, 
gettato entro al cratere, fra papa Giovanni e Simmaco. Rag- 
guagliati i tempi, si trovò che la visione corrispondeva perfet- 
tamente al giorno della morte di Teoderico. 

Il Semeria (pp. 44-45) nota la mancanza di Boezio , che 
avrebbe dovuto trovar posto accanto a papa Giovanni ed a Sim- 

* Dial. IV, e. 31 (presso Waitz ia Script, rer. Langobar, p. 540). 



342 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

maco, e ne deduce che Gregorio si riferiva al Liher Pontificalis, 
dove a Boezio è fatta una parte secondaria. 

Non vedo come si possa dimostrare , neppure fra i limiti 
della semplice probabilità, che S. Gregorio (o piuttosto la sua 
fonte) si riferisca qui al L. P. Prima di tutto non è forse molto 
agevole lo stabilire qual testo del L. P. potesse stare a dispo- 
sizione di S. Gregorio. In secondo luogo, è da avvertire, che se 
bisogna ammettere che nel L. P. a Boezio si fa una parte re- 
lativamente secondaria, in raffronto con quella assegnata al pon- 
tefice, non si può dimenticare che Boezio e Simmaco vi stanno 
intimamente uniti. 

Dal passo di S. Gregorio deduco invece, che, nel pensiero 
suo, e di coloro che gli avevano riferita la visione, la causa 
di papa Giovanni e quella di Simmaco era una causa sola. Sic- 
come d'altra parte sappiamo che Simmaco morì coinvolto nella 
medesima bufera, che seco travolse Boezio, così mi trovo a con- 
chiudere che dunque nella coscienza degli uomini del VI secolo, 
la causa di tutti e tre era la medesima. Il solitario di Lipari 
— la sua fosse visione, sogno o fantasia — vide due de' mag- 
giori rappresentanti della persecuzione di Teoderico ; forse Boezio 
non lo conosceva di veduta, mentre gli altri due aveva per av- 
ventura incontrati a Roma; forse le due ultime vittime erano 
opportune meglio che la precedente per accompagnare all'inferno 
il tiranno. In ogni modo, ciò che vale per due vittime, non può 
non applicarsi a tutte e tre. Né e' era bisogno che tutte e tre 
le illustri vittime del re, ne accompagnassero l'anima all'inferno. 

S. Gregorio non dice che Giovanni papa, e Simmaco fos- 
sero morti per motivi religiosi. Dice soltanto ch'essi erano stati 
ingiustamente trucidati. Per altro ci si sente dentro sottinteso 
il martirio. Il Semeria si domanda: «L'ignorava (la morte di 
Boezio)^, concependo la persecuzione sotto un aspetto religioso, 
non credette Boezio in questa compreso? > 

La seconda supposizione è impossibile, poiché, se la si am- 
mette, non si può concedere a Simmaco quel martirio, che si 
negherebbe a proposito di Boezio. Quindi, se dal passo di S. Gre- 
gorio si deduce il carattere religioso della persecuzione, questo 
carattere deve essere assegnato anche alla morte di Boezio. E 
questa è la conclusione, che ho per legittima. 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 343 



L'esame quindi del Lib. Pontif., àeW Anon. Val., dei Dia- 
lo ffi di S. Gregorio, mi fa conchiudere che nella coscienza del 
VI secolo, la persecuzione di Teoderico, pure essendo nella sua 
apparenza soltanto politica, era anche religiosa. Quando si ponga 
mente al vincolo che, giusta la politica di Teoderico, esisteva 
fra Cattolicismo e Romani da una parte, fra Arianesimo e Ostro- 
goti dall'altra, si vedrà che la cosa non potea essere diversa. 

Penso adunque che abbia ragione il Grisar \ il quale, mentre 
riguarda come .martire Giovanni I, non distacca da lui né Sim- 
maco, né Boezio, ma dice che l'uno e l'altro morirono vittime 
del sospetto politico e dell* odio religioso del re. 

Avrei finito il mio compito. Ma il Semeria (p. 33) si chiede 
ancora se il modo della morte di Boezio, quale é narrato dalle 
fonti, e specialmente dalVAnon. Vales., meriti buona accoglienza. 
Egli sospetta che certi particolari , truci , fantastici , possano 
aversi per leggendari. E nota come il L. P. parli non di corda 
e di fustigazione , ma di spada. Per altro non gli sfugge che 
forse l'Autore del L. P. pensò alla spada, gladium, perché Boezio 
era cittadino romano. 

A me pare che quest'ultima spiegazione abbia valore. Ma, 
se la menzione della spada si riduce ad una supposizione, basata 
sopra una teoria, nessun partito potrà trarsi dalla contraddi- 
zione nei racconti , per attenuare l' attendibilità della testimo- 
nianza àoìVAìion. Val. Anzi se questo ci presenta Boezio siccome 
ucciso con altro mezzo che quello proprio dei cittadini romani, 
le sue parole appaiono più credibili, e la sua testimonianza più 
efficace. 

Peraltro a proposito delle parole usate, a questo riguardo, 
dal L. P.j, parmi" che si abbia ad avvertire come il gladius venga 
menzionato sia per Simmaco, sia per Boezio, considerati assieme. 

Il significato delle parole del L. P. è quindi meno rigido, 
di quanto sarebbe, se si trattasse unicamente di Boezio, consi- 
derato da solo. A giustificare l'esattezza storica del L. P. ba- 
sterebbe infatti che anche il solo Simmaco fosse stato ucciso di 
spada, poiché poi il biografo di Giovanni I non aveva interesse 
a chiarire siff'atti particolari. 

' Geschichte Roms und der Pàpste I, 482-83. 



344 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

Né voglio tacere anche che l'espressione morì di spada è 
molto generica ^ Sopratutto apparisce tale in quell'opuscolo e in 
quel luogo. 

Aggiungo ancora una parola sugli opuscoli teologici, la cui 
autenticità risulta ora provata, almeno per i più importanti fra 
essi, àdlV Anecdoton Holderi. Il Semeria si vale molto bene di 
questi opuscoli per dimostrare, con una prova positiva, la ve- 
rità, del Cristianesimo di Boezio, che già gli risultava dall'esame 
del De consolatione Philosophiae. 

Peraltro c'è in questa trattazione un punto che meritava 
forse qualche più larga spiegazione. La data àoìVAnecdoton, o 
piuttosto dell'opuscolo donde VAnecdoton fu desunto, non è molto 
sicura , almeno le questioni , che vi si riferiscono , non sono 
tutte appianate. Il Semeria avverte la differenza di giudizi esi- 
stente fra Usener e Mommsen ^. Il primo crede che la fonte 
deWAnecdoton sia del 522 incirca. Il secondo la fa posteriore, 
perchè VAnecdoton parla delle Bis foriae Gotiche di Cassiodoro, 
le quali, a suo avviso, sono posteriori alla morte di Teoderico 
e spettano al periodo 526-534. Ora 1' opinione del Mommsen, 
rispetto alla data della pubblicazione delle Historiaej, mi pare 
preferibile a quella dell'Usener. Dal contesto dell'ep. 25 del 1. IX 
pare infatti che di Atalarico si parlasse già nelle Historiae, 
Quella epistola è della fine incirca del 533. 

Al Semeria riesce malamente spiegabile la circostanza che 
VAnecdoton, se è posteriore al supplizio di Boezio, ne taccia. Ma 
siccome Boezio morì nel 524, così non potremmo assegnare al- 
VAnecdoton una data posteriore a quest'anno; e siccome in esso, 
nella biografia di Cassiodoro, si parla delle Historiae di questo, 
così dette Historiae sarebbero di non poco anteriori alla morte 
di Teoderico, la quale seguì nel 526. 

Il Semeria non scioglie la matassa. Né io pretendo di farlo. 

Forse si può supporre che il cenno sulle Historiae sia stato 
aggiunto da tarda mano. Forse si può pensare che le Historiae 

' In epoche tarde l'espressione morire a ghiado ebbe un significalo non molto pre- 
ciso. La frase si spiega: morire di coltello, cf. Tommaseo, Dizion. Ili, 2, 1066; Crusca 
1 , 312. Ghiado - gladius , cf. G. Kòrting , Lateinisch-romanisches Worterbuch , Pader- 
born 1891, coli. 364-65. 

* Ne parlai anch'io nel 1892 in Considerazioni sulle « Getica » di lordanes, in Mem. 
Accad. Tot., voi. XLIII. 



PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 345 

siano state da Cassiodoro pubblicate in varie redazioni, di cui la 
prima sia anteriore alla morte di Teoderico, e l'ultima dell'età 
di Teodato, o anche dei primi tempi del regno di Vitige. Queste 
congetture discuto brevemente nella nota ^ Qui mi limito ad 
avvertire il rapporto che siffatto argomento ha colla questione 
Boeziana. Soggiungo peraltro che qualunque soluzione si abbia a 

• Mi consiglia a rilardare la data della Historiae anche il raffronto fra lo stile di 
Cassiodoro e le Getica di lordanes, di cui mi occupai nella dissertazione testé citata. Quivi 
notai come nei ce. 53-58, e poscia nei ce. 58-59 sino a metà circa, le frasi Gassiodoriane 
vanno a poco a poco scomparendo dalle pagine di lordanes, in guisa da doversi ammet- 
tere la mescolanza tra la trama offerta da Cassiodoro, e i nuovi materiali pervenuti da altre 
fonti. Forse non mi sono espresso abbastanza chiaro, poiché C. Frick (nella Berliner Philol. 
Wochenschrift, annata 1894, coli. 1387-92; Berlino 1895) parlando di quel mio lavoro, mo- 
stra di credere che io attribuisca tutti quei brani senz'altro a Cassiodoro. Questo non volli 
dire. L' ultima frase che attribuii a Cassiodoro si riferisce alla conquista d' Africa, e al 
t)34. Al Frick potrò per avventura concedere che andai troppo innanzi portando, ancor- 
ché dubitativamente, sino alle parole quod cernens (ed. Mommsen, p. 1318), lo stacco defi- 
nitivo di lordanes da Cassiodoro. Era forse meglio fermarsi qualche riga prima. A conci- 
liare le diverse date che, con maggiore o minore probabilità, si presentano rispetto all'edi- 
zione delle Historiae, misi innanzi, ancorché assai timidamente, il sospetto che le Historiae 
siano state pubblicate in più volle. Infatti in Var. IX ep. 215 (fine del 533), XI ep. 1 
(533 principio del 534), XII ep. 20 (del 536) si parla vagamente delle Historiae. Solo 
nella prefazione alle Variae, che é del 537-38, si determina che le Historiae si compon- 
gono di XII libri. 

Anzi l'ipotesi può venir sospinta innanzi. Siccome in XI ep. 1 non si ha che una 
vaga allusione alle Historiae, e in IX ep. 25 e XII, ep. 20, si parla bensì delle Historiae 
scritte da Cassiodoro, ma senza neppur dire che egli le avesse già compilate, o almeno 
diffuse, non pare assurdo il supporre che la pubblicazione possa aver avuto luogo anche 
più tardi, purché prima del 557-8, al qual tempo spetta la Prefazione alle Variae. 

Queste supposizioni, le quali in fin dei conti si possono assommare insieme, possono 
forse avere qualche valore nella questione sulle relazioni fra Cassiodoro e lordanes, ma 
qual valore possono avere nella questione sulla dala dell' Anecdoton, quando non si attri- 
buisca ad una aggiunta il cenno sulle Historiae, che pone termine alla biografia di Cas- 
siodoro? Il quesito é grave. La cosa sta in questi termini. Il codice ha qui una lezione 
errata: « Scripsit, praecipiente Theoderico, historiam Gothicam, originem eorum et loca 
mores in Ubris annuntians ». Solo per congettura alla preposizione « in », che non dà senso, 
si sostituì « XII » . La congettura è plausibile, ma dove si tratta di ipotesi, la certezza si 
trova difficilmente. 

Si può peraltro fare anche un'altra supposizione, ed é che le Historiae' siano state 
bensì pubblicate fino dal principio in XII libri, ma che l'ultimo libro abbia avuto, di 
mano in mano, quelle aggiunte, che erano richieste dal processo dei tempi. Con questa 
supposizione si potrebbe anche credere che, nella prima redazione le Historiae non toc- 
cassero la morte di Teoderico, e nell'ultima invece comprendessero anche la elezione di 
Vitige. 

E anche un'altra supposizione può farsi. Se si ammette che la fonte dell' Anecdoton 
risalga alla mano stessa di Cassiodoro, egli poteva facilmente indicare come già scritti 
tutti i XII libri delle HJs^ona^, anche prima che essi fossero slati effettivamente composti. 
Il concetto della divisione dell'opera in XII libri pare indipendente dalla materia da com- 
prendersi in essi, e corrisponde in fatti ai XII libri delle Variae. 

44 * 



346 PER LA STORIA DEL PROCESSO DI BOEZIO 

dare a questa difficoltà, che è di carattere affatto speciale, non 
piiossi per questo mettere in dubbio né l'antichità, né l'autorità 
deWAneccìotoìi. E quindi rimane intatto il valore che questo ha 
per dimostrare quale era il pensiero religioso e scientifico di Boezio. 
Queste righe non avrei forse mai scritte , se il lavoro co- 
scienzioso e dotto che il Semeria inserì negli Studi di storia e 
diritto non fosse stato per me una forma gentile d'invito, al quale 
non mi pareva di potermi onestamente sottrarre. 



Carlo Cipolla. 



TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 

CONSERVATE NELl/ ARCHIVIO SEGRETO VATICANO 



Nell'autunno del 1731 in un casino presso Modena, villeg-. 
giatura del marchese Orsi, Prospero Lambertini, il dotto arci- 
vescovo di Bologna, s'incontrava per la prima volta con L. A. 
Muratori, l'umile prevosto della Pomposa. Convegno di re o di 
principi non poteva offrire maggior interesse di questo, ove un 
pastore esemplare della Chiesa, che doveva poi essere, anclie a 
detta dei Protestanti, il migliore dei Papi, e il più dotto nella 
stima del Voltaire, si abboccava con un modesto abate, sebbene 
fosse il più grande storico dell'Italia moderna. Due uomini insi- 
gni, che precorsero i loro tempi, ai quali il sec. XVIII deve 
in gran parte la continuazione di quell'impulso dato dal Risor- 
gimento, ma con più larghezza d' intendimenti e miglior metodo 
filosofico. Distanti per condizione sociale, l'abate Muratori ed il 
Papa Benedetto XIV, vissero tuttavia in una perfetta comunanza 
d'idee e di vedute e, direi quasi, insieme e di comune accordo, 
adoperandosi per far trionfare e risplendere negli ordini civili 
r uguaglianza, la religione senza fanatismo, il rispetto per la 
famiglia, tolta via l'usanza laida dei cicisbei, la saviezza nella 
giustizia. Consigliere il primo di belle riforme, illuminato ese- 
cutore r altro. 

E veramente fa maraviglia che questi due grandi perso- 
naggi, i quali vissero cosi concordi nei pensieri, siano stati sem- 
pre assai lontani fra di loro di persona ; giacché è certo che due 
sole volte, per lo spazio di pochi giorni, si ritrovarono insieme 
negli anni 1731 e 32 nella casa del marchese Orsi, nò più dopo 
quell'epoca s'incontrarono, non essendo il Muratori mai venuto 
in Roma, né il Papa uscito dai suoi Stati. Pure non si spense 



348 TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 

la loro amicizia che con la morte del sommo storico, e fu viva 
e calda sempre la loro relazione, ricavando il Papa, come egli 
stesso confessava, gran vantaggio dai posati consigli del « suo 
abate Muratori » ; mentre questo prendeva lena per vieppiù ado- 
perarsi a benefìcio de' suoi contemporanei, sostenuto da sì pos- 
sente appoggio. 

Chiunque rifletta a questi incontrastabili fatti dovrà pen- 
sare esser corso un copioso e notevole carteggio fra i due illu- 
stri personaggi, laddove non si conoscono che dodici lettere del 
Muratori al Lambertini arcivescovo, e poi Papa. Sebbene ciò sia 
facilmente spiegabile, quando si avvisi avere il Muratori cono- 
sciuto il Lambertini solo nove anni prima che questi fosse ele- 
vato al soglio papale, e quando si sappia non esser uso dei Pon- 
tefici tener corrispondenza coi privati ; e che finalmente cardi- 
nali e prelati, i quali vivevano presso il trono di Benedetto XIV, 
erano altrettante vie, per mezzo delle quali l' idee del prevosto 
giungevano al Papa. Così l'amicizia che legava due tra i più 
celebri uomini del secolo XVIII, viene illustrata piuttosto e 
meglio da altre lettere dirette dal Muratori a terze persone. 

Penetrata dall'idea di esporre nel miglior modo che potessi 
sì elevate relazioni, ho pensato naturalmente di fare iniziare ri- 
cerche fra le carte private di Benedetto XIV nell'archivio se- 
greto della S. Sede, con la speranza che qualche lettera del Mu- 
ratori, oltre quelle pubblicate finora, ed oltre quelle inedite, che 
si sa essere in Modena, si sarebbe potuta ritrovare \ Non fui 
delusa nella mia speranza; avendo rinvenuto ben sei originali 
di lettere del sommo storico ^, e tra queste una lettera inedita, 

' Per queste ricerche mi giovai dell'opera del mio fratello, Dionigi Ruva. 

* Ecco notizie più precise : nell'Archivio segreto del Vaticano esistono nel volume 
segnalo * Principi 240», sei lettere autografe del Muratori, ed inolire una copia di let- 
tera dello stesso al card. Querini intorno alla questione del così detto voto sanguinario, 
ed una minuta di risposta di Benedetto XIV al grande storico modenese. 

Le sei prime lettere sono nei fogli 426-443 ed hanno gì' incipit e le date seguenti : 
I" t Post humillima sacrorum » - Mutinae VI id. Aug. 1742. 



TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 349 



ma già letta in minuta, un'altra affatto sconosciuta, ed una 
terza, importantissima, similmente sino ad ora ignota, scritta 
dal Muratori al card. Tamburrini, allora abate di S. Paolo a 
Roma, ove sono alcune proposte di lavori letterari e storici da 
farsi al Papa ; per non dire d'una quarta lettera, anch'essa ori- 
ginale, moltissime volte data alle stampe, ma sempre inesat- 
tamente. 

Lieta perciò di poter rendere un tributo, per quanto lieve. 



II" t Giacché il Santissimo Nostro Padre» -Modena iO Febbraio 1743. 
IH" «Post sacrorum pedum » -Mutinae VII id Sept. 1745. 

IV « Quand' anche altro libro » - Modena 5 Agosto 1748. 

V « Dalle comuni voci » -Modena 17 Settembre 1748. 
VP t Poteva ben anche » - Modena 25 Aprile 1749. 

Le lettere 1, 5, 4, 5, 6 sono dirette al Papa e son quelle stesse che furono sotto gli 
occhi di Benedetto XIV, come si può argomentare dal luogo slesso ove si trovano con- 
servale, dalla qualità della caria su cui sono scritte, dalle tracce della piegatura, ecc. 

La lettera « Dalle comuni voci » (n. 5) in pariicolare è senza dubbio l'originale 
medesimo, che fu dal Muratori spedito in Roma e ricevuto dal Papa; giacché, oltre le ra- 
gioni precedenti, va notato che ad essa è stata, in quell'epoca, acclusa la minuta della 
famosa risposta del Pontefice : « Il fallo è il seguente » ; la quale risposta del papa Bene- 
detto XIV è stampata nella Vita del prevosto L, A. Muratori, scritta dal nipote Gianfran- 
cesco Soli-Muratori (Venezia 1755 pag. 416). Molle volle è siala stampala questa lettera 
del Muratori, però sempre con alcune varianti e con la data errata, come posso accertare 
dal confronto eseguito con l'originale ora scoperto. A proposito della risposta del Papa, 
che è, come abbiamo detto, in minuta, noterò che fu scritta sotto sua dettatura, forse 
dal Zancarelli, cappellano segreto, ed è senza correzioni o postille. 

La lettera n. 2 manca di soprascritta ; ma certamente essa fu diretta al card. Tam- 
burrini, in quell'epoca abate di S. Paolo a Roma. Infatti il Soli-Muratori, nella citata Vita 
del suo zio, riporta (pag. 171) una lettera del suddetto Tamburrini al sommo italiano del 
seguente tenore : « Ieri sera venni a Roma, e questa mattina mi son portato al bacio dei 
« Sacri Piedi. Primo ho posto in mano del Papa la prima lettera di V. S. Illustrissima, 
« che contiene le osservazioni sopra alcune cose del Breviario, sopra l'Italia sacra, e Lean- 
« dro Alberti. L'ha Iella tutta, e m' ha detto . queste sono cose, che si anderanno matu- 
t rando. Dopo gli ho consegnala la risposta all'Eminentis. Querini, che parimente ha letta 
« tutta ; poi ha soggiunto : - Sappiate che il Cardinale Querini venne a propormi questa 
« difficoltà, come dimostrazione, a cui non poteva rispondersi; ecc. ». Or bene, la lettera 
qui accennala del Querini è appunto la copia di cui ho fatto cenno di sopra; e l'altra 
lettera presentata dal card. Tamburrini al Papa, come vien detto, è quella da me trovata 
che incomincia: «Giacché il Santissimo nostro Padre», parlandosi in essa appunto del- 
l'Italia Sacra, del Breviario e di Leandro Alberti. 



350 TRE LETTERE INEDITE DI X. A. MURATORI 

di venerazione ad un illustre italiano, tolgo queste lettere dalla 
dimenticanza in cui giacevano, e insieme con quella già edita, 
ma incompiutamente, le do intanto alla luce, sperando che il 
mio debole ingegno, sorretto dalla volontà e dal desiderio di 
rendere omaggio ad un tanto storico e ad un Papa sì glorioso, 
mi permetterà di compiere, fra non molto, un qualche studio 
più ampio su questo argomento. 

Gina Ruva 

I. 

Beatissime Pater, 

Post humillima sacrorum pedum oscula. Quod Inter Patriae meae 
ealamitates Sanctitas Vestra recordata mei fuerit, et ex tam sublimi 
loco hominum tam leris pretii respiciens,- sua etiam miseratione fuerit 
dignata : hoc unum satis fuisset ad conciliandum mihi in communi moe- 
rore incredibile solatium. Sed quod etiam, Sanctissime Pater, vero Motu 
proprio ad Sardiniae Regem summe efficaces Literas per supremum eius 
Ministrum dederis, ut rebus meis consuleretur (quod Rex clementissimus 
se praestiturum continuo pollicitus est) id sane me laetitia ingenti, sed 
simul stupore et confusione implevit : Quis enim ego sum, ut Christi 
Vicarius, ad cuius pedes vel ipsi Christianae gentis Reges procidunt, 
prò me tanta moliatur, et quod plus est sponte in non petentem, ncque 
cogitantem, beneficia conferat : qui supremus est beneficentiae gradus? 

Magnanimitatem et caritatem eximiam Sanctitatis Vestrae iamdiu 
noveram; non semel etiam fueram expertus; sed nunc mirum in mo- 
dum sentio. Pro tanto igitur munere, et favoris excessu, quas possum 
humillime corde gratias ago et babeo; atque omnia a Deo 0. M. fausta 
Beatitudini Vestrae precatus, ad eius sacratissimos pedes provolutus, 
Apostolicam Benedictionem veneratione omnimoda , ac filiali fiducia 
imploro. 

Sanctitatis Vestrae 

Beatissime Pater 

omnium bumillimus et obsequentissimus famulus, et filius quamvis 
indignus Ludovicus Antonius Muratorius. 

Mutinae VI id. Aug. MDCCXLII 



TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 351 

n. 

Rev™o P.re Sigi"« Sig''» e P.ron Col'»» 

Giacché il Santissimo nostro Padre va continuamente concependo 
gloriose Idee per decoro della Religione, e per pubblico e privato bene : 
vedrà V. P. Rev™^, se meritassero di passare senza taccia di presunzione 
al trono della Santità sua, insieme col più riverente bacio de' piedi, 
alcune mie picciole osservazioni. 

Nel Breviario Romano si dice, che l'Opere di S. Eario non han che 
dottrina pura, provandolo col detto di S. Girolamo : Hilarii Libros inqf- 
fenso pede percurrat 

Basta leggere la Prefaz® de' Benedettini alle Opere di quel celebre 
Santo per conoscere, che v' ha dei gruppi, e delle espressioni strane, e 
difficili ad intendersi. Per questo, e non per l'altra ragione, S. Girolamo 
scrive desiderar' egli tal penetrazione di mente in quella Giovane, che 
possa scorrere senza intoppare i Libri di S. Ilario. 

Nelle Lezioni di S. Carlo due bagattelle ho notato. Cioè ch'egli fu 
colpito da una sola palla; e pure certo è, che anche due quadretti al- 
meno il colpirono senza recargli danno. Dicesi ancora, che nella Chiesa 
di Varallo sculptis imaginibus è rappresentata la Passion del Signore. 
Quelle statue non sono di scoltura, ma bensì di terra cotta, come quelle 
di S. Pietro di Mod^ , e però è da vedere, se sia propria quella deno- 
minazione. 

La Sequenzia nella Messa del Santiss*^ Nome di Gesù ha a mio 
credere del barbaro, e manca di quel tenero ed affettuoso, che merite- 
rebbe si bell'argomento. 

Certo essa è inferiore di molto a quelle della Pentecoste, del Cor- 
pus Domini, e al Dies irae. Sarebbe perciò da vedere, se meglio fosse di 
farne fare una più leggiadra e divota, da stamparsi solamente ne' Mes- 
sali, che s'andranno imprimendo. 

Pra le Opere, che si possono desiderare in Italia, sembra che spe- 
zialmente sia da contare una Nuova Italia sacra. Abbiamo grande ob- 
bligazione all'Qghelli per la sua fatica in questo proposito. Ma quella 
è tuttavia informe, e lontana dalla perfezione, che le si potrebbe e do- 
vrebbe dare, poco essendosi fatto nella seconda edizione di Venezia per 
soddisfare al bisogno. Moltissimi Vescovi mancano a quell' Opera ; v' ha 
de i Documenti apocrifi; e buona parte de i legittimi è si scorretta, 



352 TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 

che questo solo chiama a gran voce aiuto. La Francia Sacra de' Sam- 
martani era in quattro tomi. Ultimamente i Benedettini di S. Mauro 
han rifatta quell'Opera in otto Tomi. Meriterebbe l'Italia un somigliante 
favore, e potrebbe ottenerlo dal magnanimo genio del nostro incompa- 
rabil Pontefice, che scelta persona a proposito l'inviasse per tutta l'Ita- 
lia a visitar meglio gli Archivi, e raccogliere quello, che è sfuggito alla 
buona volontà dell'Ughelli, e massimamente per li Monisteri antichi. 

Se una nuova Italia sacra riuscirebbe di decoro alle nostre Chiese, 
non sarebbe men decorosa per l' Italia civile un' altra Opera, eh' io mi 
prendo l'ardire di proporre. Abbiamo la Descrizion dell'Italia fatta da 
Fra Leandro Alberti Bolognese, Libro degno di assaissima stima, e la- 
vorato con assai di esattezza. Ma questa sua fatica non corrisponde al 
merito di si bella parte del Mondo. Sarebbe da desiderare, che alcun'al- 
tro, intendente di varie Arti visitasse tutta l'Italia con seco un Geo- 
grafo, che rifacesse le Tavole del Magini. Dovrebbe tal persona notare 
tutto quanto di bello e vero si contiene in cadauna Città, tanto nelle 
fabbriche, quanto nel Politico, e nel Distretto d'esse per la Storia Na- 
turale con altre notizie appartenenti ad altre Arti, e all'erudizione. Ho 
conosciuto il Dottor Montefani, Lettor pubblico in Bologna, Griovane di 
molto buon gusto. Egli forse sarebbe atto per si fatta impresa; e bene 
starebbe, che un Bolognese rifacesse l'Opera di un suo Concittadino. 
Un Passaporto, che il raccomandasse a chi de' Religiosi fosse creduto 
più dedito all'Ospitalità, potrebbe risparmiar molto della spesa. 

Dirà V. P. Rev"^^ , che non manca al Santo nostro Padre dove 
spendere per far cose grandi, giacché tante ne ha in mente, ed ha trovata 
svaligiata la Camera sua, che in altri tempi era si ricca. Dirà il vero : ma 
in fine sarà egli un peccato il proporre tali bagattelle a chi è Papa, e 
non già un Vescovello del Regno di Napoli, e Papa, che nulla pensa a 
se, né a' suoi, e solamente medita la pubblica felicità ? 

Caso che non dispiacessero tali proposizioni, se non ora, potrà sua 
Beatit"^ effettuarle in que' molti anni di vita, che sommamente desidero, 
e vivamente spero, che Dio gli concederà per bene della sua Chiesa. 
Con che le bacio le mani, e con vero ossequio mi ricordo 

Di V. P. Rev^ia 

Moda 10 Feb° 1743 

Dev™o ed Obbd^o Ser^'^ 

Ludov" Ant° Muratori 



TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 353 



m. 

Beatissimo Padre, 

Dalle comuni voci ho inteso, e con tutta rassegnazione ed umilia- 
zione ho accolto, quanto la S. V. ha detto di me nella sua lettera al- 
l' Inquisitore Geni« di Spagna. Ho anche nelle stesse parole di V. S. a 
me riferite riconosciuto, che se dall'una mano sono usciti fulmini, non- 
dimeno dall'altra si sono sparsi raggi di somma clemenza. Con tutto ciò 
non lascio di trovarmi in una estrema confusione, anzi desolazione, 
perchè durerà in eterno l'oracolo per me funesto; né si potrà levar di 
mente ai presenti e posteri, ch'io senza condanna formale sia stato con- 
dannato, e che si possano credere maggiori anche di quel che sono i 
falli e demeriti miei \ In questa mia troppo sensibil disavventura io 
non provo altro sollievo, se non nella certezza che durino tuttavia le 
viscere paterne della Santità Vostra verso questo suo sventurato figlio. 
Animato dunque da tal fiducia, mi fo coraggio per prostrarmi ai suoi 
santi piedi ed implorare per grazia, che si degni la S. V. di ordinare, 
che mi sieno indicate le cose degne di censura, acciocché io possa ritrat- 
tarle, e col pentimento e coll'ubbidienza sperare di ottenerne il perdono. 
Cosi dalle stesse paterne mani, onde è venuta la ferita, verrà anche qual- 
che rimedio : né resterò io esposto a chi di presente, e col tempo avesse 
per me un cuore men caritativo del suo. Muovasi la sua gran carità, e 
quasi dissi anche la giustizia, a concedere tal ristoro al povero mio nome. 
E qui col bacio dei Santi Piedi, e colla più profonda venerazione implo- 
rando la sospirata sua grazia e benedizione, mi rassegno 

Di V. S. 

Modena 17 Sett« 1748 

Umil°^o ed Ubbidì»» Figlio e Ser«*« 

Lud^o Ant" Muratori 



' Allude al fatto di essere state dal papa Benedetto XIV nominate le sue opere 
insieme con quelle del card. Noris, che l'Inquisitore di Spagna aveva proibito, il quale 
fatto fu spiegato dal pontefice medesimo nella risposta sopra accennata al Muratori. 



354 TRE LETTERE INEDITE DI L. A. MURATORI 

IV. 
Beatissimo Padre. 

Poteva ben' anche chiamarsi sopra modo avventurato il Libercolo 
mio in difesa della nobil' Epistola di V. S. col sapere il generoso com- 
patimento accordatogli dalla somma sua benignità. Ma non ha limiti l'in- 
nata sua beneficenza; e però s'è anche degnata di farmene godere un 
vivo attestato col mezzo di un suo clementissimo foglio : onore da me 
non meritato, degno nondimeno del grande suo animo, che non isdegna 
d'abbassarsi per favorire anche l' ultimo de' suoi servi. A' piedi dunque 
della S. S. io presento i miei più umili ringraziamenti, e le più ardenti 
suppliche per la conservazione della sospirata sua grazia; e col bacio 
de gli stessi suoi santi piedi riverentemente più che mai mi protesto 

Di V. S. 

Modena 25 Apr« 1749. 

XJmilmo e ubbidientiss" Servo e Suddito Lodovic' Antonio Muratori 



INDICE DEL VOLUME 

(ANNO XXI -1900) 



Baviera prof. Gr. — La storia del diritto e la sua funzione nel- 

l' odierna giurisprudenza pag. 3 

BoNELLi dott. Gr. — Le imposte indirette di Eoma antica . • „ 27 
Semeria p. Gr. — Il cristianesimo di Severino Boezio rivendicato „ 61 
Brand dott. P. — Innocenzo VII e il delitto di suo nipote Lu- 
dovico Migliorati „ 179 

In memoria del comm. Giovanni Battista de Rossi „ 217 

Pubblicazioni periodiche ricevute dall'Accademia „ 221 

De Gasparis avv. A. — Situlus argenteus. Considerazioni sopra 
il § 96 dei Fragmenta Vaticana di diritto romano antegiu- 
stinianeo: de re uxoria ac dotibus „ 225 

Bonelli dott. G. — Le imposte indirette di Roma antica (con- 
tinuazione e fine) ^ 287 

Cipolla conte prof. C. — Per la storia del processo di Boezio . „ 335 
RuvA G. — Tre lettere inedite di Ludovico Antonio Muratori 

conservate nell'Archivio segreto Vaticano „ 347 



IMPRIMATUR 
Fr. Albertus Lepidi Ord. Praed. S. P. A. Magister. 



IMPRIMATUR 
losephus Ceppetelli Archiep. Myren. Vicesgerens.